Il battaglione d’acciaio.
Per girare le Alpi, l’esercito francese aveva dovuto violare la
neutralità della vecchia repubblica di Genova. Fatto il primo passo,
si poteva fare il secondo ed il terzo, e i nostri vicini non si fecero
scrupolo di marciare sulla città capitale, dove le teste incominciavano
a riscaldarsi per la libertà francese e dove i parrucconi dell’antico
governo si sentivano mancare la terra sotto i piedi. Il popolo,
amante di novità, chiedeva i liberatori; e i liberatori, che potevano
trovare a Genova una buona piazza fornita di tutto il necessario,
insieme con una buonissima base di operazione per calare nella pianura
d’Alessandria, non si fecero pregar molto. Il loro quartier generale
era a Savona; la loro avanguardia (quattromila uomini, condotti dal
Massena, che aveva sotto i suoi ordini il generale Cervoni) si spinse
per la via di levante, oltre Albissola e Varazze.
Il generale austriaco, che aveva fiutato il disegno del nemico, non
era rimasto con le mani alla cintola. Seimila uomini da Alessandria
si erano avviati alla Bocchetta, per recarsi a coprir Genova da un
assalto improvviso. Egli, col grosso dell’esercito mosse da Alessandria
ad Acqui, e di là per Dego e Sassello, col proposito di piombare
dai monti sopra Savona, e cogliere i francesi nella trappola. Ma la
volpe vecchia aveva da fare questa volta con una volpe giovane e di
malizia più fresca. L’avanguardia francese era giunta a Voltri, si era
impadronita del paese, aveva comandato diecimila razioni per il giorno
vegnente; sorpresa da quel corpo di seimila austriaci che calava dai
monti, era stata anche sbaragliata; ma questo dopo tutto, era anche un
modo di tastare il nemico. Il generale Buonaparte sapeva oramai che
il suo avversario Beaulieu aveva spiccato un bel nerbo di forze alla
difesa di Genova. Era quello il momento di penetrare in Piemonte per
la valle della Bormida, che non doveva essere guardata con una massa
sufficiente.
Anche il Beaulieu, dal canto suo, si affrettava. Giunto a Spigno,
staccava il generale Argentau, con diecimila uomini, ordinandogli
di impadronirsi della importantissima posizione di Montenotte,
sloggiandone ad ogni costo i francesi. E l’Argentau ne venne a capo,
ma senza darsi pensiero della punta più elevata del luogo, dove era
rimasto un manipolo di nemici in difesa, e commettendo lo sproposito
di scendere nella valle ad inseguire il nemico, mentre del suo esercito
non restavano, a fronteggiare i difensori di Montenotte superiore, che
poche truppe leggere.
Voi già indovinate la conseguenza. I francesi si rafforzarono in alto,
rovesciarono la schiera sottile del nemico, piombarono sull’Argentau,
lo posero in rotta. Perduti quasi tutti i suoi, e tutta la sua
artiglieria, il pover’uomo si salvò a stento per la via di Sassello, e
arrivò solo al quartier generale, dove il Beaulieu gli chiese notizie
del suo esercito, e, siccome egli non era in caso di dargliene, lo fece
legare come un malfattore e lo mandò a correr la sorte d’un consiglio
di guerra a Milano.
La giornata di Montenotte era così poco decisiva, e l’Argentau aveva
così poca ragione a fuggire in quella sconcia maniera, che il giorno
seguente, cioè a dire il 13 aprile, il colonnello Vucasovich penetrò
in quella valle combattuta, credendo che Montenotte fosse ancora tenuto
dai suoi: s’incontrò coi francesi, li battè con soli quattromila uomini
che conduceva, e riprese loro tutta l’artiglieria che avevano presa
il giorno prima al signor Argentau. Che cosa non avrebbe egli fatto,
se questo zuccone fosse rimasto al suo posto? Un altro generale, il
Roccavina, che non somigliava punto all’Argentau, quel medesimo giorno
che il Vucasovich ripigliava l’artiglieria austriaca ai francesi, si
spingeva con un corpo di truppe leggiere fino alla Madonna di Savona,
oltrepassando Montenotte di un bel tratto e minacciando di rompere
le comunicazioni dei vincitori con la loro base di operazione. Ma, lo
ripeto, fuggito l’Argentau, questi felici ardimenti tornavano inutili,
e il Roccavina e il Vucasovich dovettero ricongiungersi al generale
Beaulieu.
Noi, col generale Colli (anche questo, come vi ho detto, regalatoci
dal governo di Vienna) eravamo accampati sulle alture di Montezemolo,
guardando la strada di Ceva, e pronti a marciare dovunque bisognasse,
per sostenere l’esercito alleato. Quel general Colli! Che uomo, creato
a bella posta e messo al mondo per dimostrare che si possono fare tre
passi sopra un mattone! Amici miei, lasciatemi dire quello che penso;
Napoleone meritava sicuramente la sua grande fortuna; ma si è anche
fatto di tutto, in quell’anno, per mandargliela tra le braccia.
Dunque, eravamo a Montezemolo, e si tenevano gli avamposti con due
battaglioni di granatieri, il primo e il terzo, e col reggimento
dei Granatieri Reali. Questa somiglianza di nome tra battaglioni
e reggimento domanda una piccola spiegazione. Il Piemonte aveva un
reggimento speciale di Granatieri reali, ma ogni reggimento di fanteria
possedeva due compagnie di granatieri, uomini scelti, meglio armati e
distinti da una granata rossa, ricamata nel centro della nappina di
lana, che ornava il cappello a lucerna del soldato d’allora. Queste
compagnie scelte si riunivano all’uopo in battaglioni separati, e un
ufficiale di stato maggiore ne prendeva il comando.
Così, a comporre il terzo battaglione di granatieri, al quale
appartenevo io, entravano due compagnie del reggimento di Monferrato,
due del reggimento della Marina e due del reggimento di Susa.
All’apertura della campagna era venuto a comandarlo il colonnello
marchese Filippo Del Carretto di Camerano. Nessuno più di lui era degno
di comandare ad un manipolo di valorosi. Leonida, che arrestò alle
Termopili la marcia dei persiani invasori, non fu certamente più prode,
nè più militarmente bello di lui. Aggiungo che il marchese Filippo lo
era anche fisicamente; alto, biondo, di carnagione bianchissima, con
occhi cilestri, che spiravano dolcezza, e una bocca che pareva fatta
per dir parole d’amore; un angelo, insomma, ma un angelo terribile a
vedersi, se aveva la spada sguainata nel pugno. Non era fermezza al
fuoco la sua, ma serenità imperturbabile; una serenità consapevole
del pericolo, quando si trattava della sua gente; noncurante, ma senza
ostentazione, quando si trattava di sè. Giovane ancora, aveva raggiunto
il grado di colonnello. Mettete pure che fino a capitano ci fosse stato
sbalestrato dalle ragioni della nascita, ma non dimenticate che i gradi
superiori li aveva conquistati per merito suo, e che, dopo essere stati
una settimana sotto i suoi ordini, veniva voglia di chiedere: quanto
aspettano a farlo generale?
Lassù, in quelle valli fra il Tanaro e la Bormida, con gli occhi
rivolti al colle di Melogno e al colle di Cadibona, il marchese
Filippo era proprio come in casa sua. I Del Carretto, come saprete,
appartengono al vecchio ceppo aleramico, ed anche ora, divisi e
suddivisi in tante famiglie, distinti con tanti nomi diversi, tengono
in possesso civile una parte del territorio che possedevano un giorno
per diritto di signoria e per investitura feudale.
A Montezemolo, ove eravamo accampati, si era sentito per tutta la
giornata del 12 aprile un rumor cupo e sordo, che veniva dalla parte di
levante. Alcuni credevano che fosse brontolìo di tuono, altri che fosse
rombo di cannone. Il cielo, sulle nostre teste, appariva sereno; ma voi
sapete pure che di là dagli Appennini, con tante vette che nascondono
l’orizzonte, si può indovinare bensì, ma non è facile vedere ciò che
avviene sul mare, e le burrasche si odono rumoreggiare in distanza,
molte ore prima che il vento le porti dentro terra. Così potevano
credere parecchi che quel rumore cupo e sordo fosse di temporale
lontano; ma i più sostenevano che avesse incominciato a ragionare il
cannone, anche per una certa regolarità ritmica del discorso e per la
singolare costanza nella direzione del suono.
Verso sera nessuno credeva più al temporale. I nostri ufficiali
avevano ordine di tenersi pronti per la partenza. Dove si andava?
Non certamente verso Ceva, poichè il comando era di far viveri per
un giorno. Far viveri a Montezemolo, sulla prima linea, e dopo tanto
passaggio di soldati, era presto detto! Ed anche bisognava partir
subito. Ma per dove? per dove? Si era curiosi di saperlo; si studiavano
tutti i più sottili stratagemmi per cavare il segreto di bocca ai
nostri ufficiali, che probabilmente non ne sapevano più di noi.
A me venne in mente una luminosa idea. Non chiesi nulla al cavalier
Corte, mio capitano, nè al cavalier Bonadonna mio tenente, nè al conte
di Masino mio sottotenente; me ne andai difilato dal servitore del
colonnello, e a lui chiesi notizie.
— Ordine del quartier generale: — mi rispose Paolo Viglietti. — Si va
al castello di Cosseria.
La posizione non era distante. Dalla balza di Montezemolo si vedeva
nereggiare quel nido d’aquile sopra una vetta a levante, co’ suoi
torrioni massicci, in mezzo a cortine sfondate, ad archi infranti, a
muraglioni rovesciati. Quel medesimo giorno, mentre si stava in vedetta
sull’erta, ascoltando gli strani rumori che venivano dalla parte di
Altare, ci era avvenuto di contemplare a lungo quelle rovine stupende.
Paolo Viglietti, che era nato a Camerano, donde il colonnello suo
padrone traeva il suo titolo feudale, ci aveva raccontata brevemente
la storia della ròcca, come tutti la sapevano allora, in quei paesi
delle Langhe, già vissuti nell’obbedienza dei marchesi del Carretto.
Intorno al Novecento, il castello di Cosseria aveva già sostenuto un
assalto dei Saraceni; quattro secoli più tardi lo aveva occupato Carlo
d’Angiò, nella sua famosa calata in Italia, benedetta da un papa e
maledetta dalla storia. Preso e ripreso, nel secolo decimosesto, dalle
armi di Francia e Spagna, era stato diroccato, nel 1536, per comando
di un commissario imperiale; ma questi, riducendo in un mucchio di
rovine quella bell’opera di architettura militare, non aveva potuto
distruggere in pari tempo la importanza strategica della collina, donde
si comanda alla gola stretta e lunga che dalla Bormida di Pallare mette
alla Bormida di Millesimo, e di là, per la salita di Montezemolo, alle
pianure del Piemonte. Così avvenne che intorno a quelle rovine si
azzuffassero di sovente le soldatesche dei Duchi di Savoia e quelle
della Repubblica di Genova, che sullo scorcio del Seicento se ne
contrastassero il possesso parecchi eserciti, italiani e stranieri, e
che finalmente, nel 1744, se ne impadronissero gli Spagnuoli, mettendo
a contribuzione il paese. Quei poveri abitanti provarono più volte
che non a torto il loro castello si era chiamato da principio _Crux
ferrea_.
Diedi la notizia al mio capitano, come l’avevo ricevuta da Paolo
Viglietti. Ma ero giovane, allora, e non intendevo l’utilità di
occupare una bicocca di quella fatta, piantata sul culmine di una
montagna, dove oramai non dovevano andar più che le capre.
— È naturalissimo, invece; — mi rispose giudiziosamente il bravo
cavalier Corte, al quale avevo manifestati i miei dubbi. — Da
Cosseria, con un pugno d’uomini risoluti, si può contrastare il passo
del Piemonte, per la strada di Ceva. Il generale Beaulieu ne chiude
l’entrata dalla parte di Acqui; noi la chiuderemo da questa. È strano,
anzi, che Cosseria non l’abbiamo occupata prima. Comunque sia, se ci
mandano lassù, è segno che i francesi hanno vinto a Montenotte, o più
su, verso San Giacomo del Settepani.
— Il cannone, — osservai, — si è sentito di là, nella direzione di
Altare.
— Che cosa ti dicevo io? — ripigliò il capitano. — O hanno vinto a
Montenotte, i francesi, e scenderanno presto a Carcare: o si teme che
vincano, ricevendo rinforzi. Ad ogni modo, è bene di coprire la via di
Millesimo. —
Mentre si facevano questi ragionamenti, il capitano fu chiamato per
ordine del colonnello. Ritornò alla compagnia quindici minuti dopo.
— Presto! — diss’egli. — Bisogna mettersi in rango.
— E i viveri, capitano?
— Non ce ne sono. Ma avete ancora un tozzo di pane dell’ultima razione.
Per ora basterà quello; stanotte, poi, si troverà qualche cosa a
Millesimo. —
Anche le altre compagnie facevano i loro preparativi di partenza. Pochi
minuti più tardi, eravamo tutti schierati sulla strada, e il nostro
colonnello venne sulla fronte del battaglione, per animarci con la sua
calda parola.
— Soldati, — incominciò, — anche per noi si apre oggi la nuova campagna
di guerra. Ricordatevi che siete granatieri piemontesi, cioè gente
scelta, e che dovete far meglio di tutti; mi avete capito? Obbeditemi,
ed io vi prometto da cavaliere, che il vostro buon nome sarà mantenuto.
Se davanti al nemico mi vedeste fallire, dare indietro, perdermi
d’animo un solo momento, vi autorizzo fin d’ora a distendermi a terra
con una buona fucilata. Vi dico queste cose col rossore sul volto e
col nodo alla gola, perchè mi vergogno perfino di pensarle. Ma bisogna
preveder tutto, e far patti chiari, poichè si ha da compire insieme il
nostro dovere. Se io, poi, vedrò dare indietro qualcheduno di voi....
ve lo prometto fin d’ora, come è vero Dio, lo ucciderò con le mie
mani. Per la vita e per la morte, dunque. Andiamo contro un esercito
valoroso, e non dobbiamo esser da meno; possiamo e dobbiamo esser
da più. Ci siamo intesi, io spero; ricordate che non voglio fughe
di Pinerolo, io; sono come il Radicati, e mi faccio ammazzare sul
posto. —
Il nostro comandante alludeva ad un fatto doloroso avvenuto due
anni addietro, alla battaglia della Tanarda, nella contea di Nizza.
L’esercito aveva fatto prodigi di valore, e l’artiglieria cagionato
perdite enormi al nemico; ma ad un assalto più furioso degli altri, un
reggimento, quello di Pinerolo, colto da timor pànico inesplicabile
dopo tante ore di fuoco, aveva voltate le spalle, permettendo
ai francesi di penetrare nei trinceramenti piemontesi. Il prode
colonnello, conte Radicati di Passerano, dopo essersi invano adoperato
a trattenere i fuggenti, si era lasciato uccidere al suo posto, per non
sopravvivere all’onta del suo reggimento.
— No, no! — gridammo tutti ad una voce: — Nessuno di noi darà indietro
d’un passo. Ci faremo ammazzare dal primo fino all’ultimo, ma non si
dirà dei granatieri piemontesi che sono scappati davanti al nemico.
— Alla Tanarda, — aggiunse il cavalier Corte, mio capitano, — il
reggimento di Monferrato si è fatto decimare sulla trincea. Se il
general Colli non comandava la ritirata, ci facevamo tagliare a pezzi,
piuttosto che cedere un palmo di terreno.
— Lo so, lo so; — rispose il colonnello. — Vi ho parlato così; perchè
voglio farvi sicuri di me, come io devo esser sicuro di voi. Non so
ancora che cosa faremo, nè quando faremo qualche cosa di grande. Questo
solo è certo, che noi, domani, fronteggeremo il nemico, avremo l’onore
di coprire le posizioni dell’esercito del re; perciò dobbiamo far tutti
il nostro dovere, ed essere un battaglione d’acciaio. Mi avete capito?
Un battaglione di acciaio.
— Viva il re! Viva il colonnello Del Carretto! — furono le grida di
tutto il battaglione.
— In marcia, dunque! — ripigliò il colonnello. — Cavaliere Alberione e
cavalier Corte, le due compagnie di granatieri di Monferrato andranno
in avanguardia. Io seguirò con le due del reggimento della Marina e con
le due del reggimento di Susa. Faremo un piccolo alto a Millesimo, per
vedere di trovar viveri; se non ce ne saranno, vedremo dai contadini
di Cosseria. L’essenziale è di non perder tempo, e di trovarci all’alba
sul posto assegnato. —
Mezz’ora dopo aver ricevuto il comando del quartier generale, il terzo
battaglione di granatieri scendeva dall’erta di Montezemolo. Formavano
l’avanguardia, secondo l’ordine dato dal colonnello, le due compagnie
di Monferrato; seguivano, a breve distanza, le due della Marina; quelle
di Susa chiudevano la marcia.
Si tratta di valorosi, e voi mi perdonerete se mi fermerò un poco,
a ricordare i nomi di tutti i miei superiori e compagni d’armi
d’allora. Quei nomi non li troverete nelle storie, ed è giusto che io
li rammenti, perchè qualcheduno possa registrarli, tramandarli alla
memoria dei posteri. Ecco, dunque: la prima compagnia di Monferrato
aveva per ufficiali, il capitano cavaliere Augusto Alberione, il
luogotenente cavalier Luigi Cavasanti e il sottotenente Fava. La
seconda, quella a cui appartenevo io, aveva il capitano cavalier Corte,
il luogotenente cavalier Buonadonna e il sottotenente conte Masino
di Reaglie. Veniamo ora alle due della Marina. Comandava la prima
il bravo capitano cavalier Giovanni Tibaldè, dei conti di Rolasco,
che aveva per luogotenenti il cavalier Nicolò Galateri e Vincenzo
Gianolio, e per sottotenente il cavalier Carlo Birago, dei marchesi
di Vische. Comandava la seconda il cavalier Vincenzo Lomellini, dei
conti di Cerniago, consanguinei dei Lomellini di Genova, che aveva
per luogotenente il cavalier Carlo Tibaldè, fratello al capitano
sopraddetto, e per sottotenenti i signori Sebastiano Cornaglia e
Giovanni Alberga. Restano le due compagnie del reggimento di Susa.
La prima aveva per comandante il capitano Giovanni Calleri, per
luogotenente il conte Giovanni Ollignani, per sottotenente il signor
Antonio Arrò; la seconda non aveva che il luogotenente Filippo Nerand
e il sottotenente Leonardo Bessano. Il suo comandante, capitano Morozzo
di Bianzè, ottimo soldato, era assente per ragioni di servizio, e a lui
si poteva dire due giorni dopo quel che scrisse Enrico IV ad uno dei
suoi generali, dopo la giornata d’Ivry: «_Pends-toi, brave Crillon: on
s’est battu, et tu n’y étais pas._»
Vi ho detti i nomi degli ufficiali, ed anche, quando li ricordavo,
i nomi di battesimo e i titoli. La forza del battaglione era di
cinquecento quarantotto tra sott’ufficiali e soldati. Aggiungete i
diciannove ufficiali, mettete sopra a tutti il colonnello Del Carretto
e il cavalier Rubin, capitano di stato maggiore, che era stato posto
al suo fianco, e avrete cinquecento sessantanove uomini mandati ad
occupare le rovine di Cosseria, coprire l’esercito del re, difendere la
stretta di Millesimo, ed impedire la marcia del nemico su Ceva. È vero
bensì che li comandava Filippo Del Carretto e che il terzo granatieri
aveva ricevuto allora allora uno stupendo battesimo; si chiamava il
battaglione d’acciaio.