[1] La prima data dal 1876. — Milano, Ulrico Hoepli.
[2] Dall'epoca della prima edizione, ossia dal 1875. — Ora converrebbe
dire 36 anni.
[3] La prima edizione dell'opera del Balbo _Le Speranze d'Italia_ venne
stampata a Torino, ma senza che venisse indicata quella città; sul
frontispizio eravi la parola _in Italia_...
[4] Si fecero due edizioni; la prima nel 1846 e la seconda nel 1847.
Essendosi un mio correttore, che inclinava al rosso, permesso di far
alterazioni nel testo, ordinai che si annullasse la prima edizione
già stampata e si facesse la seconda; questa venne fatta, ma l'editore
(Buonamico) trovò più comodo smerciarle entrambe e pagarmi poi con un
fallimento. Benchè stampate a Losanna si datarono da Parigi.
[5] Ora senatore del Regno.
[6] Vedi allegato N. 1.
[7] Era un fabbricato con portici, che sorgeva sull'area dell'attuale
piazza del Duomo, a sinistra di chi si presenta avanti alla facciata,
lungo quanto la piazza ma stretto assai.
[8] Così chiamavasi tutto il tratto che fiancheggia il Duomo venendo
sino al così detto Leoncino di Porta Renza, e la denominazione di
corsia de' Servi gli veniva dalla chiesa de' Servi, che sorgeva ove
oggi trovasi la piazza S. Carlo. Ufficialmente dal 1825 in poi si
chiamava _corso Francesco_, in onore dell'imperatore Francesco I, ma,
nel fatto, il popolo lo chiamò sempre _corsia de' Servi_. E il medesimo
tratto che chiamasi ora corso Vittorio Emanuele, e quella simpatica
denominazione pose realmente in obblio l'antica secolare _dei Servi_.
[9] L'attuale corso di Porta Venezia.
[10] Il Delegato corrisponde al Prefetto, e copriva allora quella
carica una distinta persona, il signor Antonio Bellati.
[11] _Guardia Nazionale_ — _Libertà di stampa_ — _Garanzie personali_.
[12] _Gran Comando_ è il termine allora molto usato a Milano per
indicare il grande palazzo, nella via di Brera, che, fino dai tempi di
Napoleone I, servì sempre, come serve tuttora, di residenza al Comando
Superiore militare.
[13] S'intende a partire dal 1876 quando io scriveva.
[14] Ora via Pietro Verri.
[15] Ora Porta Vittoria.
[16] Oggi via Manin.
[17] _Perseveranza_ del 17 marzo 1867.
[18] Del quale io faceva parte.
[19] Ora via Alessandro Manzoni.
[20] Ora via Pietro Verri.
[21] Tutte queste vie sono ora surrogate dalla _Via Torino_.
[22] Al 1875, epoca della prima edizione.
[23] In quella cantoniera havvi ora un Osservatorio Meteorologico,
fondato dal Club Alpino Valtellinese, e da me inaugurato il 2 settembre
1873, in occasione del IV Congresso degli Alpinisti Italiani. La sua
straordinaria elevazione, lo rende uno dei più utili Osservatorii.
Venne dedicato al celebre P. Secchi.
[24] Non seppi mai chi fossero: rammento però che allora taluno
mi disse che due erano figli di un ingegnere Albino Parea, giovani
entrambi; ma non posso garantire che fossero propriamente essi, dacchè
lo seppi da un terzo.
[25] Ora via Oriani.
[26] Ora via Manin.
[27] Ora via Tre Alberghi.
[28] Voglio dare una prova di questo, che relego però in una nota, non
volendo allungare il testo con racconti polemici.
La cito poi perchè altre vi potrebbero essere ugualmente concludenti,
ma nessuna in grado maggiore; ed oggi ancora, se mai qualcuno vorrà
darsi questo pensiero, è sempre facile il verificare la cosa.
Questa prova si riferisce precisamente al fatto della prima bandiera
inalberata sul Duomo, che io vi recai, come ho spiegato, senza correre
nessun pericolo.
Eravi in Milano un ginevrino certo Dunant profumiere. Poco dopo la
rivoluzione, ei chiese al Governo Provvisorio la cittadinanza italiana,
basandosi sopra quanto aveva fatto. Dopo aver enumerato una serie di
titoli veri, poichè mi dissero che realmente si era prestato non poco,
volle coronare l'esposizione con un fatto clamoroso, ed asserì ch'egli
aveva portato pel _primo la bandiera tricolore sul Duomo, in mezzo alla
mitraglia dell'inimico_.
Siccome però era impossibile il negare che pur qualche altro vi era
stato prima di lui che aveva portato colà una bandiera, che fece il
profumiere?
Asserì che quella era una bandiera _bicolore_ (senza accennare quali
fossero i due colori); dal che ne veniva che la sua, come bandiera
_tricolore_, era la prima. Ma, per quanto stranissima dovesse sembrare
quell'asserzione a fronte del fatto che la bandiera da me collocata era
stata tolta da una vera selva di bandiere tricolori, e consegnata alla
presenza di un gran numero di testimonî e poi salutata da centinaia
e centinaia, ed annunziata, per ultimo, come tale al pubblico da un
ordine del giorno del Comitato di Guerra; non pertanto il fatto non era
impossibile; ma letteralmente impossibile e contro le leggi fisiche era
la circostanza asserita dal Dunant di aver collocato colà la bandiera
in _mezzo alla mitraglia dell'inimico_, il che poi costituiva in realtà
il suo principal merito in quell'impresa.
Io ho menzionato come i Tedeschi, nell'ultimo giorno, tirassero a
mitraglia dal bastione di Porta Tosa verso lo stabilimento detto dei
_Martinitt_, ma ho aggiunto che la mitraglia non arrivava tampoco colla
forza da rompere le grate che difendono i finestroni del primo piano.
Or bene, fra tutte le località delle quali erano padroni i Tedeschi,
quella era la più vicina al Duomo; ma la distanza fra quel punto e il
Duomo è almeno del quintuplo di quella che si percorre per arrivare dal
detto bastione ai _Martinitt_. Or si pensi se quella mitraglia, che al
quinto della via era già innocua, poteva venir spinta sulla guglia del
Duomo; osservando inoltre che dal punto indicato i Tedeschi tiravano
sullo stabilimento menzionato tenendo il cannone quasi orizzontale,
laddove invece, per battere la guglia, avrebbero dovuto puntarlo sotto
un angolo molto aperto, ossia tirare dal sotto in su, il che avrebbe
moltiplicato ancora le difficoltà.
A malgrado di tale fisica impossibilità, tale singolare asserzione si
trova narrata in un libro, il cui titolo ben non rammento, ma credo sia
quello _De' fatti principali avvenuti nelle Cinque Giornate di Milano_,
o qualcosa di simile; ma rammento in modo preciso che vi è aggiunto che
que' fatti sono convalidati da 200 e più testimonî. Tuttavolta, di que'
200 testimonî non havvene uno solo firmato, e davvero ci voleva un bel
coraggio ad asserire d'aver visto il Dunant sulla guglia del Duomo, _in
mezzo alla mitraglia_.
Un mio amico mi spedì al campo quella narrazione, perchè ridessi,
dicendomi in quell'occasione ch'io forse non conosceva una circostanza
non spregevole nella storia della bandiera, ed era che la persona che
l'aveva data a me dal balcone era una bella signora per nome Introini,
il che era stato a lui narrato da una persona che faceva i commenti
sulla bandiera _bicolore_, trovata dal Dunant sul Duomo.
[29] Riferibilmente al 1875.
[30] L'autore di questo scritto si trovò alla battaglia di Novara qual
capo dello Stato Maggiore della suddetta brigata Solaroli con grado di
Maggiore.
[31] Doppia fu la via tenuta per raccogliere mezzi; l'una fu quella
del prestito fruttifero (credo di 40 milioni) e l'altra quella delle
oblazioni volontarie. Per queste eransi costituite Commissioni in
tutte le provincie, e le offerte furono numerosissime da ogni classe;
anelli, orecchini, crocettine d'oro, ma proprio di quelle colle quali
sogliono ornarsi le ultime classi in città e in campagna ve n'era
in tale quantità da attestare un linguaggio veramente d'oro, quanto
l'entusiasmo fosse universale e penetrato in tutti gli strati sociali.
Quanti di que' modesti ornamenti erano l'unica cosa preziosa di coloro
che li offrivano! Or bene, chi mai crederebbe che una gran parte
ebbe miseranda fine? Tutte quelle offerte facevano capo a Milano ove
appositi incaricati le ricevevano e pubblicavano i relativi elenchi,
che sarebbero oggi ancora documenti preziosissimi, testimonî parlanti
dello spirito pubblico di allora. Quando sopravvennero i nostri rovesci
fu tale la confusione delle menti di quegli incaricati o di quelle
persone qualunque alle quali in quell'epoca erano stati affidati quegli
oggetti preziosi che non seppero porli in salvo, benchè dalla disfatta
di Custoza (25 luglio) all'ingresso de' Tedeschi in Milano (6 agosto)
decorressero ben 11 giorni. Non conosco i particolari di quel fatto,
ma certo si è che caddero in mano dei Tedeschi, ed ecco come io lo
seppi. Mia moglie aveva offerto anch'essa una catena d'oro; l'astuccio
entro il quale veniva conservata, portava esternamente impresso il suo
nome e cognome scritto per esteso. Verso la fine d'agosto trovandomi
nell'emigrazione, mi viene fatta l'offerta di riscattare la collana
allo stesso prezzo ch'era stata acquistata all'asta tenuta dai Tedeschi
in Piazza Castello. Io non sapeva concepire quella strana provenienza,
ignorando il fatto che una massa ingente di quegli oggetti era divenuta
preda dei Tedeschi. L'acquisitore evidentemente si informò chi era
quella signora, ed ebbe la delicatezza di offrirmi il riscatto allo
stesso prezzo; ma tale era allora l'incertezza dell'avvenire che
non volli riscattarla, benchè il prezzo fosse vantaggioso. Questo
fatto mi provò che anche in quella classe che fornì gli acquisitori
di quegli oggetti, ed era di quella che non badava più che tanto
alla provenienza, vi ebbero lodevoli eccezioni. Pei buoni cittadini
ha dovuto essere uno spettacolo doppiamente doloroso quell'asta, di
catene d'oro, di orologi, di anelli, spilloni e gioielli d'ogni forma
e gradazione tenuta su diversi banchini in Piazza Castello.
[32] Compreso il voto del noto Maurizio Quadrio ch'era di Valtellina.
[33] Ecco la serie: Lombardia, giugno 1848; Toscana, marzo 1860;
Emilia, marzo 1860; Provincie napoletane, ottobre 1860; Sicilia,
ottobre 1860; Marche, novembre 1860; Umbria, novembre 1860; Venezia e
Mantova, ottobre 1866; Roma e provincie romane, ottobre 1870.
[34] Carlo Alberto era avviato coll'armata a Rivoli ove credeva dar
battaglia agli Austriaci, ma si ritirarono. — Nel luglio successivo ci
attaccarono però essi i primi in quel medesimo punto e fummo obbligati
noi a ritirarci.
[35] Nel 1883 dovrebbe dirsi 35.
[36] Riportandosi al 1876, epoca della prima edizione, ora (1883) sono
sette.
[37] È una cascina alla quale venne dato quel nome divenuto storico, o
l'aveva forse anche prima del 1800.
[38] Il nominato Perego, che si atteggiava a vera potenza nel campo
della stampa, al ritorno degli Austriaci si pose al loro soldo. Se lo
fosse anche prima non saprei, poichè nè io lo conobbi, nè mi occupai
gran fatto di lui; so di certo che aveva la sfrontatezza di mettere
in ridicolo il gran tentativo del 1848 ogni qualvolta gli veniva il
destro. Ei finì coll'essere redattore di un foglio ufficiale che si
pubblicava a Verona. Un giorno (credo nel 1858) si udì che assalito da
atrocissimi dolori era morto repentinamente. Nessuno lo compianse nè
più si parlò di lui.
[39] Vedi Allegato III.
[40] Quella chiesa è ora distrutta e sorgeva nel luogo ove si
incontrano le prime case della via Principe Umberto a sinistra venendo
dai Portoni sopra menzionati.
[41] Seppi poi che andò a riposarsi per poche ore al Collegio Convitto
Calchi-Taeggi, prossimo a Porta Romana, ed ove era alloggiato il
generale Bava.
[42] Questa frase, anni dopo, può riuscir oscura, taluno può chiedere
come si attesero anni? Voglio dar la ragione perchè torna a lode di
quell'uomo impareggiabile per lealtà, franchezza, nobiltà di carattere
e servigi resi che fu Alfonso La Marmora.
Il lettore conosce ora le vicende toccate ad ambidue in quella notte.
— Avevamo corso i medesimi pericoli ma desso era stato il fortunato.
Benchè divenissi amico già nel 1848 e perfino collega nel Ministero
Perrone S. Martino (il penultimo del re Carlo Alberto), non toccai
giammai quell'argomento. Se vuol parlarne, diceva fra me, prenderà
lui l'iniziativa; io, lo sventurato, potrei aver l'aria di sentir
dolore che altri mi abbia resi frustranei i pericoli e le fatiche, e
posso dire che non furono poche. Si arrivò fino al 1872 allorquando
il marchese Federico Corradini pubblicò una biografia del general
Fami. — Ei cita il fatto della liberazione del re Carlo Alberto, da
casa Greppi, come dovuta a noi due in comune. — I due arditi (sono sue
parole) si lanciarono da una finestra nel giardino interno del palazzo
e da questo scavalcando un muro riescono in un remoto viottolo.
Era una credenza generale che erasi propagata. — Ritenni mio dovere
rettificare que' fatti così narrati e lo feci perchè non venisse punto
menomato il merito del La Marmora che non era stato condiviso con
nessun altro. La lettera diretta all'Opinione, riprodotta dai fogli
principali cadde sotto gli occhi di La Marmora che cascò dalle nubi,
ignorava quel fatto. Ei volle ravvisare un atto di delicatezza nel mio
silenzio ed altro non minore nella rettifica e sotto questa impressione
mi scrisse una lettera la più espansiva che si possa imaginare, il
silenzio reciproco intorno a quel fatto aveva durato trent'anni, ma non
gli bastò e si sfogò in altra sua diretta al bravo capitano Chiala che
la rese di ragione pubblica.
Veramente non posso a meno di dire che va oltre il segno, si vede
l'uomo che ha bisogno di sfogarsi e l'argomento tocca un caro amico e
di questo me ne vanto. L'amicizia sincera di non pochi che furono fra
i più insigni attori della redenzione dell'Italia fu la più dolce delle
mie soddisfazioni, e fra i carissimi fu La Marmora.
[43] Vedi articolo inserito nel _Patriota_ di Pavia del 18 febbraio
1876, che ha per titolo: _Note Bibliografiche_, ed è firmato dai suo
autore.
[44] Questo passo merita maggior spiegazione. — In Lombardia si era
sparsa la voce che il governo austriaco voleva ribassare il prezzo
del sale; io n'ebbi sgomento, poichè vedeva che questo gli avrebbe
procurato popolarità e tosto scrissi in Piemonte che si facesse
altrettanto, ma presto. Ora sia che venisse accolto il mio consiglio o
sia che già fosse prima determinata quella misura, il fatto sta che mi
venne risposto che col 1º luglio si sarebbe recato in atto il ribasso.
Io dimostrava in quella lettera i pericoli del ritardo e la necessità
di prevenire l'Austria. — Gli avvenimenti che ben presto dovevano
succedere (10 giorni dopo la data di quella lettera) fecero dimenticare
e pur troppo resero impossibile quella misura.
[45] In causa d'aver riconosciuto il Piemonte non ben preparato alla
guerra.
[46] Si riferiva ai disertori.