La sollevazione di Milano del 1848, che la storia ha consacrato
sotto il nome delle _Cinque Giornate_, fu uno degli avvenimenti
più importanti di quell'anno sì memorabile, tanto pel fatto in sè
stesso, quanto per le sue conseguenze. Ventisette anni[2] sono decorsi
da quello, e molti di coloro che furono attori principali in quel
terribile dramma, sono scomparsi dalla scena. Frattanto una generazione
intera è sorta, la quale fu completamente estranea a quei fatti e
comprende quanti oggi non hanno oltrepassato i 35 anni, poichè non
è certo ad 8 o 9 anni che si possa, non che prendervi parte, nemmeno
afferrare il concetto di siffatti avvenimenti, in guisa da potersene
chiamare testimonii. Assai più ristretto ancora è il numero di coloro
che furono non solo contemporanei ma attori; l'una e l'altra di queste
classi va assottigliandosi ogni anno per far luogo a coloro per i quali
quel fatto non è più che un ricordo storico, che apprendono dai libri
o dalla tradizione popolare.
L'avvenimento stesso poi soggiacque alla legge generale dei grandi
fatti storici; più si allontana l'epoca nella quale ebbero luogo,
più ne scompaiono i particolari e se ne veggono solo i grandi
contorni. Quindi esso dovette cedere parte del posto che occupava
agli avvenimenti successivi, i quali reclamarono alla loro volta dalla
storia di essere collocati anch'essi nel suo gran libro. Non pertanto
se havvi avvenimento che pure meriterebbe di essere conosciuto anche
ne' suoi particolari più minuti è quello delle _Cinque Giornate
di Milano_, il quale fu così straordinario che conserverà sempre
un'attrattiva speciale per chiunque si diletta di particolarità
storiche, ma sopratutto pei Milanesi. Or si può egli dire che esista
una storia genuina, scevra di esagerazioni od errori? Non lo credo e
non è difficile il rintracciarne la causa. Un avvenimento è tanto più
facile ad essere alterato quanto più colpisce l'immaginazione e giunge
inatteso ed inesplicabile. Tale fu per l'Europa intera l'annuncio
della ritirata delle truppe austriache dopo la sollevazione di Milano.
Il fatto non poteva rivocarsi in dubbio, ma conveniva spiegarlo. Il
generale che comandava l'esercito austriaco era provetto guerriero
e godeva fama di valente; l'esercito poteva ben essere inviso agli
Italiani come istromento di oppressione, ma essi e molto meno gli
estranei non l'avevano in conto di poco animoso od inetto a combattere;
una spiegazione ci voleva e pronta; e quindi col primo annuncio, col
primo spandersi della fama del grande avvenimento alla narrazione
dei fatti veri si mescolarono fatti supposti ed esagerazioni che si
ripeterono anche in buona fede e spesso ancora nel ripetersi vennero
ingrandite. Molti fra gli attori principali già nei primi giorni dopo
il fatto abbandonarono Milano per recarsi a combattere la guerra sia
come volontari, sia come arruolati nell'esercito sardo e pur troppo
molti più non tornarono. All'opposto altri che dell'avvenimento
volevano trarre vantaggi personali magnificarono la parte da loro
presa, scrivendo o facendo scrivere ogni genere di stravaganze. I fogli
pubblici di Europa erano ancor pieni di simili descrizioni quando
sopravvennero i rovesci che cambiarono totalmente la scena; i vinti
si dispersero ai quattro venti ed i vincitori non si contentarono
di mettere in evidenza le esagerazioni, ma negarono anche i fatti
veri, li spiegarono a modo loro, sì che la verità oscurata prima
dagli uni, lo fu dappoi anche dagli altri. Per undici anni circa
il vincitore tenne ancora il campo, e ben si comprende come in quel
periodo di tempo non potessero venir pubblicate storie genuine nel
luogo stesso che fu teatro dei fatti. Fuori di esso, e sopratutto
là dove stavano a rifugio gli emigrati, non si mancò di rispondere
a quelle menzognere pubblicazioni, nè furono pochi gli scritti che
allora comparvero in Piemonte ed altrove; ma la passione domina quegli
scritti; essi sono pieni di recriminazioni e di reciproche accuse dei
diversi partiti politici; la serenità, la calma che vuole la storia,
vi si cerca invano. Allorquando poi la fortuna delle armi arrise
di nuovo all'Italia ed il campo d'azione dei fatti del 1848 fu reso
libero, altri gravissimi avvenimenti occuparono l'attenzione pubblica,
circondati dall'aureola di più durevole vittoria.
È facile il comprendere da questo complesso di circostanze come abbia
dovuto essere difficile che si trovasse uno storico, il quale fosse
in grado di tessere una genuina narrazione che ricordasse uomini e
fatti meritevoli di memoria ma scevra di ogni esagerazione. Eppure,
sia permesso ripeterlo, l'opera sarebbe veramente meritoria. Da
queste premesse potrebbe forse taluno dedurre la conseguenza che io
mi accinga a colmare la lacuna che ho segnalata; ma sono ben lontano
da tale pretensione; già il titolo di questo mio scritto indica che
il mio intendimento è assai più modesto; esso mira a somministrare
ad altri qualche elemento di storia. Io voglio narrare que' fatti dei
quali fui testimonio oculare e ad alcuni dei quali ho preso parte. Non
ammettendo transazione alcuna colla verità se dev'essere elemento di
storia, non assumo la garanzia che di quanto posso accertare io stesso.
Il campo è molto ristretto, ma io non mi sento in grado di allargarlo;
per quanto può esser accettevole un compenso, spero che se ne troverà
uno nella certezza che quanto qui si narra è vero; e la verità ha tale
potenza che rende buoni anche gli scritti mediocri, come la mancanza
di tal qualità non redime quelli che solo vogliono accreditarsi colla
ricercatezza delle frasi o le lusinghe dello stile. Un fatto alterato
non è più che la caricatura del fatto e la storia severa lo ha per
un insulto. Come potrei con tali principî assumere la garanzia di
narrazioni di fatti già esposti diversamente dagli uni o dagli altri,
mancandomi gli elementi per esser giudice? Non volendo correre il
pericolo di errare conviene che mi restringa nel campo limitato di
quanto posso dire senza tema di fondata contraddizione.
_Ma perchè mai_, si potrebbe chiedere, _avete aspettato ventisette anni
a narrare cotesti fatti? Non è egli possibile che sì lungo spazio di
tempo abbia affievolita la vostra memoria intorno a taluno di essi e
che, anche non volendo, siate caduto in errore?_
La dimanda è così giusta e naturale che volli prevenirla e rispondervi.
La parte che avevo preso nel predisporre gli animi de' miei compaesani
al tentativo di liberarsi colla forza dalla dominazione straniera e
quindi la parte presa nella lotta stessa di Milano, mi obbligarono ad
emigrare e mi stabilii a Torino. Libero da ogni vincolo obbligatorio
non fu il tempo che allora siami mancato ma la spinta e la volontà.
L'esito finale del 1848 era stato infelice ed io non poteva rammentare
quegli sforzi, quel sangue versato, quei sacrifici d'ogni genere che
la nazione aveva sostenuto, senza un sentimento di dolore, perchè
erano stati sostenuti indarno. Quando poi gli avvenimenti del 1859
riaccreditarono anche quelli del 1848, e permisero che entrassero
essi pure quali fattori dell'indipendenza d'Italia, allora non
fui più libero del mio tempo reclamato da speciali doveri che mi
vincolarono fino al 1866. Ora avvenne che trovandomi io a Milano nei
primi mesi di detto anno, volli rivedere i luoghi ove erano seguìti
alcuni fatti ai quali io avevo preso parte. Non posso esprimere quale
fu la mia sorpresa nello scorgere con quanta fedeltà la mia memoria
aveva conservato quei ricordi. Alcuni di quei luoghi li aveva veduti
in quell'occasione per la prima volta e taluni solo di notte; or
bene se in luogo di 18 anni da quell'epoca fossero decorsi solo 18
giorni, l'impressione non poteva essere più viva, sì prontamente io li
riconosceva. Fui tentato di ascriverlo ad una felicità straordinaria
di memoria; ma l'illusione non durò a lungo, perchè recatomi, fra
gli altri luoghi sul campanile di S. Bartolomeo, accompagnato da quel
sagrestano medesimo che in una certa notte delle cinque giornate mi
aveva pure seguito colassù, trovai che rammentava anch'esso con tutta
precisione ogni anche più minuta circostanza, di quanto allora era
occorso, mentre nel resto era proprio un vero tipo di sagrestano. Da
ciò mi venne facile il convincermi che il fenomeno di sì fedeli ricordi
non deriva già da privilegiata memoria, sibbene dalla circostanza che
gli avvenimenti straordinarii, assorbendo ogni facoltà dell'animo, si
imprimono con tal forza nella mente da conservarsene fedele e perenne
la memoria. Non pertanto quella prova era riescita rassicurante e
concepii allora l'idea di scrivere questi _Ricordi_. Se non che io
non seppi rimaner fedele alla determinazione di mantenermi libero da
ogni pubblico incarico; altro ne accettai che mi tenne vincolato fino
al 1872, quando finalmente, libero davvero, diedi seguito alla mia
determinazione di sei anni addietro.
Mi sia però concesso d'invocare il lungo tempo decorso come prova del
non essere stato spinto da vanità. Certo la mia narrazione potrà venir
qualificata un brano di autobiografia, ma se l'amor proprio avesse
avuto predominio su di me, avrei scritto questi _Ricordi_ molti anni
prima e quando il tempo era tutto a mia disposizione. Ben comprendo
come l'essermi esclusivamente ristretto ai fatti dei quali posso dar
guarentigia sia il lato debole del mio lavoro; ma ripeterò ancora,
che non ho scritto la storia delle _Cinque Giornate_, ma ho solo
somministrato alcuni elementi certi ai futuri storici.
Non sarà forse inutile, per i pochi almeno che mi leggeranno, che
faccia un cenno anche del modo col quale io procedetti, nel mio lavoro;
il che darà ragione anche di qualche lacuna che vi si trova.
L'ordine cronologico nel quale si sono avverati i fatti è quello
che io ho seguito, ma nell'accertar questo io non ammisi altro
elemento, non volli altro soccorso che quello della mia memoria. Una
carta topografica di Milano di quell'epoca, per richiamare i nomi di
qualche via secondaria, è tutto il corredo del quale mi sono servito.
Io avrei potuto interrogare non poche persone di mia conoscenza
intorno a determinati fatti che non mi parevano ben chiari, ma il
timore che aggiungendo essi nuove circostanze ch'io più non poteva
verificare, alterasse in me quella norma indeclinabile di non dire
che quanto rammentava io stesso, fece sì che mi astenni da ogni
interpellanza, preferendo o tacere, o dispensarmi dall'entrare in
maggiori particolarità. Lo stesso devo dire dei nomi delle persone;
di molte colle quali mi sono incontrato non conobbi mai il nome, e di
quello d'altre allora conosciuto non seppi più risovvenirmi. Ora io
ho preferito confessare la dimenticanza piuttosto che voler tentare
di indicare tai nomi dopo 27 anni, poichè se fossi caduto in errore
intorno al nome della persona, potevasi dubitare anche del fatto;
infine io ho subordinato tutto alla condizione che deve campeggiare nel
mio scritto, la verità.
È più specialmente presso i giovani che io vorrei trovar buona
accoglienza. L'avidità di apprendere alcuni particolari di quelle
memorabili giornate, dimostratami da taluni di essi, l'ebbi quale
buono augurio e forse contribuì a farmi risolvere a scrivere questi
_Ricordi_. Difficilmente si ripetono gli stessi fatti; ma le passioni
umane essendo sempre le medesime possono generare circostanze
egualmente difficili; or siccome in quei giorni fu necessario alla
popolazione milanese spiegar coraggio, sobbarcarsi a privazioni e
sacrifici, e ne uscì con gloria ed onore, è pur bene che i posteri
abbiano avanti agli occhi quell'esempio de' loro padri e lo seguano.
Milano, 10 novembre 1874.