si soffia il nasino con la camicia.
Coi nomi terribili e romanzeschi non concorda l'indole, che è
generalmente placida e prudente. Il forestiere, che passa per la
prima volta, essi guardano con occhio intento e scrutatore, come se
prevedessero d'aver da trattare con lui un appalto o una vendita: con
occhio scrutatore, ma rispettoso. E rispettosi sono coi villeggianti
abituali, che sogliono salutare in modo originale, pronunciando il
loro nome, quando li incontrano, e fissandoli, come fanno i soldati
coi superiori, senza inchinare la testa. Sono anche poco rissosi,
come se volessero serbare le forze battagliere per la lotta disperata
che combatteranno un giorno coi lavoratori concorrenti di tutto il
mondo, e attendere a leticar fra di loro quando saranno proprietari
di quella terra divisa in mille scacchi e in mille striscie, sulla
quale e per la quale s'accapigliano intanto i loro parenti. E sono
dignitosi: nessuna di quelle piccole mani, neanche dei più poveri, si
stende a chiedere il soldo al passante; e quando uno ne stringono,
non c'è caso che lo sciupino o lo perdano; somigliantissimi pure in
questo ai loro genitori. E anche nei loro spassi mostrano mirabilmente
l'eredità delle facoltà acquisite. In nessun altro luogo vidi mai i
ragazzi costrurre muricciuoli e casette di sassi, mulini e condotti
d'acqua con arte così esperta e con diligenza così paziente, per ore
ed ore, in silenzio, concordi fra molti all'opera come squadre d'operai
disciplinati, prolungando il lavoro anche per vari giorni e smettendolo
e ripigliandolo ogni giorno all'ora stessa, come al suono della campana
d'un opificio.
Bambine di sette o otto anni aiutano la mamma ai lavori muratori,
portando nella loro gerla minuscola quattro manate di sabbia o un par
di mattoni per volta, con la serietà muta e col passo lungo e grave
d'operaie adulte. Bambini, alti un palmo, stanno seduti tutta una
mattinata, per trastullo, sulla proda d'una strada, a picchiare con
un chiodo e un martello un pezzo di sienite, come se avessero preso il
lavoro a cottimo, senza alzare una volta in un quarto d'ora la testina
bionda, dardeggiata dal sole.
Questa forza tranquilla di volontà, congiunta a un amor proprio
precocemente guardingo, dimostrano in ogni cosa. Intoppate per la
strada dei quinti d'uomo, usciti appena dalla prima elementare, che
non possiedono un vocabolario di più di venti sostantivi (i verbi sono
sempre incerti); ma che, se gli interrogate in italiano, incapati
di rispondervi nella lingua nazionale, s'ingegnano d'accozzare alla
meglio quelle venti parole, facendo lunghe pause riflessive fra l'una
e l'altra, come fanno in Italia i viaggiatori inglesi e tedeschi, con
una flemma di filologi scrupolosi, senza darsi un pensiero della vostra
impazienza, non intesi ad altro, con tutte le forze del cervello, che a
scansare gli spropositi.
Ricordo uno di questi che, domandato da me di un suo zio impresario a
Torino, volendomi dar la notizia che era stato decorato della Corona
d'Italia, dopo due buoni minuti di cogitazione, mise fuori questa
curiosa frase di suo conio: — _L'hanno fatto passar cavaliere_ — ma
con un accento di trionfo, che traduceva il pensiero: — l'ho cercata
un pezzo, ma l'ho trovata bene. — E hanno delle trovate singolari, da
montanari sottili, diverse in questo da quelle degli altri bimbi, che
vengon fuori in una forma di gravità comicamente impropria all'età
loro. Un piccino, a cui diedi una pera candita perchè la dividesse in
parti uguali fra sè e le due sorelle più piccole che gli stavano al
fianco, volendo, ma non osando di farsi sotto i miei occhi la parte
del leone, stette pensieroso un pezzo con gli occhi fissi sul frutto,
e poi disse solennemente alle sorelle: — _Qui non si fa niente senza
il coltello_, — e con questo pretesto si diresse verso casa per fare il
comodo suo; ma con l'incesso e il viso d'un uomo assorto in tutt'altri
pensieri, per distornare, s'intende, il mio sospetto; il quale mutavano
invece in certezza gli sguardi obliqui e indagatori di cui ogni tanto
mi saettava.
E come un bell'esempio di posatezza e di precisione rammento un bimbo
di men di tre anni, bellissimo, che, avendogli io porto una scatoletta
della Regia su cui fissava lo sguardo con grande curiosità, la rivoltò
con le manine per tutti i versi, l'aperse con cautela, vi guardò in
fondo attentamente, ne tirò fuori l'una dopo l'altra tre sigarette,
le esaminò ad una ad una, le rimise dentro adagio adagio dalla stessa
parte dove le aveva prese, gingillò un pezzo con le dita finchè riuscì
a far rientrare la linguetta nel taglio e, dopo essersi assicurato col
pollice che era chiusa bene, me la ripose sulla palma della mano e ve
la premè colla sua zampetta come per farmi prender atto che era fatta
in tutte le regole la restituzione della mercanzia.
Questi ragazzi, che sentono parlare in casa di tutti i paesi d'Europa
e d'Africa e d'Oriente e d'America, dove i loro padri lavorarono e
lavorano, viaggiano un po' coll'immaginazione, anche prima d'uscire
dal guscio, per il mondo intero. Appena sono in forza da portar la
secchia della calce, la più parte vanno a fare il tirocinio di muratori
nelle città grandi, e, compiuto questo, emigrano dall'Italia. Ma
le separazioni della famiglia si fanno senza lagrime, e quasi senza
commozione, perchè tutti ci hanno il cuore preparato fin dall'infanzia.
Non senza tristezza, però, quando li vedo giocar per le strade così
rosei e sereni, io me li raffiguro giovinetti, curvi sotto il carico
su per le alte scale oscillanti degli edifici in costruzione, o
ammucchiati nelle soffitte, dove essi stessi si fanno da mangiare e si
rimendano i panni, stillando ogni sorta di più duro risparmio; e poi,
più grandi, soli in terre straniere, in mezzo a gente di cui ignorano
la lingua, invisi quasi sempre ai concorrenti indigeni per il loro
accanimento al lavoro e per la loro parsimonia spartana, e vittime
qualche volta di persecuzioni crudeli.
Ma mi conforta il pensiero che darà saldo coraggio a tutti l'immagine
della valle nativa a cui sempre pensano, e che, se campano, li riavrà
tutti quanti certissimamente, arricchiti o poveri, stretti a lei fino
alla morte. Quanti sono già dispersi per il mondo che vidi bambini fare
i castelli coi sassi e scheggiar la sienite col chiodo, coi capelli
biondi dorati dal sole e agitati dal vento!
Ogni anno leva il volo una schiera di questi miei antichi amici, e i
loro nomi e i loro visi prima si confondono, poi svaniscono nella mia
memoria.
Ma i vuoti si riempiono continuamente. Ritornando nella valle vi trovo
ogni anno nuove capigliature d'oro, nuovi occhi celesti, nuove guance
vermiglie, un drappello nuovo di Danti, di Temistocli e di Goffredi,
figliuoli di padri lontani che non vidi e non vedrò mai; e questi
nuovi eroi nascono e crescono così somiglianti, sotto ogni aspetto,
ai partiti, che, insomma, mi par di ritrovarmi sempre in mezzo alla
stessa popolazione infantile. Bella e strana popolazione di piccoli
impresari in forma di cherubini, di futuri capomastri, che paiono putti
scappati dai quadri del Rubens, di scalpellini e di muratori in erba
a cui possono invidiare le rose e i gigli del viso i figliuoli dei
principi: innocenti sì, e amabili come tutti i bambini; ma che pure
hanno qualcosa nell'indole, negli occhi e nella parola da far credere
che nella notte di Natale, quando sognano la scarpetta che hanno messo
sulla finestra, non vagheggino di trovarvi dentro dei dolci, ma una
cedola del Consolidato 5%.