Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione particolare della
gola; per esempio, il Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per
i maccheroni, il Niccolini per le radici: era dunque scusabile il
non illustre Arturo Pironi, appena dodicenne, d'avere egli pure la
sua, che era per il gelato di crema. Se fosse stato re, avrebbe dato
qualche volta il suo regno per un sorbetto giallo. E bisogna dire che
il piacere di mandar giù quella dolcezza, com'egli faceva, sei volte
la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore della fronte. Suo
padre gli dava ogni mattina otto soldi per far le quattro corse in
tranvai fra piazza San Martino, dove stavan di casa, e il lontano
Ginnasio Gioberti, dov'egli l'aveva messo perchè c'era professore di
lettere un suo cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva alla
Società elettrica che venti centesimi. Andava e tornava la mattina
con le sue sante gambe, correndo come uno struzzo; tornava a casa di
galoppo anche la sera, sputando un'ala di polmone, perchè, sebbene
vivacissimo, era di complessione delicata; e faceva in tranvai la sola
prima corsa pomeridiana, che rompeva in due, per saltar giù a spendere
i suoi risparmi in un gelato canarino, al caffè del Teatro Alfieri, a
mezza strada. A quell'ora non c'era quasi mai nessuno: egli entrava per
la porta piccola, sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio della
sala del biliardo, ordinava con un accento che voleva dire: — _Propere
propera;_ — vuotava il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino
con la lingua, e poi via, come chi scappa senza pagare. Ma durante la
dolce operazione dava tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri
stavan lì a guardarlo, godendosela, come a veder mangiare un affamato,
e qualche volta anche la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata
sorridente a quel bel ragazzo biondo, a cui pareva che ogni cucchiaiata
di gelato facesse l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna, e gli
andasse in tanto sangue. Lo chiamavano fra di loro: _il gelato di
crema_.
*
Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che si metteva a sedere
nel posto solito, egli udì nella sala del biliardo le voci di
vari giocatori; uno dei quali pronunciò un nome che attirò la sua
attenzione. Era il nome dell'avvocato Bussi, un amico di suo padre,
che non veniva più in casa da un pezzo, ma ch'egli sentiva rammentar
sovente.
— Il Bussi, — diceva uno dei giocatori, — è un tiratore. Siamo andati
sei mesi insieme alla sala Gandolfi; poi io smisi, egli seguitò. L'ho
visto tirare due anni fa al Teatro Scribe, nell'accademia a beneficio
dell'Ospedaletto: ha un polso di ferro, ed è un tempista. Dell'altro
non so; ma non vorrei essere nel suo soprabito... Tiro al rinterzo....
otto a sei.
— Si accomoderanno, — disse un altro, — fra avvocati!
— Tu mi canzoni, — ribattè il primo. — Una presa di sciocco in pieno
caffè San Filippo, in mezzo a una corona di colto pubblico.... Sei
impallato: oggi non è il tuo giorno.... L'avvocato Bussi non è uomo da
tirarla giù come un ovo fresco. E poi, quando c'entra la politica! Sta
certo che si batteranno, se non si son già battuti questa mattina.
— Impossibile, — disse un terzo. — La scenata è seguìta ieri sera alle
undici. Non possono aver regolato tutto nella notte. Son cose che vanno
per le lunghe. Al più presto si batteranno oggi. Quanto alza la rossa?
— Oggi no, — rispose un quarto. — Alza due dita. Oggi il Bussi ci
ha la causa del gobbo di Vanchiglia alle Assise. Questa mattina era
all'udienza, deve fare oggi la sua arringa. Si batteranno domattina, a
giorno.
— Ho paura, — tornò a dire il primo, — che il complimento sarà pagato
caro.
— Chi sa mai! — esclamò un altro, che non aveva ancora parlato. —
Non sempre chi maneggia meglio la sciabola è quello che dà la botta.
L'avvocato Pironi....
Il ragazzo lasciò cadere il cucchiaino e restò senza fiato.
— L'avvocato Pironi, — continuò il parlatore invisibile, — è un uomo di
sangue caldo, di quelli che sul “terreno„ perdono il lume degli occhi
e si caccian sotto per persi. Costoro alle volte sconcertano anche
un bravo tiratore, che si becca una sciabolata senza capir nè come nè
perchè.... Steccaccia da capo! Non gioco più! Sono una sbercia.
— Eh, s'ammazzino pure, — disse quello di prima. — Ce ne son troppi.
Sapete che n'abbiamo seicento dentro la cinta di Torino?... Questi
son calci, o signori! Ventiquattro. Si fa la rivincita?... Morto un
avvocato, ne nascon dodici....
Il povero ragazzo non udì più altro: pagò, senza finire il gelato,
si cacciò i libri sotto il braccio, si slanciò fuori del caffè come
da una casa incendiata, corse fino in mezzo a piazza Solferino, dove
s'arrestò ad un tratto, coi piedi come inchiodati alla terra, e là
ebbe una visione così lucida e terribile di suo padre disteso al suolo,
immobile e sanguinante da un'orrenda ferita, che gli venne su dal cuore
un singhiozzo, gli ondeggiarono agli occhi gli alberi e le case, e gli
mancarono sotto le ginocchia....
Ma fu un momento. Egli era delicato di fibra, ma gagliardo d'animo.
Subito si sentì come scattar dentro una molla d'acciaio che lo rizzò
sul busto e gli fece alzare la fronte in atto di risoluzione virile.
— No! — disse tra sè, — non perderò mio padre.... mio padre non si
batterà.... non me lo uccideranno, ci dovessi lasciare la vita!
*
S'andò a buttare sur un sedile del giardino pubblico, vicino al
monumento del generale De Sonnaz, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e
il capo fra le mani, e si mise a pensare.
Ma la commozione e lo stupore gl'impedirono per un po' di tempo di
raccapezzarsi. Era possibile? Suo padre battersi in duello col Bussi!
Un tempo erano stati amici. Pochi anni addietro il Bussi veniva qualche
volta a casa sua, con la moglie e col figliuolo: un ragazzetto della
sua età, che era lo spasso di tutti, e giocavano insieme. Poi, fra la
signora Bussi e la mamma, senza ch'egli ne sapesse il perchè, s'era
rotta ogni relazione; ma non fra suo padre e il marito di lei, che
egli aveva visti ancora insieme molte volte per le strade di Torino.
Come avevano potuto tutt'a un tratto, in un luogo pubblico, venire a
un diverbio violento, insultarsi e sfidarsi come due nemici mortali?
Capiva allora perchè suo padre avesse quella mattina desinato fuori,
dicendo che era invitato da un collega, con cui doveva parlar d'affari.
Aveva dovuto andar fuori per trattare coi padrini, che non voleva
ricevere in casa sua, per non destare sospetti. Oh! povero babbo!
Chi sa che ore tristi d'ansietà, chi sa che dolorosa giornata era
quella per lui, costretto a fingere con la famiglia, a prepararsi al
cimento terribile, senza una parola di conforto dei suoi, senza poter
espandere l'animo suo, come se fosse solo al mondo, e la sua vita non
premesse a nessuno! La prima idea che gli venne fu di correre a casa
del nemico, di gettarsi ai suoi piedi e di supplicarlo, abbracciandogli
le ginocchia e piangendo, d'aver pietà di lui, di risparmiar la vita a
suo padre, di perdonare l'offesa.... Ma respinse sull'atto quell'idea.
Quel Bussi, che gli voleva uccidere il babbo, gli si presentava
nell'aspetto d'un uomo fremente d'ira e di vendetta, d'un assassino
feroce e inesorabile, che nessuna preghiera avrebbe potuto rimovere
dal suo proposito; gli metteva orrore e ribrezzo; gli pareva che
al solo vederlo si sarebbe sentito gelare il sangue e morir la voce
nella gola. Gli venne un altro pensiero: di dir tutto alla mamma. Ma
rigettò anche questo, comprendendo che sarebbe stato un passo peggio
che inutile. A che pro gettare il terrore e la disperazione in cuore
alla sua povera madre, che avrebbe passato una giornata e una notte
d'angoscie di morte? Sarebbe forse riuscita a impedire che suo padre
s'andasse a battere? Egli aveva bene un'idea, benchè confusa, di che
cosa fosse per un uomo della classe signorile il sentimento così detto
dell'onore, e capiva che se per questo suo padre arrischiava la vita,
non c'era da sperare che s'inducesse a soffocarlo per amore della
famiglia. Poi pensò a un altro mezzo: ad avvertire la Polizia. Sapeva
di molti casi in cui la Polizia, avvertita che due signori si dovevan
battere, era arrivata in tempo sul luogo per impedire il duello.... Ma
neppur questo mezzo gli parve da scegliersi. E se suo padre fosse stato
arrestato? E se, risapendo dopo che la Polizia era stata avvertita da
lui, l'avvocato Bussi avesse sospettato che egli fosse stato spinto
a quell'atto da suo padre stesso, per paura di battersi? Gli balenò
infine un'idea, che gli parve la meglio di tutte: d'impedire il
duello egli medesimo. Svolse nella mente questa idea con un sentimento
crescente di speranza e di conforto. — Per andarsi a battere, — pensò,
— mio padre uscirà la mattina molto presto. Io veglio la notte, senza
spogliarmi, per sentire quando s'alza ed esser pronto a uscir subito
dopo di lui; gli tengo dietro per la strada, di lontano, fin dove
si dovrà battere; si batteranno in campagna, come s'usa; mi nascondo
dietro un albero o una siepe; quando li vedo l'uno di fronte all'altro
salto su, mi getto in mezzo, m'avvinghio al babbo, supplico, grido....
Voglio vedere se l'altro avrà il coraggio di ferir mio padre che non
si potrà difendere; mio padre non riuscirà a svincolarsi da me; tutti
si commuoveranno, sentiranno pietà.... — Ma appunto questa parola
_pietà_, che gli suonò quasi all'orecchio come se l'avesse pronunciata
a voce alta, gli fece cader dall'animo anche quel proposito. No, non
era possibile. Egli avrebbe potuto impietosire suo padre: ma l'altro!
E che figura ci avrebbe fatta suo padre? E se anche in questo caso si
fosse sospettato che egli stesso avesse suggerito al figliuolo quel
passo, per vigliaccheria? Non trovando risposta a queste domande, non
venendogli altre idee, e disperando che gliene venisse, egli fu invaso
dallo sgomento, rivide l'immagine del babbo disteso a terra nel sangue,
e si mise a piangere a calde lacrime nel cavo delle mani, scrollando il
capo in atto sconsolato....
All'improvviso, come se una mano vigorosa lo sollevasse dal sedile,
egli balzò in piedi col viso illuminato da un pensiero, s'asciugò in
fretta le lacrime, riafferrò i suoi libri e ritornò al caffè quasi di
corsa.
*
— Un altro gelato? — gli domandò sorridendo il cameriere. — No, —
rispose il ragazzo, con voce concitata; — la _Guida di Torino_. — Il
cameriere gli portò un grosso libro, che egli conosceva, perchè l'aveva
nello studio suo padre. Lo aperse, cercò l'elenco degli avvocati, vide
dove stava di casa l'avvocato Bussi, ringraziò e tirò via. Stava in via
San Domenico. Egli vi arrivò in un batter d'ali, s'affacciò all'uscio
di uno sgabuzzino del portone, dove stava rattoppando una scarpa un
vecchio ciabattino con gli occhiali, e gli domandò se stesse lì di
casa l'avvocato Bussi. Ci stava: al secondo piano. Domandò ancora:
— A che scuola va il suo figliuolo? — La seconda domanda dovè parere
indiscreta all'ombroso Crispino, il quale gli rispose con mal garbo: —
A scuola non ce l'ho messo io: vada a chiedere le informazioni in casa.
— Ma il ragazzo ridomandò: — A che scuola va il suo figliuolo? — con
un accento così commosso di preghiera, d'impazienza e d'affanno, che
quegli rispose quasi a suo malgrado, come a un comando, guardandolo
con due grand'occhi stupiti: — Qua vicino, al Ginnasio Balbo, in via
Porta Palatina. — Non aveva ancor detto la via che il ragazzo era
già scappato. Svoltò in via Milano, infilò via della Basilica, riuscì
in via Palatina e arrivò trafelato davanti alla porta del Ginnasio,
dove stava ritto il custode — un ometto sbilenco dal muso volpino —
il quale, vistogli i libri sotto il braccio, gli lanciò un'occhiata
severa, dicendo tra sè: — Ecco un monello che ha marinato la scuola,
e che viene ad aspettare un altro poco di buono, per andare insieme a
batter le strade. Che grinta! Questo deve dar delle belle consolazioni,
a suo padre!...
All'uscita degli scolari Arturo si piantò nel mezzo della soglia e
cominciò a chiamare: — Bussi — Bussi — Bussi, cercando a destra e a
sinistra il viso del suo piccolo amico d'un tempo, che non era certo di
riconoscere. Non n'eran passati trenta che una voce gli rispose: — Son
qui — e gli si parò davanti un ragazzo, il quale, guardatolo appena,
gli domandò con accento di stupore, sorridendo: — Pironi?
Era un ragazzo assai più alto e più robusto di lui, benchè non avesse
che un anno di più: bruno di pelo e di pelle, e d'aspetto piacente;
benchè di una espressione precocemente ferma, quasi d'un uomo, e
leggermente beffarda; la quale gli avrebbe fatto cattivo senso s'egli
avesse avuto l'occhio meno velato dalla passione. Ma Arturo non ci
badò, lo prese per mano, lo tirò dall'altra parte della strada e gli
disse affannosamente: — Senti.... domani mattina.... mio padre e tuo
padre.... si battono in duello....
La notizia non produsse l'effetto ch'egli s'aspettava. Quegli non fece
che un leggiero segno di stupore, dicendo:
— Oh, diavolo!... E perchè mai?
Arturo gli disse in furia quello che sapeva, e come l'aveva saputo,
e soggiunse con voce rotta: — Ora noi dobbiamo impedire, capisci, a
qualunque costo. Mio padre può uccidere il tuo, o restar ucciso. Questo
non dev'essere. È un orrore. Son venuto da te. Aiutami tu. Tentiamo
insieme. Noi soli possiamo impedire una tremenda disgrazia.
Il ragazzo si grattò il mento con un dito; poi rispose tranquillamente:
— Impedire.... va bene. Ma in che maniera?
Arturo gli espose il suo disegno. Il duello si sarebbe fatto senza
dubbio la mattina prestissimo. Dovevano vegliar tutti e due, attenti
a quando il babbo uscisse di casa, e uscir dopo di lui, senza farsi
sentire. Certamente, secondo l'uso, l'uno e l'altro sarebbero stati
aspettati dai padrini sulla strada, con una carrozza. Essi si dovevano
attaccare dietro alla carrozza, e non lasciarla più. Così, senza
gran fatica, potevano arrivare al luogo fissato per il duello. Là
si sarebbero facilmente ritrovati, e nascosti insieme, in qualche
modo, ad aspettare il momento. Giunto il momento, si sarebbe gettato
ciascuno ai piedi del proprio padre, supplicandolo di non battersi. Non
avrebbero osato, per certo, di battersi in presenza dei loro figliuoli,
si sarebbero commossi tutti e due, lasciati persuadere dai padrini a
desistere, forse riconciliati. — È questo l'unico mezzo, — concluse.
— Io solo non impedirei nulla. Mi raccomando a te. Non lasciarmi solo.
Aiutami, per quanto hai di più caro al mondo. Te ne scongiuro!
L'altro rimase un poco sopra pensiero; ma con un sorriso sulle labbra,
come se fosse più allettato dalla novità bizzarra dell'impresa che
commosso dall'idea del pericolo paterno e della gentilezza dell'azione.
Poi rispose con molta placidità: — L'idea è buona; ma.... quanto
alla riuscita, ho i miei dubbi. Per quello che riguarda mio padre,
intanto, io sono certo d'una cosa, come se fosse già avvenuta, ed è
che, quando mi vedrà comparire, invece di commoversi, mi ammollerà una
piattonata sulla schiena. Mi vuol bene; ma.... me l'ammollerà. Me la
sento. Ma questo non vorrebbe dire. Il male è che si farebbe un buco
nell'acqua.... credo. Dimmi un po': e se non ne facessimo nulla? Non
bisogna poi montarsi la testa. Non tireranno mica a finirsi. Tutti i
giorni seguono dei duelli senz'altra conseguenza che una scalfittura
al braccio o una sdrucitura al capo: il medico ci dà qualche punto, i
duellanti si stringon la mano, e poi.... vanno insieme a far colazione.
— No! no! — esclamò Arturo, col pianto nella gola; — non dir così,
te ne supplico. Tuo padre è stato offeso, il mio è impetuoso. Quando
hanno le armi alla mano perdon la testa. E poi, chi lo sa? E se si
battono con la pistola? Uno dei due può morire. Pensa che rimorso, che
disperazione ne avremmo tutti e due! Pensa alla tua povera mamma! Pensa
che domani mattina, fra poche ore, tu potresti non aver più padre, o
potrei non averlo io! E questo per una parola! È una cosa orrenda! Tu
scherzi; ma sei buono. Abbiamo giuocato insieme da bambini, ci volevamo
bene. Aiutiamoci come due fratelli. Non lasciarmi solo. Io ci vado
solo, se tu non vieni, anche a costo di cascar morto per la strada.
E allora direbbero tutti: — Perchè non ci è andato anche l'altro?
Penserebbero male di te.... Oh, vieni, vieni.... Come ti chiami?...
Carlo? Sì, ora mi ricordo. Vieni, Carlo, te ne prego; m'inginocchio qui
sulla strada, se non mi dici di sì; ho bisogno di te; tu puoi salvar la
vita a mio padre; te ne scongiuro in nome di mia madre, e della tua;
e se mi aiuti, ti vorrò bene sempre, anche quando sarò grande, sarò
sempre per te quello che tu vorrai, pronto a darti anche la mia vita,
se me la chiedessi! — E così dicendo, gli mise le mani tremanti sulle
spalle e il viso contro il viso.
Carlo, che aveva sorriso alle prime, parole, cessò di sorridere alle
ultime, lo fissò, e gli disse con un accento di pietà, da fratello
maggiore: — Povero Arturo!
Questi gli strinse le spalle più forte, aspettando la risposta, con
tutta l'anima negli occhi.
Carlo rispose: — Verrò.
Arturo gli avvinghiò un braccio intorno al collo e gli baciò le due
guance; e domandò ancora: — Me lo prometti?
— Sarò là, — rispose l'altro, risolutamente. Poi, sorridendo da capo in
aria di canzonatura: — Ma dimmi un po'.... E se andassero a battersi a
Rivoli? Avremmo una dozzina di chilometri da fare dietro la carrozza.
Sarebbero lunghetti.
Arturo fece un gesto risoluto come per dire che a qualunque distanza
egli avrebbe avuto la forza d'arrivare. E gli disse, guardandolo negli
occhi: — Mi hai promesso! Mi fido di te!
E l'altro, rifacendosi serio: — Hai la mia parola.
Arturo lo baciò un'altra volta, gli disse con tutta l'anima: —
Grazie! — e s'allontanò correndo; senz'accorgersi che Carlo lo stava
osservando, come fanno gli scommettitori coi cavalli da corsa, per
vedere se avesse gambe pari all'impresa. Poi anche Carlo se n'andò,
col suo passo solito, dicendo tra sè: — Le seste le ha buone; vedremo i
polmoni. Mio padre si batte! Oh diavolo.... diavolo. Non so se la darà
al signor Pironi; ma a me la darà, di sicuro. Si tratta d'aver prima
buone gambe, e poi.... buona schiena. _Macte virtute, Carole._ Sarà una
scarrozzata di nuovo genere. Purchè non vadano a Rivoli!
*
Rientrato in casa, Arturo pose ogni cura a dissimulare il suo stato
d'animo alla mamma; la quale era ancora assai giovane, e d'indole così
espansiva, e così familiare con lui, che gli pareva alle volte, più
che una madre, una sorella. E quel giorno era più allegra del solito;
il che gli fece più pena, e gli rese più difficile la dissimulazione.
All'ora del desinare, quando sentì la scampanellata di suo padre,
tremò, non ebbe cuore d'andargli incontro, sedette a tavola a
aspettarlo, tutto trepidante.
Ma riprese animo quando lo vide comparire con l'aspetto consueto,
e più quando egli cominciò a discorrere, come faceva sempre, dei
casi occorsigli nella giornata, non solo senz'alcuna apparenza di
turbamento, ma con una vivacità insolita, e in un tono anche più
affabile dell'usato. Gli pareva solo qualche volta che, dopo aver
fatto una domanda, non ponesse mente alla risposta, come se avesse
interrogato così per parlare, e che di tratto in tratto, quando fissava
lo sguardo sulla finestra dirimpetto, rimanesse assorto un momento
come se vedesse in lontananza, per aria, qualche cosa di singolare.
Ma a quel modo egli aveva fatto altre volte. Il ragazzo si tranquillò
alquanto, a poco a poco; non solo, ma a un certo punto una risata
improvvisa che diede suo padre a uno scherzo della mamma gli fece
brillare una speranza, che gli aperse il cuore.
— E se non fosse vero che si deve batterei — pensò. — Egli aveva inteso
dire più d'una volta di “quistioni d'onore„ — come le chiamavano, —
composte dai padrini amichevolmente; aveva visto in qualche gazzetta
qualcuno dei così detti “verbali„ sottoscritti da quattro persone, le
quali dichiaravano, dopo aver esaminato il caso, non esservi ragione di
battersi fra due signori, che pure s'erano ingiuriati e sfidati. Perchè
non potevano essersi riconciliati, per intromissione degli amici, suo
padre e l'avvocato Bussi? Come avrebbe potuto suo padre mostrarsi
così tranquillo, se avesse dovuto il giorno dopo rischiar la vita?
— E s'afferrò con tutte le forze a questa speranza, nella quale ogni
sorriso di suo padre lo riconfortava, e si sentì crescere in cuore, a
grado a grado, una gioia immensa.
Tutt'a un tratto suo padre si battè una mano sulla fronte e sclamò: —
Che smemorato! — Poi, rivolto alla mamma: — Mi scordavo di dirti che
domattina devo partire per Vercelli.
Al ragazzo corse un brivido per le vene.
— Per quella benedetta causa dei fratelli Bonomi, — soggiunse suo
padre. — Ritornerò la sera. Parto col primo treno.
— Ma, — domandò la moglie, un po' stupita. — Non m'avevi detto che la
causa era rimandata al mese venturo?
— Così era, infatti, — rispose l'avvocato. — Ma fu anticipato il
dibattimento, perchè ne fu rinviato un altro, che lo doveva precedere.
Ho ricevuto un telegramma in tribunale. È un contrattempo che mi secca.
Ma non c'è che fare.
— Sei proprio certo di ritornar la sera? — domandò la signora, senza
un'ombra di sospetto.
— Certissimo. È un affare di poche ore. Non mi porto neppure la
valigietta. Non t'avrai nemmeno da svegliare.
Detto questo, cambiò discorso. Ma Arturo, ripreso dallo sgomento e
dall'affanno, non udì più nulla. Si levò da tavola appena finito di
desinare, andò nella sua camera, accese il lume e sedette a tavolino,
fingendo di fare il suo lavoro di scuola. A una cert'ora suo padre si
affacciò all'uscio e gli disse: — Vado nello studio a lavorare, Arturo;
non mi disturbare; ti do fin d'ora la buona notte.
— Buona notte, babbo! — rispose il ragazzo con voce soffocata, e rimase
là atterrito, agghiacciato dal pensiero che potesse esser quella
l'ultima volta ch'egli si sentiva dir: — Buona notte, — da quella
voce....
*
Poi si gettò sul letto, svestito a mezzo, spense il lume, e restò con
gli occhi aperti nel buio e con l'orecchio teso, per sentire quando
suo padre andasse a dormire. Scoccarono le undici, e non aveva ancora
udito il suo passo. Che cosa poteva mai fare fino a quell'ora così
tarda, poichè non era possibile che avesse l'animo tanto tranquillo da
occuparsi dei suoi affari d'ufficio?
Arturo si ripetè più volte, con ansietà sempre più viva, quella
domanda: — Che cosa sta facendo?
Un'idea terribile gli passò pel capo: — Scrive il suo testamento!
Ne ebbe subito una certezza assoluta. Sì, egli faceva quella cosa
terribile. Suo padre aveva il presentimento della morte, e si preparava
a morire. E a quel pensiero lo prese una pietà e una tenerezza
infinita. Suo padre, ancora così giovane, e così buono, che aveva
circondato la sua infanzia di tante cure, che aveva tanto lavorato per
lui, che dedicava ogni suo momento libero a istruirlo e a ricrearlo, e
che cercava e trovava ogni giorno qualche nuovo modo di rendergli più
bella la vita! E di ricordo in ricordo, risalendo fino al principio
della sua memoria, riandò tutte le prove d'affetto che gli aveva
date, se lo raffigurò in tutti i momenti in cui gli era apparso
più rispettabile e più amabile, rivide i suoi sorrisi, riudì le sue
parole, risentì le sue carezze, e, giunto al termine di quella corsa
del pensiero, ritrovandosi dinanzi l'immagine di lui disteso a terra
insanguinato, fu oppresso da una stretta di dolore più violenta ancora
di quella che aveva risentito la mattina al primo intender la notizia
funesta, e scoppiò in dirottissimo pianto. Ma, infine, la stanchezza
lasciata in lui dalle commozioni profonde della giornata fu più forte
dell'affanno, e nonostante tutti i suoi sforzi per resistere al sonno,
si assopì leggermente.
E sognò.
Sognò che pioveva a rifascio, tuonava e lampeggiava. Egli era solo in
casa; ma in una stanza che non aveva mai vista. Tra un tuono e l'altro,
e qualche volta confusa col tuono, sentiva la voce di suo padre, che lo
chiamava, come invocando-soccorso: — Arturo! Arturo! Figliuol mio! — Ma
egli non capiva donde venisse quella voce, poichè pareva ad un tempo
vicina e lontana, che venisse dal piano di sopra e da quel di sotto,
di dentro ai muri, di sotto ai mobili, e di fuori, dai terrazzini,
o dall'aria. Si slanciò nella stanza accanto: la risentì: — Arturo!
Arturo! Figliuol mio! — Gli parve che la voce fuggisse davanti a lui.
Si diede a girare di stanza in stanza, correndo, per un labirinto
di stanze sconosciute, ora oscure come sotterranei, ora illuminate
dai lampi, per lunghi anditi, per sale vastissime, di cui il tuono
incessante faceva tremar le vetrate, e dove, con suo grande stupore,
inciampava in cespugli e in tronchi d'alberi e sentiva erba e sassi
sotto i suoi piedi; e sempre si udiva chiamare: — Arturo! Arturo!
Figliuol mio! — da una voce sempre più supplichevole, sempre più fioca,
sempre più lontana. Lo prese la disperazione, si mise a correre con più
furia, singhiozzando: — Babbo! Babbo! dove sei? dove sei?... — Infine
il tuono cessò, seguì un silenzio profondo, e nell'oscurità muta, non
più rotta dai lampi, egli sentì un passo leggiero che s'avvicinava....
Si svegliò di sobbalzo, vide che era giorno, e sentì ancora quel
passo....
Fece appena in tempo a tirarsi addosso le coperte: suo padre era sulla
soglia dell'uscio.
Veniva a dargli il bacio d'addio.
Egli finse di dormire; sentì che s'avvicinava in punta di piedi al suo
capezzale.
Lo assalì una tentazione violenta di gettargli le braccia al collo.
Ma capì che se l'avesse fatto sarebbe scoppiato in pianto e avrebbe
tradito il suo secreto. Con uno sforzo vigoroso di tutto l'animo e di
tutti i nervi, si contenne, e simulò il respiro fitto e regolare del
sonno.
Sentì la bocca di suo padre sulla fronte.
Tremò tutto; ma si vinse.
Suo padre s'allontanò come un'ombra.
*
Non era ancora a mezzo delle scale, che Arturo, finito di vestirsi in
un lampo, si trovava già sul pianerottolo. Al momento che suo padre
usciva dal portone, egli scendeva l'ultimo scalino, e di là, sporgendo
il capo, vide nella luce incerta dell'alba una carrozza ferma vicino
al marciapiede, e tre signori ritti accanto allo sportello; i quali
salutarono suo padre, e salirono dentro con lui. Il fiaccheraio
frustò il cavallo, la carrozza partì, ed egli vi si cacciò dietro,
afferrandosi all'asse delle ruote posteriori.
Il cavallo andava di trotto lento: lo poteva seguitare senza fatica.
La carrozza svoltò in via Cernaia e pochi momenti dopo sul corso
Vinzaglio. Il suo primo pensiero fu chi potesse essere il terzo di
quei signori che erano saliti nel legno con suo padre. Che lo dovessero
accompagnare due padrini, lo sapeva; ma chi era il terzo? Non gli venne
in mente che fosse il medico. Ma non insistè in quel pensiero. Era una
bella mattinata di primavera, limpida e piena di fragranze di campagna.
Ma la città, ancora dormente, con le vie deserte e le botteghe chiuse,
presentava l'aspetto triste d'una città disabitata, e le pedate del
cavallo e il rumore delle ruote echeggiavano in quella solitudine
silenziosa come sotto una gran vôlta invisibile. Al crocicchio di
Corso Oporto attraversò la via un'altra carrozza, il cui fiaccheraio
gridò rizzandosi sulla cassetta: — Ohè! camerata! ne porti uno gratis!
— e quasi nello stesso punto Arturo fu colpito alla guancia dallo
sverzino della frusta, che il “camerata„ aveva menata con un giro del
braccio all'indietro. Ne sentì un bruciore acuto; ma lo bruciò di più
la vergogna. Cominciava a passare qualche operaio, ad aprirsi qualche
finestra: gli pareva che tutti dovessero guardarlo, e pigliarlo per
uno straccione vagabondo, e gridare al cocchiere: — Frusta di dietro! —
Correva per lunghi tratti col mento sul petto, non vedendo i passanti e
gli alberi che come ombre fuggenti, inzaccherandosi nelle pozzanghere
che aveva fatto la pioggia la notte, fissando gli occhi nel numero
della carrozza come per raccogliere in quello tutta la sua mente, e
non pensare ad altro. Svoltando dal Corso Vinzaglio sul Corso Duca di
Genova il cavallo prese un trotto più rapido, ed egli cominciò a sentir
la stanchezza, e a filar grosse goccie dalla fronte e dalle tempie.
Lo affaticava sopra tutto lo star chino con le mani sull'asse, che era
troppo basso; provò a tenersi alle molle, ma s'affaticò anche di più,
perchè doveva star colle braccia troppo aperte, e quell'atteggiamento
gli opprimeva il respiro; tornò ad appoggiarsi come prima. Quando la
carrozza girò a destra sul Corso Umberto, egli principiò a temere che
non gli bastassero le forze per proseguire lungamente. Ma raccolse
tutto il suo vigore e il suo coraggio, e continuò a correre. Gli
pareva che se si fosse arrestato sarebbe stato un presagio sinistro,
che se suo padre fosse andato innanzi senza di lui, sarebbe andato
certamente a morire. Ma oramai grondava di sudore, gli saltava il cuore
nel petto, gli usciva il respiro come un soffio di mantice. Pensare
che il suo povero babbo era lì, a tre palmi dal suo capo, che c'era
solo fra di loro una sottile parete di legno, e che pure gli pareva
tanto lontano, e come separato da lui da una muraglia enorme e da un
abisso insuperabile! E domandava a sè stesso se egli pensasse a lui
in quel momento, e immaginava i tristi pensieri e l'affanno doloroso
che lo dovevano opprimere, e ansando, sobbalzando a ogni scossa della
carrozza, movendo continuamente le mani dall'asse alle molle e da
queste all'asse, piegando tratto tratto sulle ginocchia e rialzandosi
con uno sforzo sempre più penoso, ripeteva tra sè: — No, no, non ti
abbandonerò, padre mio.... non ti lascierò ferire.... cadrò prima
sfinito in mezzo alla strada.... O ti salverò o morirò.... Coraggio,
babbo mio! Il tuo Arturo è con te.... Senti il mio cuore che batte
vicino al tuo.... Senti il respiro del tuo figliuolo che ti accompagna!
*
Dentro la carrozza, intanto, suo padre taceva e pensava. Gli stava
seduto accanto il medico, un biondone corpulento, che sonnecchiava, e
gli sedevano in faccia i due padrini, due avvocati sulla quarantina,
barbuti e gravi; ma di quella falsa gravità con cui i padrini cercano
per solito di dissimulare agli altri e a sè stessi la coscienza
inquieta d'esser complici di un atto insensato e incivile. L'avvocato
Pironi pensava alla moglie, che aveva ingannata, al ragazzo, al quale
aveva dato quasi a tradimento forse l'ultimo bacio; pensava che era
fuggito di casa come un ladro, e che forse egli era un ladro veramente;
perchè poteva essere che, uscendo di nascosto da quella casa, ne
avesse portato via la felicità, la pace, l'agiatezza, l'avvenire del
figliuolo, e anche la salute, e anche la vita della madre. E per la
prima volta domandò alla propria coscienza se egli avesse diritto di
disporre a quel modo dell'esistenza e della fortuna della donna che
aveva legata alla propria sorte e del fanciullo che aveva messo al
mondo, giurando sull'onor suo di proteggerli e di consacrare a loro
tutto sè stesso. E una voce solenne della coscienza gli rispose: —
No, tu non hai questo diritto, perchè la tua vita non è tua! No, tu
non dovevi fare quello che hai fatto, non dovresti fare quello che
farai, perchè è un'azione sleale e crudele verso i tuoi, barbara
verso la civiltà, stolta davanti alla ragione, iniqua davanti alla
legge di Cristo. — E che dovevo fare? — si ridomandò, difendendosi
dalla coscienza propria. — Non dovevi oltraggiare l'amico. — Ma l'ho
oltraggiato, e gli dovevo una riparazione. — Sì, glie ne dovevi una; ma
era quella di umiliare, di punire il tuo orgoglio, da cui era uscito
l'oltraggio; non quella di mettere in gioco due vite che sono strette
alla tua, ma non son cosa tua; no, non per altro che per salvare il
tuo orgoglio, tu metti l'una e l'altra a cimento; perchè ti manca il
nobile coraggio di chieder perdono, tu hai il coraggio scellerato di
gettar la disperazione nella tua casa; per parere un uomo coraggioso
non t'importa d'essere un marito e un padre spietato; copri con la
maschera del gentiluomo un egoismo feroce; il tuo coraggio non è che
debolezza violenta; ti è più facile esser sanguinario che generoso;
prostituisci l'anima per salvare l'amor proprio. E va, dunque, battiti,
fatti ammazzare, e che tua moglie e il tuo figliuolo scontino per
tutta la vita con la miseria e col pianto una parola insolente che
t'è sfuggita nell'ira, e che tu non volesti ritirare per superbia.
Vigliacco! — A queste parole non trovò più obbiezioni, chiuse gli
occhi, fingendo d'appisolarsi, e pensò con profonda tristezza al
figliuolo, che era appunto in sull'età in cui un ragazzo ha maggior
bisogno del consiglio e degli aiuti del padre; che era intelligente
e studioso, ma di animo troppo sensitivo e di immaginazione troppo
eccitabile; e sano e bello, e di carattere vigoroso e risoluto, ma di
complessione non gagliarda, e che però egli avrebbe dovuto preservare
con gran riguardo da ogni commozione troppo forte, che gli sarebbe
potuta riuscir funesta. L'avrebbe dovuto riguardare da ogni forte
commozione, e stava per dargli quella terribile di vedersi portare a
casa suo padre con una mano recisa o con la fronte spaccata, e forse
moribondo, e forse morto! Un atroce rimorso gli passò il cuore a quel
pensiero, e aprendo gli occhi giusto in quel punto a uno scossone della
carrozza, e vedendo la nuova piazza d'armi, lungo la quale correvano,
egli si ricordò delle tante volte che aveva portato a scorrazzare su
quel piano verde il suo Arturo bambino, e gli tornarono vivi alla mente
il suo aspetto infantile, i suoi atti graziosi, le voci d'allegrezza e
il caro miscuglio di piemontese e d'italiano che balbettava allora, e
la grande gioia ch'egli provava a farsi rincorrere da lui e a pigliarlo
in braccio dopo essersi lasciato raggiungere; e a quei ricordi gli
venne su dal cuore come una ondata di tenerezza e di pietà così
improvvisa e impetuosa, che si dovè addentare le labbra per ricacciar
giù le lacrime, di cui si sarebbe vergognato. E giurò in cuor suo che,
se fosse scampato da quel duello, mai più, mai più nella vita avrebbe
rimesso i suoi cari a una così triste prova, nè l'animo proprio a una
così crudele tortura. — Perdonami questa volta — disse tra sè; — una
sola volta m'avrai da perdonare, figliuol mio! Mai più tuo padre non
giocherà sulla punta della spada la tua salute e il tuo cuore! E questa
volta Dio mi protegga per amor tuo, mio buono, mio adorato, mio povero
Arturo! —
*
Mentre questo diceva il padre, la carrozza, correndo sempre più
rapidamente, svoltava sul corso Peschiera, e il povero Arturo era
all'estremo delle sue forze. Eran già quasi due miglia ch'egli aveva
fatto di corsa, e per un ragazzo come lui, di petto debole, eran già
troppe. Avrebbe resistito di più se si fosse messo alla prova fresco di
lena; ma ci s'era messo già affaticato dagli affanni del giorno avanti,
e dalla notte insonne e travagliata, e dal digiuno: solo uno sforzo
enorme della volontà l'aveva sorretto fino a quel punto. Era tutto in
acqua, aveva i muscoli sfiniti, il cuore gli saltava alla gola, gli
martellavano le tempie, gli tremavano le braccia, gli si aggranchivano
le mani, la vista gli s'intorbidiva, le idee gli si confondevano; la
sua respirazione non era più che un anelito continuo e doloroso; andava
avanti quasi senza conoscenza, come spinto da un impulso di dentro, che
si veniva man mano affievolendo; gli pareva di correre perdendo sangue
da una piaga; si sentiva mancare non solo il vigore, ma il pensiero e
la vita. La carrozza infilò il corso Sommeiller, e poi svoltò a destra.
Come a traverso una nebbia egli riconobbe gli olmi e le case del viale
di Stupinigi, e disse quasi inconsciamente, come un'eco: — Stupinigi!
— Poi balenò nella sua mente oscurata un ricordo. Si ricordò che molti
duelli si facevano nei boschi di Stupinigi. Non c'era dubbio. Suo padre
andava là. C'erano dieci chilometri! Si vide perduto. Sfuggendogli la
speranza di poter resistere, lo abbandonò l'ultimo resto del vigore.
Le gambe gli piegavano, si lasciò trascinare; non gli restò che un po'
di forza nelle mani, con cui si teneva rabbiosamente stretto all'asse
delle ruote. Ma gettando a destra uno sguardo di naufrago, vide la
facciata dell'ospedale Mauriziano, ed ebbe nel punto stesso quasi
l'apparizione viva di suo padre portato là da quattro uomini, col
viso bianco e le braccia ciondoloni. A quella visione perdè la testa,
allentò le mani, e cadde nel mezzo della strada, appena oltrepassato
l'ospedale, mandando un gemito, e dicendo disperatamente: — Addio,
babbo! addio! addio! — E impotente a rimettersi in piedi, riuscì ancora
a trascinarsi carponi fino alla proda del viale, dove andò giù disteso,
come un corpo morto.
*
Pochi momenti dopo, come in un sogno, udì il rumore d'una carrozza che
passava, e quasi ad un tempo il suono del suo nome.
Aperse gli occhi: vide Carlo Bussi inginocchiato davanti a lui.
— Pironi! — esclamò quegli, pigliandogli una mano. — Pironi!... Che
hai? Cos'è stato?
— .... Non posso più, — rispose Arturo.
— Alzati! — gli disse concitato il compagno — fatti forza! Siamo ancora
in tempo. La carrozza di mio padre è passata ora. T'ho visto passando.
T'ho creduto morto. Su, Arturo, su! Possiamo ancora raggiungerli. Non
andranno lontano. La carrozza va adagio. Guarda.... Oh che fortuna! S'è
fermata!
A un centinaio di passi più oltre, infatti, la carrozza s'era fermata
per aspettare che passasse il treno della strada ferrata, la quale
attraversava il viale di Stupinigi in quel punto. Doveva passare il
treno di Milano, partito allora dalla stazione di Porta Nuova. Il
cantoniere aveva chiuso le due barriere.
— Coraggio! — ripetè Carlo, aiutando l'amico a mettersi a sedere e
facendogli appoggiar la schiena a un paracarri. — Ecco il tuo berretto.
Abbiamo cinque minuti di vantaggio. Hai il tempo di riprender fiato.
Su, Pironetto, su. Vuoi darla vinta a un ronzino da trenta soldi l'ora?
Ci ho delle pasticche di menta: ingollane una, chè ti rimetterà in
gamba. Hai fatto il più: fa ancora un ultimo sforzo. Fino a Stupinigi
non ci vanno; ho inteso dire al cocchiere il nome d'una villa. Ci
arriveremo e non li lascieremo battersi. Vedrai come mi buscherò la
piattonata del genitore! Che credi che non abbia faticato anch'io?
Nella furia di scappare ho infilato nell'anticamera le scarpe del
servitore. Guarda che torpediniere! Ho dovuto far miracoli per portarle
a salvamento. Credevo di lasciarne una davanti al Municipio. Lèvati
presto. Non avrai più da correre. Io ti metto a sedere sull'asse
delle ruote, tu ti appoggi con le mani alle mie spalle, e vai come un
milionario. Su, su, senti il treno che arriva. Andiamo subito. Vedrai
che tutto andrà bene. Ma non perdiamo più un momento!
A quelle parole Arturo si sentì nel petto come un nuovo soffio di vita,
si levò in piedi, e ciondolando un poco, ma a passi spediti, tirato
per la mano da Carlo, arrivò sin dietro alla carrozza, nel momento che
passava il treno con un fracasso di tuono.
— Riaprono! — disse Carlo. — Su, Arturo, in sella!
E, preso l'amico fra le braccia, lo pose a sedere sull'asse, si fece
metter le mani sulle spalle, e s'afferrò al ferro con le sue, l'una a
destra e l'altra a sinistra, pronto alla corsa.
La frusta schioccò; la carrozza si mise in moto.
— Ci stai bene? — domandò Carlo.
Arturo accennò di sì.
— Fa conto di far gli esercizii alla sbarra fissa. Ma agguantami forte,
e attento ai sobbalzi. Non aver paura, però. Non s'andrà molto lesti.
Mi sono accorto che il fiaccheraio è sborniato. E non darti pensiero di
me. Io ho i polmoni del Bargozzi. Vedrai che avremo fortuna....
*
Proprio in quel momento, nella carrozza, uno dei padrini, — un signore
lungo e secco, con due occhi di gatto e un pizzo di barba grigia
— dava gli ultimi consigli all'avvocato Bussi, seduto dirimpetto a
lui, intorno al modo di regolarsi nel duello. — Dunque, siamo intesi.
L'avversario è fuor d'esercizio, si stancherà dopo la prima furia. Tu
aspetta che molli, e allora fa quello che t'ho detto: — così — così —
e là! — E sarà servito. — E rifece con la mano ossuta l'accenno di due
finte e d'un colpo di bandoliera, strizzando l'occhio felino.
L'avvocato Bussi non rispose. Aveva l'aria d'un uomo seccato. Volgeva
in mente da un po' di tempo dei pensieri assai discordanti dalla
conversazione; i quali s'esprimevano in un sorriso sarcastico sulle sue
labbra taglienti, usate alla canzonatura. — Curioso — diceva tra sè —
questo bravo signore, che si vanta di credere in Dio, e che m'insegna
tranquillamente a sgozzare il prossimo, come mi darebbe una ricetta
per una salsa! E quest'altro palloncino pien di vento, che non riesce
a nascondere la felicità d'esser per la prima volta padrino in un
duello, come se fosse una delle imprese d'Ercole, e schizza dagli occhi
l'impazienza d'andarlo a strombettare ai quattro canti di Torino! E
questi due armadi a ruote che portan via di nascosto me e quell'altro
come due ragazze rapite, e quel signore che c'impresta cortesemente la
villa perchè ci possiamo ammazzare a nostro comodo, e il medico che
ci accompagna con l'ago e col filo per rimendarci la pelle.... tutto
questo m'ha l'aria d'una lugubre buffonata. Vorrei sapere perchè mi
vado a battere. Quando il Pironi mi regalò quell'epiteto, io ero ben
certo che tale non mi credeva, e che quanti eran lì eran certi della
stessa cosa, e che capivano ch'egli m'aveva lanciato quella parola
perchè l'avevo messo al muro e non sapeva più che altro rispondermi.
Avrei dovuto ridergli in faccia, senz'altro. Io mi batto dunque per
dimostrare che non son uomo da lasciarmi dire delle impertinenze. Ma se
egli mi ferisce, a che servirà l'aver dimostrato che non mi lascio dire
delle impertinenze, se dimostrerò ad un tempo che mi lascio dare delle
sciabolate? Che corbelleria! Ma è una corbelleria che può finire....
con la fine d'uno dei due. Si può essere più bestialmente matti?...
Basta: purchè non ci sian là a vederci dei contadini. È il mio pensiero
fisso da ieri: un pensiero che mi dà una noia.... da non credersi. Mi
pare che mi vergognerei, e che buscherei una botta per effetto della
distrazione. E perchè me ne vergognerei?... Perchè la gente del popolo
ride del duello. È certo per questo. Ma perchè, se io vedo due popolani
che rissano col coltello, non rido, ed essi ridono quando vedono due
di noi che si battono con la sciabola? Vediamo un poco. Forse....
perchè essi non si battono che in un accesso di furore, il quale, se
non giustifica la rissa, la spiega, e le dà almeno un aspetto tragico;
quando il nostro combattimento condotto con tutte le regole, — dopo uno
scambio di saluti, con le debite pause, in presenza di quattro signori,
in un luogo prestabilito, senza neanche la giustificazione apparente
dell'ira — è veramente una cosa buffa e antipatica. E io me ne
vergognerei anche perchè quella gente, vedendo un duello, comprendono
che è assurda la distinzione enorme che noi facciamo fra le nostre
risse e le loro, e godono di coglierci in una contraddizione stupida
e odiosa fra la nostra ferocia di duellanti e le nostre vanterie di
gente civile e gentile; contraddizione tanto più odiosa in quanto ad
ammazzare essi non imparano, e noi ci esercitiamo per molti anni. Ah,
buffoni, buffoni, buffoni! Ma dunque non si arriverà mai a questa villa
del malanno?
*
In quel momento, i due ragazzi sentirono uscir dalla carrozza un grido
soldatesco: — Ferma!
— Giù! — disse Carlo. — Siamo arrivati. Rimpiattiamoci subito. — Arturo
si buttò giù dall'asse, corse dietro all'amico e saltò con lui dentro
al fosso che fiancheggiava la strada; dove tutt'e due s'accucciarono,
levandosi il cappello e sporgendo il capo al disopra della proda appena
quanto occorreva per veder ciò che avveniva.
La carrozza si fermò davanti alla cancellata d'una villa signorile,
della quale appariva il tetto di là dagli alberi d'un vasto giardino,
cinto d'un muro. La cancellata, ch'era socchiusa, fu spalancata da una
mano invisibile, la carrozza entrò, i battenti si chiusero.
— Siamo perduti! — esclamò Arturo.
— Neppur per sogno, — rispose Carlo.
— Come faremo ad entrare?
— Come fanno i ladri. Non c'è bisogno d'entrar per la porta. Vieni con
me, ma lesto.
Così dicendo, Carlo saltò sulla strada, l'attraversò, si gettò di
corsa, seguito da Arturo, in un campo accanto alla villa, arrivò fino
ai piedi del muro di cinta, lo misurò con uno sguardo, e disse al
compagno: — Scavalchiamolo.
— Ma non faremo in tempo! — esclamò Arturo affannato. — Intanto si
batteranno!
— Non temere, — rispose Carlo. — I preparativi son lunghi. Fa a modo
mio.
Mise Arturo con le spalle al muro, gli fece piantar forte i piedi e
incrociare le mani a seggiolino, e dettogli: — Tien saldo! — gli pose
un piede sulle mani, afferrandosi alle sue braccia, prese una spinta
con l'altro piede, gli salì ritto sulle spalle e tastò con le dita la
sommità del muro.
— Accidenti al proprietario! — esclamò, e ricadde a terra.
— Che cosa c'è? — domandò Arturo, sgomento.
— C'è che la cresta del muro è incrostata di schegge di vetro, a
servizio dei galantuomini. Bisogna sacrificar le giacchette. Dammi la
tua.
Se le tolsero tutt'e due, Carlo le prese fra i denti, e, risalito sulle
spalle del compagno, gettò l'una sopra l'altra sul sommo del muro,
vi piantò le mani come due artigli, si tirò su, si rigirò verso il
compagno appoggiandosi sul ventre, tese le braccia verso di lui, e gli
disse: — Afferrati, punta i piedi contro le sporgenze e vien su senza
paura: ho le pale solide.
In quella maniera, facendo uno sforzo di piccolo atleta, tirò a sè il
compagno come un secchio.
— Bada a non bucarti! — gli disse quando Arturo s'attaccò alle
giacchette.
Arturo mise un grido.
— Che c'è?
— Nulla; una puntura.
— Io salto dentro. Tu aspetta.
Carlo saltò giù nel giardino, e tese le braccia allargate verso Arturo,
dicendogli: — A te, ora!
Questi si lascio andar giù e gli cadde fra le braccia.
— Bene arrivato! — esclamò Carlo, — siamo nella fortezza!
Si trovavano all'estremità d'un lungo sentiero che andava diritto in
mezzo a due fughe di piccole aiuole, divise da altri sentieri, fino a
una siepe altissima di mortelle; la quale attraversava il giardino come
un muro divisorio, aperta qua e là in vani arcati dalla forma di porte.
— Si battono là dietro! — disse Arturo. — Corriamo!
E tutt'e due scamiciati, grondanti di sudore, trafelanti, si lanciaron
di corsa verso il muro verde....
*
Appena entrato nella villa e sceso di carrozza vicino alla porta, dove
stava già l'altro legno, l'avvocato Bussi s'era trovato davanti a un
largo viale, fiancheggiato da due alte pareti di mortelle e chiuso in
fondo dalla facciata della palazzina. Al capo opposto del viale, c'era
l'avvocato Pironi col medico e co' suoi padrini. Questi e quelli del
Bussi s'erano subito mossi gli uni verso gli altri, e, incontratisi a
mezza via, avevano fissato lì il campo del duello, e tracciato delle
linee sulla terra con la punta delle canne. Poi avevano levato dalle
fodere e dato le sciabole al medico, che le aveva asperse d'acido
fenico, dopo aver preparato bende, pinze e boccette sopra un sediletto
di legno, vicino a una delle aperture di fianco.
Mentre i due ragazzi stavano scalando il muro, i due avversari,
chiamati dai padrini, si avvicinavano, si levavano il cappello e
il vestito, si rimboccavano la manica della camicia sul braccio, si
facevano fasciar la mano con un fazzoletto, e, impugnate le sciabole,
si mettevano l'uno di fronte all'altro, avendo ciascuno i proprii
padrini a destra e a sinistra. Uno dei padrini del Bussi, quello dal
pizzo grigio, che aveva pure una sciabola in mano, faceva da direttore
del combattimento.
Tutt'e due avevano il viso pallido, ma risoluto. Tutti gli altri
tacevano. Non si sentiva che un cinguettìo allegro d'uccelli e il
latrato lontano d'un cane. Il sole batteva il primo raggio sulla
facciata rosea della palazzina.
A un cenno dei padrini, i due avversari fecero il saluto con la
sciabola.
Il signore del pizzo gridò: — A voi!
Era il segnale dell'assalto.
Si misero in guardia e incrociarono le lame....
In quel punto, di là dalla parete delle mortelle, suonò un grido acuto
e doloroso: — Aiuto!
L'avvocato Bussi s'arrestò il primo, stupefatto, come se avesse
riconosciuto quella voce, ma incredulo, come se gli paresse
un'illusione.
La voce ripetè con un grido più lungo e più supplichevole: — Aiuto!
Era il suo Carlo. Il Bussi non sentì più altro, gittò un'occhiata
intorno, vide il vano della siepe, vi si lanciò, tutti lo seguirono.
Fatti appena venti passi, s'arrestarono.
Arturo giaceva in terra, disceso a traverso a un sentiero, tutto
insanguinato e fuor dei sensi; Carlo, inginocchiato accanto a lui,
atterrito e tremante, gli sorreggeva il capo con una mano, e con
l'altra, rossa di sangue, gli stringeva un braccio intorno al polso;
lungo il sentiero serpeggiava una striscia sanguigna.
L'avvocato Pironi mise un grido disperato: — Mio figlio è morto! — e
gli si gittò accanto in ginocchio; il medico si chinò e gli prese il
braccio; tutti gli altri affollarono Carlo di domande.
Questi, quasi fuor di sè, rispose balbettando. Disse com'eran venuti
là, per impedire ai loro padri di battersi, e come avevano scavalcato
il muro, incrostato di scheggie di vetro. Nell'afferrarvisi, Arturo
s'era ferito al polso. Non se n'era accorto subito. Poi, correndo a
traverso al giardino, sentendosi mancar le forze, aveva scoperto la
ferita; aveva perduto molto sangue; era caduto là, fra le sue braccia.
— Dottore! — gridava intanto il Pironi, — dottore, me lo salvi!
Il dottore, che aveva esaminato il braccio e lo stava fasciando,
lo rassicurò, dicendo, che era stata ferita l'arteria radiale, ma
leggermente, che il compagno, comprimendola, aveva arrestato in tempo
l'effusione del sangue, e che non c'era pericolo.
Ma il Pironi, invaso dallo sgomento, non vedendo il figliuolo dar segno
di vita, non gli credette, e gridò più affannosamente: — Mi muore! mi
muore! ma non lo vede che mi muore?
— No, — rispose il medico, avvicinando alle nari del ferito una
boccetta, — ecco che rivive.
Arturo aperse gli occhi, riconobbe suo padre, gli sorrise, e alzando il
braccio illeso fece l'atto di mettergli la mano sulla spalla.
Il padre gettò un grido di gioia e gli coperse la fronte di baci,
singhiozzando.
— Babbo —, mormorò Arturo appena potè raccogliere la voce —, è
stato Carlo.... Io ero caduto per la strada..., mi rialzò, mi fece
coraggio.... È lui che mi ha tirato su pel muro.... Senza di lui
non sarei qui.... Egli m'ha fermato il sangue.... È lui che ha fatto
tutto....
Il Pironi alzò il viso verso Carlo, che gli stava ritto al fianco,
lo fissò negli occhi, e gli disse: — Tu sei un uomo! — e lo baciò sul
cuore.
Poi balzò in piedi, raccolse la sciabola che aveva buttata via, e
voltatosi verso il Bussi, che stava immobile a pochi passi, gli disse
con un accento risoluto, che discordava dallo sguardo, sfavillante di
gratitudine per il suo figliuolo:
— Son pronto!
— Io pure! — rispose fieramente il Bussi, e gettò la sciabola a terra.
Il Pironi gli s'avventò al collo, e mentre s'abbracciavano, gli disse
nell'orecchio: — Dimentica! — Poi, svincolandosi, a voce alta, perchè
tutti sentissero: — Perdonami!
Pochi minuti dopo, il ragazzo ferito, sorretto sulle braccia dai due
padri, sulle cui spalle appoggiava le mani ancora insanguinate, facendo
fra l'uno e l'altro come un vincolo vivo, e il suo bravo compagno,
sollevato anch'egli da terra, in sogno di festa, da due padrini,
furono portati alle carrozze, fra gli applausi e gli evviva, come in
trionfo....
. . . . . . .
Ma l'avvocato Pironi non doveva arrivare a casa senz'aver provato un
nuovo affanno. Nella carrozza, dove entrarono il Bussi e il medico
con lui e con Arturo, questi, dopo esser rimasto un pezzo assopito,
ridestatosi, volle rispondere a tutte le domande che gli eran rivolte,
e s'affaticò per modo che, nel punto che stavano per sboccare da via
Sacchi sul corso Vittorio Emanuele, ebbe un leggero deliquio. — Che
cos'è questo? — domandò il Pironi spaventato. Era debolezza. Il medico
consigliò un cordiale. Il Pironi gridò: — Ferma! — La carrozza si fermò
all'angolo del caffè Mogna. Dissero tutti e tre insieme: — Un cognac?
— Del vino chinato? — Un Marsala? — Arturo aperse gli occhi languidi e
mormorò sorridendo: — No.... un gelato di crema.
Poi soggiunse, richiudendo gli occhi: — Doppio.