MOMENTI SOLENNI.

Il regolamento delle scuole municipali dice che gli esami orali sono

“pubblici„. Non feci dunque che esercitare uno dei miei diritti di

cittadino chiedendo d'assistere agli esami degli alunni della 1ª

elementare della scuola “Giuseppe Grassi.„ Desideravo di vedere con che

animo e con che aspetto i miei concittadini di sette anni affrontavano

la prima prova del fuoco sul campo di battaglia della scienza.

Nei corridoi e per le scale, in mezzo a gruppi di alunni e d'alunne,

trovai molte mamme, che davano gli ultimi conforti ai figliuoli, o

stavano aspettandoli; alcune sedute lungo i muri, con l'aria paziente

e rassegnata di postulanti d'anticamera; altre che andavan su e giù,

col viso ansioso, come se aspettassero il risultato d'un'operazione

chirurgica. E pensai a quanti altri milioni di madri, in quei giorni,

erano, come quelle, prese per una fibra del cuore nei congegni di

quella macchina immensa dell'istruzione pubblica, che lavora il

cervello delle generazioni crescenti in tutti i paesi civili.

Salito al primo piano, entrai in una stanza ariosa e chiara, dove

quattro maestre e due maestri sedevano intorno a una gran tavola

coperta d'un tappeto verde, ciascuno rivolto verso un piccolo alunno,

che gli stava accanto, in piedi. Il direttore, — un omone dal viso

barbuto e benigno, — girava attorno alla tavola, usciva, rientrava,

assentendo col capo alle risposte giuste e corrugando la fronte ai

farfalloni che coglieva a volo. A quella vista il mio pensiero fece

un improvviso salto indietro di quarant'anni, e sentii come il vago

ridestarsi d'un terrore antico, che era già quasi morto anche nella mia

memoria. Mi ricordai, come in sogno, d'aver avuto una forte tremarella

in una stanza di quello stesso colore, davanti a una tavola verde come

quella, in presenza di un'altra gran barba nera di direttore, di faccia

a un altro finestrone con le tende bianche, dal quale veniva dentro

lo stesso raggio di sole, lo stesso odore di fiori d'acacia, lo stesso

silenzio di strada solitaria, che sentivo in quel punto. E mi rallegrai

veramente al pensare che non ero là per essere esaminato.

Oltre agli esaminati v'era in un angolo un gruppetto d'esaminandi,

che al vedermi entrare, credendomi un'autorità scolastica, si scossero

tutti a un tempo come una nidiata di passeri spauriti e mi piantarono

gli occhi addosso con l'aria di domandarmi qual particolare ufficio

di aiutante aguzzino io venissi a fare in quella stanza di tortura;

e quando mi videro tirar fuori una matita dilatarono gli occhi anche

di più, come se avessi cavato di tasca un par di tanaglie. Io sorrisi

amichevolmente, per rassicurarli; ma dovettero pensare che il mio

sorriso significasse: — Ora v'accomodo io, — o qualcos'altro di simile,

perchè non si rasserenarono punto; anzi mi parve che si turbassero

peggio. E allora rimisi la matita in tasca.... _per non farli più

tristi_.

Sedetti in un angolo, vicino a un maestro dai capelli bianchi,

che dava l'esame di lingua. Gli esaminatori erano divisi in tre

coppie; in ciascuna delle quali uno esaminava sulla lingua, l'altro

sull'aritmetica. Essendo stati promossi senza esami gli alunni

migliori, gli esaminandi non erano che gli “scadenti„ o, per parlare

col dovuto rispetto, i meno dotti della scolaresca.

Quando sedetti, il maestro bianco stava esaminando un visetto di poco

più di sette anni, così biondo, rosato e bello, che non avrei avuto

cuore di “bocciarlo„ neanche se avesse straziato la grammatica come una

tigre. Ma pareva che se la cavasse. Stava per finire. Colsi per aria

l'ultima domanda, che era di letteratura storica: — Quali sono i colori

della bandiera italiana?

— Bianco, rosso..., — rispose, e dopo un momento di titubanza: — verde.

— Bravo, — disse il maestro. Era promosso. Si cominciava bene. N'ebbi

piacere.

Da principio non mi riuscivo a raccapezzare in quella confusione

di domande e di risposte che mi venivano all'orecchio, a frammenti,

da varie parti. — Scrivi: diciotto. — Che cosa sono i sassolini? —

_Pere cite_ (pietre piccole). — Il sa-crifi-cio di Le-o-nida.... —

Quattordici, tredici, dodici.... — Il maiale grugnisce. — Ma bene,

quattro nocciole e tre nocciole fa nove nocciole: si raccolgono i

frutti dell'annata.... — Quadrupede, dunque, significa.... — _La mia

patria m'ha dato il Signore, Mio pensiero, mia fede_.... — E scrivi

venti con due zeri? Mariuolo!...

A questo punto ci fu un intervallo di silenzio, dopo il quale udii

distintamente la voce grave d'una maestra, che domandò: — Che cosa fa

il bue?

E una voce argentina e franca rispose: — Il bue ci dà il latte.

Cercai con lo sguardo il colpevole e lo vidi chinar la fronte sotto due

occhi fulminei.

Debbo dire che la maggior parte mostravano assai meno timore di quello

che m'aspettassi. Ma ce n'eran parecchi che n'avevan in corpo per

tutti. Li riconoscevo, dopo che avevan dato una risposta, dal movimento

forzato di deglutizione che facevan tutti, allungando il piccolo

collo come se mandassero giù un osso di pesca. A più d'uno tremavano

le mani e le labbra. Si vedeva su certe fronti lo sforzo violento

dell'intelligenza tesa a tutta possa, quasi con l'espressione d'un

dolore fisico, che si mutava tutt'a un tratto in serenità a un: — Bene

— dell'esaminatore, come la contrazione del viso d'un assetato a una

sorsata d'acqua fresca. Alcuni, per comprender meglio, si cacciavan

sotto, col viso voltato in su, quasi fra le ginocchia del maestro,

quasi a toccar col naso il suo naso, fissandolo negli occhi con gli

occhi spalancati, acconsentendo col capo a tutti i movimenti del suo

capo, riflettendo col viso tutti gli atteggiamenti del suo viso, come

ipnotizzati. E a che grado di tenuità si riducevano per la paura certe

voci! Erano bisbigli di confessionale, gemiti d'aurette, mormorii di

fili d'acqua, sospiri moribondi d'anime in pena. Parecchi eran così

piccoli che arrivavano appena col mento all'orlo della tavola, in modo

che, quando leggevano col viso spinto innanzi, non mostrando nè spalle

nè collo, pareva che la loro zucchina rapata posasse sul tappeto verde

come divisa dal busto, e quando scrivevano con la penna del maestro,

iperbolicamente lunga per loro, la quale, tenuta ritta, sorpassava di

quattro dita il loro capo, pareva che scrivessero con uno spiede.

— Quali sono gli alimenti principali dell'uomo? — domandò un maestro.

L'interrogato, ch'era figliuolo d'un operaio povero, rispose

prontamente, come chi non ha il minimo dubbio sull'ordine razionale

dell'enumerazione: — La polenta, le patate, l'insalata....

La stessa domanda era rivolta quasi nello stesso tempo a un altro

alunno, che, confondendola con un'altra domanda usuale di suono simile,

rispose con scioltezza: — Gli alimenti principali dell'uomo sono la

testa, il collo, le spalle....

Era questi un piccolo originale, che non dimenticherò mai, un

viso sorridente e ardito, con due occhi chiari di ribelle sereno,

inaccessibile per indole a ogni sopraccapo scolastico, che pareva dire

a tutta la Commissione esaminatrice: — Ma non sapete che io non ho

neppure un pelo che si dia pensiero di voi, dell'esame, del ministero

dell'istruzione pubblica e di tutto lo scibile umano? —

Amenissimo era il lavorìo che facevan quasi tutti con le dita per

rispondere alle domande d'aritmetica, richiedenti somme e sottrazioni

mentali. Alcuni, per dignità, facevano il calcolo di nascosto, sotto

la tavola o dietro la schiena; altri, senza un riguardo al mondo,

calcolavano con le mani sotto il naso dell'esaminatore, afferrando

successivamente le dita della mano sinistra col pollice e con l'indice

della destra e scotendole a tutta forza come per provare la saldezza

delle articolazioni, e nel contare battevano fitto le labbra e le

palpebre come le divote che recitano il rosario. A uno di questi

matematici “prestidigitatori„ un morettino di sette anni, il maestro

domandò quanti anni avrebbe avuti fra altri sette anni. Dopo aver molto

armeggiato con le mani sotto la tavola, egli rispose trionfalmente:

— Quarantanove. — E, _secondo il suo modo di vedere_, come dice

il Ferravilla dell'orso bianco che incanutisce in nero, egli aveva

calcolato giusto: solo che aveva moltiplicato, invece di sommare. Un

semplice malinteso.

Ah! come parevan lunghi ad alcuni quei pochi minuti! Per la grande

finestra aperta si vedeva il cielo, qualche vetta d'albero, degli

uccelli che roteavano nerazzurro; e i poveri ragazzi, nei momenti

d'incertezza o di smarrimento, rivolgevano quasi tutti lo sguardo

da quella parte, verso l'aria pura e la libertà, con un sentimento

d'invidia — si capiva — per quell'altre piccole creature volanti, che

non conoscono nè grammatica nè numeri; e quel sentimento era compreso

da più d'una maestra che, impietosita, per richiamare all'attenzione

l'alunno, lo pigliava dolcemente per un orecchio o pel mento e gli

faceva voltare il capo verso di sè, — come si fa girare un mappamondo

sferico sul suo asse, — dissimulando un sorriso.

Dopo un quarto d'ora ch'ero là il mio atteggiamento di “potenza

neutrale„ aveva rassicurato anche i più timorosi. Non solo non mi

guardavan più con terrore; ma qualcuno dei più vicini, in certi

momenti critici, cercando ansiosamente una risposta, mi rivolgeva

uno sguardo che implorava soccorso. E avrei suggerito volentieri;

fui anzi tentato più volte di far dei segni salvatori dietro le

spalle del vecchio maestro; ma oltre che il rispetto per questo,

che era, più che indulgente, amorevole, mi trattenne — lo dico sul

serio — una considerazione di alta politica, il pensiero della mia

fede nell'avvenire d'un ordinamento sociale, in cui, essendo aperto a

tutti il concorso nel campo degli uffici intellettuali, la selezione

delle intelligenze dovrà essere anche più severa, e quindi la prova

degli esami anche più rigorosa che al presente. — Sii logico, — dissi

a me stesso, — ed ebbi la forza di non fare un cenno nemmeno a un

povero ragazzo col naso ammaccato, che, sul punto d'affogare in una

sottrazione, volgendomi uno sguardo di naufrago, pareva che mi dicesse

il verso di Dante:

Non hai tu spirto di pietade alcuno?

Ah! come la politica indurisce il cuore.

— LA MORTE DI SOCRATE!

Queste parole solenni, dette da una bella voce di contralto, mi fecero

voltare bruscamente verso l'angolo opposto della tavola: era una

giovane maestra, dagli occhi severi e dal naso aristocratico, che le

aveva dette a un ragazzo minuscolo, presentatosi in quel momento, con

un visino smarrito, che pareva una mela lessa. — La morte di Socrate!

— pensai. — E che potrà mai rispondere quel piccolo malcapitato? — Ma,

con mia maraviglia, l'ometto era ferrato sull'argomento. La morte di

Socrate non era che un raccontino di poche righe, compreso nel libretto

delle _Prime letture_, e imparato a mente dagli alunni nel corso

dell'anno. L'ometto si fece onore. Disse anzi la chiusa: — _Ammirabile

risposta!_ — (la risposta di Socrate) — con un accento di gravità

filosofica, che fece ottimo effetto.

Si presentò poco dopo al maestro mio vicino uno scolaretto poveramente

vestito, rosso in viso e tutto ansante, che doveva aver fatto poco

prima un pugilato con un suo compagno, perchè gli spenzolava il bottone

dal collo della camicia, e mostrava il petto nudo: un povero petto

scarnito e incavato, dal quale e dagli occhi pallidi, e come stanchi,

si capiva che nell'annata egli doveva contar più giornate che pasti.

Alla prima interrogazione, di vermiglio che era, si fece smorto: aveva

una gran paura, e gli si leggeva in viso ch'era paura d'una cosa

lontana più che del maestro presente; ahimè! delle botte materne e

paterne, forse, che avrebbero suggellato un esame infelice. Mi fece

una grande pietà. — Ah, questa volta — pensai — vada al diavolo la

logica: io suggerisco. — Ma, con mia viva soddisfazione e con stupore

del maestro, il piccolo pugilatore fece un “esamone„. Superato il

primo intoppo, tirò avanti col vento in poppa, rispondendo a tutte le

domande, nel secondo esame come nel primo, senza incagliare una volta

sola. Ed era commovente il vedere come quel povero viso a grado a grado

s'illuminava, come quel piccolo corpo si riscoteva a ogni parola di

lode, come sotto una carezza. L'esaminatrice d'aritmetica, contenta,

gli disse terminando: — Bene. Ancora una cosa. Sapresti scrivermi il

numero _cento_? — E quegli, trionfante oramai, stirato prima il braccio

in aria con l'atto d'uno schermitore che sta per impugnare la spada,

prese la penna, piantò i gomiti sulla tavola con un far da padrone, e

scrisse in mezzo al foglio un 100 enorme, in vere cifre da lotteria,

inappuntabile. Poi buttò la penna da parte, e alzò il viso baldamente,

come dicendo: — Si vuol altro da me?... Son qui pronto!

Il direttore, che aveva assistito all'esame, gli fece i rallegramenti,

e disse al maestro: — Lo proporremo per la villa Genèro.

Dei del cielo! Il mese d'agosto in una villa ridente, sulla bella

collina di Torino, in mezzo agli alberi e ai fiori, col Po sotto gli

occhi e le Alpi di fronte! Al povero ragazzo uscirono dagli occhi due

raggi di sole....

Venne poi un altro, palliduccio e di aspetto malinconico, a cui la

mamma aveva annodato con molta cura una cravattina nuova, che metteva

più in vista la giacchetta trita. Fattegli alcune domande, il maestro

dai capelli bianchi gli mostrò nel libro di lettura una vignetta, che

rappresentava una signora con la sua figliuola, vestita riccamente,

la quale tendeva la mano a una ragazza povera, accompagnata dalla

sua mamma vestita a bruno; e c'era scritto, sotto la stampa: — _La

figliuola della vedova._ — Interrogato, il ragazzo pose il dito prima

sull'una e poi sull'altra figura, e disse: — Questa è la fanciulla

ricca, questa è la povera.

— Perchè, — gli domandò l'esaminatore, — dici che questa è la povera? —

e aspettava che gli rispondesse: perchè è vestita da povera. Il ragazzo

rispose invece, con certo accento di mestizia: — Perchè non ha più suo

padre.

Il maestro parve stupito e commosso da quella risposta, e, fatto cenno

a me che quel ragazzo appunto aveva perso il padre pochi mesi avanti,

gli rispose con sapiente delicatezza, passandogli una mano sul capo: —

Hai ragione.... In fatti.... un bimbo non è mai povero fin che ha suo

padre.

E altri ne passarono: visi umili che domandavano misericordia, faccine

toste che parea che fossero al loro centesimo esame, buoni ragazzi

in disdetta che non ne azzeccavano una, bricconcelli fortunati che le

infilavano tutte, e bocchine slattate da un lustro che dicevano quattro

e sette fa dieci con una grazia adorabile, e anche più d'un becco roseo

invermigliato di sugo di ciliegie. Ne venne uno che per leggere il nome

di Epaminonda preparò i muscoli labiali con un movimento comicissimo,

come se avesse dovuto imboccare un trombone smisurato; poi un altro,

un biondino tutto sgomento, il quale balbettò il nome di Cincinnato

con tanti _cin_, da parere che imitasse il suono dei piatti turchi,

mettendo a duro cimento la serietà di tutto il corpo esaminante; e

dopo di lui un meschinello che a non so qual domanda difficile, dopo

un lungo silenzio, non trovò altra risposta che due lacrime. E vidi

ancora far molti calcoli da molti aritmetici maneschi; uno dei quali,

avendogli detto la maestra: — Ma che cosa ci hai in quella testa? —

si passò una mano sulla testa e si guardò la mano; e, tenendo dietro

alle letture del _Complemento del sillabario_, feci molte volate

vertiginose da Mosè a Demostene, da Garibaldi ad Enea, da Federico il

Grande a Orazio Coclite, a Giobbe, a Scipione, a Emanuele Filiberto,

divertendomi a immaginare la ridda matta che dovevan ballare quei

grandi personaggi nell'oscurità di quelle piccole teste; e dopo la

solita formula: — Va pure, — sentii certi

possenti aneliti

d'una seconda vita.

che non credo se ne sentano di più profondi e di più dolci nelle aule

dei tribunali regi alla lettura dei verdetti d'assoluzione.

L'ultimo che si presentò alla maestra che avevo accanto fu il più

lepido della processione. Non pareva impaurito, ma attonito. Poteva

aver sette anni al più; un viso di nulla, che somigliava una miniatura.

La maestra gli fece una domanda, e, tardando la risposta, gli disse,

un po' impazientita, con l'occhio rivolto altrove: — Su via! — Quegli

credette che quel _via_ significasse _vattene_, e, non desiderando

di meglio, girò senz'altro sui talloni e se la diede a gambe. Quando

l'esaminatrice si voltò, e non lo vide più, restò a bocca aperta un

momento; poi s'alzò di scatto e corse nel corridoio, dove lo raggiunse,

e lo ricondusse per mano al suo posto — visibilmente accorto del

disinganno.

E questo innocente “tentativo d'evasione„ fu l'ultimo episodio notevole

a cui assistetti. Uscito prima che si sciogliesse la Commissione,

trovai ancora nel corridoio del primo piano e in quello a terreno

un buon numero di mamme, di nonne e di zie, che aspettavano con

santa pazienza da un paio d'ore, e vidi gli abbracciamenti con cui

alcune accoglievano “gli usciti fuor del pelago„ sommettendoli a

un interrogatorio concitato, seguito da un arruffio di risposte,

che provocavano nuove domande, le quali le lasciavano più inquiete

di prima. Non tutti, peraltro, si mostravano incerti o modesti. Un

piccolo spaccone rispose ad alta voce, tagliando l'aria con un gesto

di capitan Fracassa: — Ho saputo tutto! — Intesi un altro trionfatore

che si vantava; ma la mamma, una donna del popolo, gli tagliò in

bocca le vanterie, dicendogli: — Sta zitto, vanerello, che è stato

sant'Antonio: tu non sai quanto t'ho raccomandato.... — C'era un gruppo

di donne che circondavano un bimbo d'un'altra classe, del quale si

diceva che avesse fatto maraviglie, e tutti ci facevano dei commenti

laudativi, lavorando di fantasia: — qualche cosa di non mai visto

nè inteso, — gli esaminatori trasecolati, — un vero portento, — e

guardavano il marmottino da capo a piedi, con grande ammirazione, come

se gli vedessero già in dosso l'uniforme di Presidente dei Ministri.

Un po' più in là raccolsi un frammento di dialogo di due popolane,

una delle quali si lagnava, dicendo: — L'hanno interrogato su tutte le

_combinazioni_ più difficili. Già questi maestri e maestre, agli esami,

si sa, _vanno tutti per protezione_. — E domandandole l'altra perchè

non fosse andata ad assistere agli esami, che erano _a piede libero_:

— Eh, cosa ci sarei andata a fare, — rispose, — _io che non conosco

l'errore_!

M'ero soffermato in quel momento a pochi passi dal portone della

Scuola, davanti al quale stavano affollati una cinquantina tra scolari

e scolare delle prime due classi, che facevano un cicaleccio vivissimo.

A un tratto tutti tacquero, e li vidi dividersi rispettosamente in due

ali, guardando tutti verso il mezzo (dove io non vedevo), con gli occhi

scintillanti come di simpatia e d'ammirazione. Certo, entrava qualche

personaggio autorevole, l'Ispettore governativo, il Provveditore, che

so io? il Sindaco di Torino. — Che ragazzi bene educati, — pensai; —

buoni piccoli piemontesi, in cui pare innata, in cui è così profonda la

reverenza dell'Autorità, che dimenticano, all'apparire d'un Superiore,

ogni divertimento, ogni cura....

Non avevo finito di dir questo che il personaggio entrò.

Era un cameriere di caffè che portava un gelato.

Ricordi d'infanzia e di scuola seguìti da Bambole e marionette, Gente minima, Piccoli studenti, Adolescenti, Due di spade e due di cuori · 第 30 / 52 题