PREFAZIONE

Ecco un libro sbagliato.

E poichè una cortese ma assidua insistenza durata oramai tre anni,

riuscì pure a levarmi di sotto questa prefazione che non scrissi

volontieri, così, per patto espresso, mi serbai il diritto di dire

l'animo mio tutto intero e lo dico.

* * *

Ai lettori (se il libro ne avrà, che non li merita) riuscirà difficile

capire come diavolo possa esser nata una insanità simile a questa; ed

ecco, per quel ch'io so, come avvenne.

Vegetava in Bologna, e può darsi che vi agonizzi ancora, un foglietto

di carta stampata venduto una volta la settimana ai cittadini che non

sanno come sciupare il tempo. S'intitolava «_È permesso?..._» e non

poteva uscire dalla breve cerchia delle mura poichè mordeva solo gli

uomini che dentro alle mura hanno fama, uffici o difetti. Perciò era

scritto o in dialetto o in italiano così fitto d'idiotismi da parere

un peggiorativo del dialetto. Lo dirigeva un certo Cesare Dallanoce,

al cui cognome botanico s'era appiccata l'aggiunta di _Moscata_;

giovane nottambulo, di qualche spirito, con un fisico di cercopiteco

peggiorato, sotto al quale stavano mescolati l'odio e la bontà in un

connubio stravagante. Anzi l'odio era uno e le bontà parecchie; e

segno dell'odio cieco, furibondo, indomabile era il Presidente di

questa Deputazione Provinciale che non gli aveva mai fatto niente;

anzi non gli badava nemmeno. Ma il Moscata era fatto cosi e se la sua

bestia nera avesse fatto più miracoli che non S. Antonio di Padova,

gli avrebbe tolti i meriti ad uno ad uno, mordendolo e lacerandolo

tutti i sabati nel suo foglio di carta.

Tolto questo brutto difetto, che doveva esser vizio di natura

incurabile, era buon diavolo e tutti gli volevano bene. Prestava

volentieri sè stesso e il giornale per opere di beneficenza, non

diceva troppo male del prossimo suo, insomma era simpatico a molti ed

odiato da nessuno.

Aveva avuto la fortuna, fin da principio, di contare tra i

collaboratori «_El sgner Pirein_» il signor Pierino, il cui nome ed il

cui tipo non saranno dimenticati così presto dai bolognesi.

Antonio Fiacchi, bravo e buon giovane di brillante ingegno, aveva

trovato questo esilarantissimo tipo del vecchio petroniano col

cappello bianco a cilindro l'estate, il tabarrino a pipistrello

l'inverno e le scarpe di panno tutta l'annata; il vecchietto

brontolone, credenzone, ricordatore inesausto dei tempi passati,

detrattore dei presenti, ma in fondo ingenuo sino alla balordaggine.

In un altro di questi giornaletti municipali aveva fatto le prime

armi, in un dialetto italianizzato che accresceva comicità al

contenuto di certe lettere che non possono ricordarsi tuttora senza

ridere. Il tipo aveva fatto fortuna ed era quasi assunto alla dignità

di maschera cittadina come il dottor Balanzone; cosicchè in certe

feste carnovalesche, in un villaggio di legno e di cartone che serviva

da fiera, il signor Pierino fu fatto sindaco e sciorinò proclami ed

allocuzioni da non dire. Ma il Fiacchi fu chiamato a Roma e il signor

Pierino tacque.

Il _Moscata_ che aveva buon fiuto, lo cercò pel suo giornaletto, ma il

Fiacchi rispondeva a buona ragione che, fuori dell'ambiente bolognese,

si sentiva disorientato e che temeva di non far nulla di

buono. _Moscata_ insistè e si venne a questo che il signor Pierino

Sbolenfi avrebbe scritto come corrispondente dalla capitale; e così

fu.

Allora il bel tipo ideato dal Fiacchi rivisse in una serie di lettere

datate «dalle rive del Colosseo» che fecero la fortuna del giornale.

L'egregio signor Sbolenfi aveva ingrandito l'allegro campo dell'arte

sua ed oltre alle amene confidenze delle sue tribolazioni famigliari,

ci dava le impressioni romane ricamate sulla tela delle proprie

avventure. E lo vedemmo uscire di non so qual Ministero, autocandidato

al tempo delle elezioni Giolitti, perdere l'impiego e cercarne un

altro per perderlo di nuovo. Lo vedemmo custode dei tempietti

municipali sacri alla Dea Cloacina abbandonarsi a meste riflessioni

sulle miserie umane ed a giudizi comparativi argutissimi sul

giornalismo contemporaneo in relazione ai riti celebrati nel suo

tempietto. Ma poichè le autorità municipali nel tempo del colèra

avevano segretamente ordinato a lui ed ai colleghi una sorveglianza

intima sulla condotta dei cittadini ed egli aveva propalato la cosa

nel giornale, eccolo di nuovo senza impiego ed in cerca di un

altro. Insomma tutto un romanzo comico, pieno di trovate felici, di

festività arguta e qualche volta di velata melanconia.

E il signor Pietro Sbolenfi aveva per moglie la signora Lucrezia e per

figlia la signorina Argia, attrici principali nella stravagante

commedia della sua vita. La grafomania è contagiosa e la signorina

Argia cominciò a mandare al giornale le sue epistole lamentevoli e

pretenziose.

Si voleva, a quel che pare, crear un altro tipo; quello della ragazza

che ebbe una mediocre istruzione e che, inacetita dal celibato, chiama

il pubblico a testimonio delle sue isteriche sofferenze, Il tipo non

era così allegro come l'altro; di più non era nuovo e le

manifestazioni dell'isterismo essendo spesso erotiche, c'era pericolo

di cadere in una triviale pornografia.

E la signorina ci cadde malamente, lunga e distesa.

È ben vero, lo ripeto, che il tipo non si poteva intendere senza

l'erotismo; ma c'è modo e modo. È ben vero che i lettori di un

giornale quasi in dialetto non avrebbero inteso bene una Nuova Eloisa

e che per ottenere l'effetto occorreva sal grosso di cucina, non aromi

delicati; ma resta tuttavia che nulla giustifica il turpiloquio mal

velato sotto gli equivoci grossolani, la scatologia suina che non si

vergogna della sua loia. Ci fu chi torse il naso, ma purtroppo il

pubblico in generale applaudì!

Così l'Argia si mise in piazza, prima, come ho detto, con certe

lettere ridicolose che rifacevano l'ortografia e lo stile paterno, poi

a poco a poco, con certe poesie non meno ridicole di cui son saggio le

prime di questo sbagliato volume.

Unico merito, se pure è tale, è un progressivo levarsi e correggersi,

come di chi, avvistosi dell'errore, cerca di spacciarsi dal brago. Ma

ciò non scusa in modo alcuno la bassezza e la sudiceria sciocca degli

esordi.

A questo modo la poetessa (come si battezzava da sè modestamente)

seguitò a metter fuori le sue fagiolate e il male non sarebbe poi

stato grande se non si fosse pensato a raccoglierle in volume. Ah,

veramente il bisogno di una sporcizia di più, a questi, bei lumi di

luna, non era sentito!

A me pareva impossibile che si potesse giungere a questo; tanto che,

pregato anni sono, di fare la prefazione alla raccolta, dissi di sì,

nella certezza che non se ne sarebbe fatto nulla. I versi erano ancora

pochi e pensavo che fino ad un volume la poetessa non ci sarebbe

arrivata; ed ahimè, ci arrivò!

Ora innamorata dell'Imperatore di Germania che credeva venuto a Roma

per sposar lei, ora intabaccata di un canonicaccio di manica larga,

degno Vescovo di Seboim, la pettegola figliò tanti versi da mettermi

al punto di mantenere la promessa. Non è a dire quante scappatoie

cercai per esimermene, come volli dissuadere, come temporeggiai! Ma

non ci fu verso. La parola era data e, per quanta ripugnanza ci

avessi, dovetti mantenerla. Solo mi riserbai di dire schiettamente

quel che ne penso, non perchè il disapprovare possa valermi di scusa,

ma perchè lo sfogarsi dopo tutto è un sollievo.

* * *

Se frugo nei più intimi ripostigli della mia coscienza, non ci trovo

nulla che mi chiami all'onore degli altari. In quel quarto d'ora di

notorietà cui, come tanti altri, soggiacqui, non fui precisamente

lodato come continuatore delle virtù di S. Luigi Gonzaga o come emulo

di Giuseppe servo di Putifar. Tempi, ahimè, troppo lontani e che

volentieri rivivrei; parole e versi che, potendo, ridirei senza

rimorso e senza rossore; ma tempi, ahimè, troppo lontani!

Dico questo, non per balorda libidine di parlare de' fatti miei, ma

perchè si creda che, disapprovando senza restrizioni queste

scelleraggini, scrivo per convinzione e non per affettazione. Allora

ed oggi mi persuadeva e mi persuade la teoria della immacolatezza

dell'arte, purchè sia arte e sia bella. Venere Anadiomene e Cristo

Crocifisso sono rappresentati ignudi tutti e due e nessuno dei due

nella rappresentazione artistica è immorale. Onorato di Balzac, che

non è poi il primo capitato, nell'_Avant--propos de la Comédie

Humaine_, diceva--«_Le reproche d'immoralité qui n'a jamais failli à

l'écrivain courageux, est d'ailleurs le dernier qui reste à faire

quand on n'a plus rien a dire a un poète. Si vous étes vrai dans vos

peintures, si à force de travaux diurnes et nocturnes vous parvenez à

écrire la langue la plus difficile du monde, on vous jette alors le

mot immoral à la face_»--Solo il brutto è immorale.

È perciò che questa studiata ricerca del brutto, del triviale,

dell'imbecille, mi irrita. Questa non è più arte, è laidezza, è

turpiloquio spregievole; ed ho appunto voluto ricordare il quarto

d'ora di notorietà che ebbi in passato perchè si vegga che la

disapprovazione non viene da bigotta ipocrisia, ma da convinzione

salda intorno alla ragion d'essere dell'arte. E che cosa ha da fare

l'arte con queste cretinerie pediculose che s'intitolano _romanze,

favolette_ etc.? Anzi è bestemmia solo il ricordare il nome santo

dell'arte a questo proposito e il criterio non corrotto del pubblico

italiano condannerà senza dubbio e senz'appello queste stolte

sconcezze all'obbrobrio ed all'oblio che meritano.

Mi duole di dover parlare così acerbamente, ma era, lo sento, mio

stretto dovere.

Più avanti la poetessa (chiamiamola così, poichè lo vuole) lascia lo

sterquilinio in che si compiaceva e si innalza, per quanto glielo

permettono le deboli penne, ad una forma un po' più elevata. C'è per

esempio un «_Inno a Venere_» che, se nel concetto è della più abietta

pornografia, nella esecuzione si può dire più conforme ai canoni della

lirica; ed io, appunto per quel che ho detto di sopra, non lo

disapprovo affatto. Qui si potrà parlare d'arte, ma nella prima parte

del volumetto, no, mai. Tutt'al più ci potremmo rifugiare nella

caricatura, nella rimeria giocosa, negli scherzi più o meno piacevoli,

ma il giudizio, anche il più indulgente, sarà sempre di riprovazione.

La stupidità può muoverci alla compassione, ma l'affettazione, la

caricatura della stupidità, specie se oscena, potrà muoverci al riso

per un momento, ma non mai all'applauso sincero.

Nè vale sfoderare illustri esempi. Ma chi oserebbe parlare del Berni,

del Burchiello od anche dei poeti maccheronici o fidenziani a questo

proposito? Certo, in quei capitoli e in quei sonetti c'è il doppio

senso, l'allusione mal velata, la forma volutamente pedestre: ma il

punto di partenza è proprio diametralmente opposto a quello da cui

parte la nostra poetessa. Il Folengo, per esempio, par che voglia

rifare (almeno nella _Zanitonella_), il contadino che si sforza di

parlare come il cittadino, l'idiota che si sforza di parlar colto. Qui

invece è la persona colta che si sforza di parere abietta. Là c'è uno

che vuoi uscire, come il Vallera della Nencia, dal dialetto e dalla

rusticità e cerca il comico nel tentativo di elevarsi alla dignità

dell'arte; qui, al contrario, abbiamo la ricerca del comico

intervertita, la rappresentazione di una persona colta che, per far

ridere, si abbassa e si infanga in tutti i letamai che trova per via.

Là c'è una caricatura del tentativo di salire, qui del discendere. Là

c'è il pagliaccio che esce dal circo e s'ingegna di far intendere che,

uomo anch'egli, soffre ed ama; qui abbiamo invece la persona per bene

(almeno lo spero!) che s'incanaglia e si fa pagliaccio per far ridere

colle smorfie e le contorsioni del viso infarinato. È perciò che male

si potrebbero addurre gli esempi come scusa, perchè gli esempi non

calzano.

Si può essere di manica larga, vantarsi spregiudicati e sorrider di

tutto; ma in fondo al cuore resta pur sempre qualche cosa che si

rivolta al puzzo ed alla lordura. La ripugnanza pel laido è istintiva

e si vede mal volentieri un'artista, o una che si crede tale, far

getto così sconciamente della propria dignità. Avete visto in qualche

«caffè concerto» di ultima classe certe matrone appassite e verniciate

cantar colle gambe e gesticolare colle natiche? Ne inorridite ancora?

Ebbene, questa della signorina Sbolenfi è letteratura da «caffè

concerto.»!

Dunque, riprovazione piena, intera ed assoluta.

* * *

Ed ora che ho detto per lungo e per largo il parer mio, bisognerà pur

cercare in questo scellerato libercolo, non dirò qualche cosa degna di

lode, che non ce n'è, ma un pretesto per invocare le circostanze

attenuanti. Una prefazione che fosse una stroncatura da capo a fondo

sarebbe una mostruosità. Proviamoci.

Si potrebbe dire intanto che l'autrice ha fatto bene ordinando queste

cose sue in modo che crescano sempre di serietà (!) e di correzione.

Parte dalla insanità cercando di salire alla lirica e in questo

successivo progresso è il filo che lega il volume. Bisogna ricordare

che si tratta di una pettegola semi letterata che va raffinandosi a

poco a poco. Questo almeno pare che sia il concetto generale e, anche

nei volumi di liriche, credo lodevole un legame che costringa le parti

diverse. Sia un mazzo di fiori, sia un fascio di stecchi, un vincolo

ci deve essere, se no, invece di un mazzo o di un fascio, avremo un

mucchio incoerente di spazzatura. M'è sempre piaciuto, anche nelle

raccolte di versi, un romanzo che spieghi tutto. Il Canzoniere del

Petrarca (se non è peccato mortale ricordarlo qui ed a questo

proposito) non è egli dunque un romanzo d'amore? Un concetto unico

circola per le diverse parti, come il sangue nelle membra e vivifica

l'opera nella mente del lettore. Un libro deve essere un organismo.

Ed anche non è da passare senza almeno un segno di benevolo

consentimento sul tentativo di poesia patriottica ed un po'

socialista, che fa capolino in fondo al volumetto. In questi nostri

bellissimi tempi pareva che il patriottismo consistesse tutto nel

prendere la roba altrui. Di qui i disastri eritrei, di qui l'epizoozia

dei commendatori, la quistione morale e i sospetti, confortati da

troppe probabilità, sulla corruttela, la venalità, la disonestà

insomma, di chi doveva esser esempio del contrario. Sottrarre gli

accusati all'istruttoria ed ai giudici costò poco ad una maggioranza

metà di amici, metà di complici, ma è facile capire come questi segni

di decadenza morale fossero dolorosamente sentiti da tutti coloro pei

quali il patriottismo non fu mai una chiave falsa per aprire gli

scrigni pubblici o privati. «Avete fatta l'Italia per mangiarvela»

dissero i clericali, così pronti a profittare delle calamità del loro

paese; egli Italiani, scettici per istinto, rilessero dubitando le

pagine della storia loro e sentirono rimpicciolire in se stessi le

sante idee di patria, di indipendenza e di libertà. Quanto male

abbiano fatto alla coscienza italica gli ultimi scandali, lo dirà

purtroppo l'avvenire: per ora intanto la patria non è più di moda.

Di moda invece vuoi diventare il clericalismo. Chi guadagnò diventa

conservatore e conservatori si dicono e sono tutti gli arrivati. Se,

per fortuna delle idee liberali, la cocciutaggine della decrepitezza

non mantenesse così ampia la fossa che separa l'Italia dal papato,

tutti questi conservatori d'oggi sarebbero papalini domani. Già le

classi abbienti fan l'occhio di triglia alla teocrazia, si offrono e

si danno. Poichè la fiducia nella protezione della Benemerita Arma è

scemata e i timori per la sicurezza della proprietà sono cresciuti,

gli abbienti pensano che la paura dell'inferno può essere utile ed

efficace. Di qui un ritorno interessato alla religione e l'adorazione

nuova di un Dio personale, terribile e punitore. Non è la fede che fa

queste miracolose conversioni, ma il basso, il laido interesse. Se

costoro pensassero di trovare altrove una buona tutela dei beni o

delle cariche, con la stessa facilità sarebbero domani protestanti,

ebrei e magari repubblicani. Per conservare una buona rendita si può

portare anche il berretto rosso.

E così si veggono a poco a poco scomparire i partiti intermedii nella

gran massa dei cittadini. Si riveggono soltanto in Parlamento, poichè

per giungere su quegli scanni, è necessario l'ibridismo. Il deputato

deve essere come il pipistrello che si diceva topo od uccello secondo

il bisogno; deve essere _possibile_ sempre ed atto per indecisione di

lineamenti a qualunque trasformazione. Ma il paese non è così e va

scindendosi in due grandi partiti; il clericale e il socialista.

E sono le due uniche schiere dove ci sia ancora vitalità, abnegazione,

e passione di proselitismo. Tutto il resto è morto od è moribondo.

Guardatevi intorno e dite se questa non è la verità.

Così a poco a poco ciascuno entra in una di queste due parti, secondo

le convinzioni o gli interessi. Gli odiatori del nuovo, i timorosi

dell'avvenire, tornano penitenti a Canossa; gli altri che hanno ancor

fede nel progresso dell'umanità, nella perfettibilità dell'assetto

sociale, fanno un passo innanzi e, socialoidi oggi, saranno socialisti

domani.

E dell'esser andata piuttosto con chi va avanti che con chi retrocede,

volevo tener buon conto all'autrice di queste rime; di quelle, dico,

che chiudono il volume. Tuttavia, siccome questo sarebbe un giudizio

di opinione e non di letteratura, me ne astengo. Ma ho voluto dir

tutto questo anche per notare un altro difetto del libro; quello cioè

di esser formato, nella sua parte men pessima, di rime di occasione,

le quali, come è naturale, colla occasione, sfioriscono. Molti fatti e

molte allusioni domani non saranno più ricordati; alcuni anzi, anche

oggi, sono quasi fuori della nostra memoria. È perciò che questo

libercolo, secondo me, è nato morto, e gli sta bene! Già era meglio

che non nascesse.

Ma quel che sopratutto mi piace nella poetessa, (come si chiama lei) è

l'aver sdegnato i novissimi deliri simbolisti e decadenti, nei quali

pure poteva cascare, tratta com'era dalla smania della stravaganza. Di

questo, senza restrizione alcuna, la lodo.

Oh, i preraffaelisti! Chi ci libererà finalmente da questi nuovi

monaci in veste di artisti, che per libidine di novità, per ricerca di

_posa_, retrocedono sino alle puerilità del Beato Angelico, nell'odio

affettato ed ipocrita della vita vera e della forma plastica? Perchè,

lettori, chinatevi pure, raccogliete i torsoli di cavolo, magari le

pietre e scagliatemi tutto sulla testa, ma lasciatemi dire quel che

sento: il Beato Angelico non lo posso soffrire. Ah, come sono

antipatiche quelle sue Madonne magre allampanate, con gli occhi

inebetiti e le carni verdoline; e quegli angeli col parucchino biondo

bene arricciato, la trombettina alla bocca e il tutto su fondo d'oro!

Bella roba, per Dio, impiastrava questo frataccio, in pieno

Rinascimento! Anche un passo indietro e tornava ai bizantini, vivente

Donatello! Se c'è qualche cosa da ammirare in lui, sono i suoi

ammiratori.

Ed ora, a sentire questi nuovi missionari dell'arte ideale,

bisognerebbe ritornare forse più indietro. La carne è impura per loro

come per gli asceti della Tebaide, e dipingono certe figure anemiche,

sofferenti per stento di pubertà malaticcie, che fanno venir sulle

labbra il motto imperativo stampato su tutti i muri _Bevete il

Ferro-china Bisleri_! Bevetelo e lasciate in pace queste figurine di

uomini senza polpe e di donnine che vedon bianco. Non ci sono solo

angoli al mondo; ci sono anche le curve.

È certo che lo studio e la riproduzione del mondo esterno come è,

costano più fatica che non l'operare secondo una formola od una

maniera. Non è così difficile il buttar giù una di queste faccine

insipide e di madreperla, come il mettere il sangue e la vita in un

viso di carne sana come fecero il Correggio e il Tiziano; e sia. Ma

perchè mascherare l'impotenza colle teorie e tornare indietro e non

confessare piuttosto che manca la forza per andare avanti? Ah no,

mangiate carne o ricorrete magari a tutti i ricostituenti, a tutti gli

intrugli farmaceutici più corroborativi, ma non dipingete più

fantasime e burattini!

E come sono noiose le sciarade del simbolismo! Pensare che ci sono dei

superuomini che invidiano gli allori di Oscar Wilde; pensare che tutto

questo è un regresso, un ritorno al Medio Evo, proprio quando sta per

cominciare il secolo ventesimo! Ma dunque sarà proprio vero che

l'intero genere umano sia malato di nervi, poichè in tutti questi

libri non si trovano che squilibrati e mattoidi? Non ci sono più donne

sane in terra che da ogni pagina vaporano le aure dell'isterismo? È

possibile che non si trovi più un cuore buono, un cervello

equilibrato, un utero normale? L'epilessia e l'allucinazione sono

dunque la regola e la sanità l'eccezione?

Se i disturbi dell'innervazione sono così generali, come sembra a

questa letteratura psicopatica, non sarebbe egli più utile

raccomandare ai sofferenti, non la morfina, ma le docciature e la

bicicletta? Se l'esaurimento nervoso è il male che affligge la

presenti generazioni, non sarebbe meglio leggere l'Ariosto all'aria

aperta, piuttosto che inghiottire l'Ibsen nell'afa del teatro? Ma no;

l'Ariosto non è più di moda e l'aria aperta sciupa il candore della

pelle clorotica; e così sia!

Anche la signorina Sbolenfi è isterica, e come! Ma essa sorride della

propria imperfezione e la mette in caricatura, per finire il volume,

se non perfettamente risanata, almeno convalescente. E di questo

ritorno a lodarla, perchè è troppo facile, in tempi di contagio,

ammalare come il prossimo.

* * *

Ed ora che ho detto il bene e il male, depongo volentieri, anzi con

gioia, la penna che non avrei preso in mano se una promessa non mi ci

avesse costretto. Abbandono il libro al disprezzo dei virtuosi ed alle

risate di quegli altri, lieto, in quanto a me, di aver imparato

questo; che non bisogna prometter mai prefazioni e tanto meno farne.

Rime di Argia Sbolenfi con prefazione di Lorenzo Stecchetti · 第 3 / 142 题