9 Marzo 1864.

_Al Ministro della guerra,_

«Gli ufficiali del 4.º Reggimento Cavalleria N. Y. sottomettono alla

vostra benevola considerazione questa rispettosa istanza, perchè (in

quanto ciò sia conforme alla dignità della patria ed ai regolamenti

sullo scambio dei prigionieri di guerra), si dia opera immediata onde il

loro amato e valoroso colonnello Luigi Palma di Cesnola possa riprendere

il servizio attivo.

«Sono oltre nove mesi che il colonnello Cesnola langue nelle prigioni di

Libby essendo caduto nelle mani del nemico, mentre comandava uno

squadrone di cavalleria il giorno 17 giugno 1863 in Aldie, Virginia. La

sua presenza è con ardore desiderata dal suo reggimento, ufficiali e

gregarii, tanto che i sottoscritti rispettosamente osservano e fanno

osservare che, se mediante le avviate stipulazioni la loro domanda sarà

esaudita, il reggimento a mostrarsene grato raddoppierà nell'adempimento

del proprio dovere, l'attività e lo zelo. Aggiungono ancora che il

ritorno del loro colonnello al servizio attivo, gioverà alla santa causa

per la quale hanno giurato combattere e che la presenza del loro

magnanimo comandante non potrà che accrescere il lustro e la fama dei

tanti coraggiosi pugnanti ora per l'unione e la libertà.»

L'istanza sortì il suo effetto. Il Cesnola fu barattato col colonnello

Brown dell'esercito separatista. Abramo Lincoln volle vederlo e

richiederlo delle condizioni dei prigionieri. Ad informarnelo non

occorrevano parole, bastava che il Cesnola si mostrasse macero,

ischeletrito com'era e pieno di lividure. Il grande presidente

s'impietosì a quella vista ed al colonnello che gli domandava di tornar

subito al campo, ordinò un mese di congedo, per rifarsi in salute.

Intanto la guerra volgeva al suo termine. Già prima che cominciasse, il

governo dell'Unione aveva con chiari patti stabilito, che colla pace

sarebbe caduto ogni suo legame ed ogni obbligo cogli ufficiali iscritti

alle milizie. Non gradi, non onori, non pensioni. Ma i servigi prestati

dal Cesnola furono stimati di così alto pregio da meritargli uno

speciale trattamento. Promosso generale, perchè il Governo potesse in

alcun modo tenerlo ancora in attività di servizio, fu nominato Console

generale degli Stati Uniti con libera scelta fra parecchie ottime

residenze. Egli elesse quella di Larnaca nell'isola di Cipro, che lo

avvicinava all'Italia ed offriva a lui ed alla famiglia un clima

salutare, necessario ristoro alle fatiche, ai patimenti ed alle

apprensioni della guerra e della lunga travagliosa prigionia.

*

* *

Per dire delle grandi scoperte che vi fece il Cesnola, occorre

premettere alcuni rapidi cenni intorno alle antiche vicende storiche

dell'isola di Cipro ed alle ricerche archeologiche di che fu oggetto

nella seconda metà del nostro secolo. Estraggo queste sommarie notizie

da alcuni pregiatissimi articoli del Perrot pubblicati nella _Revue des

deux Mondes_, gli anni 1878 e 1879, e dal libro del Cesnola già citato

in nota.

La terra sacra a Venere, ebbe dai fenici i primi rudimenti della

civiltà. Le sue coste orientali e meridionali, più dell'altre prossime

alla Siria, risentirono prime l'influenza fenicia e ne furono più

profondamente penetrate. Ivi sorsero le tre città di più incontrastata

origine fenicia: Kition, Pafo (l'antica) ed Amatonta. Kition, in

prossimità della moderna città di Larnaca, fu, pare, il più importante

emporio che vi avessero i fenici. La Bibbia ne fa menzione più volte, a

cominciare dal libro della Genesi, allargando il suo nome ebraico di

Kittim fino a designare con quello l'isola intera. Amatonta e Pafo

ebbero nelle pratiche religiose del mondo antico, e negli studi

archeologici dei tempi nostri, una grande celebrità, dai loro templi e

santuarii, nei quali l'imagine a noi alquanto malferma della siriaca

Astarte andò nei secoli, a grado a grado trasmutandosi nella più sicura

e precisa della greca Afrodite.

I fenici scopersero primi le ricchezze metallurgiche dell'isola, si

applicarono alla estrazione del rame che ebbe nome di Cuprum (donde il

_cuivre_ francese), vi importarono la cultura della vite e certe piante

d'origine asiatica od africana quali la cassia, la cannella, il sesamo,

la fava d'Egitto.

A quanto è lecito congetturare, i greci approdarono la prima volta in

Cipro poco appresso la composizione dei poemi omerici. L'_Illiade_ ci dà

Cipro per terra fenicia. Le colonie greche vi stabilirono dunque intorno

a novecento anni avanti Cristo. È da credere che la loro fu pacifica

conquista, non potendo i Fenici opporre valida resistenza al giovane

popolo invasore ed appagandosi di mantenere le loro industrie ed i

commerci cui diedero tosto un grande incremento le numerose città

fabbricate dai greci. I greci di Egina fondarono Salamina, i greci

d'Argo fondarono Curium se pure non vi si stabilirono soltanto,

allargando ed abbellendo una preesistente città già eretta dal fenicio

Cinyras. I greci di Sirio fondarono Golgos, quelli della Laconia, Lapato

e Chrinia, quelli dell'Arcadia la seconda Pafo, la Baffa dei nostri

giorni, che sorse in prossimità della Pafo fenicia e fu del pari

celeberrima per il culto di Venere.

Durante il secolo VIII ed il VII a. C. l'isola appartenne agli imperi di

Ninive e di Babilonia. Verso la metà del VI secolo passò all'Egitto, poi

con Dario alla Persia, poi argomento di contesa fra i macedoni Antigone

e Demetrio d'una parte e Tolomeo I.º dall'altra, ripassò all'impero

egizio, che ne fece più tardi un reame quasi indipendente, appannaggio

dei principi lagidi, ai quali nell'anno 59 a. C. la strappò Catone

l'Uticense riducendola a provincia romana.

Nel volgere di quei secoli, Cipro ebbe fama di incomparabile ricchezza e

prosperità. Alle colture introdotte dai fenici, i greci aggiunsero

quella dell'olivo, albero sacro a Pallade Atene. Vantavano i greci che

gli olivi di tutte le spiaggie e dell'isole mediterranee provenissero

tutti quanti dal tronco uscito di terra già alto e fronzuto

sull'Acropoli, ad un colpo di lancia di Minerva. E pare che all'albero

di Minerva, il terreno di Cipro, si confacesse, meglio ancora che quello

nativo dell'Attica. L'isola ne fu coperta ed arricchita oltre misura.

Tutti gli scrittori antichi, dai primissimi della Grecia agli ultimi di

Roma gareggiano d'iperboli per esprimere le magnificenze di quella terra

benedetta dal sole. Il dolce clima e le inesauribili dovizie, ne avevano

ammolliti gli abitanti, avevano indotto in essi un raffinato amore del

piacere. Le conquiste si compievano senza resistenze e quindi senza

eccidî. Un dominio seguiva all'altro senza nulla turbarvi le voluttuose

fruizioni della vita. Le vecchie città accumulavano monumenti di civiltà

diverse. I santuari della Venere ciprigna, erede della Astarte fenicia

erano ombreggiati da alberi secolari ospizio alle candide colombe, sacre

alla Dea. I templi serbavano intatte colle statue e le offerte votive

depostevi dai primi fenici e dai primi greci, le statue, le gemme, i

vasi, le armi, recate via via dagli assiri, dai persi, dagli egizi, da

tutti i successivi dominatori. I riti anch'essi, in luogo di escludersi

l'un l'altro, si sovrapponevano componendosi in una deliziosa tolleranza

che attutiva negli abitanti il sentimento patrio e la civica fierezza.

Più costanti e pregiati perduravano e si trasmettevano i riti più

licenziosi, i quali chiamavano in Cipro da ogni parte del mondo allora

noto e comunicante, in gran folla gli stranieri, come a luogo di

impareggiabili delizie.

Di qui una corruzione di costumi che dovette muovere a santo sdegno i

primi cristiani. Già gli ebrei esulatevi dopo la guerra di Giudea, si

erano, sotto l'impero di Traiano, levati in armi contro i lascivi

ciprioti, uccidendone, dicono, dugento e quaranta mila, ed abattendo e

devastando i templi sacri alla prostituzione, ed alle voluttuose deità.

Quando Paolo, vi predicò la legge di Cristo, quando la nuova dottrina

ebbe in Cipro numerosi credenti, austeri severi, spregiatori ed

abborritori della carne, questi ruppero nel loro furore iconoclastico in

frequenti massacri ed in rovine. La storia non ce ne trasmise le

particolari vicende, ma i ruderi parlano in sua vece. Il Visconte di

Vogüé che studiò con molta cura i monumenti ciprioti, rinvenne presso

Golgos e presso Idalia, non pochi depositi di immagini frantumate che

apparivano esser state sepolte con gran furia entro fosse comuni; vere

necropoli di statue, dove, sotto pochi piedi di terra giacevano le opere

di molti secoli: vasi, idoli, immagini, simboli, tutte mutilate a

studio. Così i monumenti artistici di tante diverse civiltà passarono di

un colpo, dagli onori del culto, alle tenebre della sepoltura, furono

sottratti alle deturpazioni utilitarie delle basse età, prepararono

maravigliosi tesori ai nostri musei, ed una inattesa messe di notizie ai

moderni eruditi.

*

* *

L'importanza archeologica dell'isola di Cipro fu svelata agli studiosi

del viaggiatore inglese Riccardo Pocock, il quale verso la metà del

secolo scorso ne riportò trentatre iscrizioni da lui copiate in Larnaca

e provenienti da Kition, rimaste per lungo tempo i soli documenti

epigrafici della Fenicia. Sul loro testo si tentarono le prime

traduzioni, dal loro testo fu rilevato lo stretto legame che univa il

linguaggio fenicio all'ebraico. Dopo di lui, qualche vaso o qualche

statuetta, rinvenuti fortuitamente, richiamarono di quando in quando

sull'isola sacra a Venere l'attenzione degli eruditi. Ma furono dapprima

richiami senza seguito che servirono piuttosto a far sospettare

l'esistenza di un mondo inesplorato, che a stimolare, tanto apparivano

dubbiosi, lo zelo degli esploratori. E tali durarono per lo spazio di un

secolo, fino a che nel 1845, Ludovico Ross chiamato all'insegnamento

della archeologia classica nell'università d'Atene, venne nel proposito

di cercare in Cipro la soluzione del problema intorno alle origini della

civiltà greca. Recatosi tutto solo in Larnaca, il Ross intraprese una

ricognizione sommaria attraverso l'isola. Ma per difetto di tempo, egli

intese piuttosto a raccogliere notizie dagli abitanti ed a segnare i

punti che promettevano maggior messe agli scavi avvenire, che a

sommuovere il suolo per immediate ricerche. Tuttavia la rapida corsa

aveva svelato all'occhio esercitato dell'archeologo il carattere

asiatico dei più remoti monumenti ciprioti. Una sua relazione svegliò la

curiosità di altri studiosi. Nel 1846 il francese Mas Latrie comprò in

Larnaca una notevole quantità di figurine di calcare e di terra cotta.

Nel 1859 un'altro francese il De Saulcy comprò pure in Larnaca un buon

numero di vasi e di statuette cedute poco appresso al Museo del Louvre.

Nello stesso tempo il signor Péretié dimorante in Siria potè acquistare

pel Duca di Luynes la famosa _Tavoletta di Dali_ che fu di molto lume

allo studio della filologia fenicia e cipriota.

Le necropoli violate cominciavano a spandere i loro secreti e gli

antichi oggetti dissepolti divenivano argomento di regolari commerci. I

contadini stessi cui seguiva, non di rado, di trovare monete d'oro ed

oggetti preziosi, si davano volentieri alla cerca, sospettosi dei

forestieri e sopratutto del governo turco il quale accampava diritti e

praticava sequestri sulle prese. La curiosità, l'avidità del guadagno,

la vanità, la seduzione dell'ignoto, davano agli eruditi un sussidio non

sempre desiderato e non sempre utile, di innumerevoli dilettanti,

operanti senza criterio e senza disciplina. I contadini degli oggetti

dissepolti, non pregiavano che la materia. Così una statua di bronzo,

più alta del vero, rinvenuta nel greto d'un torrente disseccato, fu

infranta e ripartita a peso fra gli scopritori, gelosi sovra ogni cosa

di trafugarla alle autorità, paghi di ricavare il valore del metallo. I

dilettanti, serbavano bensì gli oggetti interi, ma non curavano di

registrare il modo del loro giacimento nè, tanto meno, di rilevare la

pianta del tempio o della necropoli, che li aveva per tanti secoli

custoditi, privando così, la scienza delle preziose notizie

complementari che sono pressochè indispensabili, alle sicure

attribuzioni e classificazioni. Qualche dotto archeologo, e non pochi

antiquarii improvvisati archeologi, procedevano tuttavia con buoni

metodi e con diligenti cautele a fruttifere ricerche. E le loro

scoperte, menavano rumore fra gli studiosi d'ogni parte d'Europa, e

facevano gola ai Musei di Londra, di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo.

Nel 1860, il Renan mandato da Napoleone III a esplorare le coste

dell'antica Fenicia, stimò di dover allargare fino a Cipro il raggio

delle sue ricerche; e già l'anno appresso stava per imbarcarsi alla

volta di Larnaca, quando dolorose circostanze di famiglia e di salute lo

costrinsero a tornarsene subito in Francia. Ivi apprese che il Visconti

Melchior di Vogüè già noto per ottimi studi sulle chiese cristiane in

Terrasanta e riputato conoscitore della archeologia fenicia, era sulle

mosse per un secondo viaggio in Oriente. Il Renan lo pregò di

comprendere anche Cipro nel suo itinerario e n'ebbe conforme promessa.

Infatti nel 1862, il Vogüé in compagnia del Waddington e dell'architetto

Duthoit intraprese una esplorazione completa dell'isola, e condusse in

parecchi punti degli scavi che arricchirono di preziosissime spoglie il

Museo del Louvre. Sulle indicazioni del Vogüé l'architetto Duthoit potè

segnare con sicurezza il luogo dove sorgeva l'antica Golgos e scoprire

tre grandi fosse ricolme delle statue atterrate e mutilate dai primi

cristiani.

Fortunate ricerche fece pure il Conte di Maricourt, Vice Console di

Francia residente in Larnaca. Passeggiando un giorno colla famiglia, su

per le falde di un monticello che domina una salina nei pressi della

città, il Maricourt smosse a caso colla punta del bastone fra le sabbie

una minuscola statuetta di terra cotta. Incoraggito dalla trovata

fortuita, proseguì a ribruscolare nel l'arena collo stesso istrumento, e

ne estrasse parecchie altre consimili figurine. Tornò l'indomani sul

luogo colla famiglia ed i domestici armati di pale e la messe fu assai

copiosa. Era naturale che ci pigliasse gusto. Ogni sera i borghesi di

Larnaca vedevano la brigata consolare avviarsi agli scavi come a

sollazzevole scampagnata. In capo a pochi mesi, il Maricourt possedeva

una pregevole raccolta, che avrebbe di certo arricchita se non moriva di

colera nel 1865.

Lo scozzese Hamilton Lang andato in Larnaca a dirigervi una succursale

della Banca Ottomana, fu anch'egli, in quel torno, sedotto alla ricerca

dei sepolti tesori. Sulle prime si appagò di farne incetta presso i

contadini, comprandone vasi di vetro e d'argilla. Datosi di poi agli

scavi, scoprì in Dali le vestigia di un tempio, che gli fornirono in

gran copia, statue e statuette di marmo e di cotto di varie dimensioni,

figurine di bronzo di fattura egizia, ornamenti di smalto turchino o

bianco, frammenti di preziose ceramiche, e medaglie d'argento

appartenenti alla più remota antichità. La sua maggior presa, fu più

tardi, nel campo della numismatica. Nel 1870, cinque giovani contadini,

andavano alla ricerca di statuette, nei terreni già esplorati dal

Maricourt. Uno di essi mise a giorno un vaso di bronzo che levato di

terra gli si ruppe fra le mani, lasciando cadere una pioggia d'oro

coniato. Il bottino fu spartito fra i cinque cercatori con promessa di

scambievole secreto. Ma due giorni dopo, il Lang, avuto sentore della

cosa, potè, al prezzo di dodicimila lire comprare seicento statere d'oro

di Filippo e d'Alessandro macedoni, fra le quali, cedute poi al Museo

brittannico, si riscontrarono novantadue varietà fino allora

sconosciute.

Un altro console di Francia, il Colonna Cenaldi, di origine italiana,

succeduto al Maricourt, proseguì con ottimo frutto le indagini iniziate

in Dali dal Duthoit. Un console d'Inghilterra, M.r Sandwith, non ostante

le opposizioni del governo turco, riuscì pur tuttavia a raccogliere una

bella collezione.

Così l'antica terra aveva rimunerato molti cercatori delle sue

ricchezze, ma senza raccontare intera la sua storia, senza dare ai

problemi della scienza archeologica una soluzione sicura ed esauriente.

A parziali ed impazienti ricerche erano seguite parziali trovate. La

gelosia del governo ottomano minacciava di mettere ostacolo agli scavi

ulteriori. Per dire l'ultima parola sulle antichità di Cipro, occorreva

vi si applicasse un uomo che, conseguita la necessaria dottrina, fosse

ad un tempo, più accorto, più sagace, più audace, più perseverante, più

caro alla fortuna, più meritevole dei suoi favori, di quanti vi s'erano

per l'addietro applicati.

Tale seppe essere il generale Luigi Palma di Cesnola.

*

* *

Il Cesnola sbarcò in Larnaca il giorno di Natale del 1865 colla moglie e

due bambine. La città gli parve inabitabile, i luoghi intorno aridi e

desolati. Già durante il viaggio egli aveva letto quanti più libri gli

era riuscito di raccogliere intorno all'isola di Cipro, alla sua storia,

ai suoi commerci, alle sue antichità. Il giovane generale non aveva

altra coltura classica fuori di quella appresa nelle primissime scuole.

Dall'età di sedici anni in poi, da quando cioè era partito volontario

per la prima guerra dell'indipendenza italiana, tutti i suoi studi,

tutte le sue applicazioni s'erano rimaste alla scienza ed all'arte della

guerra. Il mondo dell'antichità che quelle frettolose letture

schiudevano alla sua mente, gli era, si può dire, affatto ignorato, ma

la sua mente pronta ad accendersi, facile alle assimilazioni, ordinata

ed imaginosa doveva riceverne uno stimolo grande a maggiori conoscenze.

In Larnaca gli scavi erano diventati l'occupazione ed il passatempo di

tutte le persone colte. C'era in tutti l'aspettazione di qualche grande

scoperta imminente, o per lo meno la certezza che quella terra piena di

storia, celasse ancora immense ricchezze ed impareggiabili tesori d'arte

e di scienza. L'ellenismo era, nella famiglia Cesnola, titolo di nobiltà

ed argomento di culto domestico. Pareva al conte Luigi che ricercando le

origini della remota civiltà greca, egli avrebbe continuato e compito

l'opera dell'avo Alerino, volontario combattente per l'indipendenza

della Grecia moderna. Il disagio e la noia di una piccola città turca,

lo infervorarono all'impresa. Il Consolato degli Stati Uniti gli

lasciava agio di attendervi. Una relazione pubblicata dal Vogüé dove era

vantata per completa la esplorazione dell'isola fatta dalla missione

francese, e pareva conchiudere nulla potersi più sperare da maggiori

indagini, aggiunse forse all'altre tentazioni un non so che quale

lievito di puntiglio, primo segno della vocazione archeologica. Gli

uomini dalla tempra del Cesnola misurano di colpo il prò ed il contro di

ogni impresa e sono altrettanto pronti al decidere quanto pazienti

all'operare. Si direbbe che la fortuna sussurri loro all'orecchio il

secreto degli eventi avvenire. Fino dai primi giorni della sua dimora in

Larnaca il Cesnola fece proposito di dedicarsi agli scavi, non colla

volubilità del dilettante che muta luogo al primo saggio infruttuoso, ma

con persistente fermezza. Alla spesa avrebbe provveduto l'immancabile

bottino. Per farsi la mano intanto che si addentrava negli studi,

cominciò a rifrugare, ultimo dopo tanti curiosi, entro le terre intorno

a Larnaca.

Vi trovò subito importanti monumenti dell'epoca greco romana, un

sarcofago fenicio, vasi di marmo e di alabastro con iscrizioni fenicie,

terraglie a fregi fenici ed una cartella lapidaria a caratteri

cuneiformi grossamente imitati. Buon principio in una plaga già da tanti

esplorata, ma in sostanza più atto ad incoraggiare che a rimunerare. Se

non che le autorità turche, ormai messe sull'avviso, non volevano più

saperne di scavi. Un loro divieto comunicato per le vie legali e nelle

forme cortesi avrebbe messo il Cesnola in grave imbarazzo. Per fortuna

il Kaimakan di Larnaca Genab Effendi, aveva la vista corta e la mano

pesante, due difetti che riescono quasi sempre a metter la ragione dalla

parte del torto. Senza curare le procedure diplomatiche, egli imprigionò

di colpo sul luogo degli scavi due operai addetti al Consolato degli

Stati Uniti. Ne seguirono vigorose proteste del Console, accolte con

turchesca arroganza dal Caimacano, il quale non si peritò, pochi giorni

appresso, di far arrestare, nei locali stessi del Consolato, una guardia

consolare. Era una palese violazione del diritto delle genti che il

Cesnola seppe difendere da par suo, minacciando di ammainare la bandiera

dell'Unione Americana ed ottenendo dal Ministro degli Stati Uniti presso

la Sublime Porta l'invio di due navi americane nelle acque di Larnaca.

Il Governo Ottomano dovette rimettere il litigio ad una Commissione

mista la quale esaminate le cose, diede ragione al Cesnola. Il Caimacano

di Larnaca fu destituito con perpetua interdizione dai pubblici uffici,

furono liberati i prigionieri, la bandiera degli Stati Uniti ebbe il

saluto di 21 colpi di cannone, il Governatore di Cipro fu destinato ad

altra sede; previa una visita di scusa al Console ed il pagamento di

dieci mila piastre al suo primo dragomanno.

Sgombrata per tal modo la via, il Cesnola potè darsi liberamente alle

ricerche archeologiche. Un firmano del Sultano lo autorizzava a far

scavi in ogni parte dell'isola, salvo ad intendersela coi proprietarii

dei terreni. La primavera del 1867, egli prendeva in affitto una casa in

campagna con largo circuito di aranceti sulle falde del monte presso

Dali (Idalium) e vi si allogava colla famiglia. L'aria vi era più

fresca, i luoghi intorno più ridenti che a Larnaca, e certi frammenti di

scoltura che ne provenivano, gli facevano argomentare l'esistenza in

quei paraggi di una vasta necropoli. Non s'era ingannato. In capo a tre

anni egli aveva scoperto ed esplorato diecimila tombe; le greco-romane

giacenti a poca profondità dal suolo ricoprivano le più remote fenicie

ricche di copiosissimi e preziosi cimelii. Non mi è possibile

accompagnare l'opera del Cesnola nelle sue fortune successive, nè

raccontarne i modi, nè descriverne i prodotti. Per lo spazio di undici

anni, con accorgimento d'artista, con dottrina di archeologo, con

accanimento di soldato, con perseveranza di alpigiano, egli attese

insieme, a studi, ad interpretazione di testi, a raffronti, ad

esplorazioni, a scavi, a classificazioni. Cercò ed accertò la topografia

storica dell'isola, segnò i luoghi dov'erano sorte le città di Amatunta,

di Cerynia, Cizio, Lapeto, le due Pafo, Afrodisia, Curio, Citerea, ed

altre molte che ommetto; scoprì quindici templi sacri alle divinità

fenicie, egizie e greche, rintracciò sei antichi acquedotti. Come Dali

gli ebbe rivelato i suoi segreti, si volse a Golgos (la moderna

Athiénau) e vi raccolse tesori che fecero maravigliare il mondo intero.

La voce delle sue fortune, gli sollevava intorno, gelosie, bramosie,

cupidigie, rancori, dispetti, invano congiurati al suo danno. Più volte

la Sublime Porta fu per revocargli il firmano che lo licenziava agli

scavi. Lo accusavano di minare le moschee, di profanare le sepolture dei

veri credenti; ma il Ministro d'America, residente in Costantinopoli,

sorgeva in sua difesa, faceva la voce grossa e scongiurava le tempeste.

«A quanto mi si dice, caro generale» scriveva un giorno il Ministro al

Cesnola «delle buche che andate scavando d'ogni parte, capisco che avete

in animo di colare a picco, una bella mattina, l'isola intera. Prima che

sprofondi, ve ne prego, mettete al sicuro gli archivi del Consolato

americano.»

Il lavoro era improbo e costoso, ma il frutto prometteva di ripagare le

fatiche e la spesa. In Golgos cento e dieci operai disseppellirono nel

corso di sei settimane, oltre ad un sarcofago ornato sulle quattro

faccie di bassorilievi rappresentanti la morte di Medusa, e Pegaso e

Chrysaor uscenti dal suo sangue, ben trecento statue di singolare

bellezza ed una innumerevole quantità di terraglie, di ceramiche, di

vetri, di figurine, di monili, di armi, di monete. Le statue erano

incrostate di uno spessore di tufo indurito che bisognò ammollire con

bagnature e far saltare poi a punta di coltello. Estrattolo dal

profondo, bisognava calare quel popolo marmoreo dalle alte pendici del

monte ai magazzini disposti in Larnaca ad accoglierlo. Non traccia di

strada di nessuna maniera. I minori pesi erano caricati su cammelli, i

maggiori adagiati su appositi carri a ruote nei terreni piani, a slitta

giù per le chine. Il trasporto rischioso, lento, costosissimo, rinnovava

più penose le fatiche e le ansie della scoperta. Ma già nel 1870, la

casa consolare di Larnaca e gli aggiunti magazzeni avevano fama in tutta

Europa, di museo senza pari, che faceva gola ai grandi musei reali ed

imperiali. I dotti, gli antiquari, gli artisti accorrevano d'ogni parte

d'Europa a visitare la maravigliosa raccolta. Il Cesnola descrive col

suo stile brioso e colorito, le noie che gli davano le carovane Cook,

invadenti il suo giardino e la casa. «Ricordo una signora inglese d'una

certa età dal lungo viso incorniciato, come tradizione vuole, di capelli

arricciati a vite. Poichè ebbe esaminate attentamente le statue di

Golgos, mi domandò di spiegarle per cortesia i misteri del culto di

Venere.» Altri rubavano bravamente i piccoli oggetti e non trovandone a

portata di mano, scheggiavano vasi e statue pure di riportarne un

pezzetto.

Ma coi fastidiosi non mancavano i proficui visitatori. La Russia mandò a

Cipro uno dei conservatori del Museo del Romitaggio, per trattare la

compera di tutta la raccolta. Il negozio non fu conchiuso perchè altro

negoziatore segreto aveva mandato Napoleone III voglioso di arricchire

la sezione del Museo del Louvre dedicata al suo nome. Sopravvenne la

guerra colla Germania, e caddero anche questi negoziati. Terzo mandò

offerte, il Museo brittannico; ma i suoi direttori volevano che la

collezione fosse innanzi di concludere, portata a Londra per un attento

esame. Giusta e prudente domanda, ma non facile a soddisfare. Le grandi

scoperte di Golgos avevano fatto più acute le cupidigie degli ufficiali

turchi. Il governatore di Cipro avvertì il Cesnola che le cose non

sarebbero andate liscio liscio.

Questi sperava che memori della sua vittoria nel dissidio col Caimacano,

gli ufficiali della dogana non avrebbero osato contrastargli l'uscita di

un bottino che gli apparteneva in legittima proprietà. Sperava, non

senza timori. Di eludere la vigilanza delle guardie, non c'era da far

pensiero. Erano trecento e sessanta enormi, pesantissime casse,

impossibili a trafugare. Domandare licenza era come dubitare del lecito.

Unico partito, agire aperto, presto e con aria sicura. Un bastimento a

vela, scaricate in Larnaca le sue mercanzie, stava per salpare alla

volta di Alessandria. Il Cesnola lo noleggia e dispone per il carico

delle casse, ma la Dogana gli comunica un telegramma del governo

ottomano con ordine di impedire al Console d'America di nulla asportare

dall'isola. L'ordine era perentorio ed una goletta da guerra all'insegna

della mezzaluna stava in rada proprio dirimpetto al Consolato americano,

quasi ad assicurarne l'adempimento.

Tanta fatica, tanto studio, tanti anni spesi a cercare e ad illustrare

la remota storia dell'isola tornavano a compiuta rovina del cercatore e

dell'illustratore. La favolosa collezione serbava bensì in Larnaca il

suo valore archeologico, ma perdeva ogni valore commerciale. Nessun

rimborso era più da sperare delle immense spese sostenute per

raccoglierla. Nè la Sublime Porta si sarebbe piegata a comprarla per

danaro, assai paga che non uscisse dai suoi domini, nè certo si poteva

trovare al mondo così munifico signore che ne facesse acquisto per

tenerla relegata in Larnaca.

Il Cesnola meditava scoraggito sulla caduta d'ogni sua speranza, sulla

scorno, sul danno irreparabile, mentre il suo fidato dragomanno

Bechbech, passeggiava di su di giù per la stanza con aria di profonda

meditazione.

Di tanto in tanto l'astuto e fedelissimo servitore gettava sul padrone

uno sguardo incoraggiante quasi a provocarne un salutare provvedimento.

Cesnola s'accorge che l'uomo ha le sue viste:

— Bechbech, bisogna che tutte le casse siano oggi a bordo della goletta.

È necessario, Bechbech.

— Eccellenza, risponde il dragomanno, il dispaccio diretto al

Governatore generale, conteneva, è vero, l'inibizione al Console

d'America di nulla asportare dall'isola?

— Ma sì, ma sì.

— L'inibizione era fatta non al nome di Vostra Eccellenza, ma al Console

d'America?

— Credo di sì. Perchè?

— Eccellenza, è accennato al Console di Russia in quel telegramma?

— No, no, ch'io sappia! — grida subitamente illuminato e giocondato il

Cesnola. Corri alla Dogana e domanda in mio nome immediata e testuale

comunicazione del telegramma.

Bisogna avvertire che il Consolato di Russia, non avendo allora titolato

in Larnaca, era retto dal Console degli Stati Uniti. Il Cesnola era

dunque ad un tempo il legittimo e riconosciuto rappresentante del

Governo dell'Unione Americana e dell'imperiale Governo moscovita.

Mentre Bechbech corre alla dogana, il Cesnola, combinata a grossi

caratteri a stampiglia la scritta: _Consolato di Russia_, dà ordine la

si stampi su altrettanti fogli quante sono le casse e che s'incolli

sovra ogni cassa il suo bravo foglio.

Dopo una mezz'ora eccoti il Direttore della Dogana col testo del

dispaccio. Il Cesnola ne ascolta indifferente la lettura e poi, col

piglio autoritario che si conviene al rappresentante lo Czar di tutte le

Russie, domanda:

— Avete ordini relativi al Console di Russia?

L'Effendi, formalista come tutti i turchi, riflette, consulta il testo,

conviene che esso riguarda il solo Console d'America, e riconosce non

potersi opporre all'imbarco della mercanzia se questo gli viene

domandato dal Console di Russia. Il dispaccio gli era stato trasmesso

dal Governatore Generale, residente allora in Nicosia, nel centro

dell'isola. Non era possibile avere istruzioni in giornata; dati i

precedenti del primo dissidio e la fiera indole del Cesnola, era

pericoloso, nel dubbio, farsi avverse due potenze non avvezze a patir

soprusi. A farla breve, la lettera prevalse sullo spirito, le trecento e

sessanta casse furono imbarcate nello spazio di poche ore. La notte il

veliero salpava con buon vento ed il Cesnola dopo tante ansie potè

dormire i suoi sonni tranquillo.

La raccolta destò a Londra una indicibile maraviglia. Mai per l'addietro

un privato aveva posseduto così nuovi e vistosi tesori d'arte. Il Museo

brittannico ne vagheggiava l'acquisto e già si teneva sicuro del fatto

suo, quando gli sorse di fronte un formidabile competitore. Da pochi

anni s'era, per liberalità di privati, formato in New-York, un Museo

metropolitano (_Metropolitan Museum of art_). Alcuni fra i suoi

principali fondatori trovandosi per l'appunto in Londra, intavolarono

trattative col Cesnola. Gli osservarono che a parità di condizioni era

bello ch'egli desse la preferenza alla patria adottiva, dove aveva

trovato ospitalità, onori, fortuna, il parentado con una famiglia

onorevole, ed un ufficio che era stato occasione e condizione delle sue

scoperte. Al Museo brittannico la collezione Cesnola, ammirevole senza

dubbio, era di necessità eclissata dalle ricchezze artistiche

importatevi di Grecia e di Roma. In New-York essa sarebbe stata il

nucleo del nuovo Museo, e vi avrebbe primeggiato a perenne gloria del

suo scopritore.

Queste buone ragioni, raccomandate ad ottimi avvocati, persuasero il

Cesnola. La collezione composta di diecimila capi d'arte fu venduta al

_Metropolitan Museum_ di New-York al prezzo di trecento e cinquanta mila

lire. Il Cesnola aveva già nel corso delle sue ricerche conchiuso

vendite parziali coi musei di Londra, di Parigi e di Berlino, e fatto

gratuito dono di preziosi cimelii al Museo delle antichità di Torino,

quale omaggio alla patria d'origine. Le trecento e sessanta casse furono

imbarcate per New-York, ed il generale riprese la via di Larnaca per

intraprendere nuovi scavi su più larga scala, a spese questa volta e per

conto del _Metropolitan Museum_.

Ma era detto che il Cesnola dovesse agire sempre di suo. Una terribile

crisi finanziaria sopravvenuta negli Stati Uniti costrinse i fondatori

del _Metropolitan Museum_ a disdire la convenzione pattuita in vista

delle ulteriori scoperte. La fortuna serbava al valoroso uomo dei favori

ben altrimenti maravigliosi di quelli prodigatigli in passato, ma egli

doveva essere solo, al rischio, alle fatiche, alle lotte, al merito ed

al premio. Nell'anno 1873 e nei primi mesi del 74, egli attese a

sapienti ricerche, nelle terre di Salamina, di Soli, di Amatunta, della

nuova e dell'antica Pafo. Non del tutto infruttuose, esse gli diedero

frutti di secondaria importanza, ed impari alle ingenti spese

incontrate. Un uomo di più debole tempra se ne sarebbe scoraggito: egli

perseverò con ardore degno del trionfo che lo aspettava. Già gli

invidiosi si godevano dello smacco onde vantavano offuscate le sue prime

vittorie, quando corse nel mondo degli eruditi una notizia che sapeva di

favola romanzesca. S'erano avverate al Cesnola, le fortune del Conte di

Montecristo: non più statue o vasi, o lapidi o sarcofaghi, ma una

profusione inestimabile di ori, di monili, di gemme era uscita da

millenni sepolture ad un colpo di picca dell'avventuroso cercatore. Egli

aveva scoperto intero e intatto il tesoro di Curium.

La città di Curium sorgeva al sommo di un monte roccioso, sulla costa

meridionale dell'isola, alto dai cento metri sul livello del mare. La

spianata è oggi coperta da uno spessore di materiali costruttivi rotti

ed induriti, che mostrano frammenti di sculture e di fregi

architettonici. A centinaia monticelli di ruderi ammucchiati, indicano

il luogo ove sorgevano le case, i templi ed i pubblici edifici. Sovra

uno di tali monticelli giacevano mezzo interrate parecchie colonne di

granito. Il Cesnola le fece sterrare per assicurarne le dimensioni e le

trovò posare sopra un pavimento a musaico che, rimosse le colonne, mise

a giorno, quanto era largo, in modo da poter rilevarne la pianta di un

tempo. Tastando col piede il pavimento avvertì che in un punto rendeva

suono di vuoto. Ne ruppe la crosta, dissodò il terreno sottostante e con

grande maraviglia riconobbe ad indubbi segni che già un altro

esploratore era penetrato sotto il pavimento; ma non un rivale d'oggi o

di ieri, non un cercatore di antichità, bensì qualche antichissimo

esploratore, che aveva, è da credere, assistito alla rovina del tempio e

ne conosceva forse gli occulti meati tra le fondamenta. Si capiva che

l'uomo s'era aperto una via nella terra, cercando di giungere a qualche

luogo a lui noto. Ma non v'era riuscito: o lavorasse da solo, senza

istrumenti, o nell'oscurità avesse perduto l'orientamento, o gli

mancasse l'aria, il fatto sta che le traccie dello scavo cessavano ad un

tratto, alla profondità di circa due metri dal suolo.

Pensiamo se al primo segno di un precursore, al primo riconoscimento

della sua antichità, il Cesnola dovette fremere di curiosità e

d'impazienza. E quando il cunicolo gli si chiuse di colpo, ed apparve

chiaro che l'ignoto cercatore aveva abbandonato l'impresa, quanti

pensieri, quanti misteri gli si affacciarono alla mente! Deliberò tosto

di internarsi più oltre nelle viscere della terra. Ma il lavoro gli

riusciva arduo e lento. Approfondatosi di altri cinque metri, non trovò

nulla che lo incoraggiasse a proseguire. Doveva anch'egli desistere? Lo

avrebbe fatto di certo se le traccie lasciate dal precedente esploratore

fossero state recenti. Nessuna meraviglia che un ignorato archeologo,

avesse tentato di interrogare a fondo quelle rovine. Ma l'antichità non

conosceva archeologi. L'uomo che a rischio della vita era penetrato in

quelle latebre, doveva obbedire non ad una generica, ma ad una

consapevole e determinata curiosità. Egli doveva o conoscere di certa

scienza, od argomentare con plausibile ragioni, l'esistenza di qualche

locale sotterraneo, contenente forse qualche prezioso deposito. Forse

nel crollo dell'edifizio s'era otturato l'imbocco del cunicolo

conducente a quella cripta, forse le macerie ammucchiate, i grossi massi

difficili a rimovere, lo avevano persuaso di raggiungere il cunicolo per

altra via fra materiali di minore resistenza. Era anche possibile che lo

scavo si fosse tentato quando ancora il tempio rendeva intatto il suo

culto alla divinità. Curio è vantata colonia argiva. Ma tradizioni

remotissime, la vogliono fondata da quel Cinyra, che presso gli

annalisti greci personifica la razza fenicia. Quando sul cominciare del

quinto secolo innanzi Cristo, le principali città greche dell'isola

sorsero contro Dario, il re di Curio, Stesenore, tradì la causa

nazionale, e si alleò ai re fenici ed all'esercito persiano. È lecito

supporre che nell'imminenza della guerra, o Stesenore stesso, od i

sacerdoti, avessero scavato delle cripte nella roccia viva, e vi

avessero nascosto quanto il tempio conteneva di più prezioso. L'ignoto

cercatore sarà egli stato, un ufficiale del re, od un sacerdote? Mille

romanzesche ipotesi travagliavano la mente del Cesnola, oramai avvezzo

alle sorprese di quella terra fortunosa. Cedere ad una prima disdetta

era demeritare dalla fortuna. Bisognava strappare alle tenebre il loro

secreto, e pervenire ad ogni costo, oltre la crosta terrosa fino alla

roccia viva.

Finalmente a otto metri dal pavimento, gli scavatori imboccarono uno

stretto passaggio che li condusse ad una porta chiusa da una sottile

lastra di pietra. Rimosso l'ostacolo, riuscirono in una piccola stanza

piena fino alla volta del terriccio filtrato per le fenditure del monte.

Seguivano tre altre simili grotte, similmente ripiene. Allo sgombero del

territorio, occorse oltre un mese di febbrile ed irritante lavoro.

Usavano, per ragioni di prudenza, lasciare a fior di terra uno spessore

di mezzo metro all'incirca, che era poi rimosso con meticolosa cautela,

sapendosi per lunga esperienza che gli oggetti preziosi giacevano sul

fondo. Un giorno il Cesnola tastando con un regolo quell'infimo strato,

venne ad urtare in un corpo duro. Era un braccialetto d'oro. Le sue

fantasiose previsioni si trovavano avverate. Egli aveva posto mano sul

tesoro sotterraneo indisturbato custode, per tanti secoli, delle offerte

votive e delle domestiche ricchezze che i privati confidavano al

santuario, innanzi di movere alla guerra o di salpare per lunghe

navigazioni.

La storia non ricorda altra raccolta di gioielli e di oggetti preziosi

pareggiabile al tesoro di Curium. Braccialetti d'oro massiccio, anelli,

orecchini, amuleti, fiale, spilloni, spille, collane d'ogni forma e di

raro lavoro. Cristalli di roccia, cornaline, onici, agate, tutte le

varietà delle pietre preziose, e ancora figurine di cotto, vasi

d'argilla, lampade, tripodi, candelabri, armi, vasellami d'argento,

coprivano da oltre venti secoli, il suolo di quei plutonici saccelli.

Oltre la quarta stanza, si apriva un cunicolo simile a quello che

immetteva nella prima. Se non che la volta rocciosa, andava in breve

abbassandosi, così da doverlo percorrere carponi. Vi penetrarono muniti

di candele il Cesnola ed il capo degli scavatori strisciando fra le

anguste pareti e ne ritrassero sette caldaie di bronzo, ultima presa.

L'aria venne ben presto a mancare, le candele si spensero, un calore

soffocante mozzava il respiro, gli esploratori dovettero rinculare senza

toccarne il fondo.

Il Cesnola si partì di Cipro, per non tornarvi, la primavera del 1876.

Il suo nome apparteneva ormai alla storia, nè gli era lecito sperare

maggiori venture. I musei d'Europa, si disputarono il tesoro di Curium,

come già i cimelii di Dali e di Golgos. Ma ognuno voleva far la sua

cernita ed al Cesnola premeva che la raccolta durasse intera. Era

interesse della scienza che non ne andasse dispersa l'unità, era

legittimo desiderio dello scopritore che unita attestasse il suo nome.

Intervenne una seconda volta il _Metropolitan Museum_ di New-York che

l'acquistò al prezzo di sessantaquattromila dollari, impegnandosi a

raccogliere insieme colla prima in apposite sale intitolate al Cesnola,

cui venne affidata la Direzione del Museo.

Da quel giorno il nostro concittadino, vive in New-York, dove ampliò,

arricchì ed ordinò il _Metropolitan Museum_ così da farne uno dei

primissimi del mondo. Le maggiori accademie scientifiche d'Europa,

fecero a gara a quale più l'onorasse; gl'Italiani residenti nell'Unione

ricorrono a lui quale a patrono. Egli vive in serena e studiosa

operosità, grato alla nuova patria, pieno il cuore di vivissimo affetto

per la nativa. Il suo maggior desiderio è di rivedere ancora una volta,

gli amici d'Italia, e le dolci pendici del canavese. Contava di venirci

l'anno passato per l'Esposizione di Torino, ma la guerra di Cuba lo

trattenne, antico soldato, in New-York. Ben torni il prode uomo alla sua

terra. La vita ch'egli condusse in America, l'esempio della sua

rettitudine, della sua attività instancabile, del suo indomabile

coraggio, la prova dell'elettissimo ingegno, giovarono al prestigio del

nome italiano negli Stati Uniti, assai più che un trattato d'amicizia, o

non so quale altra diplomatica fatica. Tutta la sua vita e l'ingegno e

la tempra dell'animo hanno un nobile geniale carattere di italianità,

esprimono accoppiata ad una energia insuperabile, quella grazia latina

che sembra, rendere agevoli le più ardue imprese. Egli fu caro alla

fortuna, perchè degno in tutto e sempre di conseguirne i favori.

Impressioni d'America · 第 16 / 21 题