Il giovine così imbacuccato nel suo cappellone, sempre appoggiato al
braccio dell’officiale, sempre asciugantesi la fronte e le labbra col
suo fazzoletto, quel giovine in un canto del Buitenhof, incastrato
nel vano di un arco di una bottega chiusa, solo riguardava immobile
lo spettacolo che davagli quel furioso popolaccio, e che pareva
avvicinarsi al suo svolgimento.
— Oh! disse all’officiale, io credo che abbiate ragione, o Van Deken, e
che l’ordine firmato dai signori deputati, sia un vero ordine di morte
di Cornelio. Sentite il popolo? Non ne vuol più sapere dei signori de
Witt.
— In verità, rispose l’officiale, di clamori simili non ne ho mai
sentiti.
— Bisogna credere che abbiano trovato la prigione di quel nostro uomo.
Oh! guardate; non è quella la finestra della stanza, dov’è stato chiuso
Cornelio?
Difatti un uomo abbrancava e scuoteva violentemente le sbarre di ferro
che chiudevano la finestra del carcere di Cornelio, il quale egli aveva
abbandonato dieci minuti innanzi.
— Urà! urà! gridò quell’uomo; non ci sta più!
— Come, non ci sta più? domandarono dalla strada coloro che giunti gli
ultimi non erano potuti entrare, tanto era affollata la prigione.
— No, no, ripeteva quell’uomo furioso, non ci sta più; si vede che se
l’è svignata.
— Che cosa dice quell’uomo? domandò impallidendo Sua Altezza.
— Oh! mio signore, ei dà una nuova che sarebbe bene avventurosa, se
fosse vera.
— Sì, senza dubbio, sarebbe una nuova bene avventurosa, se fosse vera,
disse il giovine; disgraziatamente non può esserlo.
— Frattanto vedete.... disse l’officiale.
Difatti altri visi arrabbiati e contraffatti dalla collera mostravansi
alla finestra, gridando:
— Salvo! fuggito! gli è stato tenuto di mano.
Il popolo rimasto nella strada ripeteva con spaventevoli imprecazioni:
— Salvati! fuggiti! Perseguitiamoli, raggiungiamoli!
— Mio signore, pare che realmente Cornelio di Witt siasi salvato, disse
l’officiale.
— Sì, forse dalla carcere, rispose colui, ma non dalla città; voi
vedrete, o Van Deken, che il pover’uomo troverà chiusa la porta, che
crederà trovare aperta.
— Dunque, o mio signore, è già stato dato l’ordine di chiudere le porte?
— No, io non lo credo; chi avrebbe dato tale ordine?
— Ebbene! chi ve lo fa supporre?...
— Sonvi delle fatalità, rispose sbadatamente l’Altezza, e i più grandi
uomini sono spesso caduti vittime di cotali fatalità.
L’officiale sentì corrersi a quelle parole un brivido per tutta
la persona, perchè comprese che in una maniera o in un’altra, il
prigioniero era spacciato.
In quel momento i ruggiti della folla scoppiavano come un tuono, perchè
erasi accertato che Cornelio de Witt non era più in carcere.
Di fatti Cornelio e Giovanni, dopo aver costeggiato il vivaio, avevano
presa la grande strada, che conduce al Tol-Hek, raccomandandosi al
cocchiere che rallentasse il passo dei suoi cavalli per non isvegliar
sospetti nel loro passaggio.
Ma giunto a mezzo della via, quando vide da lontano il cancello,
quando pensò che lasciavasi indietro la prigione e la morte e che aveva
innanzi la vita e la libertà, il cocchiere lasciò ogni precauzione e si
mise al galoppo. Tutto a un tratto arrestossi.
— Che c’è? domandò Giovanni mettendo fuori della portiera la testa.
— Oh! esclamò il cocchiere, c’è....
Il terrore gli soffocò la parola.
— Via, finisci, disse il gran Pensionario.
— C’è che il cancello è chiuso.
— Come! il cancello è chiuso? Cosa insolita che stia chiuso di giorno.
— Lo veda da sè.
Giovanni de Witt si spenzolò dalla carrozza, e vide difatti il cancello
chiuso.
— Seguita, disse Giovanni, ho meco il contrordine, e il portiere ci
aprirà.
La carrozza riprese la sua corsa, ma si vedeva bene che il cocchiere
non sferzava più i suoi cavalli con la medesima confidenza.
Al momento che avea messo fuori della portiera la testa, Giovanni de
Witt fu visto e riconosciuto da un birraio, che in assenza dei suoi
compagni chiuse in tutta fretta la bottega per andare a raggiungerli
sul Buitenhof.
Egli cacciò un grido di sorpresa e corse dietro ad altri due uomini che
correvano innanzi a lui. Dopo dugento passi li raggiunse e parlò loro;
tutti e tre si fermarono, guardando la carrozza che si allontanava, ma
tuttora non ben certi di chi racchiudesse.
La carrozza intanto arrivava al Tol-Hek.
— Aprite, gridò il cocchiere.
— Aprire, disse il portiere comparendo sulla soglia di casa, aprire, e
con che?
— Con la chiave, per.... rispose il cocchiere.
— Sì, con la chiave; ma bisognerebbe averla.
— Come! domandò il cocchiere, non avete la chiave della porta?
— No.
— Che ne avete fatta?
— Madonna! mi è stata presa.
— Da chi?
— Da qualcuno che probabilmente gl’importava che nessuno escisse di
città.
— Amico mio, disse il gran Pensionario, mettendo fuori la testa e
risicando tutto per tutto, amico mio, gli è per me e per mio fratello
Cornelio che conduco in esilio.
— Oh! signor de Witt, mi dispiace, disse il portiere precipitandosi
verso la carrozza, ma sul mio onore, la chiave mi è stata levata.
— Quando?
— Stamattina.
— Da chi?
— Da un giovine di ventidue anni, pallido e magro.
— E perchè glie l’avete consegnata?
— Perchè aveva un ordine firmato e sigillato.
— Da chi?
— Dai signori del palazzo comunale.
— Or su, disse tranquillamente Cornelio, si vede molto chiaro che siamo
spacciati.
— Sai, se la medesima precauzione sia stata presa dappertutto?
— Non lo so.
— Tira via, disse Giovanni al cocchiere, Dio comanda all’uomo che
faccia di tutto per conservare la vita; affrettati a un’altra porta.
Nel mentre che il cocchiere faceva voltare la carrozza:
— Grazie della tua buona volontà, amico mio, disse Giovanni al
portiere; l’intenzione vale quanto il fatto; tu avevi l’intenzione di
salvarci, e agli occhi del Signore gli è come ti fosse riescito.
— Ah! disse il portiere, vedete laggiù?
— Passa di galoppo a traverso di quel gruppo, gridò Giovanni al
cocchiere, e prendi la strada a sinistra; è la sola speranza.
Il gruppo, di cui intendeva parlare Giovanni, erasi formato intorno
ai tre uomini, che abbiamo veduto seguir con gli occhi la carrozza, e
che nel tempo che Giovanni parlamentò col portiere, eransi seco loro
riuniti in numero di sette o otto.
Que’ nuovi sopraggiunti avevano evidentemente intenzioni ostili
sul conto della carrozza; cosicchè vedendola venire di gran galoppo
incontro a loro, si sfilarono a traverso la strada, agitando i bastoni,
di cui erano armati e gridando:
— Ferma! ferma!
Dal suo canto il cocchiere chinato su i malti sferzavali a tutta possa,
talchè carrozza e uomini vennero a urtarsi tra loro.
I fratelli de Witt, chiusi nella carrozza non potevano nulla vedere;
ma sentirono inciampare i cavalli, e poi una violenta scossa. Vi fu un
momento di resistenza e di sussulto in tutto il legno in corsa, che
riprese la sua andata passando sopra a qualche cosa di rotondo e di
pieghevole somigliante a corpo d’uomo rovesciato; e che allontanavasi
in mezzo alle bestemmie.
— Oh! disse Cornelio, temo non si sia fatto un qualche male.
— Al galoppo! al galoppo! gridò Giovanni.
Ma malgrado quest’ordine il cocchiere ad un tratto fermossi.
— Ebbene? domandò Giovanni.
— Vedete? disse il cocchiere.
Giovanni guardò. Tutto il popolo del Buitenhof appariva alla estremità
della strada, che doveva seguire la carrozza, e avanzavasi urlante e
fremente come un oragano.
— Ferma e salvati, disse Giovanni al cocchiere; è inutile voler
proseguire; noi siamo perduti!
— Eccoli! eccoli! ripeterono mille voci.
— Sì, eccoli, i traditori! gli omicidii! gli assassini! rispondevano a
questi quelli che rimasti dietro alla carrozza, la seguivano, portando
sulle braccia il corpo pestato di uno dei compagni, il quale avendo
voluto avventarsi al morso dei cavalli, era stato da loro rovesciato.
I due fratelli aveano sentito l’intoppo e la scossa della carrozza,
passando sopra costui.
Il cocchiere fermossi, ma per quante istanze gli facesse il padrone,
non volle salvarsi. In un momento la carrozza rimase in mezzo a quelli
che la seguivano e a quelli che venivanle incontro; sicchè in mezzo a
quella folla agitata trovossi in un istante come un’isola ondeggiante.
Ad un tratto l’isola ondeggiante si arrestò. Un maresciallo percosse
di un colpo di mazza uno dei due cavalli, il quale cadde sul colpo. In
quel momento dall’imposta d’una finestra semiaperta comparve il viso
e gli occhi foschi del giovine, i quali fissavansi sullo spettacolo
che andava preparandosi. Dietro a lui vedevasi la testa dell’officiale
quasi pallido come il compagno.
— Oh! Dio! o Dio! mio signore, che succederà mai? mormorò l’officiale.
— Certamente qualche cosa tremenda, rispose colui.
— Oh! vedete, mio signore, strappano dalla carrozza il gran
Pensionario, lo percuotono, lo sbranano.
— In verità, bisogna bene che quella gente sia forte indignata,
replicò il giovane con la medesima impassibilità che aveva finallora
conservata.
— Ed ecco Cornelio tirato fuori della carrozza già tutto pesto, già
tutto stronco dalla tortura. Oh! guardate! guardate!
— Sì, è lui.
L’officiale mandò un grido doloroso, e volse lo sguardo.
Sull’ultimo gradino del montatoio, primachè avesse toccato terra, il
_ruward_ riceveva un colpo di una spranga di ferro, il quale aveali
spaccato la testa. Rialzossi nonostante per poi ricadere.
Quindi alcuni uomini prendendolo pe’ piedi tiravanlo tra la folla, in
mezzo a cui segnava una traccia sanguinosa, che veniva chiusa dalla
moltitudine baccante di gioia feroce.
Il giovine divenne anco più pallido, cosa che si sarebbe creduto
impossibile, e il suo occhio velossi un istante sotto la sua
palpebra. L’officiale vide quel moto di pietà, il primo che il suo
severo compagno si fosse lasciato sfuggire; e volendo profittare di
quell’ammollimento dell’anima:
— Venite, venite, mio signore, diss’egli, altrimenti assassinano ancora
il gran Pensionario.
Ma il giovine aveva già riaperto gli occhi:
— In verità, disse, questo popolo è implacabile. Non v’è da guadagnare
a tradirlo.
— Mio signore, disse l’officiale, ma non si potrebbe salvare quel
pover’uomo che ha educato l’Altezza Vostra? Se v’ha un mezzo, ditelo; e
vi dovessi perdere la vita....
Guglielmo d’Orange, che era lui, increspò la fronte in modo sinistro,
estinse il fosco lampo del suo furore che scintillava sulla sua
palpebra e rispose:
— Colonnello Van Deken, andate, vi prego, a raggiungere le mie truppe,
affinchè prendano le armi ad ogni evento.
— Ma che debbo dunque lasciarvi qui solo in mano di questi assassini?
— Non vi prendete cura di me più di quello che io non me ne prenda,
replicò seccamente il principe. Andate.
L’officiale partì con una rapidità, che più che l’obbedienza, mostrava
la gioia di non assistere all’odioso assassinio dell’altro fratello.
Non aveva egli ancora chiuso l’uscio della stanza che Giovanni il quale
con un ultimo sforzo aveva guadagnato lo scaglione di una casa posta
quasi dirimpetto a quella, dov’era nascosto il suo allievo, accennò
cadere sotto le percosse, che avventavanglisi da tutti i lati, dicendo:
— Mio fratello! dov’è mio fratello?
Uno di quei furibondi con un pugno fecegli saltare di testa il
cappello. Un altro mostravagli il sangue di cui aveva imbrattate le
mani; un terzo dopo avere sventrato Cornelio accorreva per non perdere
l’occasione di fare altrettanto al gran Pensionario, intantochè
strascinavasi alla forca il cadavere di quello che era già morto.
Giovanni gemè dolorosamente, e si copri gli occhi con le mani.
— Ah! tu chiudi gli occhi, disse un soldato della guardia paesana;
ebbene, te li voglio cavar’io!
E lo percosse nel viso con un colpo di picca, per cui spicciò il sangue.
— Fratello mio! esclamò il de Witt cercando di vedere ciò che fosse
accaduto di Cornelio, a traverso alli spilli di sangue che accecavanlo:
fratello mio!
— Va’ a raggiungerlo! urlò un altro assassino, appoggiandogli il
moschetto alla tempia, e scattando al grilletto. Ma il colpo non partì.
Allora l’omicida prendendo l’arme per la canna a due mani, percosse col
calcio Giovanni de Witt, che barcollò e cadde ai suoi piedi.
Ma con uno sforzo supremo rialzossi:
— Fratello mio! gridò con voce talmente lamentevole, che il giovine
chiuse l’imposta.
D’altronde restava poco più a vedersi, perchè un terzo assassino
per finirla scaricogli un colpo di pistola, che questa volta prese,
e fecegli saltare il cranio. Giovanni de Witt cadde per non più
rialzarsi.
Allora ognuno di quei miserabili fatti arditi della sua caduta scaricò
la sua arme sopra quel cadavere; ognuno volle dargli un colpo di
mazza, di spada o di coltello; ciascuno volle la sua goccia di sangue,
ciascuno un brano del suo vestito.
Poi, quando ambedue furono morti affatto, sbranati, spogliati, il
popolaccio strascinolli nudi e sanguinanti a una forca improvvisata,
dove furono sospesi pei piedi da carnefici dilettanti.
Allora arrivarono i più vigliacchi che, non avendo ardito colpire la
carne viva, spezzettarono la carne morta; e poi andarono a vendere per
la città quei piccoli pezzetti di Giovanni e di Cornelio a dieci soldi
l’uno.
Noi non possiamo affermare se a traverso la fessura della imposta il
giovine vedesse la fine di questa terribile scena; ma nel tempo stesso
che appendevansi alla forca i due martiri, egli traversava la folla
ormai troppo occupata della gioiosa bisogna ch’ella andava a compire
per occuparsi di lui; e guadagnava il Tol-Hek sempre serrato.
— Ah! signore, esclamò il portiere, che mi riportate la chiave?
— Sì, mio amico, eccola, rispose il giovine.
— Oh! gli è una gran disgrazia, che non me l’abbiate riportata una
mezza ora prima, il portiere soggiunse sospirando.
— E perchè? domandò il giovine.
— Perchè avrei potuto aprire ai signori de Witt, i quali avendo trovata
la porta chiusa, sono stati obbligati a tornare indietro, per cui sono
caduti in mezzo di quelli che perseguitavanli.
— La porta! la porta! gridò una voce che sembrava quella di un uomo che
avesse furia.
Il principe si volse e trovossi innanzi il colonnello Van Deken.
— Siete voi colonnello? diss’egli. Non siete ancor fuori di città? È un
servirmi adagio.
— Mio signore, rispose il colonnello, ecco la terza porta a cui mi sono
presentato, avendo trovate le altre chiuse.
— Ebbene! questo bravuomo ci sta aprendo questa.... Apri, amico, disse
il principe al portiere, il quale era restato a bocca aperta sentendo
il titolo di _mio Signore_, che dava il colonnello Van Deken a quel
giovine pallido, a cui egli aveva parlato con tanta familiarità. Talchè
per riparare al suo errore, affrettossi ad aprire il Tol-Hek, che
spalancossi cigolando sopra i suoi gangheri.
— Mio signore, vuol profittare del mio cavallo? domandò il colonnello a
Guglielmo.
— Grazie colonnello; a qualche passo di qui deve aspettarmi una
cavalcatura.
E prendendo un fischietto d’oro dalla sua tasca, cavò da quello
strumento, che a quell’epoca serviva per chiamare i domestici, un
sibilo acuto e prolungato, al cui echeggiare accorse uno scudiero a
cavallo, tenendo un altro cavallo a mano.
Guglielmo saltò in sella senza servirsi della staffa, e spronando
guadagnò la strada di Leyda. Giuntovi si rivolse indietro; ma il
colonnello seguivalo a rispettosa distanza. Allora il principe gli fece
segno che venisse seco del paro.
— Sapete voi, disse senza fermarsi, che quelle buone lame dopo avere
ucciso Cornelio hanno anche massacrato Giovanni de Witt?
— Ah! mio signore, disse tristamente il colonnello, amerei meglio per
voi che restassero ancora a superare que’ due intoppi per essere voi di
fatto Statolder di Olanda.
— Certo, sarebbe stato meglio che il successo non fosse successo; ma
alla fine dei conti quel che è fatto è fatto, e noi non ne siamo la
causa. Sproniamo presto, o colonnello, per arrivare a Alphen prima del
messaggio che certamente li Stati m’invieranno al campo.
Il colonnello piegò il capo, lasciò passare avanti il suo principe e
prese il posto che teneva prima che gli avesse diretto la parola.
— Ah! mi pare mill’anni, mormorò malignamente Guglielmo d’Orange,
aggrottando le ciglia, serrando le labbra, e ficcando li sproni nel
ventre al cavallo, mi par mill’anni di vedere la figura, che farà
Luigi[1] il Sole, quando accerterassi di qual maniera sono stati
trattati i suoi buoni amici de Witt! Oh! sole, sole, io mi chiamo
Guglielmo il Taciturno; sole, guarda a’ tuoi raggi!
E corse veloce sopra il suo buon cavallo quel giovine principe accanito
rivale del gran re, quello Statolder sì poco solido la vigilia ancora
nella sua potenza novella, ma che i paesani dell’Aya aveangli fatto un
montatoio coi cadaveri di Giovanni e di Cornelio, due nobili principi
tanto rimpetto agli uomini che a Dio.
V
L’amatore dei Tulipani e il suo vicino.
Intanto, mentrechè i paesani dell’Aya mettevano in pezzi i cadaveri
di Giovanni e di Cornelio, mentrechè Guglielmo d’Orange dopo essersi
assicurato che i suoi due antagonisti erano per certo morti, galoppava
sulla strada di Leyda seguito dal colonnello Van Deken, che egli
trovava un poco troppo compassionevole per continuargli la confidenza
di cui avealo onorato fin allora: Craeke servo fedele montato dal suo
canto sopra un buon cavallo e ben longi dal sospettare i terribili
avvenimenti che erano accaduti dopo la sua partenza, correva sugli
argini fiancheggiati di alberi finchè non fu fuori della città e dei
villaggi vicini.
Una volta in sicuro per suscitare sospetti lasciò il suo cavallo in
una stalla e continuò tranquillamente il suo viaggio in barchetta, che
lo menò a Dordrecht, passando destramente per le scorciatoie di quei
bracci sinuosi del fiume, i quali stringono accarezzando con umido
amplesso quelle isolette graziose fiancheggiate di salci, di giunchi
e d’erbe fiorite, le quali pascola a suo bell’agio il grasso armento
rilucente ai raggi del sole.
Craeke riconobbe da lungi Dordrecht, città ridente al piè della sua
collina seminata di molini; vide le belle case rosse a strisce bianche,
bagnanti nell’acqua i loro piedi di mattoni e facenti sventolare
dai balconi aperti sul fiume i loro tappeti di seta con fiori d’oro
a rilievo, meraviglie indiane e chinesi, e presso la gran linea dei
tappeti le reti permanenti per prendere le anguille voraci che attirano
intorno alle abitazioni le giornaliere immondezze che le cuoche gettano
nell’acqua dalle finestre.
Craeke dal ponte della barca a traverso a tutti quei molini ad ali
giranti, scorgeva al declive del poggio la casa bianca o rossa scopo
della sua missione. Ella nascondeva i comignoli del suo tetto tra’
fogliami giallastri di una siepe di pioppi, e spiccava dal fondo
scuro, che facevale un bosco d’olmi giganteschi. Ell’era situata di
tal maniera, che il sole piombando su lei come in un imbuto, vi veniva
a prosciugare, intiepidire e fecondare anche l’ultima guazza, che la
barriera di verdura non poteva impedire che mattina e sera non ve la
portasse il venticello del fiume.
Sbarcato in mezzo all’ordinario andirivieni della città, Craeke si
diresse prontamente verso la casa, della quale andiamo a presentare ai
nostri lettori una indispensabile descrizione.
Bianca, netta, rilucente, più propriamente lavata, più diligentemente
incerata nei quartieri nascosti, che in quelli aperti, questa casa
racchiudeva un mortale felice.
Quel mortale felice, _rara avis_ (la Fenice) come dice Giovenale, era
il dottore Van Baerle battezzato di Cornelio. Egli abitava la casa da
noi descritta fino dalla sua infanzia; perchè era la casa natale di suo
padre e del suo nonno, antichi nobili mercanti della nobile città di
Dordrecht.
Van Baerle padre aveva ammassato nel commercio delle Indie tre o
quattro cento mila franchi, che Van Baerle figlio aveva trovati tutti
nuovi nel 1668 alla morte de’ suoi buoni e cari parenti, benchè quei
fiorini non fossero tutti dello stesso millesimo, gli uni del 1640,
gli altri del 1610; il che provavano che v’erano fiorini del padre e
del nonno Van Baerle. Questi quattrocento mila fiorini, ci affrettiamo
a dirlo, non erano che la borsa, il denaro di tasca di Cornelius Van
Baerle, eroe di questa storia, chè le sue proprietà della provincia
davangli un’entrata di circa diecimila fiorini.
Allorchè il degno cittadino padre di Cornelio era per passare dalla
vita alla morte, tre mesi dopo i funerali di sua moglie, che sembrava
essere partita la prima per rendergli facile il cammino della morte,
com’ella aveagli reso facile il cammino della vita, egli aveva detto a
suo figlio, abbracciandolo per l’ultima volta:
— Bevi, mangia e spendi, se vuoi vivere realmente, perchè non è vivere
lavorare tutto il giorno sopra una seggiola di legno o sopra una
poltrona di pelle in un laboratorio o in un magazzino. Tu morrai la tua
volta, e se tu non hai la fortuna di non avere un figliuolo lascerai
estinguere il nostro nome, e i miei fiorini ammassati troverannosi ad
avere un padrone sconosciuto, que’ fiorini nuovi che nessuno ha mai
contati fuorchè mio padre, io e il monetiere. Soprattutto non imitare
il tuo padrino Cornelio de Witt, che si è gettato nella politica, la
più ingrata delle carriere, e che certamente finirà male.
Poi morì quel degno Van Baerle, lasciando tutto desolato il suo figlio
Cornelio, il quale amava pochissimo i fiorini, e moltissimo suo padre.
Cornelio restò dunque solo nella gran casa.
Invano il suo compare Cornelio gli offerse impiegarlo in servigi
pubblici; invano volle fargli gustare la gloria, quando Cornelio per
obbedire al suo padrino si imbarcò con il de Ruyter sul vascello _le
Sette Province_, il quale comandava a cento trentanove bastimenti, coi
quali l’illustre ammiraglio andava solo a bilanciare la fortuna di
Francia e d’Inghilterra riunite. Allorchè condotto dal pilota Lèger
giunse a un tiro di moschetto dal vascello _il Principe_, sul quale
trovavasi il duca di York fratello del re d’Inghilterra; allorchè
l’attacco di Ruyter suo principale fu sì fiero e sì abile, che il duca
d’York vedendo il suo bastimento vicino all’arrembaggio, ebbe appena
il tempo di salire a bordo del _S. Michele_; allorchè ebbe visto il
_S. Michele_ conquassato, traforato dalle palle olandesi, escire di
combattimento; allorchè ebbe visto saltare in aria un vascello, _il
Conte di Sanwick_, e perire tra i flutti o nel fuoco quattrocento
marinari; allorchè ebbe visto che dopo tutto questo, dopo aver messo in
pezzi venti bastimenti, dopo tre mila morti, dopo cinque mila feriti,
rimase indecisa da una parte e dall’altra, che ciascuno attribuivasi,
la vittoria, che bisognava ricominciare, e che solamente un nome di
più, la battaglia di Southwood-Bay, erasi aggiunto al catalogo delle
battaglie; quando egli ebbe calcolato quello che perda di tempo,
ammazzandosi gli occhi e gli orecchi un uomo che voglia riflettere
nel momento che i suoi simili si cannoneggiano tra loro: Cornelio
disse addio a Ruyter, al _ruward_ di Pulten e alla gloria, baciò le
ginocchia del gran Pensionario, ch’egli aveva in profonda venerazione,
e rientrato nella sua casa di Dordrecht, ricco del suo riacquistato
riposo, de’ suoi ventotto anni, di una salute di ferro, di una vista
acuta, e più che dei suoi quattro cento mila fiorini e de’ suoi
dieci mila fiorini di rendita, ricco della convinzione che un uomo ha
ricevuto dal cielo tanto per essere felice, molto per non esserlo.
In conseguenza per farsi una felicità a suo modo Cornelio si mise a
studiare i vegetabili e gli insetti, raccolse e classò tutta la flora
delle isole, appuntò tutta l’entomologia della provincia, sulla quale
compose un trattato manoscritto con tavole disegnate di sua mano, e
finalmente non sapendo più cosa farsi del suo tempo e soprattutto del
suo danaro, che andavasi accrescendo smisuratamente, si mise a cercare
tra tutte le follie del suo paese e dell’epoca sua una delle più
eleganti e delle più cortesi. Egli amò i Tulipani.
Era il tempo, come ognun sa, in cui i Fiamminghi e i Portoghesi,
invidiandosi tal genere d’orticoltura, erano arrivati a divinizzare
il Tulipano e a fare di questo fiore venuto dall’Oriente ciò che mai
nessun naturalista aveva osato fare della razza umana per paura di non
dare gelosia a Dio.
Ben presto da Dordrecht a Mons non si parlava d’altro che dei tulipani
del _mynheer_ Van Baerle, e le sue tavole, i suoi irrigatorii, le sue
stanze da prosciugare, le sue carte di cipollette furono visitate come
una volta le gallerie e le biblioteche di Alessandria dagli illustri
viaggiatori romani.
Van Baerle cominciò per spendere le sue rendite annuali a stabilire
la sua collezione, poi ad intaccare i suoi fiorini nuovi per
perfezionarla. Però la sua fatica fu ricompensata da un resultato
magnifico: ne trovò cinque specie differenti, che nominò la _Giovanna_
dal nome di sua madre, la _Baerl_ dal nome di suo padre, la _Cornelia_
dal nome del suo compare; gli altri nomi ci sfuggono, ma gli amatori li
possono ritrovare con tutta sicurezza nei cataloghi del tempo.
Nel 1672 al principio dell’anno Cornelio de Witt venne a Dordrecht per
starvi tre mesi nella sua antica casa di famiglia; perchè si sa che non
solo Cornelio era nativo di Dordrecht ma che la famiglia dei Witt era
originaria di quella città.
Cornelio cominciava allora, come diceva Guglielmo d’Orange, a godere
della più perfetta impopolarità; tuttavia per i suoi concittadini, i
buoni abitanti di Dordrecht, e’ non era ancora uno scellerato da forca,
e quantunque poco soddisfatti del suo repubblicanismo un poco troppo
puro, ma fieri del suo valor personale, vollero offrirgli il vino della
città alla sua entrata.
Dopo aver ringraziati i suoi concittadini, Cornelio andò a rivedere
la sua vecchia casa paterna e ordinò qualche acconcime prima che la
signora de Witt sua moglie vi si venisse a stabilire co’ suoi bambini.
Poi il _ruward_ si diresse verso la casa del suo figlioccio, che forse
era il solo a Dordrecht che ignorasse ancora la presenza del de Witt
nella sua città natale.
Quanto Cornelio de Witt aveva sollevato invidia maneggiando il mal
seme che chiamasi passione politica, tanto Van Baerle aveva accumulato
simpatie, trascurando completamente la coltura della politica, assorto
come gli era nella cultura dei suoi tulipani.
Però Van Baerle era prediletto da’ suoi domestici e da’ suoi operanti;
talchè egli non poteva supporre che esistesse al mondo un uomo che
volesse male a un altr’uomo.
E nulladimanco sia detto a vergogna della umanità, Cornelio Van Baerle
aveva senza saperlo un nemico ben altrimenti inferocito, ben altrimenti
arrabbiato, ben altrimenti irreconciliabile che fino allora non ne
avessero avuti il _ruward_ e il suo fratello tra gli orangisti i più
ostili a quell’ammirabile fratellevolezza, che senza nube durante la
vita prolungavasi per attaccamento al di là della morte.
Quando Cornelio cominciò a addarsi ai tulipani e vi gettò le sue
rendite annuali e i fiorini d’oro di suo padre, eravi a Dordrecht,
dimorando nella casa accanto, un certo paesano nominato Isacco Boxtel;
che dal giorno che aveva cominciato ad avere il lume della ragione,
aveva seguito la medesima inclinazione e andava in deliquio al solo
sentire la parola _tulban_, che a quanto ci assicura il _Fiorista
francese_ che è quanto dire lo storiografo il più sapiente di questo
fiore, è la prima parola che nel linguaggio dei Cordeglieri ha servito
a designare quel capo d’opera della creazione che si chiama tulipano.
Boxtel non aveva la fortuna d’esser ricco come Van Baerle; erasi dunque
fatto a grande stento e a forza di cure e di pazienza nella sua casa di
Dordrecht un giardino comodo alla coltura; avea manipolato il terreno
secondo le prescrizioni volute e dato a’ suoi postimi precisamente
tanto calore e frescura quanta ne prescrive il codice dei giardinieri.
Isacco sapeva quasi appuntino la temperatura delle sue cassette;
sapeva il peso del vento e lo cribrava in maniera da bilanciarlo giusto
giusto allo stelo de’ suoi fiori; talchè i suoi prodotti cominciavano
a piacere; ed erano belli e ricercati. Molti amatori erano venuti a
visitare i tulipani di Boxtel, che alla fine aveva lanciato nel mondo
dei Linnei e dei Tournefort un tulipano col suo nome. Questo tulipano
aveva viaggiato, traversata la Francia, entrando in Ispagna era
penetrato in Portogallo, dove il re don Alfonso VI il quale, cacciato
da Lisbona erasi ritirato nell’isola di Terzeira, ove divertivasi non
già come il gran Condè ad annaffiare aglietti, ma a coltivare tulipani,
aveva detto «NON C’È MALE» osservando il suddetto _Boxtel_.
Tutto ad un tratto in seguito di tutti li studi ai quali erasi
dedicato, la passione del tulipano avendo invaso Cornelio Van Baerle,
lo fece risolvere a modificare la casa di Dordrecht che, come abbiamo
detto, era vicina a quella di Boxtel, e fece alzare di un piano un
certo fabbricato d’in sulla corte, che con la elevazione tolse un mezzo
grado circa di calore e in iscambio rese un mezzo grado di freddo al
giardino di Boxtel, senza contare che diminuivagli la ventilazione,
sconcertava tutti i calcoli e tutta l’economia orticola del suo vicino.
Postutto non era questo il solo malanno agli occhi del vicino Boxtel.
Van Baerle non era che un pittore, quanto dire una specie di pazzo,
che cerca di riprodurre sulla tela, sfigurandole, le meraviglie della
natura. Il pittore faceva alzare di un piano il suo laboratorio per
aver luce migliore, ed era nel suo diritto. Van Baerle era pittore come
Boxtel filotulipaniere; voleaci sole pe’ suoi quadri; e prendevane un
mezzo grado ai tulipani di Boxtel.
La legge era per Van Baerle: _Bene sit_; ma d’altronde Boxtel aveva
scoperto che il troppo sole nuoce al tulipano, e che questo fiore
germoglia meglio e più colorito col tiepido sole del mattino o della
sera, che col brucente sole del mezzo giorno.
Ne seppe dunque quasi buon grado a Cornelio Van Baerle d’avergli
fabbricato gratis un parasole.
Forse non era tutt’affatto vero, e ciò che Boxtel diceva sul conto del
suo vicino Van Baerle, non era l’intera espressione del suo pensiero.
Ma le grandi anime trovano nella filosofia stupende risorse in mezzo
alle grandi catastrofi.
Ma ohimè! come divenne quello sfortunato Boxtel, quando vide i vetri
del piano novellamente fabbricato guarnirsi di cipollette, di talli,
di tulipani in vegetazione, di tulipani in postime, finalmente di tutto
ciò che concerne la professione di monomane Tulipaniere?
V’erano gl’involti galanti, v’erano le cassette, v’erano le buchette
a spartimenti e le reti di ferro destinate a chiudere le cassette per
rinnovarvi l’aria senza dare accesso ai topi, ai punteruoli, ai ghiri,
alle donnole e alle talpe, tutti curiosi amatori dei tulipani a duemila
franchi la cipolletta.
Boxtel fu fortemente sorpreso, allorchè vide tutto quel materiale, ma
non comprendeva ancora tutta la grandezza della sua disgrazia. Sapevasi
che Van Baerle era amico di tutto ciò che rallegrasse la vista;
studiava a fondo la natura per i suoi quadri, finiti come quelli di
Gherardo Dow suo maestro e di Mièris suo amico. Non poteva darsi che
volendo dipingere l’interno di un Tulipaniere, avesse ammassato nel suo
nuovo studio tutti gli accessorii della decorazione?
Intanto, benchè uccellato da questa lusinghiera idea, Boxtel non poteva
resistere all’ardente curiosità che lo divorava. Venuta la sera, egli
appoggiò una scala al muro a confine e spiando là il suo vicino Baerle,
si convinse che la terra di un quadrato smisurato, popolato poco fa di
piante differenti, era stata rimescolata e deposta in tante caselle di
terriccio mischiato di belletta di fiume, composizione essenzialmente
simpatica ai tulipani, il tutto rinforzato di piote per impedirne i
riscaldamenti. Inoltre sole di levante, sole di ponente, ombra fatta in
maniera da smussare il caldo del meriggio; acqua abbondante prossima,
esposizione al sud-sud-ovest, condizioni di necessità di mezzo non solo
per la riuscita, ma per il progresso. Non più dubbio, Van Baerle era
diventato tulipaniere.
Boxtel figurassi su due piedi quel sapiente dai quattrocentomila
fiorini di contante, dai diecimila fiorini di rendita, impiegante
le sue risorse morali e fisiche alla cultura in grande dei tulipani.
Ne travide il successo in un vago ma non lontano avvenire, e concepì
anticipatamente un tal dolore, che le sue mani rilassandosi, le sue
ginocchia piegandosi, ei disperato rotolò giù dalla sua scala.
Cosicchè non era pe’ tulipani dipinti, ma pe’ tulipani reali che Van
Baerle toglievagli un mezzo grado di calore; e di più aveva la più
ammirabile delle esposizioni solari e una vasta stanza, dove conservare
le sue cipollette e i suoi talli; stanza luminosa, ariosa, ventilata,
ricchezze interdette a Boxtel, che era stato costretto di consacrare
a quest’uso la sua camera, e che per non nuocere con l’influenza
degli spiriti animali ai suoi talli e ai suoi ovoletti aveva fatto la
privazione di dormire in granaio.
Così uscio a uscio, muro a muro Boxtel andava ad avere un rivale,
il quale invece di essere un giardiniere oscuro, sconosciuto, era il
figlioccio di messer Cornelio de Witt, quanto dire una celebrità.
Boxtel, si vede bene, aveva lo spirito men generoso di Poro, che
consolavasi d’essere stato vinto dal grande Alessandro, precisamente a
cagione della celebrità del suo vincitore.
Difatti che accaderebbe se mai Van Baerle trovasse un nuovo tulipano
e lo nominasse _Giovanni de Witt_ dopo averne nominato un altro la
_Cornelia_? Sarebbe lo stesso che crepare di rabbia.
Così nella sua previdenza invidiosa Boxtel profeta del suo male,
indovinava quello che sarebbe accaduto. Per lo chè fatta questa
scoperta, egli passò una notte la più esecrabile a immaginarsi.