VICENDE DELL'ORIGINALE DEL MANIFESTO 5 AGOSTO 1848 DEL RE CARLO ALBERTO
IN MILANO.
Nella narrazione del modo col quale venne da me redatto il manifesto
del re Carlo Alberto in Milano del 5 agosto 1848, ossia in furia
e fretta, in mezzo ad un gran tramestìo, in piedi, appoggiato ad
un tavolo, aggiunsi che quell'originale stesso doveva avere le sue
vicende.
Or bene mi sia permesso accennarle. Può forse sospettarsi che si
mescoli un po' di vanità? Credo di no; credo aver diritto di dire che
è una legittima compiacenza. Sono passati trentacinque anni da quel
giorno che posso qualificare di terribile, ma già dopo l'undecimo anno
si verificava quel fatto che io sto per narrare, ne corsero dunque
altri ventiquattro senza che mi affrettassi a farlo conoscere e par che
basti per dire che non fui spinto da vanità.
Narrando que' fatti così dolorosi nella loro origine, ma che ebbero la
loro riparazione dalla campagna del 1859, deve ben esser lecito anche a
me il parlar della mia speciale riparazione, il partecipare agli amici
che sopravviveranno, e se n'avrò, a qualche lettore, anche un po' di
quella soddisfazione che provai quando toccò anche a me la mia parte
d'indennizzo.
Io sono qui obbligato a chiamar in scena uno degli uomini i più
rispettabili e simpatici che annovera l'Italia, anzi una delle sue
glorie, _Alessandro Manzoni_.
Fra le fortune della mia vita e precisamente fra quelle che dovetti
all'emigrazione, che ebbe il suo _passivo_, ma ebbe anche il suo
_attivo_, annovero la conoscenza di Alessandro Manzoni. Nè fu una
conoscenza fugace, che mi autorizzasse solo poter dire: _l'ho
conosciuto anch'io_; non si rimase stranieri l'un l'altro, fu
conoscenza che nata nel 1855, alimentata per più anni dal trovarsi
assieme più giorni ogni anno, si converti in famigliarità, sì che mi
onorava del dolce titolo di caro. Io dovetti questa fortuna al marchese
Giuseppe Arconati-Visconti, patriotta fra i celebri. Questi, assai
più innanzi di me negli anni, talchè aveva potuto essere condannato a
morte nel 1821 per ragione politica, ma sottrattosi in tempo, padrone
di vasti possessi nel Belgio, aveva colà passato tutto il periodo che
corse dal 1821 al 1847. All'annuncio dell'amnistia di Carlo Alberto,
volò l'ottimo patriotta in Piemonte, ponendo tosto la sua influenza
e le sue ricchezze al servizio della causa nazionale. Io lo conobbi
nel 1848, dopo i rovesci di Lombardia, a Torino, ov'erasi stabilito e
dove fissai io pure il mio domicilio. Entrati ambidue nel Parlamento,
egli come deputato di Vigevano ed io di Arona, divenimmo ben presto
amici. Ei soleva passare l'autunno in un suo vasto possesso nel Comune
di Cassolnovo in vicinanza di Vigevano. Nell'ampia casa signorile
convenivano colà amici e parenti. Fra questi e precisamente nella
doppia qualità di amico e parente veniva ogni anno a passar qualche
settimana l'illustre Alessandro Manzoni. Amico dell'Arconati prima del
1821 era entrato più tardi in parentela seco lui, poichè un fratello
della moglie dell'Arconati stesso, il marchese Lodovico Trotti, aveva
sposato una figlia di Manzoni. L'ottimo Arconati non mancava ogni anno
d'invitare me pure a passar qualche tempo alla sua campagna. Ora è
facile l'immaginare come non dovessi farmi pregare quando sopratutto
mi disse qual ospite avrei colà trovato. Il primo nostro incontro fu
nel 1854. Ci voleva il suo tempo prima che divenisse famigliare con una
persona che non conosceva, ma uomo del quale è realmente impossibile
il dire se erano in lui superiori le qualità della mente o del cuore,
quando cominciava ad aver simpatia, ad entrare in dimestichezza era
la più cara persona che è possibile l'immaginare. Di fondo ilare,
era talvolta inesauribile nel raccontare aneddoti, sopratutto della
rivoluzione di Francia della quale aveva conosciuto taluno dei corifei,
e si può immaginare di quanto interesse era la sua conversazione,
poichè alla vastissima dottrina, accoppiava un retto giudizio, uno
spirito di osservazione caratteristico anche nelle sue opere. Ora la
mia relazione con casa Arconati essendo intima, non durò a lungo che
assunse questa natura anche quella con Manzoni.
L'illustre uomo aveva le sue abitudini, fra le quali talune per
rispetti igienici, e fra queste la sua passeggiata di un'ora precisa
prima del pranzo, e di solito in Cassolnuovo si faceva dalle 3 alle
4. Ei doveva esser sempre accompagnato, era una necessità, solo non
poteva andare, ma non occorre il dire che non vi era mai difetto di
accompagnatori. Io non mancava mai, di solito eravamo tre; rado di
più, ma talvolta mi trovava esser solo. Quei giorni erano per me i più
felici. _Oggi è tutto mio_, diceva fra me e me.
Or egli avvenne che nel terzo o quarto anno che ci trovammo e quando
già si era in una relazione d'una amicizia famigliare, benevola, un
giorno fossi solo ad accompagnarlo. Il territorio di Cassolnuovo è
attraversato da un canale irrigatorio detto _della Sforzesca_ perchè
fatto scavare da uno dei duchi Sforza di Milano. Deriva l'acqua dal
Ticino poco al disopra del gran ponte che un giorno costituiva il
confine fra il regno Lombardo-Veneto ed il Piemonte. Quel canale reca
la fertilità nel Vigevanasco. La passeggiata lungo il medesimo era una
delle più favorite e quel giorno ci avviammo lungo le sue sponde.
Il discorso cadde sugli avvenimenti del 5 agosto 1848 in Milano.
Conviene premettere che Manzoni era avidissimo de' particolari,
anche i più minuti, di un fatto che molto l'interessasse. La parte
che il dovere, il caso e la fortuna mi aveva imposto in quel giorno
era stata piuttosto larga; posso dire che dalle 9 del mattino
a mezzanotte passata una commissione con incarico era succeduta
all'altra, era passato per emozioni le più diverse, aveva visto
scene e spettacoli strazianti ed ogni ora della terribil giornata,
era rimasta profondamente impressa nella mia mente e parlava di quei
fatti come fossero avvenuti pochi giorni prima; fra gli altri, nella
mia narrazione venni a quello cotanto caratteristico, anzi il più
grave, quello del _Manifesto_ per riprendere le ostilità... _Ma cosa
mi dice?_ esclama desso quando gli narrai come l'avessi steso io ed in
quali condizioni. Quando passeggiando seco si arrivava ad un punto del
discorso che richiamava in modo speciale la sua attenzione, si fermava,
ed allora fu precisamente il caso. Si fermò sui due piedi: _Che mi
dice?_ ripetè ancora una volta, scuotendo il capo e sorridendo per
qualche istante; ma poi venne con una vera tempesta di interrogazioni
intorno a quel Manifesto. Rimessi in cammino continuammo a parlar
sempre di quell'argomento.
La cosa non mi fece allora gran senso, attesa come dissi la sua
insaziabilità dei minuti particolari, tuttavolta mi pareva che quel
racconto gli avesse fatto più impressione degli altri, e di quando in
quando sorrideva scuotendo la testa.
La campagna del 1859 procurò, come è ben noto, la cessione della
Lombardia al Piemonte. Io aveva accettato d'andar a reggere la
provincia di Sondrio e mi trovava colà verso la fine di quello stesso
anno, allorchè un giorno mi perviene una lettera da Milano che apro
sbadatamente e mi casca sul tavolo un mezzofoglio scritto ed anzi
piuttosto sudicio; parmi la mia scrittura, osservo meglio, ma questo,
esclamo fra me, è il Manifesto del 5 agosto di Milano! allora guardo
tosto da chi vien la lettera e vi trovo — _Alessandro Manzoni_; la
lettera è tutta autografa.
Cosa provassi allora non saprei esprimere, divoro con febbrile
impazienza la lettera. — Cominciava col rammentare come in una delle
_amene passeggiate di Cassolnuovo_ io gli narrassi la storia del
Manifesto. Or bene quel manifesto era nelle sue mani, ed ecco come ne
era venuto al possesso.
Convien premettere che tosto che il 5 agosto 1848 circa le 10 ant. ebbi
consegnato al generale, mio superiore quello scritto, fu immediatamente
portato alla stamperia più vicina che era quella del noto Redaelli, in
relazione con Manzoni anzi l'editore dei _Promessi Sposi_, illustrati.
Per far presto a stampare divisero il foglio in due; la parte superiore
andò perduta, ma l'inferiore e più importante la conservò il Redaelli
stesso che la regalò al Manzoni. — Ecco per qual via semplice e breve
ei venne in possesso di quel foglio che alla sua volta egli regalava a
me.
Ora prego il lettore a considerare quale e quanta delicatezza vi era in
quell'uomo e vi fu in quell'atto.
Io non rammento bene se la nostra passeggiata avesse luogo piuttosto
nel 1856 che 1857, certo in uno dei due anni. Nulla lasciò allora
trapelare che fosse in possesso di quel foglio, benchè mi tempestasse
in quel modo di dimande, ed infatti qual valore aveva desso? Mi
richiamava un momento dolorosissimo di una giornata terribile. Ma
sì tosto la fortuna d'Italia cambiò le sorti della Lombardia, anche
quei fatti, quei dolori cambiarono per così dire natura; si potevano
richiamare senza che il pensiero si arrestasse a loro, si confondesse
colla nostra sconfitta coll'insuccesso del primo gran tentativo del
1848.
_Ora questo foglio_, pensò l'uomo dall'ottimo cuore, _deve far piacere
a Torelli_ e me lo invia con una lettera che è uno dei più preziosi
giojelli che si lasciano a' propri figli.
Qui il lettore deve permettere che mi soffermi un istante anch'io sulla
mia riparazione.
L'atto delicatissimo del Manzoni e la sua lettera mi fecero una grande
impressione.
Non vi era punto preparato. Rammento che essendo in piedi dovetti
sedermi; quivi come evocate a rassegna sfilarono avanti di me le
rimembranze di quella fatal giornata, ma con altra veste, facendo
diversa impressione delle tante volte che l'imaginazione anche suo
malgrado aveva dovuto soffermarsi su di essa; rividi la scena pazza
del mattino sulla via al mio arrivo in casa Greppi, la desolazione
di Milano quando la prima volta traversai gran parte della città per
recar ordini a Porta Romana per la ripresa d'ostilità del cui esito io
non mi faceva illusione; la scena sublime, ma sublime quanto valore si
può dare a questa parola, del podestà Bassi che si presenta a Carlo
Alberto col volto alterato dal dolore perchè si pensasse bene se
quella determinazione era possibile; sfilarono le scene successive;
quella della notte, la lunga corsa che stanco ed affranto mi toccò
fare fuori di Porta Romana, tutto sfilò dirò ancora avanti a miei
occhi; ma campeggiava su tutto quel Manifesto redatto con tanta buona
fede, non parliamo da parte del compilatore ch'altro non era che un
istrumento, un soldato obbediente come un monaco, ma del re Carlo
Alberto che credeva possibile la difesa ed al quale si rinfacciò come
un inganno. Quel Re, martire della libertà ed indipendenza dell'Italia
era spirato nel lontano esiglio del Portogallo senza che una speranza
confortasse i suoi ultimi giorni. — Tutto quel cumulo di ricordi colla
loro tinta sempre oscura in passato, già mi apparivano modificati
dal gran fatto che aveva cambiato le condizioni della Lombardia,
l'elemento vivificatore si era esteso a tutti; ma per me pur eravi
qualcosa di speciale; io poteva dire di aver sofferto più degli altri;
qualche riparazione lo doveva anche a me la fortuna e si servì di
Manzoni. Lessi, rilessi, contemplai a lungo que' cari caratteri le
sue espressioni così benevoli, così sincere, e poi mi dissi: — _Ebbi
anch'io la mia riparazione._
Oh perchè mai nulla di consimile potè avere quel grande sventurato che
morì in Oporto?
Ebbe avversa la fortuna, trovò ingiusti i suoi contemporanei. — Quando
la morte avrà spazzato anche gli ultimi di que' falsi patriotti
che tanto amareggiarono i suoi giorni e non rimarranno che posteri
neutrali, rammentino questi di tenere tanto più sacra e rispettata la
sua memoria in quanto che hanno da riparare l'ingiustizia di molti dei
loro padri.