CAPITOLO PRIMO

Cenni intorno alle cause che prepararono la rivoluzione — Cause

_generali_ comuni agli altri paesi d'Europa, cause _italiane_

e cause speciali _locali_.

Il voler dare un'idea della sollevazione di Milano del marzo 1848,

senza premettere alcuni cenni intorno alle cause che la generarono,

sarebbe cosa irragionevole, anzi assurda. Un avvenimento così grande

non poteva aver luogo senza cause o spinte adeguate, ed il conoscere

queste è indispensabile anche per farsi ragione dei fatti medesimi; se

non che questa investigazione preliminare non è cosa facile, e tanto

meno poi l'assegnare alle diverse cause la parte che loro spetta e

determinare come s'intrecciarono e come l'una reagì sull'altra. Non

pertanto è giocoforza incominciare con simile investigazione, ed io mi

studierò di venirne a capo colla maggior brevità possibile.

Credo sia difficile il solo annunciare tutte le cause che hanno

contribuito a produrre quell'avvenimento, ma esaminando l'effetto di

ciascuna, credo che si possa dire che talune furono _generali_, ossia

cause che conviene cercare nello spirito dominante del tempo, non già

solo in Italia, ma nell'Europa intera; altre possono dirsi _italiane_,

altre infine _locali_.

Coloro che hanno vissuto in quell'epoca non dureranno fatica a

richiamare alla mente quello stato di cose, quell'insieme veramente

eccezionale, che presentò non solo il 1848 ma già prima tutto il 1847.

Ad un periodo di apparente ristagnamento politico ed al progresso

regolare ma senza scosse nello sviluppo delle idee di libertà ed

indipendenza, come nello sviluppo delle industrie e del commercio

dell'intera Europa, che durò una generazione intera, ossia dal 1815

al 1845-46, subentrava un altro periodo che doveva comprendere esso

pure lo spazio di una generazione, ma di un'attività e di un progresso

straordinario che si svolse su ben altra scala, e dal lato politico e

dal materiale.

Per quanto vasto sia il campo della storia che si misura a secoli,

egli è indubitato che il trentennio che passò dal 1843-44 al 1873-74

rimarrà, fra i più memorabili nella storia per i grandi mutamenti

sociali in tutta l'Europa, che cambiarono non solo la sua carta

politica, ma le relazioni fra popolo e popolo, e modificarono usi ed

abitudini penetrando da per tutto, influendo su tutto.

È in quel periodo che cade, non già l'invenzione, sibbene l'esecuzione

delle strade ferrate sopra scala grandissima non mai sognata come

possibile al principio del periodo medesimo: lo stesso dicasi

del telegrafo elettrico e di molte altre invenzioni che tendono a

ravvicinar gli uomini, e quindi riescono a moltiplicazione di forze

morali nell'ideare, concretare ed eseguire piani ed opere comuni, nello

scrutare e studiare le leggi della natura. Alle scoperte della scienza

tennero dietro innumerevoli applicazioni pratiche nelle arti e nelle

industrie; un popolo reagì sull'altro; tutto si mosse, si rimescolò con

celerità ignota al passato.

Fu tutto pel meglio? È una grave questione. Nel complesso parmi che

non si debba dubitarne, ma meno d'ogni altro dovrebbe dubitarne un

Italiano, poichè in questo periodo di tanti rivolgimenti politici

e materiali, il popolo che alla fine di esso si presenta sulla

scena coi successi più felici ed inattesi, è il popolo italiano. —

_L'Italia indipendente ed una._ — Che ciò potesse essere, anzi che

fosse nel desiderio di molti, ben si comprende; ma che sul serio, or

sono trent'anni, si ritenesse fra le cose di probabile attuazione,

non havvi uomo di buona fede che possa ammetterlo. — Che più? Questo

stesso periodo così lungo nella vita d'un uomo, così breve nella

vita d'un popolo ci presenta stranissimi contrasti. Chi mai nel 1853

quando l'Austria dominava da Amburgo ad Ancona, quando fallito il

sublime tentativo del 1848 e morto in lontano volontario esilio il

suo attore principale, l'Italia aveva veduto insediarsi di nuovo sui

loro troni gli antichi principi a nulla più intesi che a prevenire i

casi che li avevano balzati di seggio, o costretti a far concessioni

liberali ai loro popoli; chi mai, ripeto, avrebbe detto in quell'anno

che, non sarebbe corso nemmeno un decennio e que' principi sarebbero

definitivamente scomparsi, i loro troni rovesciati per sempre, ed i

loro Stati sarebbonsi fusi in un solo tranne una parte tenuta dalla

potentissima Austria e un'altra piccola per estensione, ma grande per

importanza, lasciata al Papa per un pregiudizio secolare diviso da

nazioni intere, della necessità, cioè, per la religione cattolica che

il suo capo sia anche principe temporale? Stando a ciò che chiamasi

l'opinione pubblica, a quei giudizî che la moltitudine degli uomini

suol pronunciare sull'appoggio dei fatti dominanti, l'anno 1853 avrebbe

dovuto presentare minori probabilità per l'unificazione d'Italia,

che non avevano presentato gli anni 1843-44. Ma vi sono leggi e forze

morali che fanno il loro corso e direbbesi perfino malgrado i propositi

degli uomini. Se fu mirabile la soluzione della questione italiana

nel 1859-60, più sorprendenti ancora furono quelle del 1866 e del

1870, quando non per forza e virtù nostra, ma per avvenimenti che si

verificarono in terra straniera, si potè compiere l'indipendenza o

l'unità d'Italia, quando così le vittorie come le sconfitte di due

grandi nazioni, ci furono egualmente utili, ed in conseguenza di quelle

si sciolse anche la secolare questione del potere temporale del Papa;

fatto che a molti parve sì grave che durarono fatica a credere nella

sua stabilità e ci vollero ancora quattro o cinque anni perchè non

fosse più lecito un ragionevole dubbio.

Ora è debito dell'Italia di mostrarsi degna di tanta fortuna.

Pur troppo, come spesso avviene che gli eredi di ricchi patrimonî

facilmente li sciupino, ignari delle fatiche che costarono a chi li

raccolse, può darsi pure il caso di nazioni, che non sappiano valutare

o peggio anche scialacquino gli inapprezzabili beni dell'unità e della

libertà. Quanto maggior senno vi sarebbe se ognuno che è chiamato a

reggere la cosa pubblica in grande o piccola sfera tenesse del continuo

presente lo stato antico dell'Italia e ripensasse che cosa fosse la

dipendenza dallo straniero e lo sconfinato arbitrio di dominatori anche

nazionali, la maggior parte ben peggiori dello straniero! La storia

è chiamata a tale ufficio, e a ridestare quelle memorie, ma la storia

imparziale difficilmente la scrivono i contemporanei; la missione di

questi più che altro è quella di prepararne i materiali genuini sì che

i posteri, quando saranno scomparsi dalla scena tutti gli attori di

ogni ordine, possano scevri di passione giudicare freddamente degli

avvenimenti, e pesare i meriti di quelli che vi presero parte attiva.

Forse parrà che io prenda le mosse troppo dall'alto; ma non che

aspirare a far breccia, io vorrei solo mostrare chiaramente il nesso

che lega anche il fatto dell'insurrezione di Milano alla storia

generale dell'epoca; esso fu un episodio della medesima e si può

descrivere parzialmente, ma non si comprenderebbe o male assai, se

staccare si volesse dall'insieme o spiegare con ragioni eccezionali che

non trovano la loro soluzione nello spirito del tempo. Fu un episodio

che conta pagine sublimi; episodio che i rovesci sopravvenuti alle

armi italiane del 1848 avevano relegato fra i fatti degni piuttosto di

scusa e di pietà che di ammirazione, ma che poi la fortuna delle armi

italo-francesi ha rimesso in onore.

Il principio della nazionalità come base degli Stati può dirsi aver

fatto tanto più cammino quanto più si allontanò l'epoca del celebre

congresso di Vienna del 1815, che lo aveva non solo posto in non

cale, ma deriso come un'utopia. L'Europa alla caduta di Napoleone I

era troppo spossata per reagire contro i principii messi innanzi e

recati in atto dalla così detta Santa Alleanza; essa aveva bisogno

anzitutto di pace, e quanto a libertà, benchè vivessero ancora molti

fautori delle idee proclamate dalla Repubblica francese, erano

queste state stranamente alterate nel concetto dei popoli, prima

dagli eccessi dell'epoca repubblicana e poi dal regime napoleonico

glorioso, ma despotico in tal grado, che poco ebbero ad aggiungervi i

nuovi dominatori. Il Congresso di Lubiana del 1821, quello di Verona

del 1822, provocato dai moti d'Italia e di Spagna, riconfermarono in

modo solenne i principii del 1815 aggiungendovi la sanzione del fatto

coll'intervento in Italia ed in Spagna. Gli autori della Santa Alleanza

credettero sul serio d'aver trovato il mezzo di frenare il corso degli

avvenimenti; sognarono un eterno _statu quo_, assumendo in comune

la speciale missione di combattere le idee di libertà e nazionalità.

Ma colla forza materiale non si vincono le idee; esse hanno la loro

forza espansiva, e quando sono pervenute a far le loro conquiste

morali, allora si trova anche la forza che le vuol effettuare, allora

comincia la lotta con tutte le sue conseguenze, colla vicenda delle

vittorie e delle sconfitte, delle tregue e delle riscosse; ogni fase

conta le sue vittime, ma l'idea cammina e non si ferma finchè non

trovi una condizione di cose che valga a tradurre le idee in fatti.

Per quanto formidabile potesse chiamarsi la forza materiale della

quale disponevano i collegati nella Santa Alleanza, per quanto severa

si esercitasse la censura onde impedire che gli scritti intorno ai

diritti dei popoli, all'indipendenza ed alla libertà si spargessero,

non fu possibile l'impedire che quel tema divenisse dominante,

allorquando scoppiò la rivoluzione greca pochi anni dopo il congresso

di Verona. Non furono certo i sovrani collegati che le fecero il buon

viso, ma già sì potente era l'opinione pubblica in Europa che non

ardirono affrontarla. Or che cosa voleva la Grecia se non la propria

indipendenza? Da ogni parte d'Europa si mandarono a quei sollevati

soccorsi di uomini e di denari; non havvi nazione che non conti i

suoi morti nei volontari che accorsero su quella terra illustrata

da sì gloriosi ricordi, e non solo la pubblica opinione fece scudo a

quanti favorivano quell'insurrezione, ma costrinse i governi medesimi

a prendervi parte e fra questi il russo che pareva il giustiziere

della Santa Alleanza. La Grecia trionfò, ma lo stesso trionfo porta

l'impronta della mala volontà de' governi predominati dall'idea del

pericolo. Si costituì un nuovo Stato, un regno di 800,000 abitanti con

un debito enormissimo, fuori d'ogni proporzione colle sue entrate, sì

che la questione finanziaria, vitale in ogni Stato, non venne colà mai

risoluta, e fu l'ostacolo principale allo sviluppo che attendevasi da

quella nazione.

Ma frattanto fu quella una gran vittoria del principio di libertà ed

indipendenza; poeti, prosatori, romanzieri celebrarono la risurrezione

della Grecia che veniva a prendere posto fra le nazioni rette a

governo libero e costituzionale, talchè consacravansi col fatto ad

un tempo i due principii di indipendenza e libertà. Poco dopo la casa

dei Borboni, dominatrice di Francia, alla quale pareva che la libertà

vi trasmodasse, si avvisò di frenarla, e il tentativo bastò a far

rovesciare in tre giorni dinastia e governo, senza che alcuno venisse

in loro soccorso. Nè gli avvenimenti si fermarono a quel punto, ma il

Belgio, insorto poco dopo contro la dominazione dell'Olanda in nome

della propria nazionalità, venne soccorso dalla Francia senza che i

sovrani che avversavano quel principio tentassero d'impedire un sì

grave fatto. Fra tutti i popoli d'Europa uno dei più interessati al

felice svolgimento d'ogni idea di nazionalità era il popolo italiano.

Quantunque il regno di Napoleone I fosse stato breve e despotico,

non pertanto era bastato per provare al mondo che la stoffa per

formar valenti soldati, e quella per formar buoni amministratori non

mancava all'Italia. Dopo il corso di più secoli ne' quali il solo

popolo piemontese che costituiva non più di un quinto della famiglia

italiana durò sempre ad essere belligero, l'Europa vide truppe italiane

segnalarsi sui campi di battaglia in Germania, in Spagna ed in Russia.

L'Italia ebbe il sentimento della propria forza e concepì la speranza

d'una esistenza autonoma allorquando la pace del 1815 rovesciò

l'opera napoleonica e rimise in trono gli antichi sovrani che tosto si

accinsero ad annullare ogni ordine, ogni provvedimento, che proveniva

dal governo ai loro occhi usurpatore ed illegittimo. Ma non fu in loro

facoltà d'estinguere il nuovo sentimento di libertà ed indipendenza,

che s'era acceso ne' petti italiani, e che ben lungi dall'affievolirsi

per le persecuzioni, più si rendeva tenace e vivo. I ricordi gloriosi

d'un passato non ancora lontano, i tanti attori del gran dramma

napoleonico che ancora vivevano, tennero desta un'agitazione che

mise capo ai moti del 1821 e dopo la loro repressione, indi a un

decennio, esplose colla sollevazione delle Romagne del 1831. Come

venisse soffocato anche quel tentativo è troppo noto. Non sarà

però fuor di luogo il ricordare come fra i giovani accorsi sotto la

bandiera de' sollevati, si contassero due giovani principi, figli di

Luigi Bonaparte, già re d'Olanda e della regina Ortensia; i fratelli

Carlo Napoleone e Luigi Napoleone Bonaparte. Il primo soccombeva a

un'infiammazione per eccesso di insolite fatiche a Forlì il 17 marzo

1831; il secondo era riservato a ricomparir sulla scena non dell'Italia

sola, ma dell'Europa e ad essere spettacolo al mondo di straordinaria

fortuna e potenza e di non meno straordinaria sventura.

Ai moti infelici del 1831 subentrò una calma apparente in rispetto a

nuovi tentativi a mano armata, ma più intenso invece e più generale

divenne il lavoro di diffusione delle idee di libertà e di indipendenza

per mezzo della stampa, che assunse il carattere d'una vera

_propaganda_. Sotto tale rapporto non vuolsi passar sotto silenzio un

cambiamento essenziale che potrebbesi chiamar di tattica e che, a mio

avviso, contribuì grandemente al trionfo di quelle idee. Il cambiamento

fu l'abbandono della via delle congiure per entrare in quella d'una

lotta a viso aperto, dacchè man mano si procacciò d'infondere nelle

masse il sentimento e il bisogno dell'indipendenza del proprio paese

dallo straniero, affinchè il giorno nel quale si dovesse fare appello

alla forza, il giorno nel quale si sarebbe chiesto ai concittadini

sangue e sostanze, li trovasse ben informati e già caldi per la

causa nazionale. Non è mio scopo l'entrar qui in particolarità di

citazioni, ma parrebbemi ingiustizia grave il non far cenno di Cesare

Balbo che fra i primi tracciò ben chiaramente quella via colla sua

opera _Le Speranze d'Italia_. Quel libro mostrò a tutti quelli che

tenevano dietro alla questione della redenzione dell'Italia, quanto

cammino essa aveva già fatto in poco più d'un decennio, ossia dal

1831-32 al 1842-43. Una persona ben nota qual'era già a quell'epoca il

Balbo, appartenente all'alta aristocrazia del Piemonte, stampa nella

capitale[3] di quello Stato un'opera nella quale si discute pacatamente

la probabilità, o dirò meglio riferendomi a quei tempi, la possibilità

che l'Italia possa ricuperare la propria indipendenza. Evidentemente

una grande modificazione doveva già essere avvenuta nello spirito

dello stesso governo, e siccome allora il governo si identificava

colla persona del sovrano, era impossibile che questi ignorasse quella

pubblicazione ed il suo effetto. Ora quel sovrano, benchè solo di

piccolo Stato, disponeva di un esercito nazionale e sebbene le gloriose

tradizioni militari risalissero al secolo, anzi ai secoli addietro,

erano tali e tante che circondavano pur sempre di un'aureola di gloria

l'esercito medesimo arruolato fra lo stesso popolo e guidato allora,

come per lo addietro, in gran parte dall'aristocrazia del paese,

l'unica in tutta Italia che chiamar potevasi guerriera. Non è a dire

quanto ciò dovesse sorridere agli uomini positivi che dalla storia

avevano appreso come un governo potente non abbandoni un paese soggetto

che costretto dalla forza e quindi sul campo di battaglia, ove hanno

principio e fine le dominazioni straniere. Le speranze non potevano

più dirsi aeree; non si trattava più di disegni preparati da pochi

nel silenzio che scoppiando ad un tratto sorprendono le popolazioni le

quali chiedono attonite dove sta la forza organizzata per opporsi ad

eserciti organizzati; si trattava di disegni pubblicamente discussi

fra tutte le classi dei cittadini, di disegni che conducevano per

retta conseguenza alla guerra fra Stato e Stato; guerra grossa, guerra

combattuta con tutti gli espedienti della strategia e della tattica.

Ognuno sentiva la gravità dell'impresa, ma come il coraggio genera

coraggio, quella discussione pubblica sì libera, sì nuova, portava

in sè qualcosa della natura di un buon successo ed esaltava gli

animi. Ma se in Italia parlavasi allora anzitutto di indipendenza,

perchè di là dovevasi pur cominciare per giungere alla libertà, di

questa con eguale franchezza parlavasi contemporaneamente presso le

altre nazioni. Un nuovo spirito aveva invaso l'Europa. In Germania

si discuteva la necessità del governo costituzionale, più tardi se ne

discusse pubblicamente nell'Austria stessa; in Boemia, in Ungheria, si

parlava di autonomia dei singoli regni; si richiamavano alla memoria

mercè storie e racconti le epoche gloriose passate, in tempi, se non

di libertà, almeno di indipendenza, e tutti quegli scritti spingevano

verso una meta che non potevasi raggiungere se non a traverso di

conflitti sanguinosi. Per quanto grande dovesse parere agli uomini

del freddo calcolo l'ostacolo dei potenti eserciti che stavano a

disposizione dei governi i quali non solo non intendevano di accettare

quelle mutazioni, ma apertamente le combattevano, non pertanto lo

spettacolo di quella tendenza comune di tutti i popoli doveva aver pure

un gran peso nelle loro considerazioni. Alla fine anche in Austria più

d'un freddo ragionatore si trovò ridotto a dire: quello che vogliono

gli Italiani è quello che vogliono pure i Boemi e gli Ungheresi, e la

libertà, la vuole la stessa popolazione austriaca, nè altrimenti si

pensa in Germania. In effetto un medesimo spirito prevaleva nell'Europa

intera; un paese incalzava l'altro; una nuova atmosfera involgeva

tutti. Tale era lo stato degli animi nel 1845-46, allorquando in Italia

avvenne un fatto importantissimo che diede al corso degli avvenimenti

un nuovo impulso, di guisa che se prima poteva dirsi che s'andasse a

passo accelerato, questo si cambiò in un vero passo di carica. Quel

fatto fu l'elezione di Pio IX al seggio pontificio e l'immediato

cambiamento nella politica del suo governo.

Poco meno d'una generazione intera ci separa ora da quell'epoca

memorabile; la gioventù d'oggi nella massima parte non ha sentito

parlare di Pio IX che come di un nemico d'Italia e guarda con sospetto

chi lo difende; però non solo la storia conserva le più irrefragabili

prove ch'egli sulle prime non fu d'Italia nemico, ma ad attestarlo

sopravvivono ancora, benchè scemati assai di numero, quelli che erano

giovani allora e presero parte agli avvenimenti di que' giorni, e si

contano a migliaia fra le popolazioni italiane.

I primi atti di Pio IX sbalordirono tutti, tanto gli amici quanto i

nemici delle idee di indipendenza e di libertà; nessuno si attendeva

vederlo camminare così risolutamente una via cotanto opposta a quella

de' suoi antecessori. La sua amnistia fu delle più generose, e tosto

eseguita provocò verso di lui un impeto di ammirazione e di entusiasmo

che toccava al delirio. Non vi è penna che sia capace di esprimere lo

stato morale di quell'anno e mezzo che corse dal luglio 1846 a tutto il

1847. Un Papa liberale! Un Papa che desiderava l'indipendenza d'Italia!

Ad aumentare l'entusiasmo contribuiva una specie di vaticinio contenuto

nell'opera del celebre Gioberti: _Il primato morale e civile degli

Italiani_, che voleva fare del Sommo Pontefice il paciere universale,

Pio IX comparso poco dopo sulla scena parve avverare il vaticinio.

Il clero, che sopratutto nell'Alta Italia contò sempre caldi fautori

dell'idea dell'indipendenza, si vide fatto segno di dimostrazioni

di simpatia, sicchè coloro che prima si erano tenuti neutrali si

decisero; i caldi divennero caldissimi. Il clero posto nel mezzo

fra la classe educata ed agiata e le masse che vivono di lavoro, il

clero col libero accesso ai palazzi ed alle più umili abitazioni del

coltivatore e dell'operaio, fu istrumento efficace a rendere popolare

il concetto dell'Italia padrona di sè: il che in Lombardia e nel

Veneto si traduceva anche per l'uomo il meno istrutto, ma pur dotato di

senso comune, nel concetto d'una lotta coll'Austria. Dell'entusiasmo

nelle altre parti dell'Italia non posso parlare che riferendomi alle

relazioni, agli scritti, agli indirizzi d'ogni genere e d'ogni classe

che venivano pubblicati, e che tutti concordavano nel rappresentare il

grado sommo d'esaltamento nel quale si trovava l'intera Italia.

Egualmente intimo traspariva l'accordo col clero, sopratutto col basso

clero. Arrivare alla meta senza scosse, per quanto riguarda le credenze

religiose, senza l'intralcio di quistioni eterogenee, era tale fortuna

che nessuno avrebbe osato sperare e quindi più che giustificato era

quell'entusiasmo anche agli occhi degli uomini più serii e più pacati.

Infine il nome di Pio IX divenne sinonimo di libertà ed indipendenza;

il suo ritratto sotto tutte le forme possibili fu sparso a centinaia

di mille esemplari; si portava in foggia di spillone sul petto dagli

uomini e sui braccialetti dalle donne; ve n'erano di quelli contornati

da diamanti del valore di centinaia e migliaia di lire, e di quelli

del valore di pochi soldi per le infime classi. Il motto _Viva Pio

IX_ si trovava scritto in tutti i luoghi; ogni giorno si narrava un

nuovo aneddoto per provare e confermare i di lui sentimenti liberali,

e siccome già sapevasi che incontrava l'opposizione nelle alte sfere

del clero, si raccontavano i modi coi quali aveva vinta questa o

quella difficoltà, superato questo o quell'ostacolo; insomma Pio IX fu

trasformato in un vero ente simbolico, in un mito.

Se gli amici dell'indipendenza d'Italia erano stati sorpresi nel senso

del vedersi sorretti da un aiuto cotanto inaspettato, i nemici naturali

di tutte le innovazioni non erano stati sorpresi meno. Il primo e più

potente fra questi era il governo austriaco, pel quale il Papa veniva

ad aggravare una condizione di cose già complicata. Non poteva esso

chiamar nuovo lo spirito di libertà e le aspirazioni all'indipendenza

de' suoi popoli italiani, ma il nembo non sorgeva solo da questa parte,

perchè contemporaneamente si addensava in Boemia ed in Ungheria. Non

era una forza materiale che poteva aggiungere il Papa, ma una forza

morale di grande influenza, e quindi del di lui contegno l'Austria

rimase oltremodo indispettita e sgomenta. Il 1847 passò in mezzo ad

una grande ansietà, sia da parte delle popolazioni, sia da parte del

governo; la cui incertezza si tradì più volte in ordini e contr'ordini

fra loro repugnanti. Prevedendo vicino uno scoppio esso pensò ad

aumentare la forza materiale e chiamò i contingenti sotto le armi;

cercò opporre zelo a zelo, facendo dal suo canto appello alla solerzia

dei propri amici e dipendenti, annunciando provvedimenti rigorosi

contro i perturbatori e i riottosi, ch'erano le espressioni con cui

si qualificavano i novatori politici; ma quelle disposizioni medesime

non facevano che accendere maggiormente il fuoco, tanto più che le

minaccie non erano seguìte che eccezionalmente da fatti e la titubanza

era manifesta. Come avviene sempre in simili casi, lo zelo di taluno

degli esecutori andò oltre, ed ecco sorgere autorità municipali che con

linguaggio rispettoso nella forma, ma nella sostanza affatto nuovo ed

insolito, denunciano apertamente gli abusi degli agenti governativi;

indi corpi rispettabili, come le Deputazioni Provinciali che esprimono

il desiderio di riforme liberali, e per ultimo la Congregazione

Centrale che in nome del paese invoca del pari liberali riforme.

Ma, non era solo la questione interna ossia quella fra il governo ed i

sudditi che aveva fatto cammino; un progresso eguale e forse maggiore

l'aveva fatto una questione esterna, ossia una questione insorta fra

il governo austriaco ed il governo piemontese. Nel 1847 il re Carlo

Alberto aveva promulgato riforme liberali nella sua amministrazione, e

già non faceva più mistero che non si sarebbe fermato a quelle, ma si

sarebbe spinto sino a dare una costituzione, benchè non si illudesse

sul pericolo dei conflitti che potevano sorgere col governo austriaco.

Il conflitto non tardò a verificarsi, e fu non un conflitto a mano

armata, ma di quelli che si possono chiamare i prodromi di guerra,

perchè incominciano con note diplomatiche per terminare col tiro del

cannone.

Nel 1846 il governo sardo concesse il transito per i suoi Stati

d'una determinata quantità di sale diretta alla Svizzera; il governo

austriaco al quale ne veniva danno, poichè lo forniva esso colle sue

saline del Tirolo, ravvisò in quella concessione un atto a lui ostile e

per rappresaglia duplicò il dazio d'entrata dei vini dello Stato sardo

nella Lombardia, il che equivaleva ad una proibizione.

Il re Carlo Alberto annunciò egli stesso il fatto ai suoi popoli

facendo comprendere quanto fosse ingiusto il procedere dell'Austria, e

menzionando quella determinazione adoperò il termine di _rappresaglia_.

È facile l'immaginare quanto un linguaggio simile dovesse far piacere

a coloro che, cogli occhi rivolti a Carlo Alberto ed al suo esercito,

speravano in essi. Le circostanze volgevano tutte favorevoli, e per

quanto sproporzionata fosse la lotta, per quanto dispari le forze, le

complicazioni degli avvenimenti che andavano svolgendosi a minaccia

dell'antico ordine di cose, potevano riuscir tali da contarvi sopra

come su d'un potente alleato.

Fu in tali condizioni interne ed esterne che si entrò nel _fatato_ anno

1848. Il governo austriaco, che più non si illudeva sull'attitudine

del re Carlo Alberto, risolvette procedere con energia contro i

fautori delle idee di libertà ed indipendenza e farla finita con

qualche prova di rigore che valesse a dimostrare l'impotenza de' suoi

nemici interni. Le popolazioni alla loro volta erano invece sempre

più risolute a provare quanto accarezzassero le nuove speranze, ed

accettavano con avidità ogni pretesto per tradurre in atto quel loro

modo di sentire. Di ciò davano frequenti prove con dimostrazioni per

sè stesse inconcludenti, ma che assumevano importanza pel significato

politico che loro si annetteva. Segnalata per le sue conseguenze

rimase la dimostrazione in tutta la Lombardia di non voler più fumare

cominciando dal 1º gennaio 1848, non tanto nello scopo di far un danno

all'erario, che ben meschino sarebbe riuscito, poichè nessuno poteva

impedire che si fumasse fra le domestiche pareti, ma nello scopo di

attestare il sentimento del paese con un atto pubblico, generale,

di pronto e facile eseguimento anche nei più meschini villaggi. E

lo scopo fu raggiunto. Che nel fatto vi siano state alcune violenze

parziali e perfino insulti a chi voleva fumare, non può negarsi; ma si

può asserire con certezza che furono rare eccezioni; la grandissima

massa dei cittadini fumatori cessò dal fumare in pubblico, e, posto

pure che taluni se ne astenessero solo per non affrontare l'opinione

pubblica, egli è certo che tanto nelle città quanto nelle campagne si

cessò dal fumare col 1º gennaio 1848. Il centro dal quale partiva la

parola d'ordine delle dimostrazioni era Milano, perciò dal suo canto il

governo deliberò di prendere argomento da quella dimostrazione per dare

una buona lezione ai Milanesi, e venne prescelto all'uopo il 3 gennaio.

Verso la sera di quel giorno si videro soldati e borghesi percorrere,

fumando, la città in tutti i sensi, a due, a tre, e dietro ad essi a

poca distanza venivano pattuglie di guardie di polizia. I cittadini non

tardarono a scoprire in alcuni fumatori borghesi, guardie di polizia

travestite e come era facile a prevedersi, si diedero a fischiarle; di

che esse si corrucciarono ed invelenirono, onde, com'era nei desiderii,

si passò alle vie di fatto. Ed ecco a un segnale dato irrompere

i soldati (sopratutto cavalleria) nelle strade principali menando

colpi di sciabola a destra e sinistra. Come suol sempre avvenire,

n'andarono di mezzo i più lenti a fuggire e quelli che ignorando ogni

cosa uscivano in quel punto dalle loro case. Vi ebbero molti feriti e

non pochi morti e fra questi un vecchio consigliere d'appello ed il

cuoco del conte Fiquelmont. Era questi un personaggio ragguardevole

ch'era venuto a Milano mandato da Vienna con missione non pubblica, ma

dicevasi con quella di riferire fedelmente al governo centrale lo stato

delle cose in Lombardia. Grande fu l'irritazione prodotta da quell'atto

di provocazione; ma coloro che lo consigliarono ritennero che il suo

effetto lo avesse prodotto e si potesse chiamarlo una lezione utile,

poichè mentre i cittadini contavano tanti feriti ed anche morti, non

eravi un soldato solo che avesse riportato una graffiatura. Anche gli

stessi attinenti al governo che avevano disapprovata quella misura,

furono costretti al silenzio dinanzi al momentaneo buon successo;

dobbiamo anzi soggiungere, perchè anche questo è vero, che circa quella

provocazione in origine censurata persino da generali, rimasero tutti

d'accordo a ritenerla ben riescita. Da qui venne nel governo quella

fatal sicurezza che si comunicò anche ai capi militari, i quali si

persuasero che Milano non avrebbe osato insorgere contro di essi ed in

ogni caso avrebbe avuto la peggio. Il trarre una simile conseguenza dal

fatto del 3 gennaio era uno sragionare, dacchè non tenevasi calcolo

della sorpresa; ma la passione già dominava i governanti civili e

militari, dei quali non pochi ostentavano un disprezzo, di che i

cittadini ogni dì più s'irritavano, onde in essi nacque una vera sete

di vendetta.

Eccoci al punto che possiamo chiamare culminante e foriero

dell'inevitabile crisi, quando tutte le cause di qualsiasi natura

hanno prodotto i loro effetti. Le riassumerò in brevissimi termini.

Le idee di maggiori libertà pei popoli e dell'ingerenza loro nel

maneggio della cosa pubblica mediante il sistema rappresentativo

costituiscono le cause che chiamai _generali_, perchè comuni ad altri

popoli, con questa differenza fra cotesti e l'italiano, che mentre

altrove erano le predominanti, in Italia invece erano in seconda

linea al confronto dell'idea dell'indipendenza nazionale, sopratutto

nell'Italia austriaca. In tutta la penisola ben si comprendeva da ogni

persona colta e intelligente di materie politiche che la base vera,

l'unica, stabile, anche della libertà era l'indipendenza di diritto e

di fatto da ogni dominazione straniera; e quella causa poteva dirsi

l'_italiana_. Ben pronunciata in tutti i centri d'intelligenza lo

era in grado massimo a Milano, uno dei più segnalati. A queste cause

comuni con tutti gli altri paesi d'Italia, colà vennero a sovrapporsi

le _locali_ ossia le speciali per quella città. Poco prima dello

scoppio della rivoluzione erano stati presi alcuni giovani appartenenti

a famiglie distinte e spediti in Austria per misura di precauzione.

È vero che non si torse loro un capello e furono trattati con ogni

riguardo, ma questo non si seppe che dopo gli avvenimenti e frattanto

quell'atto contribuì ad indispettire la popolazione; ma su ben altra

scala ed in modo ben più risentito aveva contribuito a quell'effetto

la provocazione del 3 gennaio e quello scherno che non pochi dei più

devoti al governo dimostravano per i cittadini, sui quali credevano

aver riportata una vittoria in quell'infausta giornata. Così quali

fuochi concentrici tutte quelle cause si condensavano in Milano,

e la lotta desiderata da molti in ogni parte d'Italia, in nessun

luogo lo era con tanto ardore quanto in quella città. L'annuncio dei

massacri di Milano, come chiamaronsi, produsse come era da attendersi

un effetto gravissimo in tutta la Lombardia; non è a dire poi quale

partito ne traessero coloro che tenevano al corrente d'ogni cosa il

governo piemontese scongiurandolo di prepararsi alla guerra. Esso

non istava inoperoso, e siccome già presentiva inevitabile la lotta,

aveva incominciato a chiamare più classi sotto le armi; ma anche in

Piemonte non tutti la pensavano nello stesso modo, non già che vi

fosse un partito che chiamar si potesse austriaco, ma vi erano persone

spaventate dalla terribile lotta da impegnarsi con armi tanto impari

per numero, e perciò ad una determinazione energica ne seguiva talvolta

un'altra che la temperava; nel complesso però prendeva sempre più

favore il partito risoluto.

Il giorno 8 febbraio il re Carlo Alberto promise solennemente lo

Statuto, altro nuovo importantissimo passo che dalla sua data stessa

trae grande importanza, poichè precedette lo scoppio della rivoluzione

francese.

Il governo austriaco alla sua volta era entrato in una fase di

lusinghevoli promesse, per la ragione dianzi accennata, che vedeva

sorger nembi da tutte le parti del vasto suo impero. Quindi si

accavallavano ed avvicendavano partiti di prudenza e partiti di

severità; si ingiungeva la consegna delle armi e si faceva sentire alle

autorità municipali, che reclamavano contro gli arbitrî della polizia,

che si sarebbero esaminati e presi in considerazione i desiderii delle

popolazioni, perchè tale era l'intenzione dello stesso governo; ma le

popolazioni, e sopratutto quelle delle città, comprendevano benissimo

quale fosse la causa del linguaggio insolito e non vi prestavano fede.

In tale stato di tensione somma degli animi nel quale si trovavano

governanti e governati del grande impero austriaco, avvenne la

rivoluzione di Francia, o, a dir meglio, di Parigi, del 28 febbraio,

che rovesciò il trono di Luigi Filippo e proclamò la repubblica.

Quel fatto presentò l'apice delle complicazioni, ma nello stesso tempo

il principio del loro scioglimento dappoichè si entrò allora in un

nuovo periodo, in quello dell'azione e della lotta. Se l'anno 1848

ebbe la qualifica di _fatato_ per i molti e strani avvenimenti che in

esso seguirono, il mese che si segnalò sopra gli altri nello stesso

anno, fu il mese di marzo. Il re Carlo Alberto promulgava nel giorno 4

di detto mese lo Statuto a' suoi popoli fra il tripudio del Piemonte

e l'entusiasmo di Torino. La chiamata di nuove classi sotto le armi

dimostrava come il neonato non si avesse a festeggiare solo con canti

ed inni di gioia, ma con preparativi serii di guerra; se non che tale

era l'entusiasmo, tale la convinzione già divenuta generale che ormai

la lotta era inevitabile che, ben lungi dal paventarla, i più la

desideravano. Il governo austriaco stesso la credeva tanto vicina che

aveva disposto a scaglioni molta forza lungo la frontiera piemontese,

aveva già formato il suo piano d'attacco e designata la città nel

territorio del nemico ove divisava fissare il quartiere generale; ma

a Vienna in que' giorni stessi la popolazione instava per farla finita

col regime assoluto e chiedeva libere istituzioni.

Il vice-re del regno Lombardo-Veneto, l'arciduca Raineri, non

credendosi più sicuro in Milano, partì con tutta la famiglia il 16

marzo per Verona, accompagnato da un reggimento di granatieri italiani,

che non si avvisava prudente lasciar in quella città; prima di lui era

pure partito il conte Spaur, governatore della Lombardia, sì che a capo

del governo vi era rimasto il vice-presidente conte O'Donnell.

La risoluzione che avevano preso i cittadini di Vienna di venire

assolutamente ad una conclusione, l'avevano presa anche alcuni

cittadini di Milano; volevano essi recarsi il 18 marzo al palazzo di

governo per fare la dimanda della libertà di stampa, della guardia

nazionale, d'un freno all'arbitrio della polizia e d'altre simili

franchigie. Certo fu una coincidenza fortuita quella degli stessi passi

fatti nei medesimi giorni dalle popolazioni delle due città senza che

l'una sapesse dell'altra, ma era effetto di quella singolare atmosfera

che tutti avvolgeva desiderando la stessa cosa, trovando i medesimi

ostacoli, di guisa che erano tutte due spinte sulla medesima via, senza

alcun speciale accordo.

Il mattino del 18 marzo un dispaccio governativo affisso a tutti i

canti di Milano annuncia ai cittadini che _sua Maestà aveva determinato

di concedere ai suoi popoli instituzioni liberali e convocava i

rappresentanti dei diversi paesi a Vienna pel 3 luglio prossimo

futuro_.

Quell'avviso fu la scintilla che diede il fuoco all'aere pirico del

quale era pregna l'atmosfera. _Vienna_, si disse, _è in rivoluzione_.

Il popolo stesso, la moltitudine dei cittadini, che due anni prima era

ancor completamente digiuna di politica, a forza di sentir a parlare

di statuti, di libertà, di garanzie, aveva fatto un po' di educazione

politica e comprese, come non era possibile che la cosa fosse passata

così linda a Vienna fra il popolo ed il governo. Ora, appena si ebbe

sentore del fatto, moltissimi sorsero a dire: _Se tanto si fa dai

Viennesi, come staremo noi tranquilli?_

Ricordi intorno alle Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848) Seconda edizione con aggiunte · 第 9 / 45 题