I veri responsabili, gli uomini, scompaiono nell'ombra.

Quando tornate a casa di tarda notte e v'imbattete in una donna da

trivio che vi sorride e vi chiama, non pensate mai che un giorno ella fu

vergine, che deve aver amato, che si è data a qualcuno, il quale l'ha

abbandonata poi sul lastrico, e non vi chiedete dov'è questo «qualcuno»

mentre la donna segue la sua via d'abiezione e di morte?... Quel

«qualcuno» può essere il medesimo uomo, il quale vi ha testè accolto

nella sua casa ospitale, dove tutto sorrideva e tutto era bello.... Non

vogliamo condannarlo? Ma bisognerebbe essere ingiusti fino alla

bestialità per condannare in sua vece la donna, che vent'anni addietro

gli ha creduto ed è rotolata giù per la scala del vizio fino alla

prostituzione.

*

Che la donna sia irresponsabile socialmente parlando, è dimostrato da un

fatto a tutti noto: non sente l'amicizia. È rarissimo il caso che vi fa

incontrare due donne le quali siano legate da una amicizia

disinteressata e sincera.

La donna odia la donna. Somiglia in questo alla gallina. In un pollaio,

guai alla gallina che si ferisce e perde sangue! Tutte le altre le si

precipitano addosso, e a colpi di becco e di zampe la fanno a brani. È

la loro solidarietà, il loro sentimento d'amicizia.

La donna non è diversa; odia la sua compagna segretamente fin che l'odio

non possa manifestarsi ed erompere con gioia selvaggia. E quando mai

sarà il giorno in cui l'odio avrà questa soddisfazione? Quando,

naturalmente, la donna sia caduta e in pericolo.

In occasione di due processi celebri, Steinheil e Tarnowsky, io mi son

piaciuto a interrogar molte donne sulla sorte che avrebbero riservata

alle imputate. E ricordiamo che le imputate eran dipinte come donne

affascinanti, quale per bellezza, quale per grazia femminile. Nessuna

delle signore che io interrogai espresse un pensiero d'indulgenza,

nessuna avrebbe accordato le attenuanti; tutte augurarono la pena di

morte, e qualcuna, — piccola gallina feroce, — si rammaricò che la morte

non si potesse dare con lunga e squisita tortura.

La donna odia la donna, e non ha dunque il ristoro di quel sentimento

che è tra gli uomini assai forte. Gli esempii classici dell'amicizia

sono nella letteratura attinti alla vita maschile, da Patroclo e Achille

a Damone e Pizia. Non si ricordano coppie di amiche le quali sian

passate attraverso i secoli con l'aureola del sentimento nobilissimo.

Sappiamo che cosa sono le amicizie femminili di collegio, traviamenti

della pubertà inquieta; più avanti la lotta per la vita, quell'implacato

spirito di gelosia che è così acceso tra le donne, schiera le une contro

le altre. Esse rinunziano alla terribil forza della solidarietà sociale

e sessuale con una incoscienza maravigliosa, per procedere sole nella

loro via; rinunziano all'amicizia per l'amore.

Dall'amore, cioè dall'uomo, la donna si aspetta tutto, gioia, tutela,

famiglia, aiuto morale e materiale, soddisfazione alle piccole vanità e

ai mille desiderii che da fanciulla è andata maturando. Per ciò la sposa

è superba e invidiata; per ciò, spietate nel loro odio, le une sorridono

delle altre, che abbian vista andar fallita una promessa o una speranza

di fidanzamento.

Ma comunque l'uomo si presenti, sotto le spoglie d'un marito o quale un

amante, egli sarà la guida e il maestro. La fanciulla è stata educata in

un collegio, nel quale le hanno insegnato molte cose inutili o sciocche

o contrarie al vero; poi dalla madre, che ha continuato quella

educazione lontana da ogni soffio vitale, quella educazione che in certi

casi può riassumersi nella raccomandazione di abbassar gli occhi quanto

più è possibile, e di vedere e capire quanto meno è possibile.

Fortunatamente l'una e l'altra educazione s'accordano anche in un punto,

in un solo punto che abbia valore sociale e potenza di difesa:

nell'insegnare e sviluppare il pudore della fanciulla. È questo il solo

presidio di molte donne.

La bella candida oca è consegnata dall'amore, dunque, nelle mani

dell'uomo, il quale dovrebbe plasmarla e avviarla alle prove

dell'esistenza, perchè egli è forte, ed essa debole.

*

Egli è forte.

Tra le menzogne convenzionali della nostra società, una sopra tutte mi

sembra patente: quella che riguarda la forza morale dell'uomo.

Chiunque abbia vissuto con qualche intensità e abbia avuto maniera

d'osservare uomini di diverse classi sociali, sa che l'uomo forte è un

esemplare tutt'altro che comune. Quando non ondeggino tra una timidezza

e un'audacia irragionevoli, passando come tutti i deboli da un

abbattimento eccessivo a un'insensata e inopportuna arditezza, gli

uomini al cospetto delle avversità trovano difficilmente l'energia per

fronteggiare gli ostacoli e gli avvedimenti per superarli.

La bella serenità risoluta, indice della vera forza morale, è rara; più

rara l'intelligenza pacata che giova a preparare tutto un piano di

difesa e ad attuarlo con sagacia.

In verità quella prima menzogna della forza maschile non è se non la

conseguenza d'un'altra menzogna: l'ipotesi della lotta per la vita.

Mentre ovunque si parla di lotta e di lotte, molte esistenze crescono,

fioriscono e si spengono senza conoscer da vicino nè la lotta, nè le

lotte, molte esistenze si svolgono con un meccanismo sicuro, e giungono

pacificamente alla loro meta.

Considerate, ad esempio, l'enorme numero di professioni regolate da

leggi di gerarchia e di anzianità, la professione degli impieghi, la

professione delle armi, le altre innumerevoli in cui basta uno spirito

mediocre per avere una mediocre agiatezza; aggiungete da una parte il

rispettabile numero dei ricchi, e dall'altra le organizzazioni che han

tolto la combattività all'individuo, lo hanno ridotto a gregario e lo

fanno obbedire a una disciplina bassa e stupida; non dimenticate tutti

quelli che non tendono ad alte vette, non pensano a grandi mutamenti,

non conducono vita intensa di piaceri e di commozioni, e tutti quelli i

quali non abbiano una personalità tanto spiccata da crearsi intorno

ostacoli e nemici.... E poi dite quanti davvero lottano nella vita,

quanti ne conoscono le ore torbide, le ingiustizie amare, i giorni

pànici, gli istanti delle grandi risoluzioni.... Quanti?... Io ho dovuto

sorridere più d'una volta, vedendomi innanzi qualche piccolo uomo, che

mi parlava di lotte sostenute, di guerre e di patèmi, come avesse dovuto

respingere da solo un intero esercito. E sapevo benissimo che tutta la

sua attività era rivolta ad ottenere la croce di cavaliere della Corona

d'Italia. Avuta la quale, non si sarebbe più udito parlare dell'atleta.

Molti son foggiati a questa maniera. A sentirli, si scambierebbero per

cacciatori di tigri; poi la citazione d'un giudice conciliatore o

l'obbligo di testimoniare in un processo li fa sbiancar di terrore.

La mancanza di lotta fa la mancanza di forza. La vita degli uomini

comuni ha questi due segni: pace e debolezza; e fin che la pace dura, i

deboli e i forti si somigliano, e si può lasciare che quelli menino

vanto delle virtù di questi, augurando ai primi di non imbattersi mai

nei secondi.

La lotta è rara, e perciò la forza è rara; il caratterisma principale

della vita è la mediocrità delle gioie e dei dolori, la volgarità del

meccanismo. Pochi uomini hanno il diritto di parlar delle lotte della

vita come le avessero viste da vicino, ma tutti ne parlano con gravità

sapiente, cosicchè a un giovane credulo la vita dovrebbe apparire come

una mischia furiosa in cui migliaia sono i caduti, pochi i vincitori.

Manca invece alla grande maggioranza il maestro, il dolore; quel dolore

che noi fuggiamo per istinto e che è fonte d'esperienza, che nei cuori

ben fatti consiglia pietà e simpatia invece che odio e sfiducia.

La vita dei più si svolge senza dolore. Messi al riparo da ogni colpo

perchè non hanno grandi ambizioni, non mirano in alto, non risvegliano

inimicizie, non si presentano con una personalità temibile, gli uomini

comuni procedono per una marcia regolare in terreno piano, e nel loro

bilancio morale l'attivo e il passivo hanno proporzioni sufficientemente

eque.

È dunque ingiusto guardar la vita e parlarne con espressione di

corruccio.

Singolarmente avversa e dura per taluni pochi, è onesta per la grande

maggioranza alla quale non chiede sforzi eccessivi, e dà un profitto

adeguato allo sforzo. Non tutti quelli che declamano contro la vita,

hanno lo scrupolo di coscienza di chiedersi che cosa han fatto per

meritare meglio di quanto hanno avuto.

Se si conviene, — e bisogna convenire, — che per tre quarti dell'umanità

la lotta e il dolore non sono se non imagini retoriche, si deve pur

convenire che l'uomo è un debole, il quale mangia, beve, procrea, e fa

correre la voce che l'uomo è forte. Quando parla di energie e di

battaglie, sembra uno di quei guerrieri giapponesi d'or sono

cinquant'anni, che si coprivano il volto con mostruose maschere;

volevano incutere paura, e cadevano a centinaia sotto i proiettili degli

uomini senza maschera.

*

L'infinita quantità di donne insignificanti che s'incontrano in tutti i

paesi è pullulata dall'insipienza dell'uomo, il quale non s'è avvisto

che la sua donna non aveva carattere e non ne aveva egli stesso tanto da

foggiar quello della donna che gli apparteneva. L'ha lasciata poltrire e

disfarsi nello stagno della sua impersonalità.

E non intendo con questo rilievo pronunziare alcun anatema, bensì notare

appena una necessità sociale; la massa è naturalmente sfornita di

qualità d'ordine superiore, e maschi e femmine si confondono in una

folla grigia che occupa molto spazio e forma l'opinione pubblica.

Ma di certo, se in quella folla che passa e s'avvia alla morte come al

coronamento d'una vita tutta animale, noi ci facessimo a ricercar

qualche tipo che avrebbe potuto salire alla classe intellettualmente più

alta e moralmente più sensibile, staccandosi in qualche maniera dalla

massa grigia, lo troveremmo con maggior facilità tra le donne che tra

gli uomini.

L'impressionabilità femminile non è che il germe; s'atrofizza e muore se

non gelosamente custodito e pazientemente sviluppato; dà frutti copiosi,

mortali o salutari, se l'uomo accorto lo coltiva. E qualche altra virtù

è nella donna, che può formarne la personalità; come lo spirito di

sacrificio, che gli uomini apprezzano solo egoisticamente, e la tendenza

ad affezionarsi a idee, cose e persone, della quale gli uomini

approfittano per tramutar la devozione in servitù.

Perchè un'anima femminile si apra con fiducia e prenda quella forma che

diciamo carattere, dev'essere trattata con dignità. La donna ha bisogno

di sentire bensì che chi le sta al fianco è più forte di lei, ma che non

ha nulla da temerne; e lo comprenderà quando vedrà che l'uomo, il quale

rivolge tutta la sua forza morale contro le avversità del destino, è

sereno con lei e indulgente, e se la corregge non la umilia, e se può

vincerla in logica e in fermezza e in coraggio, non ne ride e non ne

mena vanto. La donna ha bisogno, in altri termini, di sentire che è

diversa dal suo compagno, ma non inferiore. La scienza dice che questo

non è vero, che l'inferiorità della donna è manifesta; ma socialmente è

necessario che non si abusi di queste verità scientifiche, perchè

l'alcova non è il laboratorio, e la famiglia non è una società

d'antropologia: e la scienza facile in mano degli imbecilli è assai più

dannosa dell'ignoranza.

Fra tanti orgogli che si son voluti riconoscere alla donna, uno è stato

negletto; l'orgoglio d'essere stimata. Nulla meglio avvilisce una donna

e alla lunga ce la rende nemica, che il tenerla lontana da ogni nostro

pensiero, l'ascoltarla con distrazione, il tacerle cose le quali si

potrebbero narrarle senza danno, l'appartarla e il richiuderla in una

cerchia d'indifferenza sdegnosa, il farle sentire ch'ella è, sopra

tutto, uno strumento pel nostro piacere.

*

Ma io mi avvedo che se mi abbandonassi a notar qui le riflessioni che ho

potuto raccogliere in una vita d'esperienza, scriverei un proemio

sproporzionato al libro e alla sua indole. Non dimenticherò che questa

raccolta di novelle appartiene, vuole appartenere semplicemente alla

letteratura, e quanto sono andato esponendo, lungi dall'avere

un'intenzione polemica, non ha che il fine di spiegare a qual concetto

mi sono attenuto, creando questa collezione di tipi femminili.

Che se mi si opponesse essere il mio concetto, indulgente e generoso

verso la donna, il frutto d'un'esperienza tutta personale, che non prova

nulla, potrei anche concedere; quantunque e la filosofia e l'arte e le

opinioni non siano mai altro che il frutto d'esperienze personali. E per

ciò il mondo è divertente, e nulla è definitivo e assoluto.

Per conto mio, potrò mutare d'idea sulla donna il giorno in cui ne avrò

trovata una capace di condurre a perdizione me; allora dirò anch'io

ch'ella non è se non una creatura malefica, «instrumentum diaboli», La

Nemica con le iniziali maiuscole....

Ma mi sembra tardi....

Febbraio 1911.

Donne e fanciulle · 第 4 / 35 题