CAPITOLO III.

Il battaglione d’acciaio.

Per girare le Alpi, l’esercito francese aveva dovuto violare la

neutralità della vecchia repubblica di Genova. Fatto il primo passo,

si poteva fare il secondo ed il terzo, e i nostri vicini non si fecero

scrupolo di marciare sulla città capitale, dove le teste incominciavano

a riscaldarsi per la libertà francese e dove i parrucconi dell’antico

governo si sentivano mancare la terra sotto i piedi. Il popolo,

amante di novità, chiedeva i liberatori; e i liberatori, che potevano

trovare a Genova una buona piazza fornita di tutto il necessario,

insieme con una buonissima base di operazione per calare nella pianura

d’Alessandria, non si fecero pregar molto. Il loro quartier generale

era a Savona; la loro avanguardia (quattromila uomini, condotti dal

Massena, che aveva sotto i suoi ordini il generale Cervoni) si spinse

per la via di levante, oltre Albissola e Varazze.

Il generale austriaco, che aveva fiutato il disegno del nemico, non

era rimasto con le mani alla cintola. Seimila uomini da Alessandria

si erano avviati alla Bocchetta, per recarsi a coprir Genova da un

assalto improvviso. Egli, col grosso dell’esercito mosse da Alessandria

ad Acqui, e di là per Dego e Sassello, col proposito di piombare

dai monti sopra Savona, e cogliere i francesi nella trappola. Ma la

volpe vecchia aveva da fare questa volta con una volpe giovane e di

malizia più fresca. L’avanguardia francese era giunta a Voltri, si era

impadronita del paese, aveva comandato diecimila razioni per il giorno

vegnente; sorpresa da quel corpo di seimila austriaci che calava dai

monti, era stata anche sbaragliata; ma questo dopo tutto, era anche un

modo di tastare il nemico. Il generale Buonaparte sapeva oramai che

il suo avversario Beaulieu aveva spiccato un bel nerbo di forze alla

difesa di Genova. Era quello il momento di penetrare in Piemonte per

la valle della Bormida, che non doveva essere guardata con una massa

sufficiente.

Anche il Beaulieu, dal canto suo, si affrettava. Giunto a Spigno,

staccava il generale Argentau, con diecimila uomini, ordinandogli

di impadronirsi della importantissima posizione di Montenotte,

sloggiandone ad ogni costo i francesi. E l’Argentau ne venne a capo,

ma senza darsi pensiero della punta più elevata del luogo, dove era

rimasto un manipolo di nemici in difesa, e commettendo lo sproposito

di scendere nella valle ad inseguire il nemico, mentre del suo esercito

non restavano, a fronteggiare i difensori di Montenotte superiore, che

poche truppe leggere.

Voi già indovinate la conseguenza. I francesi si rafforzarono in alto,

rovesciarono la schiera sottile del nemico, piombarono sull’Argentau,

lo posero in rotta. Perduti quasi tutti i suoi, e tutta la sua

artiglieria, il pover’uomo si salvò a stento per la via di Sassello, e

arrivò solo al quartier generale, dove il Beaulieu gli chiese notizie

del suo esercito, e, siccome egli non era in caso di dargliene, lo fece

legare come un malfattore e lo mandò a correr la sorte d’un consiglio

di guerra a Milano.

La giornata di Montenotte era così poco decisiva, e l’Argentau aveva

così poca ragione a fuggire in quella sconcia maniera, che il giorno

seguente, cioè a dire il 13 aprile, il colonnello Vucasovich penetrò

in quella valle combattuta, credendo che Montenotte fosse ancora tenuto

dai suoi: s’incontrò coi francesi, li battè con soli quattromila uomini

che conduceva, e riprese loro tutta l’artiglieria che avevano presa

il giorno prima al signor Argentau. Che cosa non avrebbe egli fatto,

se questo zuccone fosse rimasto al suo posto? Un altro generale, il

Roccavina, che non somigliava punto all’Argentau, quel medesimo giorno

che il Vucasovich ripigliava l’artiglieria austriaca ai francesi, si

spingeva con un corpo di truppe leggiere fino alla Madonna di Savona,

oltrepassando Montenotte di un bel tratto e minacciando di rompere

le comunicazioni dei vincitori con la loro base di operazione. Ma, lo

ripeto, fuggito l’Argentau, questi felici ardimenti tornavano inutili,

e il Roccavina e il Vucasovich dovettero ricongiungersi al generale

Beaulieu.

Noi, col generale Colli (anche questo, come vi ho detto, regalatoci

dal governo di Vienna) eravamo accampati sulle alture di Montezemolo,

guardando la strada di Ceva, e pronti a marciare dovunque bisognasse,

per sostenere l’esercito alleato. Quel general Colli! Che uomo, creato

a bella posta e messo al mondo per dimostrare che si possono fare tre

passi sopra un mattone! Amici miei, lasciatemi dire quello che penso;

Napoleone meritava sicuramente la sua grande fortuna; ma si è anche

fatto di tutto, in quell’anno, per mandargliela tra le braccia.

Dunque, eravamo a Montezemolo, e si tenevano gli avamposti con due

battaglioni di granatieri, il primo e il terzo, e col reggimento

dei Granatieri Reali. Questa somiglianza di nome tra battaglioni

e reggimento domanda una piccola spiegazione. Il Piemonte aveva un

reggimento speciale di Granatieri reali, ma ogni reggimento di fanteria

possedeva due compagnie di granatieri, uomini scelti, meglio armati e

distinti da una granata rossa, ricamata nel centro della nappina di

lana, che ornava il cappello a lucerna del soldato d’allora. Queste

compagnie scelte si riunivano all’uopo in battaglioni separati, e un

ufficiale di stato maggiore ne prendeva il comando.

Così, a comporre il terzo battaglione di granatieri, al quale

appartenevo io, entravano due compagnie del reggimento di Monferrato,

due del reggimento della Marina e due del reggimento di Susa.

All’apertura della campagna era venuto a comandarlo il colonnello

marchese Filippo Del Carretto di Camerano. Nessuno più di lui era degno

di comandare ad un manipolo di valorosi. Leonida, che arrestò alle

Termopili la marcia dei persiani invasori, non fu certamente più prode,

nè più militarmente bello di lui. Aggiungo che il marchese Filippo lo

era anche fisicamente; alto, biondo, di carnagione bianchissima, con

occhi cilestri, che spiravano dolcezza, e una bocca che pareva fatta

per dir parole d’amore; un angelo, insomma, ma un angelo terribile a

vedersi, se aveva la spada sguainata nel pugno. Non era fermezza al

fuoco la sua, ma serenità imperturbabile; una serenità consapevole

del pericolo, quando si trattava della sua gente; noncurante, ma senza

ostentazione, quando si trattava di sè. Giovane ancora, aveva raggiunto

il grado di colonnello. Mettete pure che fino a capitano ci fosse stato

sbalestrato dalle ragioni della nascita, ma non dimenticate che i gradi

superiori li aveva conquistati per merito suo, e che, dopo essere stati

una settimana sotto i suoi ordini, veniva voglia di chiedere: quanto

aspettano a farlo generale?

Lassù, in quelle valli fra il Tanaro e la Bormida, con gli occhi

rivolti al colle di Melogno e al colle di Cadibona, il marchese

Filippo era proprio come in casa sua. I Del Carretto, come saprete,

appartengono al vecchio ceppo aleramico, ed anche ora, divisi e

suddivisi in tante famiglie, distinti con tanti nomi diversi, tengono

in possesso civile una parte del territorio che possedevano un giorno

per diritto di signoria e per investitura feudale.

A Montezemolo, ove eravamo accampati, si era sentito per tutta la

giornata del 12 aprile un rumor cupo e sordo, che veniva dalla parte di

levante. Alcuni credevano che fosse brontolìo di tuono, altri che fosse

rombo di cannone. Il cielo, sulle nostre teste, appariva sereno; ma voi

sapete pure che di là dagli Appennini, con tante vette che nascondono

l’orizzonte, si può indovinare bensì, ma non è facile vedere ciò che

avviene sul mare, e le burrasche si odono rumoreggiare in distanza,

molte ore prima che il vento le porti dentro terra. Così potevano

credere parecchi che quel rumore cupo e sordo fosse di temporale

lontano; ma i più sostenevano che avesse incominciato a ragionare il

cannone, anche per una certa regolarità ritmica del discorso e per la

singolare costanza nella direzione del suono.

Verso sera nessuno credeva più al temporale. I nostri ufficiali

avevano ordine di tenersi pronti per la partenza. Dove si andava?

Non certamente verso Ceva, poichè il comando era di far viveri per

un giorno. Far viveri a Montezemolo, sulla prima linea, e dopo tanto

passaggio di soldati, era presto detto! Ed anche bisognava partir

subito. Ma per dove? per dove? Si era curiosi di saperlo; si studiavano

tutti i più sottili stratagemmi per cavare il segreto di bocca ai

nostri ufficiali, che probabilmente non ne sapevano più di noi.

A me venne in mente una luminosa idea. Non chiesi nulla al cavalier

Corte, mio capitano, nè al cavalier Bonadonna mio tenente, nè al conte

di Masino mio sottotenente; me ne andai difilato dal servitore del

colonnello, e a lui chiesi notizie.

— Ordine del quartier generale: — mi rispose Paolo Viglietti. — Si va

al castello di Cosseria.

La posizione non era distante. Dalla balza di Montezemolo si vedeva

nereggiare quel nido d’aquile sopra una vetta a levante, co’ suoi

torrioni massicci, in mezzo a cortine sfondate, ad archi infranti, a

muraglioni rovesciati. Quel medesimo giorno, mentre si stava in vedetta

sull’erta, ascoltando gli strani rumori che venivano dalla parte di

Altare, ci era avvenuto di contemplare a lungo quelle rovine stupende.

Paolo Viglietti, che era nato a Camerano, donde il colonnello suo

padrone traeva il suo titolo feudale, ci aveva raccontata brevemente

la storia della ròcca, come tutti la sapevano allora, in quei paesi

delle Langhe, già vissuti nell’obbedienza dei marchesi del Carretto.

Intorno al Novecento, il castello di Cosseria aveva già sostenuto un

assalto dei Saraceni; quattro secoli più tardi lo aveva occupato Carlo

d’Angiò, nella sua famosa calata in Italia, benedetta da un papa e

maledetta dalla storia. Preso e ripreso, nel secolo decimosesto, dalle

armi di Francia e Spagna, era stato diroccato, nel 1536, per comando

di un commissario imperiale; ma questi, riducendo in un mucchio di

rovine quella bell’opera di architettura militare, non aveva potuto

distruggere in pari tempo la importanza strategica della collina, donde

si comanda alla gola stretta e lunga che dalla Bormida di Pallare mette

alla Bormida di Millesimo, e di là, per la salita di Montezemolo, alle

pianure del Piemonte. Così avvenne che intorno a quelle rovine si

azzuffassero di sovente le soldatesche dei Duchi di Savoia e quelle

della Repubblica di Genova, che sullo scorcio del Seicento se ne

contrastassero il possesso parecchi eserciti, italiani e stranieri, e

che finalmente, nel 1744, se ne impadronissero gli Spagnuoli, mettendo

a contribuzione il paese. Quei poveri abitanti provarono più volte

che non a torto il loro castello si era chiamato da principio _Crux

ferrea_.

Diedi la notizia al mio capitano, come l’avevo ricevuta da Paolo

Viglietti. Ma ero giovane, allora, e non intendevo l’utilità di

occupare una bicocca di quella fatta, piantata sul culmine di una

montagna, dove oramai non dovevano andar più che le capre.

— È naturalissimo, invece; — mi rispose giudiziosamente il bravo

cavalier Corte, al quale avevo manifestati i miei dubbi. — Da

Cosseria, con un pugno d’uomini risoluti, si può contrastare il passo

del Piemonte, per la strada di Ceva. Il generale Beaulieu ne chiude

l’entrata dalla parte di Acqui; noi la chiuderemo da questa. È strano,

anzi, che Cosseria non l’abbiamo occupata prima. Comunque sia, se ci

mandano lassù, è segno che i francesi hanno vinto a Montenotte, o più

su, verso San Giacomo del Settepani.

— Il cannone, — osservai, — si è sentito di là, nella direzione di

Altare.

— Che cosa ti dicevo io? — ripigliò il capitano. — O hanno vinto a

Montenotte, i francesi, e scenderanno presto a Carcare: o si teme che

vincano, ricevendo rinforzi. Ad ogni modo, è bene di coprire la via di

Millesimo. —

Mentre si facevano questi ragionamenti, il capitano fu chiamato per

ordine del colonnello. Ritornò alla compagnia quindici minuti dopo.

— Presto! — diss’egli. — Bisogna mettersi in rango.

— E i viveri, capitano?

— Non ce ne sono. Ma avete ancora un tozzo di pane dell’ultima razione.

Per ora basterà quello; stanotte, poi, si troverà qualche cosa a

Millesimo. —

Anche le altre compagnie facevano i loro preparativi di partenza. Pochi

minuti più tardi, eravamo tutti schierati sulla strada, e il nostro

colonnello venne sulla fronte del battaglione, per animarci con la sua

calda parola.

— Soldati, — incominciò, — anche per noi si apre oggi la nuova campagna

di guerra. Ricordatevi che siete granatieri piemontesi, cioè gente

scelta, e che dovete far meglio di tutti; mi avete capito? Obbeditemi,

ed io vi prometto da cavaliere, che il vostro buon nome sarà mantenuto.

Se davanti al nemico mi vedeste fallire, dare indietro, perdermi

d’animo un solo momento, vi autorizzo fin d’ora a distendermi a terra

con una buona fucilata. Vi dico queste cose col rossore sul volto e

col nodo alla gola, perchè mi vergogno perfino di pensarle. Ma bisogna

preveder tutto, e far patti chiari, poichè si ha da compire insieme il

nostro dovere. Se io, poi, vedrò dare indietro qualcheduno di voi....

ve lo prometto fin d’ora, come è vero Dio, lo ucciderò con le mie

mani. Per la vita e per la morte, dunque. Andiamo contro un esercito

valoroso, e non dobbiamo esser da meno; possiamo e dobbiamo esser

da più. Ci siamo intesi, io spero; ricordate che non voglio fughe

di Pinerolo, io; sono come il Radicati, e mi faccio ammazzare sul

posto. —

Il nostro comandante alludeva ad un fatto doloroso avvenuto due

anni addietro, alla battaglia della Tanarda, nella contea di Nizza.

L’esercito aveva fatto prodigi di valore, e l’artiglieria cagionato

perdite enormi al nemico; ma ad un assalto più furioso degli altri, un

reggimento, quello di Pinerolo, colto da timor pànico inesplicabile

dopo tante ore di fuoco, aveva voltate le spalle, permettendo

ai francesi di penetrare nei trinceramenti piemontesi. Il prode

colonnello, conte Radicati di Passerano, dopo essersi invano adoperato

a trattenere i fuggenti, si era lasciato uccidere al suo posto, per non

sopravvivere all’onta del suo reggimento.

— No, no! — gridammo tutti ad una voce: — Nessuno di noi darà indietro

d’un passo. Ci faremo ammazzare dal primo fino all’ultimo, ma non si

dirà dei granatieri piemontesi che sono scappati davanti al nemico.

— Alla Tanarda, — aggiunse il cavalier Corte, mio capitano, — il

reggimento di Monferrato si è fatto decimare sulla trincea. Se il

general Colli non comandava la ritirata, ci facevamo tagliare a pezzi,

piuttosto che cedere un palmo di terreno.

— Lo so, lo so; — rispose il colonnello. — Vi ho parlato così; perchè

voglio farvi sicuri di me, come io devo esser sicuro di voi. Non so

ancora che cosa faremo, nè quando faremo qualche cosa di grande. Questo

solo è certo, che noi, domani, fronteggeremo il nemico, avremo l’onore

di coprire le posizioni dell’esercito del re; perciò dobbiamo far tutti

il nostro dovere, ed essere un battaglione d’acciaio. Mi avete capito?

Un battaglione di acciaio.

— Viva il re! Viva il colonnello Del Carretto! — furono le grida di

tutto il battaglione.

— In marcia, dunque! — ripigliò il colonnello. — Cavaliere Alberione e

cavalier Corte, le due compagnie di granatieri di Monferrato andranno

in avanguardia. Io seguirò con le due del reggimento della Marina e con

le due del reggimento di Susa. Faremo un piccolo alto a Millesimo, per

vedere di trovar viveri; se non ce ne saranno, vedremo dai contadini

di Cosseria. L’essenziale è di non perder tempo, e di trovarci all’alba

sul posto assegnato. —

Mezz’ora dopo aver ricevuto il comando del quartier generale, il terzo

battaglione di granatieri scendeva dall’erta di Montezemolo. Formavano

l’avanguardia, secondo l’ordine dato dal colonnello, le due compagnie

di Monferrato; seguivano, a breve distanza, le due della Marina; quelle

di Susa chiudevano la marcia.

Si tratta di valorosi, e voi mi perdonerete se mi fermerò un poco,

a ricordare i nomi di tutti i miei superiori e compagni d’armi

d’allora. Quei nomi non li troverete nelle storie, ed è giusto che io

li rammenti, perchè qualcheduno possa registrarli, tramandarli alla

memoria dei posteri. Ecco, dunque: la prima compagnia di Monferrato

aveva per ufficiali, il capitano cavaliere Augusto Alberione, il

luogotenente cavalier Luigi Cavasanti e il sottotenente Fava. La

seconda, quella a cui appartenevo io, aveva il capitano cavalier Corte,

il luogotenente cavalier Buonadonna e il sottotenente conte Masino

di Reaglie. Veniamo ora alle due della Marina. Comandava la prima

il bravo capitano cavalier Giovanni Tibaldè, dei conti di Rolasco,

che aveva per luogotenenti il cavalier Nicolò Galateri e Vincenzo

Gianolio, e per sottotenente il cavalier Carlo Birago, dei marchesi

di Vische. Comandava la seconda il cavalier Vincenzo Lomellini, dei

conti di Cerniago, consanguinei dei Lomellini di Genova, che aveva

per luogotenente il cavalier Carlo Tibaldè, fratello al capitano

sopraddetto, e per sottotenenti i signori Sebastiano Cornaglia e

Giovanni Alberga. Restano le due compagnie del reggimento di Susa.

La prima aveva per comandante il capitano Giovanni Calleri, per

luogotenente il conte Giovanni Ollignani, per sottotenente il signor

Antonio Arrò; la seconda non aveva che il luogotenente Filippo Nerand

e il sottotenente Leonardo Bessano. Il suo comandante, capitano Morozzo

di Bianzè, ottimo soldato, era assente per ragioni di servizio, e a lui

si poteva dire due giorni dopo quel che scrisse Enrico IV ad uno dei

suoi generali, dopo la giornata d’Ivry: «_Pends-toi, brave Crillon: on

s’est battu, et tu n’y étais pas._»

Vi ho detti i nomi degli ufficiali, ed anche, quando li ricordavo,

i nomi di battesimo e i titoli. La forza del battaglione era di

cinquecento quarantotto tra sott’ufficiali e soldati. Aggiungete i

diciannove ufficiali, mettete sopra a tutti il colonnello Del Carretto

e il cavalier Rubin, capitano di stato maggiore, che era stato posto

al suo fianco, e avrete cinquecento sessantanove uomini mandati ad

occupare le rovine di Cosseria, coprire l’esercito del re, difendere la

stretta di Millesimo, ed impedire la marcia del nemico su Ceva. È vero

bensì che li comandava Filippo Del Carretto e che il terzo granatieri

aveva ricevuto allora allora uno stupendo battesimo; si chiamava il

battaglione d’acciaio.

Monsù Tomè · 第 7 / 31 题