=La calunnia.=
Scorsa una settimana, in sul sagrato della chiesa, il contino Tiburzio,
incontrando il molto reverendo sacerdote don Cecilio Speranza, ebbe con
lui il seguente dialogo:
—Sapete voi, don Cecilio, che è proprio un caso da rimanerne
trasecolati?
—Io non ho la fortuna di comprendervi, signor conte!...
—Voglio alludere alla storia del povero Lodovico... all’affare della
coda...
—Ebbene? vi par strano che la signora Virginia abbia ricusato di di
sposare un mostro, un animale di genere neutro... un essere intermedio
fra l’ uomo e la bestia?
—Non è il rifiuto di Virginia che mi sorprende, colendissimo e
reverendissimo signor curato... Ciò che mi reca meraviglia è il sapere
che Lodovico abbia realmente una coda...
—Che? non eravate voi sicuro prima d’ora?
—Io vi giuro, signor don Cecilio, che quando vi ho narrato quella
sciagurata istoria della coda, io aveva intenzione di celiare... di
fare una burla innocente... Non ho dunque ragione di sorprendermi in
veder realizzato un fenomeno, che io non credeva esistesse fuorchè
nella mia imaginazione?
Il reverendo cavò di tasca la tabacchiera—fiutò una presa di rapè,
levando gli occhi al firmamento—poi, traendo il contino presso il
vestibolo della casa parrocchiale:
—Mio buon signore—gli disse con voce melata—se è vero quanto
asserite, che la coda del signor Lodovico fu da voi inventata per celia
innocente, conviene ammirare in questo fatto la mano sagace della
provvidenza, la quale talvolta si serve di un errore per condurre i
miseri mortali alla scoperta del vero... Il signor Lodovico era un uomo
pericoloso... Le sue massime, i suoi principii potevano scandolezzare
gli onesti abitanti della borgata... È bene ch’egli abbia dovuto
ritirarsi... Sarà prudente non riparlare dell’accaduto, e lasciar
correr l’acqua pel suo letto. Ciò che è fatto è fatto... Ricordatevi
bene, signor contino—e don Cecilio fiutò una seconda presa di
tabacco—ricordatevi bene, che quando noi preti ci mettiamo la coda, nè
anche il diavolo può impedire che essa produca il suo effetto.
Il contino si inchinò profondamente, e, tornando alla propria
abitazione, gli ricorse alla mente un testo latino ch’ gli aveva
appreso in collegio dai reverendi padri gesuiti: _calumniare! aliquid
semper manet_.—Il qual testo parafrasato verrebbe a dire: quando
volete rovinare un galantuomo, inventate pure le più incredibili
calunnie—e il mondo crederà sempre!
_IL LUSSO DELLA DONNA_
Una questione sociale della massima importanza sta dibattendosi in
Europa e in altre parti del mondo incivilito.
Già da tempo i fogli francesi annunziarono istituita a Marsiglia una
società di giovani scapoli, la quale si proporrebbe di correggere il
soverchio lusso delle donne colla minaccia di chiudere ad esse ogni
probabilità di matrimonio. Questa _Società_, da quanto riferiscono
i giornali, avrebbe trovato numerosi proseliti in Francia e in
Inghilterra, ma in nessun luogo essa ha preso a svilupparsi più
rapidamente e in proporzioni così vaste come in America.—Se dobbiamo
credere ad una corrispondenza da Nuova York pubblicata dal _Times_, in
quella città l’attitudine dei _Celibi–massoni_ sarebbe tale da produrre
un vero allarme nella gentile falange delle fanciulle da marito.
Questi _Celibi–massoni_, così tenacemente risoluti ad astenersi dalle
_dolcezze_ matrimoniali fino a quando le donne non abbiano dato prova
di rinunziare al loro lusso smodato, nella sola città di Nuova York già
sommano a trentacinquemila. E pare che facciano davvero; poichè nello
scorso mese questa vasta e popolosa città non ha veduto celebrarsi che
sessantaquattro matrimoni.
Che il lusso della donna sia fomite di corruzione, causa
efficientissima di squilibri economici nelle famiglie e incentivo al
delitto, questa è tale verità su cui non può cadere alcun dubbio. Tutte
le statistiche criminali danno ragione all’arguzia strategica di quel
celebre poliziotto francese, che ad ogni annunzio di crimine, soleva
esclamare: _cherchêz la femme!_—Dietro un furto, dietro un falso di
cambiali, dietro un assassinio, dietro un suicidio, è ben raro che non
si celi una donna, una giovine e capricciosa donna, avida di _moire_,
di gioielli, di equipaggi e fors’anche di _bordeaux_, di _champagne_ e
pasticci di Strasburgo.
La statistica accusa la donna inesorabilmente, e a ciò vuolsi
attribuire questa singolare cospirazione del sesso forte contro il
sesso debole, che ha dato origine alla setta dei _Celibi–massoni_.
Riconoscendo, come non si può a meno di riconoscere, il grave danno che
deriva alla società dal lusso sfrenato della donna, è da approvarsi
nei _Celibe–massoni_ la moralità dello scopo, sebbene rimanga ancora
discutibile la idoneità dei mezzi ch’essi prescelgono a conseguirlo.
V’è una quistione che innanzi tutto vuol essere risolta—sapere se la
donna sia sola colpevole del suo lusso, ovvero se l’uomo, se il marito
in ispecie, non sia la causa prima di quegli eccessi cui si vorrebbe
por freno.
Prima di entrare per nostro conto in un dibattimento di tale
natura, vediamo come altri lo abbia iniziato e con quale effetto.
Trasportiamoci a Nuova York, e prendiamo parte all’ultimo _meeting_ dei
_Celibi–massoni_, dove un individuo del sesso accusatore (il signor
Gozléz di Salamba, presidente della nuova società), e un individuo del
sesso accusato (miss Conninghs Hevers) gettano i preliminari di questa
polemica che interessa tutto il mondo.
Il discorso del signor Gozléz di Salamba di tal modo viene riassunto
dai giornali americani:
«Signori _(volgendosi alle tribune esclusivamente occupate dai membri
della società)_:
«Tutti i documenti che ci eravamo prefissi di raccogliere, per
dimostrare le calamità provenienti dal lusso smodato delle donne, sono
raccolti e fra poco verranno pubblicati. La infernale civetteria delle
donne è divenuta il flagello della umanità.
«Oggimai non è più possibile ammogliarsi ad un giovane onesto e
regolato nel vivere _(sensasione)_.
«A vent’anni le giovinette esigono tal lusso, quali le madri non
avrebbero mai sognato _(verissimo!)_ Il cervello vuoto delle giovani
non si nutre che di futilità dispendiose. Esse vogliono ad ogni costo
brillare, ignorano che la modestia è il più bel ornamento di una
giovane _(bravo!)_ e la sfacciataggiene sovviene in esse al difetto
d’istruzione, che più non si curano di acquistare _(approvazione)_. In
tali condizioni, signori, qual giovine, che non possegga se non che
mediocri mezzi per vivere, può avventurarsi in buona fede a prender
moglie? S’egli si imbatte in una giovane fedele ai suo doveri _(rara
avis!)_ è ben certo di renderla infelice non soddisfacendo ai suoi
dispendiosi gusti.
»Se s’imbatte in una donna meno scrupolosa—ed è il caso più
probabile—che addiviene del suo onore? A qual prezzo viene acquistato
il lusso con cui si abbiglia la sua consorte?... Il marito deve
intraprendere delle speculazioni superiori alle sue forze per
accontentare la civetteria sempre insaziabile della sua sposa, e la
sua probità finisce per naufragare. Quanti esempi non ne vediamo ogni
giorno! In altri tempi vi erano delle donne che si occupavano delle
cose domestiche; ve n’erano anche di quelle, che, in caso di bisogno,
avrebbero prestato mano al capo di famiglia in ciò che il loro sesso
comportava. Oggi avviene forse lo stesso? _(no!)_ Le nostre donne
non vogliono prendersi cura dell’andamento domestico, e preferiscono
di vivere in locande o in pensioni ove la loro civetteria e la loro
infingardaggine si sviluppano a tutto bell’agio e dove coll’ozio ad
esse sopraggiungono i cattivi pensieri.
»Il povero marito è occupato de’ suoi affari; la moglie va girovagando
pei negozi, sen va a passeggiare nel Parco o nel Broadway, e non
avendo nulla a fare in casa, ha mille volte il tempo e la facilità di
aumentare il suo lusso _quocumque modo_. Quanto a lavorare a punta di
dita in caso di sventura, era una cosa buona per le matrone del tempo
passato. Una donna che lavora, foss’anche per nutrire i figli, non è
più una lady; essa crederebbesi abbassata al livello de’ suoi domestici.
»I nostri antenati si ammogliavano per avere un focolare, una famiglia,
dei figli. Chi si ammoglia ai giorni nostri rischia di non avere nè
l’una cosa nè l’altra. Non un focolare, perchè le nostre signorine
preferiscono la vita dei corsi alla vita domestica; non una famiglia,
perchè le nostre mogli non hanno nè lo spirito, nè lo istinto
dell’ordine, e ve ne sono di quelle che sacrificherebbero padre e madre
ad un gioiello, ad un merletto, ad un cappello, ad un _cachemire_;
e a più forte ragione sacrificherebbero un povero diavolo di marito
_(risa)_.
»Non figli, o almeno un numero limitato, perchè l’allevarli è
dispendioso, perchè una signora coperta di raso e di merletti non vuol
esporsi a tenere un bambino sulle ginocchia, nè a lei parrebbe decente
il trattare le fasce e i pannolini sudici colla mano infiorata di
polvere di riso _(benissimo)_.
»Innanzi a tali fatti, di cui niuno potrebbe negare la triste realtà,
non è egli conveniente, o signori, per salvare la morale e sopratutto
noi stessi, di fondare un’associazione che, pel suo numero, per la
solidità de’ suoi principi, dia una lezione alle nostre giovani donne
di Nuova York? _(sì, bravo!)_ Questa associazione già esiste, noi ne
formiamo l’anima, ma bisogna propagarla ed estenderla. È duopo mettere
le signorine stravaganti in quarantena _(sì! sì!)_ È mestieri pertanto
proclamare che noi amiamo se non altro la semplicità; che non c’è
bisogno, per piacerci, di spendere per un vestito la rendita di un
mese ed anche di un anno! _(bravo!)_ Rimanendo celibi, signori, noi
ci guarentiamo da un flagello cento volte più a temersi del colera e
della peste. E voi vedrete che colla nostra risoluzione costringeremo
le giovani a ravvedersi. Noi possiamo fare a meno di esse, elleno non
potrebbero fare a meno di noi.
»Il giorno in cui il loro cuore si aprirà ai sentimenti del vero
affetto, in cui il dollaro non sarà più il loro Dio; quando il
buon senso sarà rientrato nel loro cervello, allora soltanto noi
consentiremo a infrangere i nostri voti per immolarci nuovamente
sull’altare dell’imene. Per ora, il nostro giuramento sia quello del
perpetuo celibato. Morte al lusso! Viva le semplicità e l’economia! Non
più matrimonio! Ecco la nostra parola d’ordine. _(Applausi prolungati;
tutti si precipitano in folla per congratularsi coll’oratore)_.
A questo discorso dell’onorevole presidente del _meeting_, altri ne
seguirono più concitati e più violenti. Tutti i membri della società
vollero prendere la parola per lanciare una rampogna, un crudele
sarcasmo contro il sesso incriminato.
Noi non riporteremo quelle invettive, le quali, per essere più
spietate, danno una maggior evidenza ai fatti ed alle argomentazioni
dell’onorevole Gozléz di Salamba.
Ma perchè la questione sia posata dinanzi ai nostri lettori in guisa
da escludere per parte nostra qualsivoglia sospetto di parzialità,
non indugieremo a riprodurre le vivaci proteste del sesso accusato,
quali pel labbro di una avvenente donna vennero formulate in una breve
arringa.
Miss Conninghs Hewers fu l’ultima a prendere la parola nel famoso
_meeting_ di Nuova York e—affrettiamoci a dirlo—i maggiori applausi
furono per lei. Tutta l’indignazione di un sesso calunniato trabordava
dal suo volto, dai suoi sguardi, dalla sua eloquenza fulminea. La
leonessa ferita ruggì terribilmente, e tutta l’assemblea mascolina
n’ebbe terrore.
Alla fine del suo discorso, miss Conninghs Hewers fu portata in
trionfo dalle fanciulle intervenute all’adunanza—e i molti giovani
appartenenti alla setta dei _Celibi–massoni_ si ritrassero col
pentimento nel cuore.
Per parte nostra non ci lasceremo influenzare da questo trionfo
dell’eloquenza femminile. Riconoscendo una parte di vero nelle parole
proferite dalla giovane americana in difesa del proprio sesso e in
accusa del nostro, attenderemo che i nostri spiriti si ricompongano a
perfetta calma per proferire un giudizio definitivo.
Frattanto eccovi il discorso di miss Hewers:
»Di chi è la colpa, o signori?—ecco la questione—di chi è la colpa,
domanderò io colla mia debole voce di donna—poichè voi, nell’impeto
cieco dei vostri risentimenti, avete obliato che questa dovrebbe
essere la prima questione!—Avete raccolto dei documenti per dimostrare
le calamità provenienti dal nostro lusso—e fu inutile fatica, o
signori, perchè noi siamo le prime a convenire di questa deplorabile
verità.
»Chi ha creato a noi donne la necessità del lusso, chi ha fomentato nei
nostri cuori le ambizioni smodate? chi ci ha sospinte in questo vortice
fatale che inghiotte tante vittime umane?—Voi... _(tumulti e segni
negativi dalle tribune massoniche)_. Voi... lo ripeto con tutta la mia
voce, rinvigorita in questo momento dalla più ferma convinzione!....
Sì! il nostro lusso non è che una conseguenza inesorabile dei vostri
disordini, delle vostre follìe—e poichè tutto si ha da dire—della
vostra brutalità _(sensazione)_.
»Voi avete torto di accusare le nostre esigenze giovanili. A sedici
anni non vi è fanciulla che domandi di soffocare sotto gli ornamenti
artificiali le rose seducenti della sua primavera. Le fanciulle amano
la semplicità—si sentono troppo forti delle loro attrattive naturali
per invocare il soccorso delle stoffe e dei metalli. Una mussola di
venti lire, un nastro di pochi soldi, un cappellino di paglia, due
fiori—ecco ciò che domandano le fanciulle!—Tale è l’istinto di di
questi giovani cuori pieni di poesia, che vi fanno l’onore—o bruti
della specie mascolina—di credervi animali ragionevoli, dotati di
qualche istinto gentile!
»Orbene: ditemi un poco, o grossi orangotani col cappello a
cilindro—qual è di voi che riveli tanto buon gusto da apprezzare il
semplice e modesto abbigliamento di una giovinetta?
»Le rose naturali di un freschissimo volto non hanno attrattive per
voi. Voi disdegnate i puri contorni, le forme palpitanti che si
esprimono attraverso una gonnella di mussola e di lino.
»Voi correte all’artificiale ed al falso. Un volto di quarant’anni
ingrommato di polvere di riso e di belletto, due sopracciglia
affumicate, un cumulo di capelli che non osate chiamare parrucca,
una crinolina vaporosa... ecco ciò che vi attrae, ciò che voi
preferite.—Voi volgete le spalle alle vergini figlie della natura,
e cadete in ginocchio davanti ad una guardaroba che vuol essere una
donna!—Ci rimproverate il nostro lusso, e poi andate in estasi per una
stoffa di broccato, e correte a baciare dei volti che ogni mattina si
fabbricano una epidermide al prezzo di venti franchi _(applausi)_.
»E quando noi diventiamo vostre mogli? È triste cosa per una donna
quale io mi sono, dover rivelare certi misteri dinanzi ad un’assemblea
così numerosa. Ma io lo farò, perchè l’onore del mio sesso lo esige.
»Dopo aver consumato la vostra prima giovinezza nel libertinaggio
e nelle crapule, corrosi dalle malattie, estenuati, qualche volta
ributtanti per cicatrici ingloriose, voi ci elevate agli onori del
vostro talamo glaciale, promettendoci delle dolcezze, che dopo un mese
non sarete in grado di mantenerci _(sensazione)_.
»L’onorevole presidente di questa assemblea ha osato accusare la
nostra sterilità. Io lo pregherei di cercare nel suo sesso le origini
di questo fenomeno, d’altronde naturalissimo! _(Alcuni membri
dell’assemblea abbassano la testa)_. Quei nostri antenati che si
ammogliavano per avere _dei figli_, recavano alle loro donne dei
mezzi abbastanza idonei allo scopo, non erano tanto stolti da esigere
che tutto si facesse da noi. _(Applausi prolungati dai banchi delle
signore)_.
»Un _focolare_... una _famiglia_!—Siamo noi che vi ricusiamo
le intime gioie del focolare domestico? Noi che passiamo nelle
case la massima parte delle giornate—noi che nei primi mesi di
matrimonio vi attendiamo alla notte colla trepidazione nel cuore, che
corriamo all’uscio per ogni menomo rumore nella speranza di vedervi
sopraggiungere—che vegliamo spesse volte infino all’alba colle pupille
lacrimose, mentre voi gozzovigliate alla bettola per rientrare briachi
a infastidirci di un amplesso impotente! _(Il presidente dell’assemblea
nasconde la faccia sotto il banco)_.
»E cosa venite a dirci? Qual è il conforto che voi recate al nostro
amore? «Com’era bella questa sera la moglie dell’ambasciatore
brasiliano col suo fulgido diadema di brillanti!... Com’era seducente
la prima donna dell’opera italiana con quella sua _bernouse_ tempestata
di fiori d’oro!» E osate perfino... osate rammentarci le mantenute, le
cortigiane, tutta la mandra che si prostituisce... E vantando la loro
civetteria, quasi ci animate a prenderne esempio!
«Vi rovinate per noi! Ciò può avvenire qualche volta, ma noi vi
_roviniamo_ per compiacervi. L’istigazione è partita da voi. La nostra
semplicità, il nostro amore vi trova indifferenti—noi procuriamo di
sedurvi, di tenervi legati a noi colle attrattive degli adornamenti,
con quell’orpello che il vostro gusto pervertito apprezza più dell’oro.
»Che dirò poi dei fatui mariti, dei mariti capponi, dei mariti nati
cervi, i quali non d’altro si compiacciono che di esporre le loro mogli
all’ammirazione del pubblico, e vogliono dire ad ogni costo: mia moglie
era la meglio abbigliata alla festa—la mia signora attirava tutti gli
sguardi col prestigio della sua _toilette_—la mia signora era l’idolo
di tutti!—E poi si lagnano del lusso! E poi dicono che noi... siamo
causa della loro rovina!...
»Poveri cervelli vuoti che non potete riconoscere la vostra
insensatezza! Noi vi rechiamo una moglie, e i vostri pensieri,
le vostre sollecitudini son tutti rivolti a farne una meretrice!
_(Sensazione profonda)_.
»Orbene, poichè siamo giunti a discutere le nostre ragioni ed i nostri
torti, si sospendano pure le nostre relazioni.
»Le fanciulle di Nuova York si associno al vostro grido: _non più
matrimonio!_ E quanti sono in America e nelle altre parti del mondo
cuori di donna che sentono la propria dignità, faranno eco al nostro
voto!
»Rimaniamo pulzelle!—Se infino ad oggi abbiamo potuto transigere
colla brutalità dei mariti nella illusione di poter incivilire questa
razza—ora, dacchè essi ingratamente e stolidamente ci accusano dei
loro torti, non è più lecito verun accomodamento fra i due sessi.
»Vergini di Nuova York: la vostra linea è tracciata—abbominio a questi
mostri che ci pervertono e ci accusano! abbominio ai mariti!»
Come abbiamo detto, alla fine della arringa, miss Conninghs Hewers fu
portata in trionfo per le strade principali di Nuova York.