I
Una mattina d'autunno donna Clorinda, destandosi, si vide accanto
stecchito il poveruomo che le aveva tenuto compagnia per quarantacinque
anni. Era morto d'apoplessia nella notte, e lei non se ne era accorta.
Da prima immaginò che fosse stato per una di quelle solite sincopi alle
quali lo sciagurato andava soggetto. Poi, come lo scoteva e quello se ne
rimaneva lì irrigidito, già quasi nero e con certi occhiacci spalancati
e freddo freddo, la vecchia pazza si mise a sedere in mezzo al letto e
con le mani in grembo, muta, indifferente, s'indugiò a contemplare quel
corpo immoto, chiazzato nella faccia--la quale pareva che rispecchiasse
ancora il terrore dell'ultimo momento--di alcune macchie di livido.
Il lume del giorno veniva dentro in quella stanza, ch'era tutto il loro
quartiere, per una finestra che affacciava sul vasto cortile scoverto
dell'antico monastero di _Santa Caterina a Formiello_: una scialba luce
autunnale bagnava freddamente le coltri del letto, ma qualche angolo
della cameretta--che un tempo era stata cella--accoglieva ancor l'ombra.
Lì, tra due seggiole zoppe, era per terra un piattello con l'acqua, e il
cane in quel punto vi si dissetava: un barbone sudicio, che accompagnava
su' vapori inglesi e nelle trattorie del Piliero il marito di donna
Clorinda, Mastia, un siciliano, pittore di paesaggi. Nel silenzio
dell'ora si udì per un pezzo il chioccolare dell'acqua che il barbone
lambiva avidamente. La vecchia si volse e guardò da quella parte. Poi
tornò a contemplare il marito, con occhio tranquillo. E gli parlò piano,
lentamente:
--T'u dissi: nun bíviri!
Null'altro. Era ella così disposta, per naturale sua filosofia, a tenere
per fatali somiglianti circostanze della vita e a non farsene vincere? O
quel vecchio cuore indurito non aveva mai palpitato? Oppure con gli anni
e con la vita stentata e per il nessun amore che Mastia le aveva
dimostrato fin da principio, s'era inaridito ogni sentimento in lei, che
un tempo era stata pur giovane e bella e amorosa? Chi lo sa? Sul
silenzioso orrore della nuda e fredda stanza pesava come un rigido
mistero, e quella morte improvvisa non certo lo discioglieva. Intorno
alla camera di Mastia erano altre povere camere abitate da gente anche
più povera di lui: l'immenso fabbricato di _Santa Caterina a Formiello_,
una volta claustro impenetrabile, accoglieva ora centinaia d'oscure e
miserabili creature, e ciascuna covava là dentro il suo segreto e il suo
dolore. Di volta in volta, tra quelle spesse mura di convento che
ammorzavano ogni romore e soffocavano gridi angosciosi o selvaggi,
scoppiava la catastrofe di un dramma: talvolta fin v'era scorso il
sangue. Tuttavia, non la più comune manifestazione della vigile
curiosità partenopea s'era espressa in quel momento da parte degli altri
inquilini: solo qualche porta pesante s'era schiusa sul corridoio in
penombra per subito rinserrarsi, ricacciando a dietro una pallida e
paurosa testa femminile. A ciascuno bastava la propria miseria. E sulla
sera, dopo l'accaduto, era rimasto deserto quel lungo e vasto corridoio,
sorvegliato solamente dalla luce rossiccia del lanternone che il custode
v'attaccava a una parete e che per breve tratto coloriva, disotto, le
antiche mattonelle del pavimento, componenti a quel posto una stinta e
barocca decorazione secentesca, tutta svolazzi verdi e giallicci. Cumuli
di spazzatura, ammonticchiata qua e là sotto le vasche di marmo che i
monaci, antichi abitatori del luogo, non avevano avuto il tempo di
svellere dal muro istoriato a fresco, alitavano un lezzo insopportabile.
Quando il barbone tornava a casa con Mastia era lì che s'indugiava assai
spesso, a frugare.