AGL’ILLUSTRISSIMI SIGNORI CONSERVATORI DELLA CITTÀ E SANITÀ DI MODENA.

Grande apprensione e paura, o illustrissimi signori Conservatori della

città e sanità di Modena, se vogliam confessarla schietta, ci han

recato nel prossimo passato anno 1713 i romori di peste. Inoltratasi

ella dall’Ungheria nell’Austria, e quindi in Praga, in Ratisbona e

in altri paesi, e nello stesso tempo svegliatasene un’altra, ch’io

suppongo diversa, in Amburgo, aveva un tal malore col miserabile

scempio di que’ popoli spinto il terrore anche in tutti i vicini. Già i

men coraggiosi quasi la miravano passeggiar per le contrade d’Italia e

andavano divisando le maniere di scamparne; anzi non lasciavano i più

saggi di dubitarne anch’essi sul riflesso di varie circostanze che si

adunavano a rendere fondato il dubbio, e non irragionevole il sospetto.

Imperocchè gran tempo è corso che l’Italia non ha provato questa, che

alcuni chiamano _guerra divina_; ed essendosi dall’una parte osservato

nel corso di tanti secoli addietro, che dopo il periodo ora di molti,

ed ora di pochi anni, ma non già quasi mai aspettando un secolo, suol

tornare la peste a visitar i popoli; e dall’altra parte, costando che

dal 1630 e 1631 fino all’anno 1713 ne avea goduto la Lombardia una

totale esenzione, poteva probabilmente temersi che tal disavventura

omai venisse spedita anche a noi dall’adorabil Provvidenza di Dio, e

massimamente considerando le colpe nostre, degne di questo e di peggio.

Aggiungevasi aver noi in pochi anni provato tanti mali, ora di guerre,

ora di carestie, ora di freddi acerbissimi con seccamenti di viti e

d’altri alberi, ed ora di spaventose inondazioni che in altri tempi

si sarebbe facilmente creduto vicino il giudizio finale. Quando si

cominciano ad infilare l’un dietro l’altro i malanni, sembra che non

ne finisca il corso e la catena sì tosto, e che anzi il compimento di

tutti gli altri soglia essere il terribile del _contagio_.

Parimente dava e poteva dar moto ai timori d’alcuno la fierissima e

compassionevole mortalità de’ buoi, che, non ancor ben estinta da tre

anni in qua, è andata e va desolando la misera Lombardia con tanti

altri paesi, fino a temere alcune città ne’ lor territorj il totale

eccidio di bestie sì necessarie all’uomo. Non è già che a simili

epidemie tenga sempre dietro quella degli uomini; imperocchè d’una

peste de’ buoi accaduta nel 1514 fa menzione il Fracastoro nel suo

Trattato del Contagio; e pure ella non venne seguitata dalla strage del

genere umano. D’un’altra preceduta dalla sterilità delle viti lasciò

memoria il Poeta Sassone all’anno 809 con tali parole:

............ _Sævior omni_

_Hoste nefanda. Lues pecudum genus omne peremit_, ec.

Ma nè pure allora passò sopra gli uomini il micidiale influsso. Così

per attestato di Rolandino storico nell’anno 1238: _Fuit hyems aspera

et horribilis, ita quod nivis et frigoris superfluitate insolita,

mortuæ sunt vinæ, olivæ, ficus et aliæ multæ arbores fructiferæ_

(altrettanto noi provammo nel principio del 1709). _Et post illam

pestem eodem anno pestis sequuta est avium, et præcipue gallinarum,

boum et multarum utilium bestiarum_. Ma non si legge accaduto lo stesso

agli uomini ne’ seguenti anni.

Contuttociò non mancavano giusti fondamenti al timore, mentre, per

sentimento di celebri autori, l’infezione del genere umano non rade

volte è stata preceduta da quella dei bruti; ed eccone gli esempi.

Infin l’antichissimo Omero, narrando nel lib. I dell’Iliade la peste

(vera o finta, non importa) che fu scagliata dall’arco d’Apollo, cioè

dal soverchio calore del sole, nell’esercito de’ Greci, scrisse che

prima ella fece strage delle bestie, e poscia penetrò negli uomini:

_Assalì prima e muli e cani, e quindi_

_Scagliò le sue mortifere saette_

_Contra gli uomini stessi._

Livio nel lib. 41 delle sue Storie fa menzione d’un’altra con queste

parole: _Delectus consulibus eo difficilior erat, quod pestilentia,

quæ priore anno in boves ingruerat, eo verterat in hominum morbos_, ec.

Così Ovidio, descrivendo una peste nel lib. VII delle Metamorfosi, la

dice prima toccata anche ai buoi:

_Strage canum primo, volucrumque, aviumque, boumque,_

_Inque feris, subiti deprehensa potentia morbi est_, ec.

_Pervenit ad miseros, damno graviore, colonos_

_Pestis, et in magnæ dominatur mœnibus urbis._

Ammiano Marcellino nella sua Storia attribuisce a’ vapori corrotti che

escono dalla terra le pestilenze, inferendone perciò prima la morte

de’ bestiami che pascono l’erba, e poi quella degli uomini. _Affirmant

alii_, dice egli, _terrarum halitu densiore crassatum aera, emittendis

corporum spiraminibus resistentem, necare nonnullos. Qua caussa,

animalia præter homines cetera, jugiter prona, Homero auctore, et

experimentis deinceps multis, quum tales incessunt labes, ante novimus

interire_. Così Claudiano nel lib. I contra Ruffino:

_Ac velut infecto morbus crudescere cœlo_

_Incipiens, primo pecudum depascitur artus,_

_Mox populos, urbesque rapit._

E l’antico medico Paolo da Egina nel lib. II, cap. 36, lasciò scritto

che _la morte degli animali reca una gagliarda coniettura di una futura

pestilenza anche degli uomini_.

Andarono unite nell’anno 820 molte disgrazie mentovate negli Annali

Fuldensi, perciocchè _hominum et boum pestilentia longe lateque ita

grassata est, ut vix ulla pars regni Francorum ab hac peste immunis

posset inveniri. Fruges quoque vel colligi non poterant, vel collectæ

putruerunt; vinum etiam propter caloris inopiam acerbum et insuave

fiebat._ Così per attestato di Matteo Paris nella Storia Anglicana

all’anno 1103: _Pestifera mortalitas animalium maxima quoque hominum

hoc tempore fuit_. Aggiungasi Ermanno Contratto, il quale nella sua

Cronaca scrive che dell’anno 1044: _Maxima pestis pecudum et hyems

satis dura et nivosa magnam vinearum partem frigore perdidit, et

frugum sterilitas famem non modicam effecit_. Poscia all’anno 1046

aggiunge, che _magna mortalitas multos passim extinxit_. Anche nelle

Memorie stampate dalla città di Ferrara per la preservazion dalla

peste del 1630, si legge che nel marzo di quell’anno fu replicata la

proibizione di mangiar carni di bestie morte da sè, perchè in quelle

parti _si cominciava a sentir la mortalità nelle bestie bovine, non

cagionata, come pensavano alcuni, dall’inondazione di tre anni avanti

del Po nella Diamantina, ma sì bene da contagio speziale comunicato

dalle bestie bovine del Mantovano, rifuggite nel Ferrarese, come si

conobbe evidentemente_. Ma io non so dire se questo contagio precedesse

quello degli uomini. Dirò bensì che il cardinal Gastaldi nel suo

Trattato della Peste accenna anch’egli qualche mortalità d’animali

e nominatamente de’ buoi, la qual precedette la pestilenza del 1656.

Che più? S. Ambrosio nel lib. _de Noe et Arca_, cap. 10, così scrive:

_Si quando est pestilentia corrupto cœli tractu, prius ea quæ sunt

irrationabilia lues dira contaminat, et maxime canes, equos, boves;

atque ea inficit, quæ cum hominibus conversari videntur. Sic morbi vis

etiam genus humanum implicat_. E nella sposizione sopra S. Luca nel

lib. X: _Quæ omnium fames, lues pariter boum, atque hominum, ceterique

pecoris, ut etiam qui bellum non pertulimus, debellatis tamen nos pares

fecerit pestilentia?_ E però il Quercetano ed altri, in ragionando

della peste riposero tra i segni che minacciano il contagio agli uomini

il precedente dei buoi, avendolo probabilmente imparato anch’eglino

dalla sperienza. Alcuni sono d’avviso che gli aliti pestilenziali de’

buoi o de’ lor cadaveri infetti, sieno finalmente cagione che anche

gli uomini contraggano il morbo. Verisimilmente ciò non sussiste,

veggendo noi e sapendo da tanti altri esempi che la peste d’una spezie

d’animali d’ordinario non passa nell’altre. Ma senza questo, perchè

potevasi dubitare che da alcuni anni in qua fosse corrotta in qualche

maniera l’aria o pure il sugo stesso della terra, mentre non solamente

si mirava il suddetto luttuosissimo morbo de’ bestiami, ma di più

una fiera ed insolita copia di vermi, che rodevano i grani in erba,

e qualche, per dir così, inclinazione del terreno alla sterilità o a

produrre assai loglio con tante altre immondezze, e a non istagionar

più i frutti che sì facilmente poi marcivano (colpa forse tutta delle

stagioni sconcertate); certo non pareva sprezzabil coniettura che di

qui ancora potesse venir danno agli alimenti e agli uomini de’ corpi

umani, ed essersi potuto formare o disporre qualche fomite anche per

la loro pestilenza. Maggiore ancora poteva temersi questo pregiudizio,

mancati quegli animali che guadagnano il pane all’uomo, e il cibano

colle lor carni e coi lor latticinj, riconoscendosi che una tal

disavventura poteva tirar seco delle peggiori conseguenze.

Quel nondimeno che, prescindendo anche dalla considerazione de’

nostri peccati e delle circostanze accennate, solo bastava a porgere

giustissimo fondamento di timore agl’italiani, si era il vivo e

strepitoso _contagio della Germania_ ch’io di sopra accennai. Non

s’intenderebbe punto di _peste_ chi non sapesse qual gran facilità

ella s’abbia d’innoltrarsi e di far conquiste nuove qualora non le

sia posto argine. Per tacere di tanti altri tempi, l’anno 1630, in cui

avvenne l’ultimo contagio della Lombardia, ben trovò maniera il veleno

pestilenziale di penetrar per l’Alpi e d’infettar poi e di desolare

assaissime città d’Italia. Molto più poi ragion di temere c’era in

questi tempi, durando la scarsezza de’ viveri e la guerra, e tanti

altri sconcerti del mondo che la sperienza ha fatto conoscere, non dirò

solo per forieri, ma per mirabili disseminatori e veicoli de’ contagi.

Quindi pertanto nell’anno prossimo passato si credette obbligata

a tante diligenze e a tanti rigori, la prudenza di molti principi

d’Italia e massimamente della sereniss. Repubblica di Venezia, sempre

acuta in prevedere e sempre attenta a provvedere, per quanto possono

le forze umane, acciocchè non passino nel suo dominio mali stranieri.

Quindi medesimamente venne il gravoso interrompimento di commercio fra

tante città con tanti stabilimenti di guardie, di cancelli, di fedi,

cose tutte che andavano dicendo che si temeva e si doveva temere.

Ma finalmente in Vienna, in Praga, in Ratisbona e in altre città

e contrade della Germania è terminata col benefizio del freddo la

terribile e minacciosa influenza, di maniera che sembra estinta col

male anche ogni ragione di non paventarlo più per ora in Italia. Già

è restituito il sospirato commercio fra le città della Lombardia; ed

essendo spuntata in questi tempi anche la pace a consolare i popoli

cattolici, moltiplicate ragioni abbiam tutti di dar lode e di render

grazie immortali all’onnipotente Dio che ci vuol far sentire in varie

guise gli effetti della sua misericordia. Ora in tal congiuntura due

cose abbiam potuto imparare, meritevoli di somma attenzione. L’una

è che il temere ed anche l’eccedere in timore, ove nascano sospetti

di contagio, suol conferire assaissimo a preservarsi dal contagio

medesimo. Imperciocchè allora si moltiplicano i ripari e si mettono

in opera que’ ripieghi sì spirituali come temporali che la religione

e l’umana prudenza suggeriscono per fermare il corso a un sì poderoso

nemico. Certo che non alle diligenze degli uomini, ma alla provvidenza

benefica di Dio si dee attribuire il gran benefizio di conservarsi

immune dalle pestilenze e da altri flagelli. Contuttociò, essendo

anche certo, piacere a Dio che le creature ragionevoli operino dal

canto loro ciò che si conviene alla natural preservazione, valendosi

egli dell’operar nostro per effettuare i suoi incomprensibili disegni;

perciò utile e necessaria cosa è, e sempre sarà, il non perdonare

in casi tali a precauzione e industria alcuna, di cui sia capace

l’intendimento del saggio. A certe persone di mezzana comprensione

pare un augurio di peste il solo udir parlare di peste, e ad altri poi

compariscono facilmente eccessivi i timori e i rigori che nei sospetti

delle pestilenze si usano da alcuni principi ne’ loro stati. Ma in fine

ci vuol poco a capire che il ragionarne, il paventare e il provvedere,

per quanto mai si può, in pericoli sì fatti e per precauzione

dell’avvenire, non è quello che metta l’ali alla pestilenza e la faccia

calare dai paesi stranieri o confinanti. Certo altresì ha da essere,

che il non aver paura, o l’occultarla, questo sarebbe uno spedirle

solenne ambasciata, invitandola a venirci a visitare il più presto

che ella può. E perciò ogni ragion consiglia l’imitare in altre simili

congiunture più tosto i rigori, benchè forse superflui ed anche molto

dispendiosi, ultimamente praticati da parecchie città della Germania e

dell’Italia, che l’uso di altri popoli men paurosi o meno guardinghi.

Sarà, anche molto più da desiderare che occorrendo tali sconcerti, a

niuna delle città d’Italia venga impedito dalla positura de’ suoi siti

ed affari il camminar concorde con le altre, a fine di tener lungi con

egual diligenza un malore che minaccia tutti, ma che però suol portare

rispetto a chi rigorosamente si oppone ai suoi passi.

L’altra verità che abbiamo imparato in questa occasione, si è, che

accadendo sospetti o rischi di pestilenza, allora si mirano in gran

confusione ed imbroglio non solamente le private persone, ma gli stessi

pubblici magistrati di molte città, mentre tutti in quel frangente

vorrebbono pur sapere come abbiano da governar sè stessi e gli altri,

ma senza per lo più poter rinvenire chi abbastanza gl’illumini.

Non mancano libri, è vero, che hanno trattato questo argomento; ma

i più del popolo ne patiscono inopia, e moltissimi nè pure un solo

possono mostrarne, siccome opere che non si leggono mai volentieri, e

che, finito il bisogno, si lasciano alla polvere o a’ pescivendoli,

cercandosi poi esse indarno ove ritorni a fischiare questo pesante

flagello. Che se non mancano libri tali ad alcuni studiosi, tuttavia

suol avvenire che in man loro non si trovino anche tutti i migliori,

che pure più degli altri sono da consultare in simili e in altre

occasioni. Ora pensando io a questa non lieve necessità de’ privati

e del pubblico, fattaci pur troppo avvertire dal grave pericolo che

ultimamente ci sovrastava, mi applicai fin l’autunno prossimo passato

a leggere quanti antichi e moderni potei ritrovare che maneggiassero

questa materia; e col notare ciò che mi compariva più utile a sapersi,

venni stendendo il presente Trattato del _governo della peste_,

con isperanza che il mio studio privato potesse tornare in qualche

benefizio e comodo ancora del pubblico, e spezialmente della patria

mia, sì per preservarsi, e sì per sapersi regolare in casi di tanta

sciagura. E l’intenzione mia è stata di fare un trattato popolare,

cioè utile e intelligibile ai più del popolo, avendo io perciò fuggito

le quistioni spinose e scolastiche e insino i termini astrusi, con

cui alcuni professori della medicina cercano di farsi credito con

poca spesa presso i meno intendenti. Per altro col fiero influsso che

è passato, parrà, il so, passato ancora il bisogno; ma non è così,

perciocchè i posteri nostri, anzi la nostra medesima età, avran sempre

da temere di provare un dì quello che è piaciuto alla divina Clemenza

di non far sentire ai presenti giorni. Non convien aspettare che sia

giunto il nemico per istudiar poi allora la maniera del difendersi; ma

s’hanno da aver sempre l’armi preparate e pronte. Gli altri, finita

la peste, sono stati soliti a scrivere e pubblicar libri intorno la

stessa; ed io altresì suggerirò quel che può essere più a proposito,

affinchè essa mai non cominci, o pure acciocchè s’abbia con facilità

il migliore regolamento, qualora ne tornasse mai più il bisogno.

Così in Firenze si va oggidì ristampando la Relazion del Contagio

del 1630 fatta dal Rondinelli, perchè ultimamente è stato avvertito

ch’esse era divenuta stranamente rara, e vuolsi perciò provveder

meglio all’avvenire. Così la peste che nel 1679 fece le sue prodezze

in Vienna, in Sassonia e in altre parti, con grande apprensione anche

allora dei popoli italiani, diede motivo al saggio maestrato della

sanità di Ferrara di pubblicare nel 1680, per prudente precauzione

de’ tempi venturi, un’opera molto utile, ove son registrate _le

regole da osservarsi ne’ sospetti di contagio_. Altrettanto dunque

ho risoluto anch’io di fare, o illustrissimi signori, acciocchè voi

e il popolo nostro abbiate e un attestato dell’ossequio mio, e quel

soccorso di più, quando mai accadessero que’ miseri tempi, ch’io

desidero lontani sempre dagli stati di ciascuno e massimamente da

quei della sereniss. Casa d’Este e della patria nostra. Ho pertanto

divisa la materia _del governo della peste_ in tre parti, cioè in

_politica, medica_ ed _ecclesiastica_, immaginandomi che maggiore con

ciò possa anche riuscire il benefizio. Imperocchè gran copia di libri

può ben qui mostrarci l’arte medica per quello che a lei s’aspetta;

ma scarsissimo ne è il _governo politico_ e l’_ecclesiastico_. Oltre a

ciò, non solendo trovarsi uniti insieme tutti e tre i suddetti governi,

sembra a me d’avere a moltissimi risparmiata la fatica di pescare

qua e là ciò che per lor servigio si troverà qui raccolto in un solo

trattato. Chi più degli altri avrà maneggiato e letto libri intorno

a quest’argomento, quegli sarà più atto a comprendere l’utilità e il

comodo che può venire al pubblico e al privato dall’operetta, qualunque

sia, che io ora vi presento.

In questa impresa dunque mi son io regolato sulle notizie ed

osservazioni degli antecedenti scrittori, con ponderare, scegliere,

disporre ed aggiugnere, secondochè è paruto meglio al mio corto

intendimento e giudizio. Che se talun chiedesse, come io, che

medico non sono di professione e nè pure mi son trovato giammai a

quel terribile incendio, abbia preso un tale assunto con fidanza di

potervi competentemente soddisfare, risponderò, che se non ne posso

io parlar di vista, ho ben potuto io parlarne con tanti morti che

furono spettatori delle pestilenze, e che ce le hanno lasciate in

tanti libri descritte. E se non son io medico, studiarono ben medicina

per me e la praticarono in tempi di contagio quegli scrittori ch’io

citerò, di maniera che non l’autorità mia, ma quella dei professori

di quest’arte potrà dar credito al mio Trattato, il quale in oltre

non uscirà alla luce senza l’approvazione de’ migliori filosofi e

medici che si abbia la nostra città. Per altro confesso anch’io che

la parte medica potrebbe promettersi maggiori chiarezze e più lustro e

più ordine nella divisione dei medicamenti, ove la trattassero medici

insigni tra i moderni. E spezialmente si avrebbe a sperare questo

vantaggio dalla mano di que’ valentuomini che oggidì illustrano cotanto

con le loro opere, stampate ugualmente, le lettere e il dominio della

serenissima Casa d’Este, cioè i signori _Bernardino Ramazzini_, gloria

di Carpi, e _Antonio Vallisnieri_, decoro di Reggio, che nella famosa

Università di Padova empiono le prime due cattedre della medicina;

e il signor _Francesco Torti_, splendore di Modena, medico del mio

padron serenissimo, e pubblico lettore anch’esso nella patria; e il

signor _Antonio Pacchioni_ reggiano, che in Roma fa risplendere il suo

sapere in pro della medicina; siccome ancora molto potrebbe sperarsi

dal signor _Dionisio Andrea Sancassani_ da Sassuolo, medico primario di

Comacchio, dalle cui fatiche riconosce molte utilità la cirugia. Mi sia

lecito nondimeno di dire che quantunque ingegni grandi si applicassero

a trattar questa materia, pure non sarebbe subito da sperare che molti

d’essi potessero produrre rimedj migliori e più efficaci di quelli che

anch’io ho saputo e potuto raccogliere. Più tosto potrebbe accadere

che alcuni d’essi, senza curarsi di edificar meglio, distruggessero

ancora quel poco ch’io colla scorta de’ più accreditati autori ho qui

esposto, giacchè questo è il costume d’oggidì, nè par difficile il

mettere nella medicina quasi ogni cosa in dubbio per farla conoscere

non men lei un’arte fallace e debolissima che i suoi medicamenti

dubbiosi e talvolta ancora nocivi, siccome fecero già il Carrara,

l’Agosti ed altri, ed hanno tentato ai dì nostri di mostrar nelle

opere loro il defunto Lionardo da Capova, e il vivente signor Anton

Francesco Bertini, medici rinomati, l’ultimo nondimeno dei quali l’ha

del pari difesa. E assai più sarebbe questo facile, trattandosi di

quel fierissimo morbo desolatore, in cui confessano tutti i medici savj

che l’arte loro va più che altrove a tentone, nè ha sistema sicuro, nè

medicamenti da fidarsene molto.

Ma comunque sia, penso io che troppo importi il non atterrire, nè far

disperare il popolo in tali congiunture con biasimargli e screditargli

tutto. E però avendo io composto il presente libro, non per desiderio

di gloria, ma per brama unicamente di giovare in ciò, per quanto

io posso, alla patria mia, e a chiunque non avrebbe altri migliori

aiuti, per regolarsi, almeno con qualche prudenza, nei pericoli e

nei tempi di tanta calamità, io mi auguro ch’essa riesca veramente

utile; ma di gran lunga più auguro a tutti che non se n’abbiano mai

a valere, se non per un mero divertimento della loro curiosità. Che

se pure avesse un giorno da arrivare ciò che nessuno di noi desidera

di vedere, probabilmente non si pentirà alcuno d’aver prima in questo

mio libro imparato alquanto a premunirsi col conoscere la faccia di

questo terribil nemico, e i disordini e gli strani suoi effetti. Pur

troppo ne abbiam mirato anche un picciolo abbozzo, ma però esempio

vivo, nella funestissima mortalità della spezie bovina, penetrata nel

prossimo passato settembre anche in varj siti del ducato di Modena,

Reggio, ecc. Da questo flagello si è già potuto apprendere non poco

qual cura più esatta si dovesse avere in pericoli di _contagio degli

uomini,_ per non restar delusi dalle guardie che si dicon fatte, ma

certo non bene; e per vietare a tempo i mercati e le fiere nostre e

l’adito alle straniere, benchè non apparisca entrato colà peranche il

malore, e con quai rigori e ripieghi si possa precedere per disputare a

passo a passo il terreno a questo male, facendo su i principj e finchè

la sciagura è fuori di casa, grandi strepiti, intimazioni rigorose,

visite frequenti ed improvvise, e quanto mai si può far concepire, se

pure è possibile, ai contadini e alle guardie, il pericolo che loro non

pare mai imminente, e il gravissimo danno di chi è colpito da simili

disavventure, il che non s’intende mai bene se non dappoichè non c’è

più tempo di rimedio.

Pensano alcuni che questa crudel _pestilenza dei buoi_ non solamente

si comunichi pel contatto delle bestie, o degli uomini che abbiano

conversato con bestie infette, ma ancora spontaneamente salti fuori in

alcune stalle, lontane talora più miglia dal paese infetto e custodite

con rigorose diligente. Lo stesso vien sovente e sospettato e creduto

anche nelle _pestilenze degli uomini_. Non voglio io mettermi qui a

negare assolutamente questa partita; ma dico bene che non è se non

difficilmente da credere, avendo noi veduto illese tante stalle, nelle

cui bestie sarebbe stato pronto e tosto si sarebbe acceso il fomite

del male, se queste avessero comunicato con altre infette. Per ogni

buon fine saggiamente si fa e si farà sempre in ogni peste, ad operare,

come se il morbo non si pigliasse mai se non per via di contagio.

Bisogna figurarsi che ancorchè non si sappia trovare, pure ci sarà

stata qualche persona o roba che avrà portato il veleno in quella casa.

I cani, le guardie, i medici stessi possono disavvedutamente portarlo

con seco; e dall’accuratissimo nostro signor Vallisnieri nel T. X dei

Giornali d’Italia è stato anche avvertito che fra le molte maniere

di propagarsi la peste de’ buoi c’è stata quella di condurli senza

precauzione alcuna a farli benedire con altri, o pure il permettere

che taluno andasse a benedire indifferentemente tutte le stalle. Quello

che più d’ogni altra cosa affligge e spaventa, si è il verificarsi in

questa mortalità de’ buoi ciò che già Virgilio nel fine del lib. III

della Georgica, ed altri osservarono in simili pestilenze d’animali,

e vien confermato nel suddetto tomo X de’ Giornali dell’anno 1712

dall’autorità di varj valentuomini, cioè che nessun rimedio può dirsi

fondatamente che vaglia; e se bene alcuni paiono talvolta giovevoli

(essendo guarita ancora in queste parti una porzione d’essi buoi

infetti), pure non servono poi a tanti altri; anzi voglia Dio che

talora alcun d’essi non affretti loro la morte, e non faccia perire

chi senza rimedi sarebbe risanato. Pur troppo avvien lo stesso anche

nelle _pestilenze degli uomini_. Perciò egli è cosa da savio il

non fissarsi mai tanto in alcune massime, precauzioni e rimedj, che

sopravvenendo lumi migliori, non si voglia più, nè si sappia mutar

registro. E più lumi per l’ordinario avrà una persona giudiziosa sul

fatto che un intero magistrato in lontananza. Ma veniamo finalmente a

trattare l’argomento nostro nel nome di quell’onnipotente Signore, la

cui giustizia dobbiam tutti temere, la cui misericordia dobbiam tutti

implorare, tanto nelle prosperità, quanto nelle tribolazioni.

Modena, 15 giugno 1714.

Del governo della peste e della maniera di guardarsene · 第 7 / 55 题