Nel detto giorno i Parmigiani tutti, militi e popolani, pronti in

armi per la battaglia uscirono dalla città, e con loro le donne,

i ragazzi, le fanciulle, i giovani, le donzelle, i vecchi e gli

imberbi; e cacciarono, virilmente pugnando, l'Imperatore da Vittoria,

e sconfissero l'innumerevole sua fanteria e cavalleria; e grande

fu la strage che se ne fece, e il numero de' prigionieri che se ne

condusse a Parma; liberarono i Parmigiani che l'Imperatore aveva

prigionieri a Vittoria; trassero a Parma il carroccio de' Cremonesi,

che era pure a Vittoria, e lo posero a trionfo nel Battistero. E

quelli che avevano in uggia i Cremonesi per offese da loro ricevute,

come i Milanesi, i Mantovani e non pochi altri, quando venivano a

visitare il nostro Battistero, e vedevano il carroccio de' loro nemici,

strappavano e portavan seco per isfregio e per ricordo le tappezzerie

che ornavano Berta, chè tal era il nome del detto carroccio; sicchè

col tempo rimasero solo le ruote e il letto del carro sul pavimento,

e l'asta dello stendardo ritta e appoggiata al muro. Così pure i

Parmigiani fecero bottino e preda di tutto il tesoro dell'Imperatore,

che era ricco d'oro, argento, pietre preziose, vasi e indumenti; e

s'impossessarono di tutti i suoi ornamenti, di tutta la suppellettile

e sino della corona imperiale, che era di gran peso e valore, tutta

d'oro, tempestata di pietre preziose, cesellata e con figure a

rilievo....... Era grande come un'olla; tenevala più a simbolo, a pompa

e come tesoro, che quale ornamento del capo; perchè, messa sul capo

senza adatti limbelli trasversali fermi sul cerchio, avrebbe chiusa

dentro di sè tutta la testa appoggiandosi sulle spalle. Ed io lo so,

chè la ho avuta in mano, quando si custodiva nel Duomo di Parma. Questa

corona la trovò un ometto di piccola statura, chiamato a derisione

Passocorto, perchè era piccino, e la portava per le pubbliche vie in

mano, come si porta un vaso, per mostrarla a chi la voleva vedere,

come trionfo della riportata vittoria, ed a sempiterna ignominia

di Federico. Perchè tutto ciò che uno poterà trovare era suo; nè

alcuno osava toglierlo a lui. E, cosa singolare, in tanta avidità di

ricerca, non si ebbe a deplorare alcuna contesa, nè fu udita parola

offensiva. Quella corona la comprarono poi i Parmigiani da quel loro

concittadino, e gliela pagarono duecento lire imperiali, colla giunta

di un caseggiato presso la chiesa di S. Cristina, ove era in antico

la guazzatoia de' cavalli. E fecero poi legge che chiunque possedesse

alcun che de' tesori di Vittoria, metà fosse sua, e metà del Comune.

Ed i poveri si arricchirono molto delle spoglie di un Principe tanto

dovizioso. Gli oggetti personali dell'Imperatore, e d'uso della guerra,

come il padiglione e simili, li ebbe il Legato Gregorio di Montelungo.

Le immagini e le reliquie, che l'Imperatore aveva, furono collocate

a custodia nella sacristia della chiesa maggiore dedicata alla beata

Vergine. Perocchè, quantunque vi fossero altri guerrieri a debellare e

cacciar in fuga l'Imperatore, pure dessa fu che col suo braccio operò

come quella donna Ebrea, che scatenò lo scompiglio nella magione di

Re Nabuccodonosor. Duci dell'esercito furono il Legato Gregorio di

Montelungo, uomo saggio ed esperto in molte cose; e Filippo Visdomini

Piacentino, personaggio di probità distinta e di valore, allora Podestà

di Parma, come ho detto in altra cronaca, in cui parlai delle dodici

scelleratezze dell'Imperatore Federico. E sappiano i posteri, che dei

tesori, che si trovarono a Vittoria, pochi ne rimasero a Parma; atteso

che mercanti accorsi da diverse parti li comprarono e li ebbero a buon

mercato e li esportarono; cioè vasi d'oro e d'argento, gemme, perle,

margherite, pietre preziose, indumenti di porpora e di seta, ed ogni

sorta di roba che serve ad uso e ad ornamento delle persone. E si sa

che molti altri tesori in oro, argento e pietre preziose sotterrati

in orci, cassette e sepolcri restarono nel luogo ove sorgeva la città

di Vittoria, ma non si conosce ove sieno sepolti. Ed è notabile che

quando i mercanti comprarono il ricco bottino che i Parmigiani fecero a

Vittoria, si adempì quel detto de' Proverbi ecc. E noto per giunta che

dopo lo smantellamento di Vittoria, tutti i proprietarii riconobbero

sì chiaro il luogo ove ciascuno aveva la sua vigna, che non ebbe a

sorgere tra loro contesa o lite di sorta. Così quando Federico fu

cacciato in fuga dai Parmigiani si verificò la sentenza biblica dei

Proverbii 10º.: _Come il turbine passa via di subito, così l'empio non

è più_. E perchè? _Perchè l'empio è espulso dalla sua malignità_. Di

fatto in pieno concilio a Lione lo depose dall'Impero Papa Innocenzo IV

l'anno 1245. Inoltre è da sapere di Federico che dopo la distruzione

di Vittoria, e dopo ch'egli ebbe fatte tutte quelle altre cose ch'io

narrai in altra cronaca, ritornossene in Puglia, d'onde meglio per lui

se non fosse tornato indietro, e non avesse mosso guerra ai Lombardi.

Daniele IIº...... questo si può appropriare a Corrado figlio di

Federico, che sopravisse pochi giorni al padre, e morì di un clistere

avvelenato. Quello poi che segue: _E starà in luogo di lui lo sprezzo_,

può applicarsi a Manfredi, che nacque illegittimo da una figlia d'una

sorella del Marchese Lancia e dall'Imperatore, che poi la sposò in

punto di morte. E quel che si aggiunge: _Non gli saran fatti onori

da Re_ ebbe suo adempimento quando Re Carlo lo uccise in battaglia.

Ciò poi che, più sopra, Daniele disse di Federico: _E farà cessare il

principe del suo vitupero_, si può attribuire a Papa Innocenzo IV,

che per timore di Federico lasciò Roma e pose sua stanza a Lione. E

fu veramente il Principe del suo vitupero, perchè in pieno concilio a

Lione lo spodestò dell'Impero. Quello poi che segue: _E il suo vitupero

si rivolgerà contro lui stesso_, questo lo vedemmo verificato noi

co' nostri occhi. Or mi ricorda di quelle cose, che ho ommesse nella

rubrica dell'anno passato, perchè l'animo mio era tutto e solo intento

a scrivere di quanto riguardava Federico. Ma meritando di essere

raccontate, e avendo promesso di farlo ai molti, che me ne fanno ressa,

non è bene ch'io manchi alla mia parola, e per cagione mia rimangano

ignorate. L'anno dunque 1247 partii da Parma e andai a Lione, ove

parlai in famigliarità con Papa Innocenzo IV in sua camera. Dopo la

festa d'Ogni Santi poi incominciai il mio viaggio per la Francia[98],

e lo stesso dì in cui giunsi al primo convento di frati Minori che

s'incontra dopo Lione, arrivò colà frate Giovanni da Magione[99],

reduce dalla Tartaria, ove era andato per missione di Papa Innocenzo

IV. Frate Giovanni era uomo socievole, letterato, oratore facondo,

destro in molte cose, ed una volta fu ministro Provinciale nell'Ordine.

Egli mostrò a me e ad altri frati una coppa di legno, che aveva portata

da regalare al Papa, nel fondo della quale eravi il ritratto di una

bellissima regina, non dipintovi, o impressovi con altro artificio, ma

formatovisi per influenza di una costellazione. E se anche cento volte

la si fosse segata a sottilissimi strati, avrebbe pur sempre mostrato

lo stesso ritratto. E perchè a taluno non paia questa cosa incredibile,

lo possiamo assicurare con un altro fatto, e provarne la credibilità.

Infatti l'Imperatore Federico donò in Puglia ai frati Minori una

chiesa vetustissima, diroccata e da tutti abbondanata; e nell'area,

dove prima era l'altare, era cresciuto un noce di smisurata grossezza

che, segato longitudinalmente, presentava in ogni tavola la figura

di nostro Signor Gesù Cristo; e se cento volte tu l'avessi risegato,

cento volte avrebbe ripresentato tale figura. Il che in vero è avvenuto

per miracolo, essendo cresciuto il noce in quel luogo, nel quale si

rinnovava la passione dell'immacolato Agnello nell'ostia salutare, e

nel venerabile sacrifizio; tuttavia alcuni sono di fermo parere che

ciò possa anche essere effetto dell'influenza di una costellazione.

Inoltre lo stesso frate Giovanni ci disse che portava a regalare al

Papa una bellissima cappella, e per cappella intendeva il complesso

degli indumenti pontificali, che occorrono a celebrare la messa nelle

solennità. Disse pure a noi frate Giovanni, che, per arrivare sino

alla residenza del gran Signore dei Tartari, aveva durato gran fatica,

e aveva patito di fame, di freddo, e di caldo. Disse finalmente che

que' popoli si chiamano Tattari, non Tartari; che mangiano carne di

cavallo, e bevono latte di asina; che vide colà gente d'ogni nazione

che è sotto il padiglione del cielo, eccetto che di due; che non gli fu

permesso presentarsi all'udienza del gran Signore dei Tattari, se non

vestito di porpora; che fu accolto da lui e trattato onorificamente,

con gentilezza e cortesia; e che gli domandò quanti erano i dominatori

dell'Occidente. Al che rispose che due: cioè il Papa e l'Imperatore, e

che tutti gli altri ricevevano i loro poteri da questi due. Poi volle

sapere quale dei due fosse il più potente. E frate Giovanni, detto che

il Papa, tirò fuori una lettera credenziale del Papa stesso, e gliela

diede. Dopo averla fatta leggere, disse che avrebbe scritta anch'egli

una lettera di risposta al Papa, e la darebbe a lui da consegnare:

come poi fece. Questo frate Giovanni scrisse un grosso libro sui

costumi dei Tartari, e intorno a tante altre mirabili cose del mondo,

che co' proprii occhi aveva vedute. Ed, ogni volta che gli gravava

riparlare delle costumanze dei Tartari, faceva leggere quel libro, come

molte volte ho udito io e veduto. E quando gli uditori ne restavano

meravigliati, o non intendevano, esso faceva l'esposizione e la

spiegazione d'ogni cosa non intesa, o poco creduta. Da quel libro non

trassi copia di nulla, tranne che della lettera suaccennata, perchè io

non aveva tempo di scrivere. E la lettera era del tenore seguente:

=Lettera del Signore dei Tattari a Papa Innocenzo IV.=

_La Fortezza di Dio, l'Imperatore di tutti gli uomini manda al Gran

Papa questa lettera autentica e vera. Tenuto consiglio intorno

al modo di aver pace con Noi, Tu Papa, e Voi tutti, o Cristiani,

mandaste a Noi un Vostro ambasciatore, siccome da lui stesso

sapemmo, e stava scritto nella Vostra lettera. Se dunque desiderate

vivere in pace con Noi, Tu, Papa, e Voi tutti, Re e Monarchi, non

tralasciate per nulla di recarvi da Me, per definire i patti della

pace, e allora udirete la Nostra risposta, e nello stesso tempo

conoscerete la Nostra volontà. Tra l'altre cose la Tua lettera dice

che Noi dobbiamo ricevere il battesimo e farci cristiani. A che con

poche parole rispondiamo di non intendere perchè dobbiamo abiurare

la Nostra fede. Ad un'altra cosa, che si legge nella Tua lettera,

cioè che Ti meravigli di tanta strage d'uomini specialmente

cristiani, e principalmente di Polacchi, di Moravi e di Ungheresi,

parimente rispondiamo di non intendere neppur questo. Tuttavia

perchè non paia che non si voglia neppure parlare di questa accusa,

per risposta Ti diciamo che non obbedirono nè alla parola scritta

di Dio, nè agli ordini di Cuinis-Kan e Kan; che anzi, consigliatisi

in una numerosa assemblea, ne uccisero i rappresentanti. Perciò

Iddio comandò di sterminarli, e li pose nelle Nostre mani.

Altrimenti se ciò non avesse comandato Iddio, che avrebbe potuto

fare un uomo ad un altro uomo? Ma Voi, uomini d'Occidente, Voi

credete d'essere i soli cristiani e tenete in dispregio gli altri

Ma come mai potete conoscere a chi Iddio siasi degnato di conferire

la sua grazia? Noi adorando Dio, colla fortezza di Dio sterminammo

ogni terra dall'oriente sino all'occidente, e se questa forza

non ci venisse da Dio, che mai avrebbero potuto fare gli uomini?

Però se Voi deponete le armi, e volete consegnare a Noi le Vostre

fortezze, Tu, o Papa, insieme con tutti i Re del cristianesimo,

affrettatevi di venire da Me, chè tratteremo di pace; e allora

conosceremo che effettivamente volete pace con Noi. Se poi non

darete ascolto nè alla parola di Dio, nè alla Nostra lettera, nè

ai Nostri consigli, allora si mostrerà chiaro che con Noi volete

guerra. Che cosa sia per avvenire poi dopo, Noi non lo sappiamo:

Iddio solo lo sa. — Cuinis-Kan[100] primo Imperatore — secondo

Thaday-Kan — Terzo Tujuk-Kan(?)_

Nulla più era scritto nella lettera del signore dei Tattari mandata

al Papa. E qui si noti che questa infelice Italia prima la invasero i

Vandali, che vennero dall'Africa e trassero seco prigioniero Paolino

vescovo di Nola, di cui parla ampiamente il beato Gregorio nel

principio del 3º libro _Dei dialoghi_. Secondi le piombarono sopra

gli Unni, il cui Re era Attila flagello di Dio, che venne nell'anno

medesimo del pontificato di Leone I. Papa, e distrusse Acquileia, la

prima città che incontrasse in Italia. E tutta l'Italia e Roma avrebbe

messo a sacco e a fuoco, se Papa Leone non avesse osato corrergli

contro, e coll'aiuto della destra di Dio non avesse ottenuto di

fiaccarne l'orgoglio e ricacciarlo in Ungheria. Tale era Leone I, il

quale a giudizio dell'abbate Gioachimo, si rassomiglia a Giosafatte Re

di Giuda (Vedi libro _Delle Figure_, e il libro _Delle Concordanze_ di

Gioachimo). Terzi a invadere e devastare l'Italia furono i Goti, de'

quali parla in un dialogo il beato Gregorio. E molti Re Goti regnarono

in Italia, tra' quali fu grandissimo Teodorico in Ravenna; tanto che,

quando insorgevano discordie per l'elezione del Papa, sin da Roma si

veniva a Ravenna per domandarne a lui consiglio ed aiuto. Egli fece

erigere a Ravenna la chiesa dei Goti; e si vede ancor oggi in quella

città la torre del suo palazzo[101]. Fece fabbricare anche la chiesa

di S. Martino in cielo d'oro[102], che ora si chiama di S. Apollinare

nuovo, perchè vi fu trasportato dalla città di Chiassi[103] il corpo

del ridetto Santo. Fondò anche fuori di Ravenna la chiesa di S. Maria

Rotonda, che è coperta da una pietra di un sul pezzo. Ivi egli fu

sepolto in un'arca di porfido, che anche oggi si vede, ma vuota, perchè

il beato Gregorio Papa, quando andò a Ravenna, fece levarne le ceneri e

gettarle in una fogna. E ciò fece fare per quattro ragioni: 1º perchè

sebbene quegli fosse cristiano, era però Ariano; 2º perchè condannò a

morire tre grandi uomini, cioè Boezio, Simmaco e Giovanni Papa......

4º perchè fu sepolto dai demonii in un'urna di colore del fuoco,

come dice il beato Gregorio nel quarto libro dei dialoghi. Quarti

a saccheggiare e disertare l'Italia furono i Longobardi, de' quali

parla Paolo istoriografo nel primo libro della loro istoria: «Spesso

innumerevoli torme di schiavi condotti via dalla Germania sono or quà

or là dai popoli meridionali comprate a prezzo. Spesso anche molta

gente emigra da quella regione, perchè è tanto prolifica da non poterli

tutti alimentare, e quindi innondano e disertano l'Asia, e specialmente

la vicina Europa. E ad ogni passo ne fanno testimonianza le smantellate

città dell'Illirio e della Gallia, principalmente dell'infelice Italia,

che ebbe a provare la ferocia di quasi tutte quelle orde. Anche i

Goti, i Vandali i Rugi, gli Eruli, i Turcilingi ed altre barbariche

genti sbucarono dalla Germania. Parimenti dalla Germania derivano la

loro origine i Vinuli, o Longobardi, che poi regnarono felicemente

in Italia; però si assicura che furono diverse le cause della loro

emigrazione. Anche dall'isola che si chiama Scandinavia ne vennero ad

assalirci; della quale isola ne parla anche Plinio il Giovane ne' libri

_intorno alla natura delle cose_.» Fin qui Paolo. Quinti ed ultimi (e

voglia il cielo che siano gli ultimi!) si preparano a venire i Tattari,

come racconta frate Giovanni da Magione, il quale ha avuto famigliari

colloquii col gran Signore dei Tattari. Magione poi.....: e nella

provincia di Perugia. E si noti che queste vaghe voci d'invasioni dei

Tattari cominciarono a correre la prima volta a' tempi di Papa Gregorio

IX. Poi Papa Innocenzo IV mandò in ambasciata al loro Imperatore frate

Giovanni da Magione. — Finalmente Papa Giovanni XXI di nuovo mandò a

loro un'ambasciata composta di sei frati Minori; due della provincia di

Bologna, de' quali uno era lettore, frate Antonio da Parma, l'altro suo

compagno e confidente, frate Giovanni da S. Agata; due della provincia

della Marca d'Ancona, e due della provincia di Toscana, tutti frati

lettori, accompagnati da tre frati di confidenza. Uno de' lettori

della Toscana, che andò in Tattaria, fu frate Gerardo da Prato, col

quale io aveva coabitato nel convento di Pisa, quando eravamo giovani.

Questi era fratello di frate Arlotto, che si dottorò a Parigi ed ebbe

una cattedra. Ritornarono poi questi frati Minori dalla Tattaria in

buonissima salute, e dicevano meraviglie di quel paese, come ho udito

io co' miei orecchi. Quando frate Giovanni da Magione, reduce dalla

Tattaria, giunse a Lione da Papa Innocenzo IV, e fece la relazione

delle sua missione, e presentò la lettera e i doni di quell'Imperatore,

il Papa gliene dimostrò la sua riconoscenza in cinque modi: 1º lo

trattò con molta cortesia, dolcezza e famigliarità; 2º lo tenne

presso di sè in Corte tre mesi, (fino a che fu dai Parmigiani presa e

distrutta la città di Vittoria, e l'Imperatore Federico ne fu sloggiato

e cacciato in fuga) perocchè aveva sempre seco sei frati Minori, e li

volle avere fin che visse, come io ho visto co' miei occhi; 3º il Papa

commendò l'opera e la fedeltà di lui, e gli disse; Sia tu benedetto,

o figlio, da nostro Signor Gesù Cristo e da me suo Vicario, perchè

veggo in te adempiuto il detto di Salomone ne' Proverbii 25.º che

dice: ecc.; 4º gli conferì l'Arcivescovado di Antivari, secondo quel

che dice Matteo 25º: ecc; 5º lo spedì di nuovo come suo Legato presso

Lodovico Re di Francia. A che fare fosse poi inviato al Re di Francia,

frate Giovanni interrogatone non volle mai dirlo, ma è opinione comune

che la causa della sua legazione fosse la seguente. Papa Innocenzo

aveva deposto Federico dall'Impero, e i Parmigiani s'erano ribellati

all'Imperatore e per soprassello l'avevano sconfitto e cacciato in fuga

ignominiosa, e gli avevano così rasa al suolo la città di Vittoria,

che esso aveva fatto costruire vicino a Parma, che non ne restava

traccia. E perciò era irritatissimo, e come orsa che inferocisce al

bosco se le sono rapiti i figli, fiammava d'ira e di furore. E ridotto

a fuggire si ritrasse a Cremona, poi corse sopra Torricella[104], e

scorrazzava sul parmigiano, e faceva ogni maggior danno che poteva;

quel che non poteva, minacciava di farlo. E prima di ritornare al

suo regno ne fece di gravissimi, come diremo tra breve, e come già

narrammo in altra cronaca. Il Papa dunque riconoscendo Federico come

il terribile persecutore della Chiesa, e pronto a seminare veleno ove

potesse, e temendo non poco per la propria persona, mandò pregando il

Re di Francia a differire la sua crociata in Terra Santa, fino a che si

riconoscesse che cosa finalmente avesse Iddio decretato per Federico.

Allegava anche che in Italia scorrazzavano masnade d'uomini infedeli,

perversi, pessimi, pestiferi, rapinanti, nudi di tutto e oppressi

dai debiti, che, raggruppatisi intorno a Federico, lo seguivano come

loro principe, e portavano la devastazione sui beni della Chiesa. Che

si poteva dire di più? Ma pure il Papa fece pregare invano, nè potè

distogliere il Re dal proposito di andar oltremare, essendo già pronti

i crociati e i denari per l'impresa. E mandò rispondendo che il Papa

abbandonasse Federico al giudizio di Dio, perchè Dio solo può atterrare

i superbi. Lodovico dunque Re di Francia con animo saldo, proponimento

irrevocabile, e mente pronta e divota si disponeva al viaggio e a

soccorrere, quanto più presto potesse, Terra Santa. Quando adunque

vidi la prima volta frate Giovanni da Magione, reduce dalla Tattaria,

il dì successivo andò a Lione da Papa Innocenzo, che lo aveva mandato,

ed io mi posi in viaggio per la Francia. E mi fermai a Briançon, che

è nella Sciampagna, poi a Troyes quindici giorni, ove trovai molti

mercanti Lombardi e Toscani; perocchè, come anche a Provins, vi si

fa una fiera che dura due mesi. Troyes poi è la città natale di Papa

Urbano IV, e di maestro Pietro, prete, storiografo. Poscia mi recai

a Provins, ove soggiornai dal giorno di santa Lucia sino al giorno

della Purificazione. Il giorno della Purificazione arrivai a Parigi,

e vi stetti otto giorni, e vidi molte cose che mi piacquero. Dopo ne

partii per fermarmi nel convento di Sens, perchè i frati Francesi mi

tenevano volentieri in loro compagnia, essendo io giovane, pacifico,

vivace, e facile a lodare i fatti loro. E trovandomi io nell'infermeria

per infreddatura, alcuni frati Francesi di quel convento corsero

festosamente da me con una lettera in mano e dissero: Ottime notizie

da Parma; i Parmigiani cacciarono l'Imperatore Federico dalla città di

Vittoria, lo costrinsero a precipitosa e vergognosa fuga, distrussero

la sua Vittoria dalle fondamenta, fecero bottino di tutto il tesoro

dell'Imperatore, appresero il carroccio dei Cremonesi e lo tirarono

in Parma; e questa è una copia della lettera mandata in Lione al Papa

dai Parmigiani. E mi interrogavano a che serviva quel carroccio. Ed io

risposi che i Lombardi chiamano carroccio quel carro, su cui in tempo

di guerra innalzano lo stendardo; e, se una città perde in battaglia

il suo carroccio, se lo reca ad onta tanto, quanto farebbero i

Francesi e il loro Re, se in battaglia fosse strappato loro dalle mani

l'orifiamma. Questa cosa suscitò nell'animo loro sorpresa e maraviglia,

ed esclamarono: Oh Dio! quale mirabile parola abbiamo udito! Questa

notizia mi fece star subito meglio di salute. Ed in quel punto ecco

presentarsi frate Giovanni da Magione, reduce dal Re di Francia,

presso il quale l'aveva mandato il Papa in missione. Ed aveva seco

un libro da lui composto intorno al paese e ai costumi e al carattere

dei Tattari; e i frati lo leggevano in sua presenza avidamente ed egli

spiegava e chiariva quelle cose, che s'incontravano oscure, difficili

ad intendersi e a credersi. Io fui commensale di frate Giovanni tanto

nella casa dei frati Minori, che altrove più volte nelle abbazie e ne'

principali monasteri. Perocchè egli era spesso invitato a pranzi e a

cene, sia perchè Legato del Papa, sia perchè inviato al Re di Francia,

e perchè reduce dai Tattari, ed anche perchè era dell'Ordine de'

Minori e tenuto in riputazione di sant'uomo. E quando andai a Clugny,

dissero a me i monaci di quel paese: Dio volesse che i Papi avessero

mandato sempre Legati quale era quel frate Giovanni, che tornò dalla

Tattaria. Perocchè di questi Legati ve me sono, che, se vi riescono,

spogliano le Chiese, e portano via tutto quello che possono. Ma frate

Giovanni, quando passò da qui, non volle accettar nulla, tranne quanto

panno occorreva per fare una tonaca al suo compagno. E tu che leggi,

sappi che quello di Clugny è un nobilissimo monastero dei monaci neri

di S. Benedetto in Borgogna. In questo chiostro vi sono più Priori,

e vi ha tanto numero di stanze da potervi ospitare il Papa co' suoi

Cardinali e tutta la sua Corte, e contemporaneamente l'Imperatore

colla sua, senza disagio de' monaci; chè non sarebbe perciò necessario

che nessun frate dovesse lasciare la sua cella, nè sopportare altro

disturbo. E nota che la Regola di S. Benedetto, quanto ai monaci neri,

è meglio osservata nelle provincie d'oltremonte, che in Italia. Nota

inoltre che l'Ordine di S. Benedetto, quanto ai Monaci neri, ha quattro

cospicui monasteri, uno in Borgogna, a Clugny, uno in Allemagna, a

S. Gallo[105]; un altro in Lombardia nella diocesi di Mantova a S.

Benedetto di Polirone, dove è sepolta la Contessa Metilde in un arca di

marmo; finalmente il quarto, che è capo di tutti, a Montecassino[106].

Dal convento di Sens poi, ove io mi trovava quando la città di Vittoria

fu presa e distrutta dai Parmigiani e l'Imperatore ne fu cacciato in

vergognosa fuga, passai ad Auxerre, ed ivi fermai mia stanza, perchè il

ministro Provinciale di Francia mi aveva addetto specialmente a quel

convento. Questa città poi fu detta in latino _Altisiodorum_, quasi

volesse significare alta sede degli Dei, o alta stella, perchè molti

vi subirono il martirio. Qui evvi anche il monastero e il corpo di S.

Germano, Vescovo della città, che fu chiarissimo astro di gloria, ed

iride fulgida dipinta sulle nubi, come ben sanno coloro che hanno letto

la sua biografia. Fu oriondo di Auxerre anche maestro Guglielmo, che

scrisse la _Somma_, poi compose un'altra _Somma_, intorno agli uffici

della Chiesa, ed io frequentai casa sua. Questo maestro Guglielmo, come

mi dicevano molti sacerdoti della diocesi di Auxerre, disputava con

molta grazia; e quando sosteneva dispute a Parigi, nessuno lo superava,

poichè era logico stringentissimo, e dottissimo teologo. Ma quando

voleva predicare, non sapeva quello che si dicesse; eppure nella sua

_Somma_ aveva saputo dare molti e buoni avviamenti al comporre......

Esempio dell'abbate Giovachino, che dice di aver ricevuto da Dio la

virtù d'intendere la Bibbia, e la conoscenza delle cose future. Maestro

Guglielmo di Auxerre adunque ebbe la grazia di disputare, ma non quella

di predicare al popolo. Così ogni uomo ha suo dono da Dio, come p. e.

quel ciabattino, che nel paese de' Saraceni traslocò un monte, e liberò

i cristiani. Ricercalo in quel sermone di frate Luca, che incomincia:

_Aspettiamo il Salvatore........_ Cosa diversa è l'interpretazione de'

sermoni. E nota che l'interpretazione de' sermoni può essere di due

maniere. L'una è quella degli interpreti o traduttori, che trasportano

i libri da una in altra lingua, de' quali ho detto quanto basta

allorchè scrissi la storia dell'Imperatore Adriano, essendosene offerta

l'occasione, perchè a' tempi di lui visse Aquila, che fu il primo

che facesse traduzioni. Di che cercane in una cronaca che comincia:

_Ottaviano Cesare Augusto:_ ch'io compilai nel convento di Ferrara

l'anno che Lodovico Re di Francia fu fatto prigioniero oltremare dai

Saraceni, cioè nel 1250; cronaca, che io, spigolando da parecchie

memorie scritte, condussi avanti sino alla dominazione dei Longobardi.

Dopo deposi la penna, e la troncai lì, perchè io era tanto povero che

mi mancava sin la carta o la pergamena. Ed ora volge l'anno 1284. Non

tralasciai però di ritoccare altre cronache, che, a mio giudicio, mi

erano riuscite ben composte, e procurai di migliorarle risecandone le

superfluità, riducendone a maggiore proprietà la dizione, appurando i

fatti, e levandone le contradizioni. Non potei però purgare al tutto

la dizione, perchè alcune parole, che si scrivono, sono tanto radicate

nell'uso, che nessuno potrebbe cancellarle dall'animo del popolo, che

così le ha imparate. Delle quali potrei citare molti esempi. Ma agli

zotici ed ignoranti non vale alcun esempio; perchè _chi ammaestra uno

stolto fa come chi volesse rimettere insieme un vaso di terra rotto_,

Ecclesiastico XXII. Perocchè _chi fa parole con uno che non ascolta,_

cioè che non intende, _fa come chi vuole svegliare il dormiente dal

suo letargo. Chi collo stolto ragiona di sapienza, parla con uno che

dorme, il quale in fine del ragionamento dice: Chi è costui?_ Perciò

ad un cotale, canzonandolo, si potrebbe dire: _Erla ke le farina(?)_

Ora ritorniamo ad Auxerre. Mi ricorda che, quando io era nel convento

di Cremona, l'anno in cui Parma mia città nativa si ribellò al deposto

Imperatore Federico, frate Gabriele da Cremona dell'Ordine de' frati

Minori, che era un celebre lettore ed uomo di santissima vita, disse a

me che Auxerre aveva maggiore quantità di vigne e di vino che Cremona

e Parma e Reggio e Modena insieme. All'udirlo rifuggì l'animo mio

dal prestarvi fede; non mi pareva credibile: Ma quando poi fui di

stanza ad Auxerre, mi persuasi che egli non aveva esagerato, perchè

quella diocesi comprende un largo territorio, e i colli, i monti e

le pianure sono tutti a viti. Essendo che i coloni di quel paese non

seminano grani, non mietono, nè colmano i granai, ma invece mandano i

loro vini a Parigi giù pel vicino fiume[107], che entra nella Senna,

ove li vendono ad alto prezzo, e ne ricavano quanto loro bisogna pel

vitto e pel vestiario. Ed io tre volte uscendo dalla città ho girato

tutta la Diocesi di Auxerre; una volta con un frate che andava qua

e là predicando, e fregiava della croce quelli che erano per andare

in Terra Santa al seguito del Re di Francia. Un'altra volta con un

altro frate, che predicò nel Giovedì Santo ai monaci Cistercensi in

un magnifico monastero. E si fece pasqua in casa di una contessa, che

ci servì, cioè fece servire a tutti i commensali, dodici pietanze;

e se il conte suo marito fosse stato a casa, l'imbandigione sarebbe

stata più lauta. Questo frate mi fece vedere il monastero di Pontigny,

ove Papa Alessandro III, che soggiornava a Sens, mandò con speciale

raccomandazione il beato Tomaso Arcivescovo di Cantorbery, quando Re

Artaldo lo espulse dall'Inghilterra. La terza volta la visitai con

frate Stefano, e vidi e imparai molte cose degnissime di storia; ma

per brevità le tralascio e mi affretto a dirne altre. E sappi che nella

provincia di Francia, parlo per quel che ha attinenza coi frati Minori,

vi sono otto conventi, in quattro de' quali si beve birra, negli altri

quattro bevono vino. Sappi anche che sono tre le regioni francesi

che abbondano di vino, cioè la Rochelle, Beaune[108], ed Auxerre. Ad

Auxerre però i vini rossi sono poco pregiati, perchè non sono così

buoni come i vini rossi italiani. Perciò coltivano per lo più le uve

bianche e talora color d'oro, che danno un vino aromatico, confortante

e di squisito sapore, e chi ne beve diventa allegro e franco; sicchè

del vino d'Auxerre si può dire benissimo quel de' Proverbii 21.º ecc.

ed è così forte che, se lo lasci alcun tempo nel fiasco, trasuda. E

sappi finalmente che i Francesi usano dire con un lor gioco di parole

che il vino buono deve avere tre _t_, e sette _f_ il buonissimo.

Perocchè dicono scherzando:

El vin bon et bel sel dance

Forte et fer et fin et france

Froist et fras et fromijant

Buono e bello è 'l vin che grilla,

Bello e buon quel che si spilla

Forte, fin, fresco, frizzante,

Fiero, fervido, fragrante.

E Maestro Morando, che insegnò grammatica a Padova, fece, a seconda del

suo gusto, il panegirico del vino cantando:

Vinum dulce gloriosum

Pingue facit et carnosum

Atque pectas aperit.

Et maturum gustu plenum

Valde nobis est amoenum

Quia sensus acuit.

Vinum forte vinum purum

Reddit hominem securum

Et depellit frigora.

Sed acerbum linguas mordet,

Intestina cuncta sordet,

Corrumpendo corpora.

Vinum vero quod est glaucum

Potatorem facit raucum

Et frequenter mingere.

Vinum vero turbolentum

Solet dare corpus lentum

Et colorem tingere.

Vinum rubeum subtile

Non est reputandum vile

Nam colorem generat.

Auro simile citrinum

Valde fovet intestinum

Et languores suffocat.

Cronaca di Fra Salimbene parmigiano vol. I · 第 9 / 28 段