È capo d’anno; siamo tutti in gala. Chi torna da fare le visite di
complimento, chi da portare i biglietti di visita alle case. Il viavai
dei frettolosi portatori di biglietti che entrano ed escono con aria
d’importanza dai palazzi, dura sempre, sebbene sia stato introdotto
anche qui il lodevole uso di fare la nota del capo d’anno, e di
assegnare quel denaro a benefizio dei poveri o di qualche istituzione
ad essi vantaggiosa. Ma vi sono molti che non s’appagano di vedere
stampato in quella nota il proprio nome, e vogliono anche far la girata
e la distribuzione dei loro biglietti. Se credono speso bene il tempo
e la fatica in questa faccenda, tal sia di loro. Quei bigliettini
avranno l’onore di starsene dentro la cornice di uno specchio elegante,
finchè a poco a poco un servo, spolverando, non li lasci cadere tra
la spazzatura a guisa dei petali d’un fiore appassito, o finchè una
donna gentile non ne faccia l’anima d’un gomitolino di seta. Oh quanti
invidieranno questo destino più avventuroso! un bel titolo, una corona
ducale sotto le nivee dita d’una donna gentile, e accuratamente riposti
in una serica veste! Chi si diletta di paragoni, potrebbe mettere
in campo il mirabile verme nato a formare la leggiadra farfalla e il
bozzolo e la crisalide, ed eziandio le mummie d’Egitto, cose tutte che
rasentano l’idea dell’immortalità, almeno di quella che può toccare
alla materia. Ma lasciamo ora le splendide dimore ove le apparenti
vagheggiate felicità e mille cure soavissime infiorano la vita dei
mortali mollemente adagiati sul carro della fortuna.
Andiamo nei borghi della popolosa e vetusta città; andiamo in
Camaldoli.[222] Ahimè, che rovescio di medaglia! Lasciamo stare che
non vi possano essere gli svelti, eleganti e profumati portatori di
bigliettini; ma anche senza ciò, il nome solo di questa parte della
città addolora l’anima, perchè rammenta povere case e povere famiglie
e dure fatiche e la penuria di lavoro e di guadagno, e gli stimoli
inesorabili del bisogno, e tutte le tribolazioni dello stentato vivere
di coloro che sembrano gente di un’altra e più bassa anzi infima ed
abbietta sfera, caduti a caso attorno i cittadini lieti e facoltosi.
Vero è che taluni asserirono, quella benedetta felicità da tutti
gli uomini tanto desiderata aver più a grado l’umile casolare d’un
campagnuolo o le rozze vesti d’un onesto artigiano, che i palazzi
sontuosi o le ricche spoglie del fasto e dell’orgoglio; ma comunque
ciò sia, fatto sta che di rado essa balena anco agli occhi di coloro
che si credono averla più da presso. Nonostante giova credere che meno
s’inganni chi la suppone amica della virtù e della moderazione ne’
desiderj, senza curarsi gran fatto se queste qualità sieno possedute
dal ricco o dal povero. Sicchè resterebbe solamente a conoscere a quale
di essi due sia più facile possederle.
Ma l’aspetto dei Camaldoli non è poi sì lurido e meschino in tutte le
loro strade. Vi sono pur troppo, e dove meno si crederebbe, i tetri
ripostigli in cui le più tribolate creature languiscono d’estrema
povertà, e si consumano nei patimenti; ma il sentiero che ad esse
conduce inspira repugnanza ad alcuni benefattori troppo delicati, e
solamente quella carità misericordiosa che si copre del manto della
modestia, essa sola vi sa penetrare senza ribrezzo, e tocca e solleva
e conforta sul fetido giaciglio le membra dei fratelli soffrenti per
infermità schifose e per difetto d’assistenza. Ma a quella carità
non sempre è dato di prevenire i mali che logorano l’infima parte
dell’umana famiglia; essa non può fare altro che mitigarne i dolori.
Nondimeno parrebbe che il primo giorno dell’anno un raggio di
gioja dovesse spuntare per tutto. Noi rintoppiamo intanto parecchi
artigiani rimpulizziti, e l’animo si riconforta sperando ch’essi
godano di uno stato migliore. Oh sì! in un giorno come questo si
cerca d’ornare a festa ogni cosa; oggi più facilmente si dimenticano
le umane tribolazioni. Oggi tutta questa buona gente è allegra,
tutta sollecita di tornare a casa per rivedere i parenti prossimi,
i parenti lontani, gli amici, e per ritrovarsi qualche ora in
famiglia. Oggi si rinfrescano i più teneri affetti, oggi si dissipano
le inquietudini, i malumori, le ruggini.... I vezzi d’un’ingenua
creaturina, la benedizione d’un vecchio venerando riconciliano quegli
animi che forse erano turbati da un malinteso, da un dirizzone, da una
ciarla, e spremono dolci lagrime da quegli occhi che jeri sfuggivano
d’incontrarsi. I figliuoli chiedono perdono ai genitori, i mariti alle
mogli; ogni rammarico è dimenticato, ogni famiglia è in tripudio....
E chi non l’ha? Oh! chi non l’ha, se la trova in quella del suo
amico. E’ v’è aspettato a braccia aperte, i grandi e i piccini lo
festeggiano, e tutti gli fanno animo, e dicono: — Siete nostro, siete
nostro! — Poveretto! e’ s’intenerisce; anch’egli giubbila, anch’egli
beve alla salute de’ suoi cari lontani, come se fossero a quella
mensa d’una famiglia non sua. Lo strepito di queste vivaci, di queste
schiette consolazioni che s’ode fin dalla strada, riempie l’animo di
contentezza.
Vero è che anche il tripudio onesto passa talora certi limiti; oltre i
quali, quando per effetto di vanità, quando per eccesso di buon cuore,
diventa cagione di disordini: la è vecchia sentenza, che ogni eccesso è
dannoso.
Or ecco venirsene frettoloso un falegname che oggi agli abiti ed al
sussiego tu prenderesti per uno stipettajo: ha in capo lo stajo[223]
nuovo e luccicante, indossa la falda nera, e una cocca del fazzoletto
bianco si affaccia alla tasca. Il suo figlioletto, con la gala smerlata
e la cintura di pelle fiorita, va innanzi battendo i tacchi e recando
in mano un grande involto di carta. Maestro Giuseppe, che le male
lingue (ve ne sono per tutto) vogliono tassare[224] d’un po’ di boria,
dannosa in ciascuno e massime in un artigiano. Maestro Giuseppe sta
rimpettito, e saluta a gote gonfie i vicini che gli pajono da meno
di lui.... Ciò non sta bene, maestro mio, perchè si potrebbe credere
che la taccia di borioso fosse fondata. — Oh! maestro Giuseppe ha
comperato il pasticcio, — dice uno. — Si fa celia! — soggiunge un
altro, — gli ha a desinare il Cursore del Commissariato! Chi è per lui?
— Maestro Giuseppe mette la chiave nell’uscio, ordina al figliuolo
che zitto zitto vada a nascondere in bottega l’involto accanto alle
bottiglie comperate la sera innanzi, perchè vuol fare uno scialo, uno
spolvero[225] da suo pari; e sale su.
Quanta gente! quanti evviva! Chi lo chiama cognato, chi zio, chi babbo,
chi nonno, e tutti lo accerchiano e lo assordano, col suono della
voce e col battere delle mani. Egli diventa due dita più alto, si
rasciuga il sudore col fazzoletto bianco, sparge i confetti alla turba
dei nipotini, e poi va in camera, e la moglie dietro, per ajutarlo a
levarsi e ripiegare il vestito di gala.
— O Cecchino dov’è? — domanda la moglie.
— Dammi il berretto, non voglio infreddare.
— Eccolo qui; e Cecchino?
— Se non mi cavo questi stivali, divento zoppo. —
E la moglie lo ajuta, e poi: — Ma insomma si può sapere...?
— Finiscila con la tua curiosità! —
Ecco Cecchino. — O dove sei tu stato finora? — dice la mamma.
— A nascondere il pasticcio — risponde il fanciullo.
Ma il padre, senza lasciargli finir la parola, gli chiude la bocca con
poco garbo, va in collera, e lo fa spiritare di paura.
— L’ho indovinata io che gatta ci cova! — esclama la moglie tutta
dolente. — Ah! marito mio, tu ti vuoi rovinare con tante grandezze! Ti
par egli questo il tempo di fare scialo?
— Signora Geltrude, non cominciamo!
— E intanto la mia povera roba rimane al Presto!
— Oggi non se ne poteva fare a meno. Io non voglio scomparire.
— Ma che bisogno c’era del pasticcio?
— Oh! il babbo non ha speso nulla! — diceva il bambino.
— Anche i debiti! Peggio che peggio!
— Stasera ci riparleremo. Va’ a mettere in tavola, — rispose il
marito con mal piglio. — E fece un tal gesto, che la buona Geltrude,
vedendo la mala parata, pensò che fosse meglio obbedire e tacere. Già
i commensali che gli avevano visti sparire, e conoscevano l’umor della
bestia, erano venuti in traccia di loro, ed empivano la camera.
— A mangiare, a mangiare! Allegramente, figliuoli! è capo d’anno! —
esclamò allora il padrone di casa.
— Allegramente! — risposero tutti, rincorati di trovarlo in buona luna;
e andarono a tavola.
Lasciamo stare maestro Giuseppe coi suoi commensali; forse domani lo
rivedremo.
Guardate ora quella casipola di faccia: non ha altro che due finestrine
per piano; vi sono ancora le impannate invece dei vetri; e la facciata
qua e là è senza intonaco. Vo’ direste che la fosse proprio il tugurio
della povertà. Nè s’ode schiamazzo di liete voci; forse chi v’abita non
ha quattrini da celebrare il capo d’anno con tanto scialo! Salite tutte
le sue scalucce, e troverete una stanzetta, povera di suppellettili, ma
pulita come uno specchio. Ecco lì due vecchierelli, marito e moglie,
e una vispa giovanetta che ha finito d’apparecchiare la tavola con
biancheria ordinaria, ma linda e odorata di spigo. Sono tre, ed è
apparecchiato per quattro: pare che aspettino con impazienza l’arrivo
d’un commensale.
Il marito, pover’uomo, è cieco; un tempo faceva il tessitore di panni.
La ragazza è un’orfanella presa dall’ospizio degl’Innocenti, la quale
custodisce e vuol bene a quei vecchi, come se fossero il suo babbo e
la sua mamma. Essi ricavano il campamento da un figliuolo, che fa il
mestiere del padre in un paesetto di provincia, piuttosto lontano,
verso i confini della Romagna.[226]
Povero Nisio! e’ non avrebbe voluto lasciare i suoi vecchi; ma quando
il padre ebbe la disgrazia d’accecare, Nisio non trovò subito una
fabbrica dove la sua abilità potesse fruttargli guadagno sufficente
al bisogno. Allora capitò un fabbricante campagnuolo, che andava in
cerca d’un ministro abile e morigerato; conobbe Nisio, gli piacque,
e gli offerse di prenderselo in casa e di dargli un tanto il mese ed
il vitto. Il partito parve buono; ed anche suo padre lo confortò ad
accettarlo.
Questo principale è un uomo d’età avanzata, di poche parole e piuttosto
burbero, ma onesto e molto amorevole; e conoscendo la buona indole,
la capacità e la fidatezza del giovine, fa di tutto per tenerselo
affezionato.
Nisio manda il suo guadagno ai genitori, i quali se la passano
strettamente, ma in santa pace, confortati dalla speranza che non sia
per mancare il campamento nè a loro nè a quel savio figliuolo. Sicuro,
è una gran passione per essi il viverne separati; e anche Nisio se ne
affligge, e vorrebbe almeno poterli rivedere più spesso; ma come si
fa? in questo mondo non si possono avere tutte le cose a suo modo. Il
principale ha sempre molto lavoro, e non concede al ministro d’andare
a casa sua altro che tre o quattro volte l’anno per trattenervisi un
giorno solo.
A quest’ora doveva esser giunto per fare il capo d’anno in famiglia;
ha mandato scritto pel procaccia[227] che lo aspettino; il desinare è
fatto, e va a male. Ma questo importerebbe poco; il peggio si è, che i
vecchi e la Maria stanno in pensiero.
— Sarà partito più tardi, — dice la Maria, — vo’ sapete che per
risparmio e’ fa molta strada a piedi; le miglia sono parecchie.... — E
torna alla finestra per vedere se arriva.
In questo mentre una ventata porta seco alcuni rintocchi della campana
della Misericordia.[228] La vecchia si riscuote e sospira. Il marito va
alla finestra per orecchiare.
— Non suoneranno a caso; suoneranno a malato, — aggiunge la Maria; ma
anch’ella impensierita fa il viso bianco, e si studia di nasconderlo ai
buoni vecchi.
Già nelle altre case tutti sono a tavola; tutti gli usci sono chiusi;
di quando in quando s’odono le liete voci dei convitati; ma la strada
è deserta. Solamente il servo della Compagnia,[229] incappato, va
gridando con lugubre voce: — Elemosine per le anime del Purgatorio! — e
picchia alle case. Ma oggi pochi lo sentono, o pochi gli daranno retta:
in mezzo al tripudio chi vuol pensare alla morte? Ma giunto sotto la
casa dei vecchi, la Maria gli butta un madonnino;[230] un madonnino
che le era stato regalato da Nisio. — Dio ne renda merito a voi e alle
anime dei vostri defunti! — e intuona il _De profundis_, e la Maria ed
i vecchi divotamente rispondono ai mesti versetti.
Finita la santa prece, che fu recitata con la solita indifferenza dal
servo e con pietosa compunzione dalla Maria e da’ suoi padroni, la
fanciulla si mette a sedere con loro, dicendo in cuor suo: — Che cosa
sarà accaduto del povero Nisio? Dio mio, ajutatelo! — E ad essi: —
A proposito! Ora capisco. A vedere il servo della Compagnia, mi sono
ricordata che uno di questi giorni doveva arrivare il priore nuovo nel
paese dove sta Nisio; forse sarà arrivato oggi. Ecco perchè Nisio fa
tardi. Avranno voluto che rimanga alla festa.... Io dico che fino a
stasera non lo vedremo.
— Ti par egli? — soggiunse la vecchia — e’ ce l’avrebbe mandato
scritto; non v’è pericolo. Ah! dicerto gli è accaduta qualche
disgrazia.... — E le donne si guardavano sbigottite.
Il marito che intanto stava in orecchi verso la finestra, senza badare
alle parole della Maria, a un tratto esclama tutto giubbilante: — È lui
è lui! lo riconosco al passo; — e s’alza.
Mentre la Maria corre per affacciarsi, ecco tre picchi lesti e sonori
all’uscio di casa.
— Dio sia benedetto! — grida la vecchia.
Nisio è già nelle sue braccia; le bacia le mani ed il volto; poi corre
al babbo; e intanto la madre si rasciuga di nascosto una lagrima. Nisio
si volta per salutare anche la Maria; ma ella era corsa tutta lieta a
buttare le paste nella pentola.
— Dunque tu sta’ proprio bene? — domanda la madre.
— Benissimo! —
— Ma chi sa come tu sarai stracco! —
— Vo’ sapete che per gambe la cedo a pochi io. Mi dispiace d’avervi
fatto stare in pensiero. È tanto più tardi del solito! Ma che cosa
volete? Quasi due miglia fuori di porta è avvenuta una disgrazia ad un
pover’uomo. E’ non è stato a tempo a ribadarsi dalla carrozza di certi
signori, che andavano via come disperati; n’è stato investito, e....
poveretto! una ruota gli è passata sul braccio sinistro, e s’è fatto un
po’ di male anche alla testa.... —
— Vergine santa! Ecco forse perchè è suonata la Misericordia.... E
tu....
— Io l’ho portato alla meglio nella casa d’un contadino, e poi sono
corso a chiamare i fratelli della Misericordia: m’è convenuto tornare
in su col servo....
— E quei signori della carrozza?...
— Figuratevi! Il cocchiere ha frustato i cavalli, e via a precipizio
più di prima. Sicuro, se avessero avuto compassione di quel
disgraziato.... almeno si sarebbe potuto avvisare la Misericordia più
presto!
— Sicchè, stracco come tu eri....
— E che cosa m’importava della stanchezza? M’avete insegnato voi a
soccorrere il prossimo a costo anche della vita.
— Oh sì! tu hai ragione; hai fatto benissimo; e Dio te ne renderà
merito.
— Ho fatto il mio dovere, e nulla di più....
— E quel pover’uomo?
— Confortiamoci, perchè il chirurgo ha detto che la ferita del capo non
è pericolosa, e che il braccio si può rassettare facilmente. Sono stato
a sentire le sue nuove allo spedale; e stasera voglio tornarvi....
— Farai bene; e se è un povero....
— Alle vesti pareva.... Ho capito; lasciate fare a me. Voialtri, grazie
a Dio, state bene....
— Al solito contenti come tu vedi....
— E la Maria continua a custodirvi con amore?...
— Oh! sì davvero, povera ragazza! — rispose il padre. — Non possiamo
dirne altro che bene!
— Fa le tue veci propriamente con garbo, — aggiunse la madre.
— Ma non è il nostro Nisio!
— Lo credo anch’io! ma ci vuol pazienza. E il tuo principale che fa
egli?
— Ogni giorno va in collera con tutti; ma è sempre un gran galantuomo,
e prosegue a volermi un bene dell’anima....
— Dunque, con te sarà un’altra cosa.
— Eppure qualche volta brontola anche con me.... Io non credo di dargli
motivo; e mi studio di far sempre il mio dovere; ma vo’ lo sapete....
È fatto così: e’ piglia fuoco per un’inezia. Nonostante, figuratevi!
non ci penso nemmeno. Cioè.... per un verso mi dispiace, perchè
quando s’accorge d’avere sbagliato, mi chiede scusa; mi fa piangere di
tenerezza.... Insomma si piange tutt’e due, e bell’e finita. Allora mi
vuol più bene di prima. —
Dopo questi discorsi, la Maria che scodellava la minestra, e s’era
tutta consolata a udire i padroni lodarsi di lei col figliuolo,
esclamò: — A tavola, a tavola! La minestra si fredda.
— Evviva la Maria! — disse Nisio facendole festa. — Te ne farò onore
davvero! —
Ecco un altro desinare; ma quanto diverso da quello di maestro
Giuseppe! Un buon lesso ed un bel cappone, pane e vino quanto volete,
e la contentezza nell’anima. Esempio della frugalità degli antichi
artigiani fiorentini, di quelli stessi che allora erano popolo, e
fecero inalzare la cupola di Brunellesco.