L'intemperanza degli americani.
Quando si affermano le qualità caratteristiche di un popolo ed in
special modo di un popolo vario e progressivo quale l'americano, si
parla ben inteso sulle generali. Le grandi città dell'Unione e
segnatamente quelle prossime all'Atlantico, raccolgono oramai una
società cosmopolita, nella quale i caratteri etnici sono in apparenza
attenuati e modificati dalla convivenza con genti europee, dalla
coltura, dai viaggi, dai parentadi, dalla vanità, dalla moda. L'europeo
colto, che giunga in America, e frequenti per l'appunto tale società vi
trova la più squisita gentilezza di modi e, sopratutto nelle donne, una
grande cura di far risaltare le affinità e di nascondere le
dissomiglianze di razza. I circoli eleganti di New-York sono al fatto di
quanto segue giornalmente nelle grandi capitali d'Europa nel campo
dell'arte, degli spettacoli, nelle feste, nella cronaca mondana,
dell'almanacco di Gotha, e ne discorrono come di cose vicine e
famigliari. Le signore americane le quali ostentano volentieri una
sprezzante ignoranza intorno alla vita politica del loro paese,
arrossirebbero di non saper nominare le dame d'onore della regina
d'Inghilterra, o dichiarare il grado di parentela che corre tra le case
d'Assia e di Mecklembourg o dare il suo giusto titolo ad un cameriere
intimo di Sua Santità, il sommo Pontefice. È curiosa la conoscenza
sicura che hanno quelle belle protestanti, delle cariche, delle
cerimonie e degli intrighi vaticani e curiosissimo l'untuoso rispetto
con cui ne discorrono. La corte papale esercita su di esse una
seduzione, non guari dissimile nelle origini da quella che esce dai
laboratorii di sartoria muliebre del Worth e dai prontuarii di casistica
erotica di Paolo Bourget. I papisti sono consapevoli del fascino
nobiliare che esercita il cattolicismo e lo mettono a partito. I preti
ed i prelati cattolici residenti nelle grandi città americane, disciolti
dall'obbligo di vestire l'abito sacerdotale, fanno una propaganda
mondana che dà copiosi frutti. La loro aria di degnazione benevola, il
loro distacco dalle cose terrene cui s'accostano indulgenti, il parlare
sobrio e pacato, il loro rifarsi nei discorsi d'arte e di signoria da
tradizioni universalmente rispettate, sono per essi altrettante cagioni
di un predominio cui il fondamentale dissidio religioso aggiunge sapore.
Ma la importazione del gusto raffinato e mutevole dell'alta società
europea e la levigatura che procede sempre dalla ricchezza, non
modificarono se non in apparenza le tendenze native. A parole, i
_fashionables_ del caffè Del Monico, professano un'estetica delicata che
deve costar loro una continua autovigilanza. Quella tenuità di
pensamenti e di movimenti che è il non plus ultra della sciccheria,
stride col loro fisico poderoso e bisognoso d'azione. Il formidabile
individualismo onde trassero nel tempo ricchezza e grandezza, si adagia
a stento nella disciplina convenzionale della nostra gente per bene.
Quando si mettono per godere, vogliono godere oltre misura. Cento
doganieri dell'estetica, appostati sull'entrata di un salone a
respingerne ogni oggetto non bollato per raffinatissimo, non possono
impedire che la raccolta di troppe cose squisite esprima un gusto se non
eteroclito, eterodosso. Ogni particolare della vita di quei gaudenti,
otterrebbe l'accessit dal più schifiltoso fra i dittatori della moda e
della delicatezza parigina, ma il loro complesso tradisce per lo più
quella inclinazione a fare in grande che è propria degli arricchiti.
Eppure esiste in America una aristocrazia plutocratica, i cui titoli
nobiliari risalgono a nonni milionari. Ma quel sottile smeriglio che è
il milione da lungo tempo posseduto, non venne ancora a capo di levigare
del tutto la ruvida scorza che salì dal ceppo agli ultimi rami. È certo
che in America la lunga ricchezza non produsse ancora quello che noi
pare supremo fiore dell'eleganza spregiudicata e sicura: l'amore del
semplice. Lo produrrà mai? La domanda è oziosa. Meno ozioso il domandare
se sarà bene che lo produca. Ed io sto per la negativa. Noi abbiamo
cristallizzato il gusto. Il senso della misura, è conservatore per
eccellenza, e nasce da timidità. Chi visita gli Stati Uniti, poichè si
riebbe dal primo sbalordimento, prende a dubitare della nostra estetica
legittimista. Se cerchiamo bene, poichè la gente capace di un giudizio
genuino è molto scarsa, il consenso universale nei postulati estetici
procede presso di noi da una riverenza tradizionale, non scevra di
pigrizia. Noi non ammettiamo i novatori se non quando sono decrepiti e
nell'essere stato riconosciamo la prima e principale ragione
dell'essere. Così andiamo sempre più divezzando la gente pigra dal
pensare col proprio cervello.
L'Americano, all'incontro, cura più il gusto presente che il passato. Il
suo difetto di tradizioni secolari, che noi europei avvertiamo di subito
e che sulle prime produce nelle nostre menti consuetudinarie un senso di
disagio, lo franca dalla timidità rispettosa e lo aiuta a conseguire la
personalità. Non è il caso ch'io riprenda, dopo tanti altri, la difesa
della originalità americana e non voglio nemmeno dire che i prodotti
estetici del nuovo mondo, mi siano tutti, nè la maggior parte, andati a
genio. Italiano, sento all'italiana, in ciò solo più spregiudicato di
molti miei connazionali, che non derido gli americani del loro sentire
diverso dal mio. Perciò nel notare i loro tratti caratteristici, mi
guardo bene dall'imputar loro a colpa, la differenza dai nostri. Noto e
mi godo nel pensare che la fratellanza cosmopolita non induca per ora, e
non sia per indurre mai, una uniformità stucchevole fra tutte le genti.
Del rimanente agli americani le nostre derisioni non fanno nè caldo nè
freddo; essi gustano anzi volentieri le caricature che andiamo facendo
dello Zio Sam e di Jonathan, e quelli stessi cui una vanità esotica
consiglia di adottare le costumanze europee, a chi loro persuade che non
ci riescono, rispondono con un sorriso fino fino, dove si può leggere
insieme uno stupore canzonatorio ed un orgoglio indulgente. Sembrano
dire: a me lo contate? Quasi che si tenessero della non riuscita. Non
giurerei che non fosse un po' il caso dell'uva acerba, ma si può star
certi che l'acerbità dell'uva non li accora di troppo. Credo per fermo
che fra tutti i cittadini dell'Unione non se ne trovi pur uno così
continuamente studioso di esotizzarsi come lo sono tanti nostri
anglomani delle società per le corse.
Alla personalità degli americani giovò sopratutto il non aver essi
nessuna paura del ridicolo. Il ridicolo in America non fa presa e dove
non fa presa non esiste, perchè non è che un fantasima creato dalla
paura. Anche nei paesi latini, dove può tanto, chi più lo teme più
c'incappa dentro e, diciamolo, più merita di incapparci. Il ridicolo è
un prodotto delle società da lungo tempo costituite, le quali finiscono
sempre col chiudersi in un formalismo dommatico. Esso aiuta le serrate
di classe contrastando l'entrata d'ogni classe a chi ne sta fuori e
l'uscita a chi ci è dentro. Cane di guardia dello _statu quo_, non morde
mai chi si appaga a quel grado di mediocrità che tutti possono
conseguire, ma si avventa contro i solitari che lo soverchiano.
Educatrice a qualità discrete, a gentili eleganze ed a virtù negative,
la tema del ridicolo impigrisce l'esercizio delle attività individuali e
frena i movimenti iniziatori. Perciò i paesi dove esso più agisce sono
spesso retrogradi e sempre consuetudinari; e perciò ivi l'eccentricità,
cioè l'essere dissimile dai più, induce sempre un'idea di ridicolo. Ora
se badiamo al procedere della civiltà, noi troviamo che il minor numero
di uomini eccentrici s'incontra nei popoli stazionarii ed il maggiore
nei progressivi. L'America informi.
D'altra parte è da vedere se i milioni siano più discreti di qua che di
là dell'Atlantico. In fatto di gusto, che vuol poi dire di senso
artistico riferito a tutte le cose, le società dispendiose e gaudiose
dei due continenti su per giù si bilanciano. Le case degli arricchiti ed
anche le nuovissime di molti nobili di ceppo antico non sono meno
lussureggianti e stupefacenti in Europa che in America; colla differenza
che qui si tira a far colpo con poco, anche i duchi e principi, e là
purchè ci paia, non si bada a lesinare. Tra un arazzo autentico e la sua
imitazione ingannatrice, l'europeo si appaga del falso, mentre
l'americano corre al vero. Ma nelle origini e nelle applicazioni del
gusto, avvenne in questi ultimi anni in Europa un notevole rivolgimento.
Il gusto raffinato che fu già nei secoli andati quasi esclusivo
privilegio delle classi più ricche ed elevate, è venuto oggi in gran
parte ritraendosi da quelle ed allargandosi nelle classi mediane. Il
maggior merito di questa evoluzione spetta all'Inghilterra la quale
nelle industrie artistiche più cura la purezza delle linee e la
giustezza delle proporzioni che la ricchezza degli ornamenti. Al giorno
d'oggi hanno un'eleganza più artistica gli oggetti usuali che quelli di
mero lusso. Noi abbiamo perduto il secreto di quel fasto largo e
riposato che spiegavano le salde aristocrazie dei secoli passati. Il
nostro fasto farraginoso esprime la poca fede che i ricchi hanno nella
sua stabilità e la fretta di goderne innanzi che venga l'ultima rovina.
E tra i godimenti del lusso, non è ultimo quello di sfoggiarne il costo
se non pure di mentirlo maggiore del vero.
Si dice che gli americani, nell'atto di mostrarvi un oggetto pregevole,
sogliono sempre enunciarvene il prezzo. Dal sempre in fuori, il fatto è
vero, ma la differenza tra essi e noi si riduce a questo, che essi lo
spiattellano aperto mentre noi ci ingegniamo di farlo scaturire da un
rigiro di parole. Per un loro atto di vanità, noi ne commettiamo due:
vogliamo cioè farci belli della spesa e più belli del parerne incuranti.
Non nego che al cospetto di un'opera artistica, quell'elemento
commerciale messo là in lire e soldi, induca un senso disgustoso.
Ricordo di aver visitato in New-York la casa di un ricchissimo
raccoglitore di quadri. Egli stesso mi accompagnava davanti ad ogni
dipinto e collocatomi nel buon punto di vista mi si piantava accanto a
Cicerone e mi diceva: — Corot, dieci mila dollari. Millet, quindici mila
e così via; — ma parlava con tale accento di recitazione obbligatoria e
facendo così piena astrazione dalla propria qualità di possessore, che
si capiva come la nozione del prezzo facesse, a suo criterio, parte
integrante dell'opera e fosse inseparabile dal nome dell'autore. Ognuno
di noi può invece rintracciare nella propria memoria qualche gustosa
scenetta di Mecenati milionari i quali nell'atto di mostrare il quadro,
loro ultimo acquisto, ne tacciono bensì con signorile noncuranza il
prezzo, ma questo lo si vede di poi far capolino tra le pieghe del loro
discorso finchè gli riesce di sbucarne di straforo, prendendo magari
un'aria di protezione.
Non è dunque tanto nel gusto più o meno raffinato che io noto la
differenza fra noi e gli americani quanto nella smania che questi hanno
di affastellare in soverchia quantità gli elementi del piacere nella
erronea credenza di moltiplicare i godimenti. Essi fanno come chi
deliziatosi di una goccia d'essenza odorosa, ne vuotasse il boccettino
sul fazzoletto. Di tali intemperanze nel piacere e nei piaceri più
raffinati ai quali è meglio che a nessun'altro necessaria la misura,
occorrono esempi ad ogni passo.
Un miliardario di New-York volle farsi la casa degna della borsa. Uomo
colto, dimorato gran tempo in Europa e pregiatore delle cose artistiche,
ci riuscì sulle prime in modo ammirevole; ma poi prese a sopraffare
sempre aggiungendo nuove maraviglie alle antiche. E metti e metti, per
poco le cose belle non cacciano di casa il buon padrone, il quale a
cominciare dallo scalone se vuol salire nel suo quartiere deve accendere
le lampade di pieno meriggio. Quello scalone di palazzo prende un buon
terzo della piccola casa, che senza di esso sarebbe armonica e giusta.
Vi si accede per un andito lungo e stretto che lungi dal predisporvi a
tanta ampiezza, ne rimove il pensiero. Di uno stile cinquecentista tra
l'italiano ed il tedesco fusi insieme in bella armonia, esso è tutto da
capo a piedi un miracolo d'arte imitativa condotta con sì rara
perfezione, che le parti nuove non stridono punto coi molti e preziosi
oggetti autentici ivi raccolti. Coperto da un soffitto di legno scuro a
cassettoni, le doppie branche e i larghissimi ripiani sono antichi, di
legno scuro di noce operato ed incerato. Armi e armature dalla patina
bruna in ogni canto e per ogni dove. Lungo le branche, sui ripiani, su
per la cimasa della balustrata, mobili scolpiti, statue di legno,
stoffe, una profusione di cose peregrine degne ognuna di figurare in un
museo. Dentro una nicchietta oscura tra le due prime branche, uno
stupendo Luca della Robbia fa da sfondo ad una fontanella. Perchè una
fontana? Nelle case americane ed in quella poi, l'acqua sale pei muri a
tutti i piani ed a tutte le stanze, e d'altra parte fra tanto apparato
di legno scolpito e di tappeti orientali ed in luogo ben chiuso a studio
di tepore, lo zampillo, così appropriato ai marmi, non pareva affatto
richiesto. Ma l'abbondanza non è difetto e fontana sia. Se non che al
cinquecento, alle riminiscenze italiane ed alle tedesche, ai ricchi
arredi, alla piastretta di mastro Luca ed a quella specie di
acquasantino, perchè non aggiungere il misterioso luccichio dei vetri
colorati e dati i colori, perchè non farli robusti, tra il blu, il
verde, il viola ed il porporino? Ma le finestre non sono amplissime, ma
la casa dirimpetto ruba a questa il sole, ma i colori non lasciano
passare che un fil di luce, ma il legno bruno non riflette quella poca,
ed ecco che le costose meraviglie dormono al buio onde il visitatore
deve cercarle ad una ad una col lanternino.
Vidi in un'altra casa, un salone giapponese stupefacente. Qui a dire
mille, si fa torto al vero di una metà e non si è creduti per venti.
Quel salone è costato 250 mila dollari, un milione e 250 mila lire, e le
vale, e chi ci dovesse vivere tre giorni, pagherebbe, potendo,
altrettanto perchè il Giappone non fosse mai esistito. È un salone di
bronzo, ma intendiamoci, tutto di bronzo da capo a piedi, senza
soluzione di continuità, tranne il pavimento che è in legno antico, un
amore di pavimento rossiccio, segnato a fantastiche figure che è un
peccato metterci su il piede. Il soffitto di bronzo ancor esso fa a
primo vederlo l'effetto di una pioggia fina fina subitamente rappresa,
della quale si contino tutte le goccie sospese per l'aria, tanto è irto
di punte e di oggetti d'ogni maniera, che formano un intreccio serrato
nel quale l'occhio non riesce sulle prime a raccogliere nessuna traccia
di disegno. Ci si arriva di poi, tirando fra i punti più vicini quelle
linee ideali che è così difficile rintracciare e seguire, ma che una
volta trovate si fissano nella mente e vi prendono una realtà
evidentissima. Allora escono mille figure geometriche che si
compenetrano a vicenda moltiplicandosi all'infinito; ma ci vuole una
fatica improba a trovarle e chi le trova è preso da una smania faticosa
di cercarne dell'altre, e quella smania perdura anche quando non vi
stanno più sotto gli occhi le cose che l'hanno generata e la sera a
letto, allo scuro, è una danza vertiginosa di cubi, di trapezi, di
parallelogrammi, di tutta la diavoleria esatta onde nascono le più fiere
torture delle menti imaginose.
Buono che il soffitto, basta non voltare gli occhi in su, si può fare a
meno di vederlo: ma le pareti, ma le cornici ed i battenti degli usci,
ma il camino, quel formidabile camino tanto irto ancor esso di infiniti
sottilissimi rilievi che a volerne fare la planimetria, ne uscirebbe
l'area di una casa, quelli bisogna vederli per forza e patirne
l'attrazione morbosa. Non mi dilungo a descrivere. Ogni parte di quel
tutto mostruoso è un capolavoro dell'arte; e la raccolta indiscreta di
tanti capolavori, produce una sensazione visiva identica a quella di un
forte pugno nell'occhio. Appetto a quel salone che vorrebbe essere
abitabile, un museo parrebbe intimo e domestico quanto il tinello di una
villetta abitata tutto l'anno.
Altro esempio. In America, come a Londra, e come oramai in tutte le
grandi città d'Europa, i Clubs, già un tempo destinati a solo
trattenimento serale e notturno, vennero a poco a poco diventando quasi
alberghi privilegiati, dove i soci possono passare l'intera giornata,
attendere agli affari, desinare e all'occorrenza trovare alloggio
fornito. In New-York sono elegantissimi: l'Union Club, il Manhattan
Club, l'Athletic Club ed in modo speciale, vale a dire più d'ogni altro
meticoloso nelle ammissioni dei nuovi soci, il Knikerbocker Club. Ma
tutti questi da un maggior fasto in fuori, non sono dissimili dagli
europei. Bisognava bene che la smania gaudente degli americani ne
escogitasse uno di nuovo conio e questo fu il Club di Toxedo Park che in
New-York stessa è noto solamente a pochissimi raffinati.
Toxedo Park in Pensilvania è una grande distesa di terreni dove sono
raccolte molte e varie bellezze naturali. Solcate da acque perenni,
abbellite da un lago e da colli boscosi ridentissimi, quelle terre
furono comprate trenta o quarant'anni or sono da un ricco signore di
New-York il quale contava forse di fondarvi una nuova città. Così
suppongo, perchè così usa di frequente negli Stati Uniti; ma o sia
errata la supposizione o fallisse l'impresa, fatto sta che la città non
sorse, e le bellezze naturali non furono deformate. Se non che, l'uomo,
già straricco, non voleva mettersi a dissodar terreni, nè vendere a
spizzico quanto aveva acquistato in blocco e d'altra parte, una villa in
così immensa proprietà sarebbe riuscita desolata come una trappa. Dopo
alcuni anni di infruttifero possesso, gli amici vennero in aiuto al
compratore.
Egli mettesse i terreni, essi avrebbero edificato la casa, dove tutti
insieme sarebbero convenuti con pari diritti a villeggiare. Così nacque
un Club campestre che a pensarlo appare il non plus ultra del genere.
Ogni socio vi ebbe alloggi spaziosi e liberi per sè e per la famiglia e
proprie scuderie e rimesse, senza contare quelle fornite ad uso
collettivo, dalla comunità. Saloni comuni per i pranzi, i giuochi, il
conversare, le feste; biblioteca, farmacia, servizio medico, ufficio
postale e telegrafico e quanto altro il lusso e la raffinatezza possano
imaginare, tutto fu nel nuovo club apprestato con larghezza di Nabab o
di sultani. Come di ragione, un tale Eldorado fece gola a molti e
fioccarono le domande di ammissione, tanto più che le linee ferroviarie
avevano avvicinato i luoghi a New-York, donde coi treni direttissimi si
può giungere a Toxedo Park con un'ora e mezzo di viaggio, quanto occorre
per recarsi da un capo all'altro della città. Il numero dei soci fu
accresciuto, e gli edifici furono ordinati a dimora permanente. I
sociologhi ed i moralisti potranno esaminare se tale continuità di vita
collettiva, intesa di continuo al godimento ed escludente ogni intimità
domestica, non debba alla lunga inaridire gli animi ed intristirvi il
fiore dei sentimenti delicati; ma oramai molta parte della società
gaudiosa, suole anche in Europa, dimorare dieci mesi dell'anno negli
alberghi e considerare la casa quale luogo di passaggio. Ad ogni modo,
al punto di vista del piacere immediato, Toxedo Park non lasciava nulla
a desiderare. Ci voleva proprio l'incontentabilità degli americani per
viziarne, a studio di maggiori delizie, l'ordinamento. Cominciò un socio
a volersi fabbricare una villa tutta sua in luogo a lui gradito entro i
confini della comune proprietà. L'idea piacque a tutti, ma convenne per
attuarla, deliberare la serrata della società ed inibire ulteriori
ammissioni. I soci erano, non ricordo se trenta o quaranta: si decretò
che non ne dovesse entrare più nessuno. E avanti a fabbricar ville,
serbando il primo edificio a ritrovi collettivi. A primo aspetto, la
trovata par deliziosa; ma a rifletterci! Al Club non ci si affeziona, o
almeno non tanto che s'abbia a provare un grave rammarico nel ritrarsene
quando la compagnia non ci torni gradita. Invece, la casa ideata da noi
e venuta su sotto i nostri occhi e informata ai bisogni della nostra
famiglia, della quale rispecchia l'indole e le abitudini, diventa, in
breve, parte di noi stessi ed oggetto di un amore pieno di tenerezza nel
possesso e di dolore nell'abbandono. Già il sapere che altri può vantare
su di essa se non proprio un diritto di proprietà, almeno una ragione
che limita la nostra proprietà e non ci lascia disporne a nostro
talento, deve essere causa di continue punture. E poi, la convivenza con
un numero fisso di persone e sempre quelle, può durare piacevole anni ed
anni, ma può anche diventare domani, e diventerà certo col tempo,
uggiosa e tormentosa. E il non poterla evitare affretta ed accresce
l'uggia ed il tormento. Tutti siamo esposti alle vicinanze moleste, ma è
raro che il fastidioso vicino sia comproprietario del nostro giardino ed
erede necessario della nostra casa quando l'avversione che egli ci
ispira ci inducesse ad abbandonarla.
È certo che alla seconda generazione, i soci di quella fantasiosa
società, daranno del gran filo da torcere per intricati interminabili
litigi ai giudici americani. Il troppo stroppia. La mia villetta umile e
lontana dalle genti, può vantare su Toxedo Park l'immensa superiorità di
non averci intorno quaranta vicini in possesso ognuno di un quarantesimo
del diritto di venirmi a seccare.