Di umile schiatta nacque il dì 21 ottobre 1672 in Vignola, terra del
Modenese, ed ebbe in età fanciullesca un dozzinale maestro di rudimenti
di lingua latina da cui spesso distaccavasi volentieri per deliziarsi
nella lettura dei romanzi della francese Scudery. Si portò giovanetto
a Modena, dove vestì l’abito chericale, e dove sortir potè migliori
institutori, ch’egli seguitò con fervore. Iniziato già nelle leggi
e nella moral teologia, volealo il padre di nuovo in Vignola a fine
che tornasse utile alla bisognosa famiglia, ma preso avendo grande
affetto alla poesia, alla eloquenza ed alla conversazione di svegliati
ingegni, egli ottenne di non distaccarsi da una città che ben presto
riconobbe in lui un prodigio di spirito e d’ingegno. Il celebre P.
Benedetto Bacchini si prese singolar cura nel dirizzarlo a’ migliori
studi, come pur fatto avea col Maffei, sicchè potè quegli dirsi il
padre de’ due più grandi Italiani del suo secolo. La lettura delle
opere di Giusto Lipsio invaghì il Muratori dell’antica erudizione,
e, voglioso d’impadronirsi della lingua greca, seppe riuscirvi da
sè solo dopo ostinata fatica. La fortuna gli rise intanto propizia
nell’incontrare a mecenati il march. Gio. Gioseffo Orsi, bolognese,
e monsig. Anton Felice Marsigli, vescovo di Perugia, e col mezzo loro
potè esser invitato dal conte Carlo Borromeo di Milano a prender posto
nella famosa biblioteca Ambrosiana. Laureatosi prima in leggi con
istraordinario applauso, si recò subito a Milano alla fine dell’anno
1694, dov’ottenne titolo di dottore dell’Ambrosiana, e prima che
terminasse l’anno susseguente venne ordinato sacerdote. Primo e nobil
saggio del suo utile rovistare i codici della biblioteca furono gli
_Aneddoti latini_, a’ quali succedettero gli _Aneddoti greci_, e sì
agli uni come agli altri aggiunse illustrazioni di antichità cristiana,
e di disciplina ed erudizione ecclesiastica. Salì in rinomanza;
e non toccava ancora il suo vigesimoquinto anno, che già i primi
letterati italiani, un Noris, un Bianchini, un Ciampini, un Sergardi,
un Magliabecchi, un Salvini, e que’ di oltremonti, un Mabillon,
un Ruinart, un Montfaucon, un Gianningo, un du Pin, un Baillet, un
Papebrochio gli dimostravano grande benevolenza e considerazione.
Cinque interi anni si passarono da lui nell’Ambrosiana, frammischiando
a’ serj studi anche i più gentili, intervenendo alle accademie che
allora s’instituivano, e strignendo amicizie considerevoli, siccome
fu quella del valente numismatico Gio. Antonio Mezzabarba, e l’altra
del valoroso poeta Maggi, che mancato a’ vivi l’anno 1699, ebbe nel
Muratori lo scrittore della sua Vita.
Le indagini genealogiche che allora per commissione dell’elettore
di Hannover si facevano a fine d’illustrare l’origine italica della
casa di Brunsvico derivata dal ceppo Estense, impegnarono il sovrano
di Modena, Rinaldo I, a richiamare il Muratori alla contrada nativa,
ed egli, rassegnato ad obbedire al suo signore, quantunque con pena
lasciasse gli amici di Milano, l’anno 1700 fu reduce a Modena, dove
si tenne costantemente fermo pel mezzo secolo che tuttavia visse,
rinunziando poi ad ogni offertaglisi più splendida fortuna, ed il più
bel fregio diventando della biblioteca Estense. Concepì in patria il
grandioso disegno dell’opera delle _Antichità Italiane del medio evo_,
libro immortale e senza cui non avremmo forse oggidì nè le storie
del Gibbon, nè quelle del Sismondi. Nacquero intanto in Italia piati
e puntigli per lo dominio di Ferrara e di Comacchio, e ’l nostro
Bibliotecario non poche scritture pubblicò, che ’l misero anche in
voga d’uno de’ più scienziati pubblicisti, ed in fatti riuscì tale da
rapir di mano la palma al Fontanini, bellicoso campione dei diritti
della corte romana. Da questa controversia nacque nel Muratori il
pensiero della famosa Raccolta degli _Scrittori delle cose d’Italia_,
che ordinò e rese ricca di cognizioni storiche risguardanti la gente
italiana dal secolo V al XV; e nel frattempo che sì sontuosa impresa
andava progredendo colle stampe in Milano, quasi per sollievo e diporto
compose il _Trattato della perfetta poesia_, in cui spiegò un sistema
conforme a’ pensamenti di Bacone da Verulamio. Di altro disegno fu
l’opera che colorì poco dopo del _Buon gusto_, o sia Riflessioni sopra
le scienze in genere; ed anche questo libro, dettato con facile stile,
e pieno, pe’ suoi tempi, di novità, ebbe alto grido, e collocò l’autore
tra que’ filosofi che precipuamente adopravansi all’incremento del
sapere italiano. Tra le amene sue distrazioni vanno ricordate le Vite
che scrisse del _Petrarca_, del _Castelvetro_, del _Sigonio_, del
_Tassoni_, del march. _Orsi_, del P. _Segneri juniore_. Era tale e
tanta la fecondità del suo ingegno, che due opere ad un tratto stava
per ordinario scrivendo, e non solo di erudizione o di critica, ma
attenenti eziandio alla teologia, all’ascetica, alla filosofia, alla
politica, e sin alla medicina, come il comprovano il suo _Trattato del
Governo della peste_[1], e la sua Dissertazione _De potu vini calidi_;
e tutto questo faceva senza mancar mai un istante all’adempimento
più scrupoloso de’ doveri del religioso suo stato. Egli era Proposto
della Pomposa in Modena con cura di anime, e con zelo vivo e indefesso
vi attendeva esemplarmente, rendendosi sino benemerito della umanità
colla filantropica instituzione di una così detta _Compagnia della
Carità_. Quanto fosse vivamente compreso di vero spirito di religione
può conoscersi dall’unico suo _Trattato della Carità Cristiana_, che
intitolò all’imp. Carlo VI, il quale lo regalò di ricca collana d’oro;
e quanto fosse maestro profondo in divinità scorgesi dalla sua opera
_De ingeniorum moderatione in religionis negotio_, opera che non
soltanto in Italia, ma in Germania ed in Francia ebbe assai credito. Ma
libri tanto frequenti e di genere sì disparato non poterono talvolta
non promovere opposizioni, dibattimenti, censure; il Muratori poi
niente inquieto di quelle che ad argomenti scientifici si riferivano,
con rigido occhio mirava soltanto le teologiche e le ecclesiastiche.
Era già il Muratori alla sessagenaria età pervenuto; nè potendo più
reggere alle parrocchiali fatiche per la indebolita salute, rinunziò
alla propositura della Pomposa, attendendo soltanto con perseveranza
a comporre e pubblicare opere sempre nuove. Deonsi a quest’epoca
i suoi _Compendj in lingua italiana delle Dissertazioni delle
Antichità d’Italia del medio evo_; la _seconda parte delle Antichità
Estensi_; il _Nuovo Tesoro delle iscrizioni_, ed i libri di brieve
mole, ma non men rilevanti, _della Morale Filosofia_; delle _Forze
dell’intendimento umano_; della _Forza della fantasia_; dei _Difetti
della Giurisprudenza_, e quelli risguardanti antichità profane, come la
_Dissertazione de’ Servi e Liberti_; quella de’ _Fanciulli alimentarj
di Trajano_, e quella dell’_Obelisco di Campo Marzo_. All’erudizione
sacra ed a materie ecclesiastiche spettano i volumi che scrisse
contro l’inglese _Burnet_; le _Missioni del Paraguay_; l’_Antica
Liturgia romana_, e sopra tutto il classico _Trattato della Regolata
divozione_[2], con cui volendo estirpare certe pratiche superstiziose
volgarmente in corso, erasi proposto di assuefar meglio i fedeli al
culto interiore. Il cardinale Gerdil chiama _aureo_ il suo _Trattato
della Pubblica Felicità_, e dice essere la _voce del cigno_, perchè
lo scrisse un anno prima della sua morte. Anche i celebratissimi
_Annali d’Italia_ sono un frutto di sua vecchiaja, e di essi ne diede
un ponderato giudizio il valente ultimo biografo del Muratori il ch.
Francesco Reina.
Egli già già toccava l’anno settantesimosettimo della sua vita quando
dopo avere languito per lunga malattia, ed essere sin rimaso privo
della luce degli occhi, per colpo di paralisia passò da questa a più
gloriosa e durevole vita il dì 23 gennaio 1750.