correttore a tavola in presenza di frate Giovanni ministro Generale
e di Papa Innocenzo IV; e allora non aveva ancora composto quel suo
libro, che da lui s'intitola. Il terzo amico poi che diceva d'avere
frate Ugo era Roberto Grossatesta vescovo di Lincoln, uno dei più
eminenti chierici del mondo. Questi, dopo che li aveva già volgarizzati
Borgondione giudice Pisano, tradusse di nuovo il Damasceno ed i
testamenti dei dodici patriarchi, e molte altre opere. Il quarto amico
di Ugo era frate Adamo da Marisco[116] dell'Ordine dei Minori, uno
dei più illustri chierici del mondo. Fu chiarissimo in Inghilterra e
scrisse di molte cose, come quello di Lincoln.[117] Ambedue Inglesi,
e, compagni in vita, furono ambedue sepolti nella chiesa episcopale.
Terzo compagno di questi due fu maestro Alessandro dell'Ordine de'
frati Minori Inglese, e maestro con cattedra a Parigi, che compose
molte opere, e, come dicevano quelli che lo conoscevano a fondo, non
ebbe al suo tempo uno pari a lui sulla terra. Io ricordo che, quando
io era ancor giovane ed abitava nel convento di Siena in Toscana,
frate Ugo che era di ritorno dalla Corte romana, parlò mirabilmente
intorno alla gloria del paradiso e al disprezzo del mondo al cospetto
de' frati Minori e Predicatori, che erano accorsi ad ascoltarlo; e di
qualunque cosa fosse interrogato, subito, senza por tempo in mezzo,
aveva in pronto la risposta. E chi l'udiva si meravigliava di tanta
sapienza e prontezza. Trovandosi egli a Pistoja nel tempo in cui era
imminente la convocazione di un concilio a Lucca nel giorno delle
Ceneri, nè avendo i frati di Lucca chi predicasse, ricorsero a frate
Ugo pregandolo di favorirli in quella ricorrenza. Egli lo promise e
attenne. Arrivò pertanto a Lucca per la via di Pescia appunto in quel
momento, in cui doveva egli andare alla chiesa episcopale. E tutta
radunanza gli andò incontro per accompagnarlo, per fargli onore, e
per desiderio di ascoltarlo. Ma vedendo que' frati fuori di porta,
meravigliato disse: Ah! Dio dove vanno costoro? E dettogli che i frati
gli facevano quel ricevimento per onorarlo, e perchè desideravano di
udirlo, rispose: Non pretendo tanto onore, perchè non sono Papa; se
poi vogliono udirmi, vengano quando io sarò alla chiesa. Ora io anderò
avanti con un compagno solo, chè non voglio trovarmi in mezzo a tanta
caterva di gente. E, quando giunse alla chiesa, li trovò tutti raccolti
e pronti ad udirlo. Sermocinò adunque frate Ugo, e disse tante mirabili
cose e tanto mirabilmente ad edificazione e consolazione del clero,
che tutti rimasero stupefatti della sua graziosa e calda orazione. Ed
i chierici della diocesi di Lucca sino a molti anni dopo hanno sempre
ripetuto di non aver mai udito uomo parlare tanto eloquentemente.
Perocchè altri oratori avevano declamato il loro sermone come un salmo
che avessero imparato a memoria. E per lungo tempo suonarono le lodi
di frate Ugo e della sua predica, e, in grazia di lui, crebbe la buona
opinione e la reverenza per tutto l'ordine de' Minori. Io l'ho udito
predicare un'altra volta al popolo nella Provenza, vicino al Rodano,
a Tarascon[118], e a quella predicazione vi fu immenso concorso di
nomini e donne di Tarascon e di Beaucaire[119], che sono due bellissimi
castelli l'uno di fronte all'altro sulle due opposte rive del Rodano.
In ciascuno de' due castelli vi è un convento di frati Minori. A quella
predicazione vi ebbe anche numerosa affluenza d'uomini e donne sin di
Avignone e di Arles. E parlò loro, come ho udito io coi miei orecchi,
non vuote ciancie, ma parole piene di utili insegnamenti, che, per
la dolcezza dell'animo e il calore e la forza del convincimento che
le inspirava, scendevano a toccare il cuore. Egli era stimato come
un profeta........ Sarebbe ridicolo assai ch'io non volessi credere
che altri non sia Vescovo, o Papa, perchè nol sono io... Vi era anche
alla Corte del Conte di Provenza un maestro Rainero da Pisa, che si
spacciava per filosofo universale, e confondeva per modo i notai, i
medici, e i giudici della Corte che nessuno poteva ivi più salvare la
propria riputazione. Esposta dunque a frate Ugo la loro inquietudine,
lo pregarono di andare in loro soccorso, e difenderli da quel molesto
avversario. Ai quali frate Ugo rispose: Fissate col Conte un giorno per
una disputa in palazzo, e insieme col Conte vi si trovino cavalieri,
cittadini cospicui, giudici, notai e fisici; e disputate secolui, e
il Conte mandi in cerca di me; e mostrerò e proverò a quel maestro
ch'egli è un asino, e che il cielo è una padella. Tutto fu pronto; e lo
inviluppò così, e così gli chiuse la bocca, che si vergognò di essere
nella Corte del Conte, e, senza salutare alcuno, scappò via, nè osò più
mai ivi dimorare, non che presentarsi. Perocchè null'altro era che un
acuto sofista, e credeva di intricare tutti co' suoi sofismi. Liberò
pertanto frate Ugo da un soverchiatore quei meschini che non avevano
alcun aiuto, e perciò baciavano mani e piedi al loro liberatore. E
qui conviene si noti che questo Conte di Provenza è chiamato Raimondo
di Berengario; ed era bell'uomo, benevolo ai frati Minori, e padre
della Regina d'Inghilterra e della Regina di Francia, ed una terza sua
figlia era moglie del fratello del Re d'Inghilterra, ed una quarta era
moglie di Carlo fratello del Re di Francia, dalla quale ricevette la
Contea di Provenza. Nella Provenza poi vi è un castello molto popolato
tra Marsiglia e Ventimiglia, ossia Nizza a mare, lungo la strada che
mena a Genova, dove si trovano aie per fare il sale, e quindi prende
nome da queste aie. Ivi abita gran numero d'uomini e di donne che
fanno penitenza nelle loro case in abito secolare, e sono devoti assai
ai frati Minori, e ascoltano volentieri le loro prediche. I frati
Predicatori, ivi non hanno convento, perchè si dilettano e vogliono
la consolazione di stare soltanto in monasteri grandiosi, e non ne'
piccoli. In questo castello il più del tempo abitava frate Ugo. Ivi
erano molti notai e giudici, e medici e letterati che ne' giorni di
solennità avevano loro comvegno alla cella di frate Ugo per udirlo
parlare della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ed insegnare e spiegare
i misteri della Sacra Scrittura, e predire il futuro. Perocchè era
un tenacissimo Gioachimita, e possedeva tutti i libri dell'Abbate
Gioachimo. Ed anch'io una volta vi intervenni per udire come frate Ugo
esponeva quella dottrina, di cui anche prima, quando io era a Pisa,
aveva udito già un'altra esposizione fatta da un Abbate dell'Ordine
di Flora, che era un vecchietto e santo uomo, il quale per timore che
l'Imperatore desse alle fiamme il convento ov'egli abitava, che era
tra Lucca e Pisa, sulla strada che va a Luni[120], aveva collocato,
come in luogo sicuro nel convento di Pisa, tutti i libri pubblicati da
Gioachimo, e che egli possedeva. Poichè egli credeva che in Federico
a quel tempo si dovessero adempire tutti i misteri, perchè era in
discordia vivissima colla Chiesa. Anche frate Rodolfo di Sassonia,
lettore a Pisa, che era un logico stringente, un insigne teologo ed
un impareggiabile disputatore, smesso lo studio della teologia per
meditare su que' libri dell'Abbate Gioachimo, che erano depositati
nel nostro convento, divenne passionatissimo Gioachimita. Ed anche
quando il Re di Francia era sulle mosse per andare in Terra Santa,
ed io mi trovava nel convento di Provins[121], erano ivi due frati,
che professavano tutte le dottrine di Gioachimo, e che con ogni loro
potere tentavano di farmele abbracciare. Uno era di Parma e si chiamava
frate Bartolomeo Guiscolo; uomo cortese, dedito onninamente alle cose
dello spirito, oratore eminente, Gioachimita, e di parte imperiale.
Fu una volta guardiano del convento di Capua. In ogni sua cosa era
spigliatissimo; e morì in un capitolo generale convocato a Roma. Da
secolare insegnò grammatica; frate, scrisse, miniò, insegnò e fece
tante altre cose. In vita sua fece prodigi, ed in morte operò miracoli
ancor maggiori. E di vero quando l'anima sua si sciolse dal corpo, i
frati che erano presenti, videro meraviglie da restarne stupefatti.
L'altro era Gherardino da Borgo S. Donnino[122], che fu allevato in
Sicilia, e insegnava grammatica; giovane morigerato, onesto e buono,
eccessivo soltanto nella tenacità con cui seguiva irremovibilmente le
opinioni e gli insegnamenti di Gioachimo. Questi due mi sollecitavano
ad aver fede nelle scritture dell'Abbate Gioachimo, e a studiarle, e ne
possedevano l'esposizione su Geremia ed altre opere. E stando appunto
allora il Re di Francia in fare i preparativi per andar oltremare
con un esercito di crociati, eglino lo motteggiavano e lo deridevano
dicendo che la impresa gli sarebbe andata male, come poi dimostrò
l'evento; e mi facevano vedere così star scritto nell'esposizione di
Gioachimo sopra Geremia, e perciò doversi aspettare che s'adempisse.
E, leggendosi per tutta la Francia nella messa conventuale d'ogni dì
il salmo: _Oh! Dio le nazioni sono entrate nella tua eredità_ ecc.
eglino parimente mettevano questa sentenza in beffa, e dicevano:
È necessità che si effettui ciò che dice la Scrittura, che ha ne'
Treni 3º: _Tu hai distesa una nuvola attorno a te perchè l'orazione
non passasse_; perocchè il Re di Francia sarà fatto prigioniero, e i
Francesi saranno disfatti, e molti periranno di pestilenza. E perciò
questi due vennero in odio ai frati Francesi, i quali rispondevano
che queste cose si erano verificate nelle crociate precedenti. Eravi
anche contemporaneamente a noi nel convento di Provins frate Maurizio
lettore, bell'uomo, nobile e letterato distinto, che da scolare aveva
fatto studi a Parigi, e da frate aveva fatto un corso di studi di otto
anni. Costui era del territorio di Provins, essendochè in Francia i
nobili dimorano nelle loro ville e castella, e i borghesi nelle città.
Provins poi è nobile castello della Sciampagna distante da Parigi
venticinque leghe. Questo frate Maurizio adunque, che da poco era
diventato mio amico, m'andava dicendo: Frate Salimbene, non aggiustar
fede a questi Gioachimiti, perchè essi turbano la coscienza dei loro
confratelli colle loro dottrine; piuttosto aiutami a scrivere, ch'io
voglio provarmi a fare un buon libro di precetti che sia utile a
predicare. Allora i Gioachimiti si separarono spontaneamente; ed io
andai ad Auxerre[123]; frate Gherardino al convento di Sens[124]; frate
Ghirardino fu mandato a Parigi a studiare per missione della provincia
di Sicilia, alla quale era stato destinato. A Parigi dunque studiò
quattr'anni, e commise una follia, componendo un libello, divulgandolo
e distribuendolo ai frati più ignoranti. Di questo libello parlerò
di nuovo, quando scriverò di Papa Alessandro 4º, che lo proibì. E
siccome per quel libello furono mossi rimproveri all'Ordine sì a
Parigi che altrove, il prenominato Bartolomeo, che ne era l'autore,
fu sospeso dall'ufficio di lettore, di predicatore, di confessore
e da ogni altra incombenza che poteva legittimamente esercitare
nell'Ordine. E perchè non volle venire a rescipiscenza e riconoscere
la sua colpa, ma perdurò ostinato e procace nella sua pertinacia
e contumacia, i frati Minori lo misero in prigione ai ceppi, e lo
sostentavano del pane della tribolazione e dell'acqua dell'angustia.
Quel miserabile neppur per questo volle rimuoversi dal proposito
della sua ostinazione, e morì piuttosto in carcere, e fu privato dalla
sepoltura ecclesiastica, sotterrato in un angolo dell'Orto. Sappiano
dunque tutti che nell'Ordine de' frati Minori si applica il rigore
della legge contro i trasgressori della Regola; nè si deve imputare a
tutto l'Ordine la stoltizia di uno solo. L'anno poi 1248 trovandomi
a Ieres[125] con frate Ugo, ed accortosi egli ch'io lo interrogava
con viva passione intorno alle dottrine dell'Abbate Gioachimo, e che
avidamente io ne udiva parlare, e ne aveva piacere, un dì mi disse: Ne
sei tu infatuato di queste dottrine, come altri che ne sono seguaci?
E in realtà da molti sono stimate follie. Perocchè quantunque l'Abbate
Gioachimo fosse un sant'uomo, tuttavia ha tre cose, nelle quali bisogna
contrastargli. Primo fu la proibizione del suo opuscolo, che pubblicò
contro il maestro Pietro Lombardo, nel quale lo chiamò eretico e
pazzo, come ho scritto in altra cronaca. All'Abbate Gioachimo pareva
che Pietro Lombardo ammettesse la quaternità nella Trinità, dove dice:
_Poichè è un tutt'insieme il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo,
e quell'insieme non è nè generante, nè generato, nè procedente._
Onde l'Abbate Gioachimo deduce che Pietro Lombardo trovava in Dio
non solo una Trinità, ma una quaternità, cioè tre persone distinte,
e di più quella essenza di tutte tre le persone unite, che quasi ne
formavano una quarta. Ma di questa quistione ne ho parlato in un'altra
cronaca più breve, come sta ne' Decretali, nella quale notai anche
otto punti, ne' quali il maestro Pietro Lombardo nelle sue sentenze è
caduto in errore. Guarda nella cronaca «_Delle similitudini e degli
esempi, dei simboli e delle figure, e dei misteri del vecchio e del
nuovo testamento._» Seconda cosa per cui non si doveva aggiustar fede
all'Abbate Gioachimo, fu la predizione delle tribolazioni future....
La quale fu cagione che i Giudici uccidessero i profeti. Perocchè gli
uomini carnali non ascoltano volontieri chi parla delle tribolazioni
future. Ed è perciò che l'Abbate Gioachimo quando tenne parola delle
tribolazioni, soggiunse: «Queste cose non le credono coloro a cui
l'ambizione ha ottuso il cuore; non vogliono che perisca il regno del
mondo quelli a cui rifugge l'animo dal sopportare il giogo, che conduce
al regno del cielo; nè che finisca l'impero degli Egiziani, coloro che
non si affrattellano cogli abitatori di Gerusalemme.» Terza cagione,
per cui non si possono condividere tutte le opinioni dell'Abbate
Gioachimo, furono i suoi seguaci, i quali vollero anticipare i termini
da lui indicati. E di loro disse: Ho timore che mi accada quello per
cui il Patriarca Giacobbe si lamentava de' suoi figli, dicendo Genesi
34º ecc. Nè l'Abbate Gioachimo fissò alcun termine certo, quantunque a
taluno paia che sì; ma accennò soltanto più termini, dicendo: «Iddio
può mostrare ancora più chiaramente i suoi misteri; e lo vedranno
coloro che sopravviveranno a noi.» Quando poi vidi che nella cella di
frate Ugo si univano giudici e notai, fisici e letterati per udirlo
esporre le dottrine dell'Abbate Gioachimo, mi ricorse alla memoria
il fatto di Eliseo, di cui si legge nel libro dei Re 6.º _Eliseo
sedeva nella sua casa, e i vecchi sedevano con lui_. In que' giorni
giunsero due Gioachimiti dal convento di Napoli; l'un de' quali si
chiamava frate Giovanni di Francia; l'altro frate Giovannino Pigolino
di Parma, cantore napoletano. Eglino vennero a Jeres per vedere frate
Ugo e udirlo parlare di queste dottrine. Sopravvennero anche due frati
Predicatori reduci da un loro capitolo generale celebratosi a Parigi,
chiamati l'uno frate Pietro di Puglia, lettore nel convento del loro
Ordine a Napoli, uomo di lettere ed oratore esimio, ed aspettava il
momento di imbarcarsi, perchè non avevano in quel paese un convento
del loro Ordine. A costui un dì dopo il pranzo disse frate Giovannino
cantore napoletano, che lo conosceva davvicino: Frate Pietro, che ve
ne pare della dottrina dell'Abbate Gioachimo? A cui rispose: Mi curo
tanto di Gioachimo e della sua dottrina, come della quinta ruota del
carro. (Anche Gregorio in un'omelia sopra Gioachimo al luogo che dice:
_Vi saranno segnali nel sole, nella luna e nelle stelle_, credette che
fosse imminente la fine del mondo, perchè al suo tempo erano arrivati
i Longobardi, e distruggevano ogni cosa). Andò dunque subito frate
Giovannino alla cella di frate Ugo, e alla presenza del più volte
nominato uditorio, gli disse: È qui un certo frate Predicatore, che
non crede nulla di questa vostra dottrina. A cui frate Ugo rispose: Che
importa a me se non crede? Disgrazia sua: Egli se ne accorgerà quando
la discussione aprirà l'intelletto a chi ascolta: tuttavia chiamatelo
a disputare con me, e vedremo di che dubiti. Invitato adunque andò,
ma a malincuore, tanto perchè stimava poco Gioachimo, quanto perchè
giudicava che in quel convegno nessuno potesse stare al pari di lui in
letteratura e nella scienza delle Sacre Scritture. Vedendolo pertanto
frate Ugo, gli rivolse subito la parola dicendo: Se' tu colui che ha
dubbii intorno alla dottrina di Gioachimo? Quell'io, rispose frate
Pietro. A cui frate Ugo domandò: Leggestu mai Gioachimo? E frate
Pietro: L'ho letto, e letto bene. E frate Ugo di rimando: Credo che tu
l'abbia letto come una donnetta legge il salterio, che giunta al fine
ignora, o non ricorda ciò che abbia letto in principio. Così molti
leggono e non intendono, o perchè non tengono in pregio le cose che
leggono, o perchè s'è indurato il loro cuore insipiente. Or dimmi che
cosa ti piaccia udire intorno agli insegnamenti di Gioachimo, affinchè
io sappia di che vai dubbiando. E frate Pietro disse: Vorrei che tu
mi provassi con Isaia alla mano, come pretende insegnar Gioachimo,
che la vita di Federico debba terminare a settant'anni, mentre vive
ancora; e come non possa morire che per mano di Dio, cioè di morte
naturale, e non violenta. A cui rispose frate Ugo: Volentieri il farò;
ma ascolta con pazienza, e non con esclamazioni e cavilli; perocchè
in questa dottrina è necessario che colui, che le si inizia, abbia
fede. L'Abbate Gioachimo fu un sant'uomo, e dice che le cose da lui
predette gli furono rivelate da Dio a vantaggio degli uomini, secondo
il verbo che è scritto ecc. Della santità poi di Gioachimo, oltre
ciò che si legge nella sua biografia, te ne posso recare innanzi una
splendida prova, la quale dimostra la sua somma pazienza. Prima di
essere Abbate, quando era ancora un infimo fraticello, sdegnato il
refettoriere contro di lui, per un anno intero mise nel fiaschetto di
lui a tavola acqua per vino da bere, volendolo sostentare col pane
della tribolazione e coll'acqua delle angustie; e questa punizione
tollerò pazientemente sebbene ingiusta, e non reclamò. Sedendo sulla
fine dell'anno a mensa presso l'Abbate, questi gli disse: Perchè bevi
vino bianco, e non me ne dai? È questa la tua cortesia? A cui il santo
Gioachimo rispose: Io, o Padre, aveva vergogna a profferirvene, perchè
_il mio secreto sta in me_. Allora l'Abbate prese la coppa di lui
e assaggiò, ma s'accorse che era un cattivo cambio. E avendo bevuto
acqua, e non convertita in vino, disse: Che è l'acqua, se non acqua?
E dimandogli: E col permesso di chi, usi tu questa bevanda? Padre,
rispose Gioachimo, l'acqua è bevanda sobria, che non lega la lingua,
che non dà il capogiro, nè la parlantina. Avendo poi l'Abbate saputo
in capitolo che questa era un'ingiusta punizione ed una vendetta
impostagli dalla malignità e da rancore del refettoriere, voleva
espellerlo dall'Ordine, ma Gioachimo si prostrò ai piedi dell'abbate
e tanto ne lo pregò, che risparmiò a quel converso l'espulsione.
Tuttavia lo biasimò e lo rimbrottò acremente e duramente, dicendo:
Perchè tu non hai fatto nel servizio ciò che è di regola, ti do in
penitenza di non bere per tutto un anno intero che acqua, come tu hai
fatto ingiustamente bere al tuo prossimo e confratello. Che poi la
vita dell'Imperatore Federico termini, secondo Isaia, come tu trovi ove
parla della ruina di Tiro, nota che in queste parole l'Abbate Gioachimo
per la terra de' Caldei prende ed intende l'Impero Romano; per Assur,
lo stesso Imperatore Federico; per Tiro, la Sicilia; per i giorni
di un sol Re, tutta la vita di Federico: per i settant'anni, intende
il periodo della vita fissato da Merlino. Che poi Federico non debba
morire per mano d'uomo, ma soltanto per opera di Dio, così dice Isaia
31º ecc. E, aggiunse frate Ugo, queste cose ebbero il loro adempimento
in Federico, specialmente presso Parma, quando fu messo in rotta e
fuga dai Parmigiani, e la sua città di Vittoria fu rasa al suolo; e i
Principi e i Baroni del suo Impero, più volte hanno voluto ucciderlo
ma non hanno potuto. Udendo frate Pietro queste cose, sorrise e disse:
queste cose puoi contarle a chi ti crede, ma non potrai indurre me
a crederle. E frate Ugo soggiunse: E perchè? Non credi ai profeti? E
frate Pietro: veramente ai profeti io credo: ma dimmi se questo che
tu di',sia il concetto principale del profeta, o il secondario, o se
sia un concetto estorto dal principale e tradotto ad altro senso, e in
qualche modo applicato all'Imperatore. A cui frate Ugo rispose: Ottime
osservazioni; epperciò ti dico che se n'è fatta applicazione, come
quando nel giorno dei Santi Gervaso e Protaso si canta l'introito: _Il
Signore parla la pace in mezzo al suo popolo_ ecc. perchè nella festa
di questi Santi fu conchiusa la pace tra la Chiesa e i Longobardi.....
A quanto s'è detto possiamo ancora aggiungere: Noi vediamo che della
mano sinistra, oltre al comune uso, conosciuto anche dagli idioti e
illetterati, se ne fa un uso moltiplice. Perocchè essa serve a notare
il numero, e al numerare, all'arte musicale, al calendario, al numero
d'oro, e alla determinazione del giorno di Pasqua. Similmente nella
divina Scrittura, oltre il senso letterale e storico, si trova anche
un concetto allegorico, anagogico, tropologico, morale e mistico; e
perciò è stimata più feconda e più nobile che se fosse ristretta ad un
solo senso, e servisse ad un solo concetto. Lo credi vero tutto questo,
disse Ugo, o dubiti ancora? E frate Pietro: Credo, e queste stesse cose
ho insegnate più volte, perchè sono dette dai dottori; ma vorrei che
con più convincenti ragioni mi argomentassi dei settant'anni, che Isaia
indica sotto la figura di Tiro. Frate Ugo rispose: Quelle cose che
Merlino, indovino Inglese, predisse di Federico I., di Enrico figlio
di lui, e di Federico II. figlio dell'Imperatore Enrico, hanno tutta
l'apparenza del vero. Ma smettiamo di andar divagando, e ritorniamo là
d'onde mosse a principio la nostra disputa. Pognamo dunque i quattro
termini di numeri fissati da Merlino[126] parlando di Federico II. Il
primo de' quali lo fissa, dicendo: _In trentadue anni cadrà._ Il che
si può intendere a partire dalla sua incoronazione sino alla morte,
perchè fu imperatore trent'anni e undici giorni, e non si credeva ancor
morto; e doveva essere così affinchè si verificasse il vaticinio della
Sibilla, che dice: _Volerà fama tra le nazioni: vive e non vive._ Il
secondo termine di Merlino è: _Vivrà nella sua prosperità settantadue
anni_; il che come sia per verificarsi, vedranno i posteri ed i
superstiti, poichè Federico vive tutt'ora. Il terzo termine di Merlino
è: _E due volte quinquagenario sarà trattato con ogni deferenza._ Il
che non si deve intendere per due volte cinquanta, sicchè arrivi al
centinaio, ma per cinquanta più due, cioè cinquantadue anni. Il qual
numero si verifica a partire dal giorno delle nozze di sua madre sino
al diciottesimo anno del suo Impero, che fanno cinquantadue anni a
punto. Intorno a che si ha: L'imperatore Federico I diede moglie a suo
figlio Enrico, Costanza figlia del Re di Sicilia, che, ancor nubile,
aveva trent'anni d'età, ed Enrico ne aveva ventuno. E le nozze si
celebrarono a Milano l'anno 1185, diciasettesimo del suo regno. E nota
che diventò Re a quattro anni d'età, e fu coronato Imperatore il 1191.
E Federico figlio di Enrico fu coronato Imperatore nel 1220. Il quarto
termine di Merlino intorno a Federico è: _E diciott'anni dopo la sua
incoronazione terrà la Monarchia vincendo l'invidia._ Questo ha avuto
il suo adempimento in Papa Gregorio 9º, col quale si ruppe al segno
che questi lo scomunicò, e, dopo, contro la volontà del Papa e de'
Cardinali, e de' Principi del regno, fu Imperatore. Udendo queste cose,
frate Pietro cominciò a parlare ambiguo, dicendo: _Molti cibi vi sono
nel campo de' Padri; ed un cibo è migliore dell'altro._ A cui frate
Ugo rispose: Non alterare la Scrittura, ma le autorità riportale come
stanno nel testo. Perocchè tu ommettesti l'ultima parte del versetto
incominciato e la prima del susseguente. Ripetila dunque come la disse
il Savio ne' Proverbii 13.º Udendo ciò, frate Pietro fece come usano
alcuni, i quali allora che in una disputa non si reggono, passano agli
insulti, e disse: Sarebbe da eretico addurre come argomento la parola
degli infedeli; e parlo di Merlino, della cui autorità ti servisti.
Frate Ugo sentissi provocato, e di rimando rispose: Tu menti; e proverò
che hai più volte mentito. Ciò che sta scritto di Balaam e di Elia, e
di Caifa, e della Sibilla, e di Merlino, e di Metodio non è appuntato
dalla Chiesa. A ciò si può applicare ciò che dice il poeta:
_Non rosa da spinas, quamvis sit filia spinæ;_
_Nec violæ pungunt; nec paradisus obest_
Figlia di spin la rosa
Spine giammai non rende;
Nè la violetta ascosa
In modo alcuno offende,
Nè mai del paradiso
Dolor conturba il riso.
Vuol dire il Signore, ed anche il poeta, che il buono, il vero,
l'utile non è da disgradare, sia pure che venga insegnato da un cattivo
dottore..... Così comincia un poeta volendo lodare un suo opuscolo:
_Utilis est rudibus præsentis cura libelli,_
_Et facilem pueris præbet in arte viam,_
Questo libretto, a chi non sa, dimostra
La via che mena dritto all'arte nostra.