— Viva l’Orange! morte ai traditori!
— Viva l’Orange! Sia! disse il Tilly, giacchè io preferisco le figure
vispe alle figure sgangherate. Morte ai traditori! se lo volete, e
molto più sel volete con le sole grida. Gridate quanto vi piace: Morte
ai traditori! ma quanto a metterli effettivamente a morte, io son qui
per impedirlo e impedirollo certo.
Quindi rivolto a’ suoi soldati:
— Soldati, all’arme! gridò.
I soldati del Tilly obbedirono al comando con una precisione calma,
che fece immediatamente indietreggiare i paesani e il popolo non senza
confusione da svegliare il sorriso al comandante della cavalleria.
— Via, via, disse con quel tuono motteggiatore proprio solo all’uomo di
spada; tranquillizzatevi, o paesani, i miei soldati non daranno fuoco
ad uno scodellino; ma voi dal vostro canto non avanzerete un passo
verso la prigione.
— Sapete bene, signor officiale, che noi abbiamo dei moschetti? mostrò
infuriato il comandante dei paesani.
— Lo vedo bene, per... che voi avete dei moschetti, disse Tilly, chè
me li fate balenare davanti agli occhi; ma sappiate del pari che noi
abbiamo delle pistole, che mirabilmente colpiscono a cinquanta passi, e
che voi non siete che a venticinque.
— Morte ai traditori! gridò la compagnia dei paesani esasperati.
— Veh! ripetete sempre la stessa cosa, borbottò l’officiale, l’è
seccante!
E riprese il suo posto alla testa del suo squadrone, intantochè andava
aumentandosi il tumulto attorno al Buitenhof.
Nel momento stesso in cui il popolo agognava il sangue di una delle
sue vittime, non sapeva che l’altra, come se avesse furia di andare
incontro alla sua sorte, traversava la piazza cento passi dietro i
gruppi e i cavalli per portarsi al Buitenhof.
Infatti Giovanni de Witt scendeva di carrozza con un domestico e
traversava tranquillamente a piedi la corte innanzi alla prigione.
Fecesi innanzi al carceriere, che già conosceva, dicendo:
— Buon giorno, Grifo; vengo a prendere mio fratello Cornelio de Witt,
condannato, come tu sai, al bando, per condurlo fuor di città.
E il carceriere specie d’orso, intento ad aprire e chiudere la porta
della prigione, avealo salutato e lasciato entrare nell’edifizio, le
cui porte erano state dietro lui richiuse.
A dieci passi di distanza aveva incontrato una bella giovinetta dai
diciassette ai diciotto anni, in costume frisone, la quale aveagli
fatto un grazioso saluto; ed egli prendendola pel mento, aveale detto:
— Buon giorno, mia bella e buona Rosa; come sta mio fratello?
— Oh! signor Giovanni, rispondeva la giovinetta, non è il male che gli
è stato fatto, che mi fa paura: il male fatto è passato!....
— Che temi dunque, mia bella ragazza?
— Temo, signor Giovanni, il male che gli si vuol fare.
— Ah! sì, disse il de Witt, il popolo, eh?
— Lo sentite?
— Infatti è molto commosso; ma quando ci vedrà, siccome gli abbiamo noi
fatto sempre del bene, forse si calmerà.
— Questa disgraziatamente non è una ragione, mormorò la giovinetta,
allontanandosi per obbedire a un cenno imperioso di suo padre.
— No mia ragazza, no; l’è pur troppo vero ciò che tu dici.
Poi continuando il suo cammino:
— Ecco, mormorò, una giovinetta che probabilmente non sa nè leggere nè
scrivere, e che riassume la storia del mondo in una sola parola.
E sempre calmo, ma più melanconico che alla sua entrata, l’ex-gran
Pensionario continuò il suo cammino verso la stanza del suo fratello.