A bordo della Bretagne.
Alle dieci della mattina il grande bastimento si stacca dal Dock e move
lentamente rasentando i muraglioni bianchi del porto: scricchiola quasi
compresso nella stretta di un ponte girante e procede cauteloso nei
bacini senza dar fumo nè fischi, la macchina inerte, tirato a rimorchio
da un vaporetto a prua, tenuto a segno da un altro vaporetto a poppa.
Nell'ultimo bacino largo e fondo, i rimorchiatori ristanno e si
sciolgono: una scossa, un fischio rauco, un colpo di cannone, qualche
gridolino di donne impaurite ed eccoci al mare. È una giornata chiara e
variabile d'Ottobre; è già piovuto due volte da nuvole fuggenti veloci
verso la terra, ma è vento alto che non tocca l'acqua. Il mare lucente,
ondeggia largo senza rompersi mai. I passeggieri dato una sguardo di
saluto alla malinconica collina dell'Havre, ed un'occhiata
interrogatrice al cielo, scendono a prendere possesso delle cabine e ad
allogarvi le robe, e per un'ora è un trillare incessante e fastidioso di
campanelli elettrici e un correre di su e di giù per le corsie, di
camerieri e cameriere chiamati a collocare e fissare le valigie, a dar
ragione d'ogni minuto arredo della cabina od anche solamente a
mostrarsi, a dire il proprio nome, a pronosticare il tempo e la durata
del viaggio. Poi comincia la sfilata all'ufficio del commissario ed a
quello del maggiordomo. Al commissario, molti passeggieri consegnano
speciali e inutili lettere di raccomandazione; il maggiordomo assegna i
posti a tavola e riceve le iscrizioni per il primo od il secondo
servizio. La sala da pranzo non ci capirebbe tutti ad un tempo (siamo
trecento e nove), si danno dunque due servizi della colazione e due del
desinare. La gente navigata preferisce il secondo che è quello del
comandante.
La prima campana della colazione ci richiama tutti sul ponte soleggiato.
La terra dell'Havre è già bassa ed annebbiata e già vediamo la punta di
Cherbourg. I passeggieri si squadrano a vicenda ed argomentano l'uno
dell'altro la condizione ed il carattere. Rivedo rasserenati e rabboniti
dei visi che avevo notato per crucciosi la sera innanzi a Parigi sul
partire del treno transatlantico. Ma chi cerca posto in un treno
notturno non mostra la sua faccia abituale: la fretta, l'inquietudine,
la diffidenza, l'avversione al prossimo, intorbidano gli sguardi e
contraggono i lineamenti.
Quasi tutti i passeggieri sono muniti di un seggiolone pieghevole che si
affrettano di collocare al riparo dal vento e dal fumo. A chi non lo
possiede di suo ne è offerto uno a nolo, per cinque lire, dalla società
dei camerieri. Quei seggioloni e l'innumerevole quantità di scialli, di
pelliccie, di soprabiti, di libri e d'altri minuti oggetti dell'uso
domestico, sparsi per ogni dove, danno all'alto ponte il piacevole
aspetto di una terrazza aperta sulle immensità oceaniche.
Innanzi di partire, quando volevo tranquillare quella sorda inquietudine
che l'idea di un lungo viaggio sveglia in chi non ne ha fatto mai, mi
dicevo che da Milano a New-York sono in sostanza, venti ore di ferrovia,
fino all'Havre, ed il soggiorno di una breve settimana in un fastoso
albergo galleggiante. Col tempo bello, la vita a bordo, somiglia infatti
a quella dei grandi alberghi cosmopoliti di Nizza e di San Remo, se non
che vi è più ghiotta e copiosa la tavola, più pronto e puntuale il
servizio, più diversa la gente, più rapida la diffusione della cronaca
giornaliera. L'attesa della posta è, a bordo, sostituita da quella
dell'accertata ora solare e del _punto_. Quando il muggito della sirena
annunzia ai naviganti che il sole è per essi al sommo dell'arco, tutti
correggono l'orologio e subito i buoni calcolatori dalla differenza fra
l'ora di ieri e quella d'oggi, argomentano la strada fatta, e mettono
scommesse che son poi definite sul ripiano della scala, dove il capitano
segna con spilli e banderuole infitti nella carta geografica il punto
preciso raggiunto sul mezzodì e registra più sotto in cifre il cammino
percorso e la distanza che ancora ci separa dall'America. Il primo
giorno le 3200 miglia che ancora ci rimanevano a fare, mi parvero
un'inezia, ma la cifra andò di poi sempre ingrossando in me, via via che
diminuiva sulla carta.
Verso le due pomeridiane, che è l'ora del _lunch_, poichè in mare si
mangia ogni tre ore, il ponte di sopra è festosissimo. Una folla di
gente sfaccendata, va, viene, guarda, discorre, legge, si lascia andare
al dolce movimento dell'onde e carezzare dalla brezza salata. Passano
lontano isole e promontori: sulla bruna scogliera dell'Inghilterra
s'ergono campanili raggianti al sole; le coste sembrano avvicinarsi
curiose, o retrocedere spaurite, avvivate dalla nostra velocità. Il
tempo è bello, ma un inglese osserva che non incontrammo ancora il
bastimento partito l'altro sabato da New-York, e che già dovrebbe essere
arrivato all'Havre. Qua e là qualche signora sdraiata sul seggiolone ed
impellicciata fino al mento tradisce al viso pallido ed agli occhi
chiusi le prime svogliatezze del mal di mare. Ma l'immobilità e l'aria
viva la ristorano e a poco a poco gli occhi si riaprono e si incarnano
le gote. Fra i passeggieri prevalgono, in numero, gli americani reduci
alla patria poichè corsero l'Europa la primavera e l'estate. Sono intere
famiglie numerose, pompose e rumorose, i giovani e specie le ragazze,
socievoli oltre il nostro costume, i fanciulli adorabili per forza
briosa e sicura, i padri e le madri imperterriti usurpatori ed accaniti
difensori dei migliori posti, incuranti della figliuolanza, finchè
questa si allontana o si apparta in compagnie diverse ed improvvisate,
festosi e verbosi per rapide e fitte domande ad ogni suo ritorno nella
cerchia delle seggiole, dominio famigliare. Giovani e vecchi, gli uomini
pipano di continuo un tabacco che sa di camomilla, e le donne croccano o
succhiano confetti.
Mi trattengo a lungo con un giovane prete americano, vestito in abito
secolare s'intende, giudizioso e colto conoscitore dell'Italia e del
nostro movimento letterario. Da sei anni professore in Roma al collegio
_De propaganda fide_, egli parla spedito e corretto l'italiano con
schietto accento romano. Sa a memoria tutte le odi barbare del Carducci,
mi recita con foga giovanile alcuni squarci delle _Fonti del Clitummo_:
«Tutto ora tace, nel sereno gorgo,»
esalta il Fogazzaro, ammira il Bonghi, stima che Michetti sia il maggior
pittore oggi vivente. Si reca in America per non so quale missione, ma
sarà di ritorno a Roma fra due mesi.
— Roma è la mia terra, mi dice.
— E l'America?
— Ho detto: terra. L'America è la mia patria. Sono americano anche in
Roma. E dopo una pausa, sorridendo con intenzione: — specialmente a
Roma.
Due volte interrompe la conversazione per accorrere ai richiami di una
vecchia monaca che egli segue con signorile deferenza. Viaggiano con noi
dodici suore Clarisse, argomento di irriverenti motteggi a due artisti
di canto «du Théâtre de l'Opéra» come appresi di poi dal manifestino di
un concerto che diedero l'ultimo giorno del viaggio.
Ci si avvicina ed intavola discorso un giovane signore, più inglese
all'aspetto e al vestire, che nessun inglese della vecchia Inghilterra.
È un parigino il quale viaggia per vini francesi di Bordeaux e di
Champagne e per un certo suo Cognac che in fin di colazione l'avevo
visto mescere allegramente a' suoi vicini di tavola. Allegramente
s'intende della quantità, perchè egli non si diparte da una correttezza
condiscendente ma piena di sussiego. Abborda, primo, la gente, ma
coll'aria un po' stupida e seccata di chi risponda per cortesia ad una
domanda importuna. Questa è la sua undecima traversata: egli conosce
tutti i punti delle coste ed al largo, tutte le profondità oceaniche. A
contrappeso dell'orologio, porta un barometro aneroide; verificato
dall'osservatorio di Parigi. Il tempo è al _Beau fixe_. Peccato! Una
burrasca a bordo dei vapori francesi è così divertente! Ha, ben inteso,
il passo marino e possiede un ricchissimo assortimento di berretti
marini per tutte le variazioni, anzi per tutte le gradazioni del tempo.
È legittimo proprietario di due seggioloni ad X, uno di cuoio, l'altro
di tela, col suo nome «Roger» trapunto in cuoio sull'uno, in seta
sull'altro:
— L'illustre Gandissart, mi mormora il prete.
Una bellissima signorina, bella oltre ogni imagine di bellezza, a cui
due more composero un lettuccio all'ombra di un canotto sospeso, guarda
il mare con fissità vogliosa, sdegnosa dei viventi. Viaggia sola colla
scorta delle due more che non la lasciano mai, sempre ritte ai piedi del
lettuccio. Quando accenna, ma è cenno visibile ad esse soltanto, le more
si curvano su di lei a raccogliere le «sorrise parolette brevi» che le
escono dalle labbra semichiuse e ferme. È vestita di lana bianca, ma la
veste non appare se non quando muove per scendere alla cabina: una
cabina di lusso, col salottino dove essa desina sola. Finchè dura sul
lettuccio è tutta coperta da una immensa pelliccia di astracan nero,
lucente, che le more le rincalzano sotto i piedi. Non è malata, ha
colori vivi e sani, il suo profondo languore non è che un attributo
della sua bellezza.
Il Gandissart la vede, l'ammira, non osa parlarle, ma corre al
commissario per informazioni che, ad onore del commissario, riporta
assai scarse: È la più bella persona di Messico.
Abbiamo a bordo un'altra bellissima persona: un'ebrea di Boston, ma
grata questa al Dio d'Israele degli stupendi occhi avutine in sorte, ne
fa il migliore uso che per lei si possa, gratificandone il prossimo.
Instancabile camminatrice, va e viene di continuo da un capo all'altro
del bastimento, tirandosi dietro ora questo, ora quello ora parecchi,
degli immancabili accompagnatori. Suo padre, seduto presso il castello
di mezzo, la segue cogli occhi pieni di riconoscente ammirazione. Quando
essa gli s'avvicina, per rifornirsi di confetti, egli l'accoglie con un
_How pretty you are darling!_ esclamato ad alta voce, con un accento che
l'età sola rende paterno. Dicono che egli abbia fatto tesori trafficando
nella Cina. Gli attribuiscono dieci milioni di dollari, ed ha
quell'unica figliuola. Due giovani cubani bruni e fieri come gli eroi
per canto e piano, fanno intorno alla ragazza una gelosa corte d'onore.
Verso le dieci di sera, lontano a destra, nell'ombra nebbiosa, quasi a
fior d'acqua, rosseggia il faro dell'isola Scilly, ultima terra
d'Europa. La _Bretagne_ ne saluta il semaforo, ma il comandante che
discorre con me presso il suo casotto, il ponte è quasi deserto, cerca
innanzi a noi nel gran gorgo, un'altra luce, che gli segnali _La
Champagne_ partita, or fanno otto giorni, da New-York.
— Eccola. Aspettatemi qui; vado a scambiar due parole col mio collega e
ritorno.
Dal punto in cui mi trovo non posso leggere le parole luminose che si
partono dalla nostra nave, ma noto le stelle mobili e diverse accese da
lungi sulla invisibile giungente. Che dicono quei raggi alterni? Quelle
voci silenziose balenate nella notte inducono nell'animo l'aspettazione
inquieta di cose arcane. Così parlano negli spazî, i mondi. — Non si
giudica che esse possano trasmettere notizie concrete traducibili in
linguaggio concreto, ma piuttosto oroscopi augurali e sibillini
ammonimenti.
E l'oroscopo venne:
— La _Champagne_ segnala che si lascia dietro un grosso fortunale, mi
dice al ritorno il comandante.
— Un ciclone? domando io, sedotto dalla grossa parola, e curioso di
leggergli in viso il peggio.
— Oramai li chiamano tutti così e il nome non importa; ma quale sia per
essere il tempo, tutto si riduce ad arrivare dieci ore prima o dieci ore
dopo. Noi non temiamo che le nebbie, anzi col nostro peso e la nostra
velocità non temiamo nemmeno quelle.
E poi venne il concreto ammonimento.
— Poichè non avete sentito la maretta di stassera, mettetevi in letto
subito e fate di dormire. Se il ballo vi coglie nel sonno, è probabile
che lo stomaco s'avvezzi ai sobbalzi e non vi dia noia domani.
L'indomani a giorno, mi svegliarono la mia cappelliera, la valigia a
mano ed un salvagente di sughero staccatosi dal gancio, che menavano
insieme, ruzzolando per la cabina, un trescone indiavolato. Nell'andito
accanto, rintronavano dei colpi d'ariete che pareva volessero sfondar le
pareti. Erano grossi valigioni che slittavano ad ogni rullata. Balzo
dalla cuccetta, dò di capo nel soffitto, aspiro un acuto odore d'acqua
di Colonia (la boccia era caduta dalla tavoletta ed il liquido s'era
tutto sparso), e mi vesto come posso. Ci siamo. Tuttavia mi reggo e non
ho mal di capo, e come la campana chiama all'asciolvere, m'avvio
brancolando per gli anditi verso la sala da pranzo, risoluto di mettermi
alla prova. Ma una prima sorsata di the, avversa e minacciosa, mi
rivolge in fretta alla cabina.
— _Monsieur, manges une pomme_ — mi suggerisce una pietosa cameriera, e
mi porge una grossa mela carnosa che addento e mi ristora sull'attimo,
onde ne registro qui la virtù sanatrice.
Fu la burrasca equinoziale. Per cinque giorni, le grosse serrate di
ferro ci imprigionarono sotto coperta. Per cinque giorni i trecento e
nove commensali, si ridussero prima a quattordici, poi ad undici soli,
compresi il comandante, il commissario ed il dottore. Per cinque giorni
e cinque notti, dovetti disertare la mia cabina, tanta ridda vi facevano
tutti gli oggetti sciolti e tanto dai sottili trammezzi di legno,
risonavano i patimenti e i lagni dei malati. In tutto quello spazio di
tempo, non venni mai a capo di vedere il campo disteso delle acque
furenti. Gli occhi rotondi del salone a seconda del rullìo, ora si
appuntavano al cielo oltre il limite dell'orizzonte, ed ora
sprofondavano entro vortici verdastri. Della burrasca vidi soltanto e
ricordo l'altezza iperbolica dei frangenti vicini, la lucentezza brunita
dei valloni e certe ironiche lascivie dei fiocchetti di schiuma che
orlano il sommo delle onde. Queste mi attraevano con malia
irresistibile: stavo delle ore, la fronte appoggiata al vetro,
affascinato dalle loro grazie diaboliche. Si affacciavano sui dorsi
rompenti quasi a misurare l'ampiezza del solco, si gettavano a
capofitto, scivolavano, sprofondavano, risorgevano, saltellanti come
libellule, sulla cresta degli opposti marosi, sembravano frenetici di
gioia a tanto spettacolo di furore e di morte. A volte mi pareva di
sentirli ridere.
Splendeva un sole invernale, nella dubbia serenità del cielo nordico, ma
d'ogni intorno all'orizzonte era una corona di nebbie basse rasenti il
mare. Quella cerchia nembosa passava di continuo nei vetri, ora salendo,
ora scendendo, a ritmici intervalli. Di quando in quando mi giungevano
all'orecchio come un'eco remota ed indistinta certi ritornelli di
canzoni napoletane che mi parevano sorgere dagli abissi. Erano emigranti
italiani che pigiati a poppa ingannavano col canto gli ozî ed il terrore
della traversata. Tra i fischi, gli urli, le cannonate ed i muggiti
della tempesta e tra il sinistro scricchiolare della nave, quei ritmi
domestici dileguanti in cantilene lamentose, mi traevano l'animo già
eccitato dalle apprensioni invano represse e derise e dalla invincibile
insonnia, ad un intenerimento pieno di dolci e pungenti immagini
famigliari. Giungevano nel gran salone della prima classe, lungo i
fianchi della nave, o attraverso gli usci, i tramezzi, le serate d'ogni
sorta, così rotti e fiochi, che sulle prime li credetti un inganno
tormentoso della mente insonnita.
La notte le lampade elettriche rendevano a volte un subito fulgore
abbacinante, segno che l'elica, emersa dalle acque, non consumava la sua
tangente di forza, ond'era accresciuta la loro. Quando l'elica si
rituffava, le lampade tornando al chiarore normale, sembravano battere
le palpebre e venir meno. Quanto fastidio in quei getti di luce smodata,
come di lampi fissi e come sembravano eterni i visibili minuti che
l'elica, l'anima della nave, mulinava nell'aria!
— Uno, due, tre... otto, dieci, e non scende ancora. Come può durare
così a lungo sospesa? Oramai certo la prua si è tutta immersa nell'acque
e s'avventa nel profondo verso l'abisso.
La mattina al primo chiarire correvo alla doccia a scotermi le fibre
intorpidite, ma per quanto essa facesse del suo meglio ed io del mio
meglio la secondassi, a mala pena mi riusciva di azzeccare qualche
spruzzo disperso, tanto il rullìo ed il beccheggio inclinavano la
colonna dell'acqua ad opposti versi. Poi convenivamo i pochi validi,
nella bottega del barbiere, possessore di un barometro compiacente,
fervente spiritista, uomo ricco d'inventive e credulo anche a se stesso,
il quale ci raccontava cupo, innumerevoli casi di telepatia.
Tra i validi erano il prete americano ed un brioso ed amabile avvocato
di Torino, mandato console d'Italia alla Nuova Orléans. Non c'era il
Gaudissart, che dal primo mareggiare non fu più visto. Che avrà detto il
suo aneroide verificato all'Osservatorio di Parigi? Peccato! Una
burrasca, a bordo dei vapori francesi è così divertente! Tuttavia dopo
ogni pasto lo _Steward_ ci mesceva, di suo ordine, un bicchierino del
suo eccellente cognac, che sorbivamo, ridendo, alla sua salute.
Nessuna signora a tavola. La bella messicana fece però ogni mattina una
breve apparizione sulla galleria che fascia alto in giro la sala da
pranzo dove stanno il pianoforte, i libri ed i giornali illustrati. Ogni
mattina essa portava alla cintura un ciuffo di freschi ciclamini. Il
giorno dell'arrivo, la vidi gettare in mare il vaso sfiorito.
Un'altra signora, alta, magra, pallida ed energica, irruppe un giorno
dopo la colazione nella sala da pranzo e s'avventò ad un tavolino dove
sedeva un grosso uomo sulla cinquantina, che noi chiamavamo, non so
perchè, o forse lo era davvero: il giudice di Chicago. Le si piantò
davanti ritta e fremente e prese ad apostrofarlo, con un getto serrato
di parole sibilanti che nessuno, neppur egli forse, comprese. Aveva la
voce roca e fioca del mal di gola. Ne disse un profluvio, fino a che,
esausta, lui sempre muto ed immobile, si ritrasse come era venuta. Il
giudice non aveva battuto palpebra, nè dato prima nè poi nessun segno di
rammarico o di noia. Sapemmo di poi dal commissario che essa era la
moglie di quell'apatico, da tre giorni malata e malate pure le due
figliuole. E da tre giorni e tre notti, egli non aveva più messo piede
nella cabina. Le poverette se n'erano lagnate col dottore che gli aveva
girato le lagnanze, l'avevano mandato a chiamare pel cameriere, ma senza
frutto. Il bello si è che gli ultimi due giorni, quetata la tempesta,
come le donne furono sul ponte all'aperto, egli si mostrava loro
premuroso ed affettuosissimo. Un barometro di tenerezza.
Il comandante passò quarantotto ore filate sulla passerella: non ne
scendeva che all'ora dei pasti cui si presentava lindo ed attillato come
ad un ballo, mentre il primo giorno a tempo bello e colle tavole
affollate era venuto in abito dimesso. Era un uomo semplice, punto
mondano. Noi commensali, tutti uomini, che avevamo smesso oramai di
mutar d'abito pel desinare a scanso di fatica e di sforzi d'equilibrio,
gli domandammo un giorno la ragione di quella intempestiva eleganza.
— Non lo faccio per voi, signori, ma per gli assenti. Ci sono molti più
malati di paura che di mal di mare. Non avete osservato quando ci
mettiamo a tavola, il trillare fastidioso di tanti campanelli? Sono
passeggieri che chiamano le persone di servizio per mandarle a spiare
l'aspetto del comandante. E come lo sanno ravviato e pulito, si
acquietano, sicuri che per un'ora almeno non si colerà a picco.
I due artisti di canto «du Théâtre de l'Opéra» erano anch'essi sani e
disposti. La prima giornata di viaggio, avevano motteggiato di continuo,
con molta sudiceria, sulle dodici monache. Nel pieno della burrasca,
come uno di essi fece per tornare ridendo sullo stesso discorso, l'altro
lo riprese serio serio:
— _Tais toi. Ce sont ces saintes files, avec leurs prières qui nous
protègent._
Mezz'ora dopo, il motteggiatore canterellava seduto al pianoforte (ci
passava le giornate lo scellerato), certe sue canzonette. A un colpo di
mare, lo sgabello a vite si spezzò di netto e lo sbattè la testa prima
contro lo spigolo di una tavola, troppo salda quella. L'urto fu tale che
rimase privo di sensi. Lo sollevammo grondante sangue da una larga
ferita tra i capelli. Mentre lo reggeva accompagnandolo nella stanza del
medico, il compagno, gli andava ripicchiando, con un comico cruccio: _Tu
vois! Tu vois! Tu vois!_ Così fra piccoli e diversi episodi, dalla
mattina alla sera tanto tanto ci si arrivava. Ma la notte! Mi par di
sentire ancora in un remoto ronzìo il giudice di Chicago, seduto ad un
tavolino con due amici, versare senza posa, con voce bassa e nasale,
lenti fiumi di parole. Egli parlava bevendo, quelli bevendo tacendo, e
via via, tra i brevi miei sonni, tra i boati dell'onde e del vento, tra
lo sconquasso della nave occhiuta e raggiante sul convulso mar
tenebroso, la voce inestinguibile dilagava in nota continua di
contrabbasso. Che poteva egli dire, ogni notte, tutta la notte, con sì
stagnata uniformità di accenti? Quale oscura serie di misfatti andava
confessando ai compagni allibiti?
Il venerdì, presso il banco di Terranova, la burrasca quietò alquanto.
Era ancora mare rotto e perverso, ma ci furono dischiuse le uscite al
ponte scoperto che s'andò in breve ripopolando di gente ancora sbattuta
dai lunghi patimenti. Rivedemmo la bella ebrea, i due cubani e sul
tardi, Gaudissart. Il commissario indicandomi lontano sull'acque alcuni
punti neri, che sembravano canotti rovesciati, me li dà per balene.
Credo per atto di fede. Passa in vista e s'avvicina, un gran bastimento
diretto in Europa. È una festa grande di saluti e di grida.
Sono involontario spettatore di una scenetta patetica.
Il ponte scoperto è spartito in due grandi corsie lungo i fianchi della
nave, fra le quali sorge il castello di mezzo, che copre lo spazio dato
alle macchine, le due boccaporte e le scale della prima classe. Per
passare d'una corsìa all'altra bisogna girare il castello verso prua, od
attraversarlo per un andito stretto che lo taglia ai due terzi della sua
lunghezza verso poppa. Quivi pende alla parete il barilotto che protegge
una miccia accesa a comodo dei fumatori ai quali è severamente
interdetto di accendere fiammiferi. Ma le macchine vi spandono un tale
insopportabile fetore d'olio bruciato, che pochi ci passano ed alla
interdizione non pensa nessuno.
Ora, verso le quattro di sera, non potendo io al vento accendere la
pipa, mi sovvenni della miccia ed infilai l'andito. Uno dei cubani stava
in un canto piangendo come un fanciullo, di quel pianto a lungo
rattenuto che rompe il petto e che versato da persona vigorosa fa
strazio a vedere, mentre la bella ebrea, ritta presso di lui gli andava
asciugando le lagrime in atto di pietà calmante e nulla concedente. Mi
ritrassi tosto, seccato. La sera, si dava nel salone il trattenimento
solito ad ogni traversata a beneficio delle vedove e degli orfani dei
marinai. Vi cantarono, i due artisti dell'_Opéra_ (uno aveva la testa
fasciata), e la bella ebrea vi recitò a meraviglia un monologo inglese
pieno di reticenze maliziose, e cantò due canzonette francesi, a
imitazione della _Judic_. Il cubano era tra gli spettatori, domato, ma
non plaudente. Quando mi vide, mi lanciò un'occhiata feroce.
Il sabato mattina ci si fa incontro il pilota, che porta segnato
sull'ampia vela triangolare un vistoso numero, argomento di vistose
scommesse. Voli di passeri innondano con domestica sicurezza la nave. A
sera emerge dell'acque, bruna contro il sole cadente, la terra
d'America. Sbarcheremo domattina.
La prima cura di chi scende a terra dopo una lunga traversata è di
precipitarsi al boteghino del telegrafo, piantato apposta sullo scalo,
onde dare ai cari lontani la notizia dell'arrivo. E quanto più fu
cattivo il viaggio tanto è maggiore in tutti la smania di annunziarlo
compiuto. Già dal primo rallentare della nave, io m'ero appostato sul
passo dell'uscita per potermi precipitare allo sportello telegrafico
innanzi che urgesse la folla. Tenevo colle due mani i due capi della
ringhiera. La nave era già ferma e ci stava ai piedi sulla banchina una
gran gente in attesa. Correvano dalla tolda a terra, parole e grida di
riconoscimento e di saluto. Ed ecco che mi viene accanto una bellissima
fanciulla sui vent'anni, fresca, rosea, trepidante, la quale non si
ristava dal chiamare per nome e dal salutare colle mani un giovane
signore che le rispondeva dal basso. Quando mi vide piantato come un
termine, essa mi disse in francese, ma coll'accento americano:
— Oh signore, quanto vorrei essere la prima a discendere!
E la sentivo ridere in gola per l'emozione ed il piacere frenati.
— Oh signore, che gioia per me se potessi essere la prima a discendere!
— Lo sarete, signorina, ve lo prometto.
Mi lesse negli occhi un sospetto, e mi disse con grazia accorta:
— È mio fratello, signore, che non vedo da tre anni. Torno sola
d'Europa.
E tremava tutta dall'impazienza. Poi si trattenne discreta:
— Ma forse voi pure:
— No, nessuno mi aspetta, signorina; mi sono appostato per correre
presto al telegrafo.
Essa allora pronta e ridente:
— Ebbene, faremo così: voi mi darete il braccio e scenderemo insieme.
E così avvenne ch'io posi primamente il piede sulla terra d'America
dando il braccio ad una bella e giovane fanciulla americana che non
avevo veduto mai, che non sapevo chi fosse, che scivolò via appena tocca
la terra, che non vidi e non vedrò certo mai più, ma la cui compagnia di
un minuto, mi parve gentilmente salutevole e di ottimo augurio.