— Vana non mi domanderà. Indovinerà. Si levò, ansiosa.

— Bisogna che avverta Chiaretta.

Dopo aver parlato, s'indugiò dinanzi all'apparecchio con la gota

inclinata sul nero imbuto, in ascolto. E sbarrava gli occhi fisa alla

sua ansia. Disse:

— Ho fatto male a restare.

Egli vedeva in lei qualcosa d'insolito.

— Ma perché sei tanto inquieta?

Non era l'inquietudine ch'egli le conosceva, era un'altra; che si

manifestava in cominciamenti di gesti, in piccoli guizzi di muscoli, in

fuggevoli sguardi, i quali non le appartenevano. Tra le linee del viso,

già alterate dalla violenza e dal pianto, le si moveva a quando a quando

una linea quasi impercettibile, apparente e sparente, che le era

estranea. Egli la guardava, senza sapere perché, con un'attenzione

infaticabile.

— Lascia che io ti aiuti a spogliarti.

Come ella gli voltava le spalle per lasciarsi sganciare, disse

all'improvviso con una gravità senz'amarezza:

— Vana m'ha accusata a te.

— No. T'inganni.

— Vana è stata da te oggi.

— T'inganni.

— Povera piccola dolce!

Una tristezza e una pietà infinite erano nel suo accento. E la carne di

lui, nello scoprire quella nudità, conobbe un tremito nuovo.

Egli l'aveva veduta triste, gaia, tenera, lasciva, irata, crudele;

l'aveva veduta in tutti gli aspetti, ma non mai in quello. Era come una

gravità rassegnata, pacata, e intenta.

— Vedi? — ella disse, guardandosi sul braccio una macchia scura come

d'inchiostro. — Il mio vero sangue è nero.

Ella aveva sfilate le braccia dalle maniche, quelle braccia non molli ma

salde che pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita

come una ghirlanda rinnovata a ogni alba. Nude le larghe spalle

emergevano, e le piccole mammelle sul petto largo come il petto delle

Muse vocali, dall'ossatura palese di sotto i muscoli smilzi. L'orlo

della camicia era squisito di scollo e di ricamo, il busto connesso

aveva la tenuità e la perfezione d'un calice florale, ingegnosi e

preziosi di fibbie e di nodi erano i legàccioli che di là si partivano a

rattenere le calze, tutti gli invòlucri partecipavano dell'intima grazia

e sembravano arricchirsi e affinarsi quanto più s'avvicinavano alla

pelle; ma ora cadevano come ingombri morbidi, disdicevoli a quel corpo

come a una statua severa, quasi respinti da una severità superba che

ingrandiva e poliva ogni rilievo a simiglianza del sasso. Quando, tolta

la scarpa, ella fece macchinalmente il gesto consueto tirando la punta

della calza rimasta aderente all'unghia del pollice, egli ne fu attonito

come d'una piccola maniera femminina che contrastasse a quella potenza.

In ginocchio, sguainò egli stesso le lunghe gambe lisce. E così ella fu

tutta nuda, senza sorridere.

— Ora vattene — disse.

Ricomparve nella stanza ov'era preparata la piccola tavola, portando una

di quelle tuniche a mille pieghe che, quando erano vedove del suo corpo,

si ristringevano a guisa di corde bene attorte e, quando ella vi

s'insinuava agilmente per la testa, s'aprivano a guisa di ventagli

numerosi. Quella era d'un nero blu ramificata di verde, con la fimbria

stampata in sanguigno d'un fregio di polpi al modo fenicio.

— I garofani di Boccadarno? — disse vedendo su la mensa angusta i grandi

fiori scapigliati color d'ardesia.

S'era riacceso in lui il fuoco torbido.

Ella mangiava interrottamente, qualche volta con una voracità subitanea,

qualche volta con una ripugnanza penosa. Aveva su la fronte la

scalfittura rossa, sul braccio la chiazza fosca, nel labbro il gonfiore

livido. Ed il silenzio era interrotto a quando a quando da un clamore di

popolo, che veniva da un anfiteatro vicino.

— Ti ricordi della sera che ti fidanzai? Ti chiamavo Madschnun. Ti

raccontavo la storia della gazzella liberata, ti parlavo del mio

giardino di gelsomini. Te ne ricordi?

— Sì — egli rispondeva, con quel suo viso che non aveva se non il colore

dell'osso in cui era sculto.

— Poi ti parlai di Vana, della passione di Vana. Poi ti parlai del

piccolo fazzoletto color lilla, profumato di gelsomino, ch'ella m'aveva

offerto a Mantova, nella stanza del Labirinto, per asciugare il sangue

del primo bacio. Te ne ricordi?

— Sì — rispondeva egli con un sordo tonfo nel petto, riudendo dentro di

sé la voce infiammata della vergine olivastra, come portatagli da una

ràffica di tempesta.

— Ah, perché dunque non è venuta col suo piccolo fazzoletto e non me

l'ha offerto un'altra volta per asciugare la mia bocca che ha sanguinato

sotto il tuo pugno, Aini?

Senza sarcasmo, senz'amarezza, senza rancore ella parlava, e senza

sorriso; ma con quella gravità rassegnata, pacata, e intenta. Egli non

aveva fatto tanto sforzo quando in Luzon, stretto dalle catene e

infiacchito dal digiuno, s'era proposto di fissare i suoi carnefici

senza batter ciglio.

— Domattina non ci sarà più sangue; ma andrò, e le dirò: «Guardami la

bocca, piccola sorella cara. Non è stato il bacio di colui che ami.» E

la bacerò, perché tu non potrai più baciarmi, Aini.

Egli non osava interromperla, se bene soffrisse un supplizio

insoffribile. Ella aveva preso uno dei grandi garofani e lo teneva pel

gambo, posato su la tovaglia sparsa di frutti, di confetture, di vini

chiari, di cristalli, di argenti. E qualcosa come il rombo d'una

fatalità ritornante era nell'aria chiusa. Ed egli rivedeva quel viso

d'allora, il viso sfrontato e convulso, stretto ermeticamente fra le

trecce dense, con la luce dorata nella gola e nell'irrisione, il viso

della tentatrice frenetica. Ma ben più misterioso era quello che ora gli

stava dinanzi, quello segnato dai colpi dell'assassino ch'egli non aveva

potuto reprimere, quello ch'egli aveva percosso e accarezzato e che né

la percossa né la carezza avevano avvicinato a lui. Fragile era tuttavia

ma remoto, infinito, alto su una profondità dove non era dato discendere

a lui ch'era disceso nel fondo del mare.

— Forse l'ho io separata da te? T'ho preso a lei? E come avrei potuto

prenderti se tu non fossi stato già mio? Certo, quella sera, alla

marina, ti parvi orribile quando ti parlai dell'amore di mia sorella. Ti

ricondussi verso di lei, e le dissi: «Fa dunque ch'egli t'ami.» Ti parvi

orribile. Ma chi può mai giudicare l'amore? e chi può dire il termine

della voluttà e il termine del tormento e dove il male cessi d'essere il

male e dove il bene cessi d'essere il bene, e per che modo una nuova

vergogna crei un amore nuovo, e di che cosa debba vivere l'amore per

piacere alla morte? Come fate voi a condannare e ad assolvere? Nulla è

certo fuorché la crudeltà e la fame del cuore, e il sangue e le lacrime,

e la fine di tutto; e neppure si sa quale sia il tempo di piangere. Ma

forse c'è ancora da scoprire qualche dolore più lontano. Il mio lo

conosci?

Era ella in un di quei momenti in cui pareva estrarre sé medesima dal

suo blocco e occupare l'aria come una creatura del Titano, come il

ginocchio come l'òmero come il cubito come il seno dell'Aurora la

occupano.

— Ah vieni! — disse alzandosi e prendendo per mano l'amato. — Voglio

ancóra tenerti fra le braccia.

Lo trasse nell'altra stanza, verso il gran letto verde che sapeva i loro

delirii e i loro sonni, voluttuosi come gli amplessi, e i loro risvegli

balzanti di desiderio sempre novello.

— Vieni. Conoscimi, prima di lasciarmi. Respirami. Cercami. È la nostra

caverna verde. Pensa che siamo sotto l'oceano, che l'oceano ci nasconde,

che nessun'altra cosa ci tocca. Metti il tuo dolore contro il mio

dolore. Ah, non senti, non senti che il mio è più grande? Non senti come

il mio sangue aumenta, come le mie vene si gonfiano, come le mie ossa si

rinforzano? Mi sembra che non so qual essere meraviglioso voglia nascere

da me. Lo senti? Ti riesce d'abbracciarlo? Ah non tu stanotte, non tu

puoi tenermi fra le tue braccia; ma io ti terrò.

Veramente ella gli sembrava ingigantita e tale che la sua carezza non

potesse percorrerla. Veramente ella era come l'Aurora, scolpita nel

masso della doglia umana e sol cinta sotto le mammelle della zona che è

come quel cerchio che divide in giorno e in notte la sfera del mondo,

non vergine ma sterile e affaticata dall'ansia perpetua della maternità

inespressa.

— Conoscimi — ella diceva — conoscimi, prima che io mi separi da te,

prima che tu mi lasci. Metti la tua pena contro la mia pena. Tenta di

scuotermi e di sollevarmi per sentire il peso di quel che dentro mi pesa

più della mia carne. Fammi sanguinare ancóra, se non sai ancóra di che

sa il mio sangue. Fammi ancóra male, amor mio dolce, fammi sempre più

male finché tu mi somigli; perché in nulla possiamo somigliarci se non

nella crudeltà ma tu non puoi eguagliarmi nel patirla. Ricòrdati del mio

pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi

colpi....

Una disperazione frenetica empiva l'uomo, a cui nessuna carezza valeva

perché ella si sentisse conosciuta. Forse ella non gli diceva quelle

parole se non per fargli sentire la sua solitudine. E di tratto in

tratto nel silenzio notturno, come una implorazione di ciechi, saliva il

clamore della folla rinchiusa.

— Eccomi. Prendimi quale sono, almeno una volta. Prendi me, me e non la

forma del tuo delirio. Che almeno una volta io sia tutta tua, che almeno

una volta tu mi possegga!

Egli le suggellò la bocca per soffocarle la voce; egli le prese con le

labbra il fiato, il più profondo fiato, quello che sanno le vene i sogni

i pensieri; egli le prese con le dita il mento e con l'altra mano la

nuca, come la prima volta, e la tenne e bevve sinché non venne alla sua

saliva il sapore dei precordii.

E delirarono, fuori del tempo, fuori del mondo. Tentarono di ritessere

con le loro fibre vive una trama più stretta, tentarono di fare con le

loro due vite una morte che fosse simile a un'altra vita. Non

s'arrestarono se non per sentire l'anima spezzarsi a traverso la carne,

credendo che ciascuno fosse per rapirne in sé la metà dolorosa.

Sperarono di assaporarla nella saliva, nel sangue, nelle lacrime, nel

sudore, nella semenza. Ricaddero, si risollevarono.

Ella diceva:

— Conoscimi.

Ella diceva:

— Cercami. Raggiungimi.

Ella disse alfine:

— Uccidimi.

E invano. Ricaddero, estenuati.

Egli rimase giù, come esanime. Ella si risollevò sul gomito,

implacabile; e guardò le mura, ascoltò la notte, palpitò d'aspettazione.

Tutto era silenzio. Il clamore dell'anfiteatro era cessato. L'orecchio

vigile percepì il gemitìo d'una cannella nel piccolo giardino. Seguendo

quel suono, il cuore si riempiva d'un'onda penosa, traboccava e poi si

vuotava.

— Che ascolti? — mormorò il giacente, senz'aprire gli occhi.

Ella lo guardò. Egli giaceva sul fianco sinistro, riverso il capo,

sottoposto il pugno e il polso alla gota, piegato una gamba sotto

l'altra distesa e disteso il braccio lungh'esso quel fianco sino alla

coscia nervosa, simile a un Tebano che non avesse sciolto l'enigma

ferale ma avesse provato la mammella e la branca della Sfinge. Non aveva

le sue armi accanto a sé, era inerme e spoglio; appariva tuttavia della

razza guerriera, della specie espedita, col ventre depresso tra le

costole e il pube, con le clavicole risentite ond'emergeva il collo

asciutto, con l'omero prominente e liscio come il ciòttolo, col torace

saldo come il corbame della carena, con i piedi magri che palesavano le

cinque corde. Nessuna mollezza: abolito tutto ciò che è molle, fuorché

il frutto della bocca; ma contrapposizione ed equilibrio di forze come

nell'architettura dorica, proporzione nella solidità. Il teschio

traspariva di sotto alla màcie ben modellato dal divino vasaio; l'occhio

era incastrato sotto l'arco del sopracciglio, come una virtù

inflessibile; la fronte non aveva se non una sola ruga ma verticale,

nella linea delle cose confitte, ma fiera come una cicatrice inveterata;

il naso di retto profilo era nettissimo, come le cose che separano.

Ella lo guardava disgiunto da sé, eppure ossa delle sue ossa, carne

della sua carne; lo guardava solitario, serrato con tutto il congegno

delle membra intorno al selvaggio dolore, eppure indissolubile.

Era l'ultima notte, l'ultima volta? Palpitò in tutte le fibre,

chinandosi sul corpo vinto; e con la voce delle sue viscere anelò:

— Si muore?

E non seppe perché così dicesse; ed egli non rispose, ma si stirò come

chi rende lo spirito.

E in lei lo spirito si confuse. Un senso confuso di duplicità era nel

suo corpo. Ella si sforzava all'attenzione, ma non udiva più il rumore

dell'acqua né altro rumore conoscibile. Il silenzio viveva ingannevole,

traversato da suoni che mutavano di natura quando l'orecchio era per

riconoscerli. A un tratto le parve di riudire il passo della notte di

Volterra, quel passo continuo e indistinto che l'aveva empita di

spavento.

Gittò un urlo:

— Vana!

Vide nell'ombra dell'uscio la figura bianca della sorella, coi capelli

sciolti come in quella notte, col bianco degli occhi balenante come in

quella notte; che la fisava, premendosi con una mano il costato.

— Vana! Come sei qui? Come sei entrata? Vana!

Ella balzò dal letto, verso di lei che scompariva. Passò la soglia,

traversò la stanza attigua, chiamandola. Si trovò nel buio e nel

terrore.

— Paolo!

Egli accorse. La raccolse, la portò su i guanciali, la tenne fra le

braccia.

— Non l'hai veduta?

Le mascelle tanto le tremavano ch'ella formava a stento le parole.

— Sei allucinata. Isabella, Isabella, non aver paura, non tremare così.

Egli stesso non dominava il suo cieco sgomento.

— Era Vana, era proprio Vana. L'ho veduta. Stavo per toccarla. È

fuggita. Va a vedere.... Forse e là.

— Tu deliri.

Egli le palpava le tempie per sentire se ardessero. Cercava di placarla.

Ella gemeva:

— Tienimi. Stringimi.

Non era più la grande creatura titanica, non era più l'Aurora. Era una

povera creatura tremante che si rannicchiava contro il petto di lui

bisognosa di rifugio e di protezione.

— Ho freddo.

Seguitava a battere i denti. Nella stanza, con l'avanzar della notte, il

calore diminuiva.

— Coprimi. Ho freddo.

Egli la coperse. Ella gli si avviticchiava, aderiva tutta a lui così che

parve fosse venuta nella sua carne la forza delle ventose e delle spire.

Si lamentava talvolta, con quel suo fiotto di fanciullo infermo.

— Ahi! — gemeva, perché le lividure le dolevano, perché ora il suo

dolore era fatto di tanti piccoli dolori.

Ma a poco a poco da quel viluppo un lento bene si generava come

dall'innesto quando s'appiglia e la pianta innestata sparge le vene con

l'altra e un medesimo succo le addolcisce e nutre.

— Ahi! — ella gemeva; ma non era più il lamento puerile.

Era l'allarme del desiderio assalitore. E il sangue aumentava, e le vene

si gonfiavano, e le ossa si rinforzavano. Ed ella ridiveniva grande e

potente. E anche una volta ritentavano essi di fare con le loro due vite

una morte che fosse simile a un'altra vita.

Ella diceva:

— Si muore.

Ma non sapeva di ripetere una parola già detta, e forse detta verso un

altro mistero.

E ricaddero, e si risollevarono. E la notte si consumava. E ricaddero

come per non più rialzarsi. Il sonno bestiale piombò su i loro corpi

schiumanti, li schiacciò. E per gli interstizii degli scuri entrava il

giorno, prima pallido, poi raggiante. E i colpi all'improvviso battuti

sopra l'uscio del corridoio non ruppero quel sonno ch'era veramente il

fratello del nero dèmone.

Sentendosi scuotere, la misera si svegliò con un sobbalzo; e urlò di

nuovo terrore perché credette di vedere al suo capezzale la femmina dai

capelli rossicci e lisci, dal viso sparso di lentiggini, dagli occhi

albini, la femmina che portava l'odore sinistro nel grembiule rigato, la

cucitrice del lenzuolo ov'ella aveva trovato quel sonno.

Non era, ancóra non era.

Era la donna discreta che, non udendo alcuna risposta al suo battere,

aveva osato entrare per risvegliarla.

— Signora, signora, c'è Chiaretta. Dice che ha bisogno di vederLa

subito.

La misera non riesciva a scrollare da sé il letargo.

— Chiaretta! — balbettò ricadendo sul guanciale. — Che vuoi?

— Si svegli, signora, si svegli! — insisteva la donna.

Paolo aveva aperto gli occhi e nell'ombra incerta, ove ardeva ancóra la

lampada velata ed entravano per gli interstizii i raggi del mattino,

aveva sentito quell'aura misteriosa che accompagna la sventura. Sùbito

fu in piedi, indossò una veste, uscì nel corridoio, vide Chiaretta

stravolta e singhiozzante.

— Che accade?

— La signorina....

— Vana?

Da prima ella non poté continuare ma fece il gesto orribile, il gesto

che non lascia dubbio né scampo. Dopo, sotto le domande ansiose, trovò

la forza di narrare con parole confuse e interrotte: la scoperta

lugubre, la finestra spalancata, la salma irrigidita.... La voce di

nuovo le mancò perché scorse tra i lembi della tenda un viso ch'era come

quello di laggiù. Isabella aveva traudito, aveva compreso.

Allora lavare e vestire quel cadavere virgineo non sarebbe stato così

triste sforzo come fu per quel corpo vivente, ancor madido di sudore,

ancóra schiumoso di voluttà, vergognoso di macchie crudeli, rotto dal

lungo martirio dell'orgia; che l'orrore squassava di continuo a modo di

una branca protesa a scuotere per la nuca una vittima tramortita ed a

finirla senza farla sanguinare.

Poi fu la luce spietata del giorno, fu il sole sul lastrico, poi fu

l'arrivo dinanzi la porta socchiusa a lutto, fu la scala salita quasi

con le ginocchia, fu su la soglia la vista del padre ignominioso e della

matrigna feroce sopraggiunti al bottino probabile, più oltre fu

l'incontro degli intrusi in nome della legge, più oltre fu tutta

l'abominazione e tutta la desolazione.

E non fu mai silenzio.

Seguirono giorni in cui la vita veramente parve una storia raccontata da

un ubriaco, rossa di furia e di onta. Ovunque la volontà del dolore

cercò uno scampo, ovunque trovò una via senza uscita, una muraglia

cieca, un'insidia coperta. Nella sera di Mantova il bisogno folle di

sfuggire aveva cacciato l'adolescente tra le pareti ignote, di soglia in

soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile

ruina: ogni porta, piena di minaccia; ogni scala, piena di terrore; ogni

corridoio, come un abisso. Tale non egli soltanto ma ciascun superstite,

non nel Palagio del Sogno d'estate ma nel nesso e nel flesso degli

eventi e delle sorti, nella distretta degli impedimenti e delle

necessità, nel segreto del suo proprio spirito e nella contingenza dei

casi manifesti. Ogni proposito d'azione sembrava trarre dietro dì sé il

fantasma d'un delitto.

E in un'ora più nera di qualunque altra, Paolo Tarsis credette ricevere

il messaggio del compagno fedele oltre la morte. Da una lontananza

infinita gli tornavano nel cuore antiche parole ben note: «Ma più da

presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro,

possiamo godere del pianto di morte!» Non egli le rivolgeva al compagno;

ma il compagno a lui le rivolgeva. Il vóto della triste fidanzata

divenne anche il suo vóto: «Verrò, fra poco verrò.»

S'avvicinava l'anniversario eroico. Già correva il nono mese dal giorno

del lutto. Il popolo di Brescia, apprestandosi alla nuova festa dedàlea,

aveva decretato di porre un segno in memoria del caduto, su la pianura

sottoposta al suo immenso stadio azzurro. Dopo le gare, la statua della

Vittoria sul carro rustico, sul plaustro dei coloni di Roma tratto dai

sei buoi lombardi, era tornata nella sua cella a piè del Cidneo; ma la

colonna romana dalle scannellature profonde era rimasta alzata nel mezzo

del campo, col suo capitello corinzio involto di acanti corrosi, vedova

del simulacro. Per decreto del popolo prode una statua novissima, fusa

nel bronzo fornito dall'erario civico, doveva sostituire l'antica e

rimanervi in perpetuo a commemorazione dell'eroe ligure.

Ora l'opera, allogata allo statuario bolognese Iacopo Caracci, era già

pronta nella bottega del fonditore. L'artista aveva fatto di cera due

esemplari, essendo l'un bronzo destinato a sorgere su la brughiera

bresciana e l'altro su la rupe di Àrdea per vóto di tutti i comuni del

Lazio. Ora sollecitava Paolo Tarsis perché assistesse al getto.

Da più giorni il costruttore d'ali incatenato alla terra non respirava

più ma ansava sotto l'incubo assiduo. Si preparò rapidamente alla corsa,

con uno scrollo di sollievo, tanto era il bisogno di essere altrove, di

fuggire i fantasmi, di respirare con violenza il mattino.

Era un mattino d'aprile, ma il viaggio fu lugubre. Le montagne

s'infoscavano fasciate di nuvole. Soffiava per tutto l'Apennino un vento

diaccio. Due volte egli fermò la macchina per tornare indietro,

perplesso: due volte vinse il presentimento che lo mordeva.

A Bologna, tanto crebbe la sua angoscia che non poté placarla se non

tentando di riudire la voce della povera anima lontana. Attese

lungamente nell'ufficio delle comunicazioni. Il rombo del suo cuore

empiva la cabina ottusa. L'apparecchio era pieno d'un balbettio

incomprensibile, ed egli gittava nell'imbuto nero la sua ansietà

inutilmente.

Più tardi, andò nella bottega del fonditore. Piovigginava. Sotto la

vasta tettoia il forno fusorio era già acceso. Il fumo si spandeva per

le travature, strisciava su i cumuli di terra, su i mucchi di mattoni

refrattarii, su le crepe le croste le buche delle muraglie. E il ricordo

dell'inferno di Monte Cèrboli gli passò nello spirito.

Iacopo Caracci lo condusse su pel margine d'una fossa piena d'ombra ove

si movevano i manovali taciturni. Di sotto alle catene alle funi agli

uncini dei paranchi, per mezzo ai fasci di stipa alle portantine dei

crogiuoli alle corbe di metallo bruto, lo condusse verso quella delle

due cere non ancóra rivestita della tonaca di terra.

Il volatore palpitò e s'illuminò. Una forma possente s'ergeva dinanzi a

lui con l'ali aperte. Era Dedalo? era Icaro? era il Dèmone del folle

volo umano? Non era l'artefice ateniese, il fabro della falsa vacca, né

era il suo figlio incauto; perché il corpo gagliardo, fra le due età,

rivelava il vigore adulto, giunto alla perfezione del crescere,

compiuto. Pareva che uno degli Schiavi michelangioleschi, un di quei

quattro che il Titano lasciò sbozzati nei blocchi e il nepote Lionardo

offerse al duca Cosimo, alfine con un colpo di spalla e un colpo di

ginocchio si fosse sprigionato dall'aspra ganga e col nerbo delle

braccia franche avesse imbracciato due ali per le guigge al modo di due

grandi clìpei e con tutto lo scatto delle congiunte gambe pontando i

piedi spiccasse il volo.

«Àrdea!» Il vincitore di Brescia riudì entro di sé il grido della

moltitudine, riebbe un brivido di quell'ebrezza quando una intera stirpe

fu nuova e gioiosa in lui; rivisse gli attimi sublimi quando il pilota

invisibile gli era tra l'una e l'altra ala come uno spirito del vento,

quando il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più

oltre, quando non la Nike soltanto ma tutta la gloria di sua gente era

alzata su la colonna di Roma.

Non poteva quell'impeto di uno e di tutti essere espresso in simulacro

con più alto stile. Fortemente egli lo disse all'artefice commosso; che

anche nell'aspetto somigliava al Buonarroti, con una testa camusa di

Sileno barbato su un piccolo corpo arido come un viluppo di corde da

balestra.

Ma il metallo tardava a struggersi; la fornace ardeva con poco alito. Il

bagno non era ancor pronto, né il canale; i manovali lavoravano ancóra

nella fossa fusoria. Il maestro di getto, guardando il cielo

piovigginoso e fiutando il vento come un veleggiatore alla panna,

determinò per l'operazione un'ora tarda della notte. Paolo Tarsis uscì

ma promise di ritornare.

Vagò nella sera sciroccosa, per la città malinconica, sotto i portici

eguali. «Compagno, compagno, ti ritrovo!» diceva egli allo spirito della

statua alata e all'imagine viva del fratel suo. Se bene una parte

dell'anima gli fosse penosamente protesa verso l'orrore lontano, egli

aveva dalla lontananza e dalla mutazione un senso involontario di

libertà. Gli sembrava che una sera d'amicizia tornasse a lui dopo tante

sere torbide e inquiete. Il ricordo gli palpitava dentro come un cuore

ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti

dell'essere caro, glielo faceva vivo come quando insieme avevano

osservato dal limitare della tettoia i segnali del vento e compianto il

pollame testardo e irriso la millanteria bracata e fatto il proposito

sorridendosi emuli dagli occhi leali. Egli lo sentiva in sé come nelle

lor grandi ore di silenzio, quando l'uno e l'altro erano una sola

armonia operosa; lo sentiva rivivere più frescamente che se gli

camminasse al fianco per quel portico solitario; se ne sentiva occupato

come se fino a quel punto lo avesse tenuto nascosto e lo avesse nutrito

delle sue vene e lasciato respirare pe' suoi polmoni, soffrire e gioire

coi suoi precordii, sognare con la sua tristezza, attendere con la sua

pazienza, sperare con la sua fede. «Compagno, compagno, ti ritrovo.

Credevi tu che ci saremmo ricongiunti dopo tanta mia perdizione? Credevi

tu che avremmo ripreso insieme il volo come in quel giorno quando ti

venni sopravvento per raggiungerti e nel vortice dell'elica ti gittai il

nostro grido di richiamo e di allarme? Se tu vinci, io vinco. Se io

vinco, tu vinci. Così pensavo io, così tu pensavi. Ora, vedi?, ci hanno

fatto due statue gemelle, ci hanno dato il fuoco e il metallo; e saranno

fuse l'una dopo l'altra nella stessa fornace, per la tua vittoria e per

la mia vittoria, per la tua memoria e per la mia memoria. Come

potrebbero nell'anniversario incidere il tuo nome senza incidere il mio?

Come potrei non tentare la grandezza del nostro sogno più disperato, per

te, per me, innanzi quel giorno? Tutto questo tempo di viltà e di

delirio, io t'ho tenuto addormentato nel mio profondo, t'ho lasciato

sognare sotto il mio male. Nelle pause dell'orribile rombo ascoltavo il

tuo respiro. E talvolta mi pareva intendere la tua voce che indicava la

rotta. Te ne ricordi? — Ponente una quarta a libeccio! — »

E vide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle

dell'Incastro, la chiostra dei monti latini, e una colonna dorica

rigettata dal mare di Circe e portata lassù a forza di buoi e piantata

nella cittadella e sópravi imposto il bronzo sacrificale e trionfale. E

imaginò un volo infinito, sopra un'onda che come quella del Lete gli

toglieva ogni memoria della riva di giù. « — Anch'io. — Ti ricordi di

questa parola detta sorridendo? È la parola di tutti quelli che amano, è

la parola del grande amore. Tu me la dicesti, con gli occhi negli occhi.

Quanto ho dovuto patire e di quali mali, prima di potertela ripetere! Ma

era necessario che così fosse. Per ciò non rimpiango l'immensa forza che

ho consumata nella sterilità. Era necessario che così la consumassi

perché io potessi riaverla da te nell'ora segnata dalla doppia sentenza.

Siamo superstiziosi, come tutti quelli che giocano i giochi terribili.

L'indovino di Madura! Quella che di tanto lontano ti portò la rosa del

presagio, tu lo sai, ha rifatto il suo viaggio. Tutte le rose della sua

cintura te le portò e te le posò su i piedi congiunti. E prima di

rimettersi nel cammino del ritorno, tu lo sai, ha rinfrescato i suoi

piedi nudi col fresco delle stesse rose! Ti amava. Era veramente la tua

fidanzata segreta. Ma, quaggiù, dove avrebbe potuto ella cercarti se non

in me che ti nascondevo? Ti amava. Lo sai. Avendo nel suo piccolo cuore

una forza sovrumana, la sorte non le ha concesso se non di essere un

presagio e un annunzio. È la nostra sorella dell'altra riva. È la

rondine della nostra primavera.»

Pareva che il fiato dell'amicizia addolcisse e serenasse il suo dolore,

per quell'umida e tiepida sera d'aprile ove la vecchia città di mattone

fumigava con le sue torri come torchi spenti nei suoi chiostri senza

fine contigui. «E io? non sono più nulla per te, Aini?» disse allora una

bocca sanguinosa. «Ricòrdati del mio pianto come io mi ricorderò della

parola che accompagnava i tuoi colpi....» E il tormento ricominciò, più

fiero.

Egli salì in una vettura e si fece ricondurre all'albergo, sperando di

trovare qualche notizia, un dispaccio di risposta. Nulla. Un carrozzone

pomposo come un feretro entrava con rimbombo nell'atrio portando una

sola viaggiatrice: una piccola vecchia grinza e adunca, che lo guardò

con due occhi di gufo. Sotto il colonnato egli rivide la tavola dove

s'era seduto con Isabella nella breve sosta, in quel pomeriggio di

giugno. Un facchino aveva lasciato là uno strofinaccio; le sedie di

vimini vuote stavano intorno a guardarlo.

Dopo pranzo, uscì di nuovo per le vie non sapendo come ingannare la sua

ansia. Sotto un portico violentemente illuminato udì un clamore di

folla, uno scroscio di applausi. Alle mura e alle colonne pendevano

imagini di pugilatori giganteschi in atto di combattere, seminudi, coi

pugni armati di guanti enormi. Entrò in una vasta sala gremita, afosa di

mille petti anelanti. Sopra un palco recinto di corde, un bianco e un

negro combattevano, assistiti dall'arbitro. Ma non era un combattimento,

era una carneficina disgustosa. Il bianco, già ridotto un cencio

sanguinante, aveva le labbra lacere, il naso pesto, le palpebre gonfie,

tutto il ceffo disfatto; ma resisteva tuttavia con un coraggio inumano,

sputando nel sangue ingiurie atroci contro il suo carnefice. Il negro

ghignava dalla larga fauce piena di denti d'oro, e senza pietà scagliava

contro la mascella dell'avversario il pugno infallibile. Facilmente egli

avrebbe potuto con un urto nello stomaco abbatterlo in modo che non si

rialzasse più; ma pareva ch'egli avesse un vecchio rancore da sfogare,

una lunga vendetta da compiere. Il bianco era omai stremato di forze; ed

egli lo teneva in piedi, come se giocasse con un fantoccio, rimettendolo

a piombo per la rapidità dei colpi alterni a destra e a sinistra. Tutto

il palco era sparso di sangue. Le viscere della folla urlarono: — Basta!

Basta! — I denti d'oro brillavano nel ghigno scimmiesco. Le guardie

intervennero.

Paolo Tarsis, che pure tante volte s'era appassionato a quegli

spettacoli, fuggì sconvolto, col cuore in gola. Si ricordava del giorno

in cui egli e il compagno avevano assistito, in Sidney, dai gradi d'un

immenso stadio capace di ventimila spettatori, sotto la giovine luce, al

pugilato supremo fra il negro Jack Johnson e Tommy Burns il Canadese,

finito in carneficina anche quello. Come entrò nell'ombra, all'estremo

del portico, due o tre bagasce in agguato lo sollecitarono. Da un Caffè

fumoso veniva un coro ignobile accompagnato da uno stridìo di mandolini

e di chitarre. Un chiarore verdognolo, dalla vetrina d'una Farmacia, non

rischiarava se non le tracce dei piedi umidicci su le lastre. Ed era una

notte d'aprile.

«Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota — quando io abbia

passata la linea.» Egli ripeteva al suo disgusto e al suo rimorso le

parole del poeta d'_In memoriam_ care all'amico, mentre andava verso la

bottega del fonditore.

Iacopo Caracci lo attendeva presso il forno.

— Ebbene?

— Il metallo si comincia a muovere.

Rimasero l'uno accanto all'altro, taciturni. Lo statuario aveva tra le

dita una pallottola di cera bruna e la brancicava di continuo. Il forno

ruggiva da tutti i forami splendendo. Il mastro ficcò in una buca una

lunga verga adunca e tentò il bacino. La verga ritratta ardeva

incandescente nella mano quasi incombustibile, e tutta la persona

s'avvampava al riverbero. Due manovali stillanti di sudore issarono

l'ultima corba di metallo bruto e a uno a uno fecero calare i masselli

nell'ardore che abbrusticava le braccia villose. Il forno crepitò e

crosciò nelle sue armature ferrate, mentre per lo spiracolo del tirante

si vide lampeggiare il migliaccio liquefatto.

— Pronti? — chiese il Caracci, un poco pallido, lasciando cadere la cera

ammollita dal pollice e dall'indice in cui aveva constretta la sua

irrequietudine.

Gli operai carponi spargevano stipa accesa nel canale interposto tra la

parete della fornace e l'entrata della forma, per asciugar la terra

fresca. Un di loro teneva già in pugno il mandriano che doveva

percuotere la spina e sprigionare il bronzo liquido. Il mastro era

salito in piedi sul tavolone che attraversava la fossa fusoria.

— Do? — chiese l'uomo in atto di vibrare il palo di ferro.

Allora parve a Paolo Tarsis che l'aria ripalpitasse d'un'ansietà

religiosa come nell'attesa del miracolo. Egli respirò nell'anima stessa

del fuoco e nell'anima del fratel suo. Il primo urto del ferro gli

risonò nell'osso del petto. Una vena furente e fulgente si precipitò pel

varco, più divina delle divine meteore. E non era la colata del metallo

strutto che soffiava e stridiva nei rami di gitto a riempire il cavo

della statua bella, ma era la bellezza e l'immortalità d'una seconda

vita che perpetuava l'ideale imagine fraterna e esaltava il superstite

in una subitanea purificazione. Quando la forma fu piena e la leva

s'abbassò e il turo chiuse la bocca rigurgitante e il metallo superfluo

s'incupì nel fermarsi, egli sentì che il rito del fuoco s'era compiuto

dentro di lui e che la parola del rito non poteva essere se non quella

del compagno: «Anch'io.»

Si volse a Iacopo Caracci e lo vide ancor pallido sotto la maschera di

polvere e di fuliggine; e s'accorse ch'entrambi erano su l'orlo della

fossa fusoria e che egli stesso portava le vestigia ignee sul viso.

— Quando la mia? — domandò allo statuario.

Questi sùbito comprese che la domanda alludeva alla seconda fusione.

— Fra due settimane.

— E il metallo?

— C'è già, e buono. Venga a vedere.

L'artefice lo condusse dove i masselli erano accumulati.

— Io non so se potrò tornare — gli disse Paolo Tarsis. — Ma mi prometta

che mi avvertirà.

— Sicuramente.

— Le affido un pegno che m'è preziosissimo. Le mani che hanno modellato

una tale opera sono certo mani sicure.

Un fervore così virile riscaldava quella voce, che il costruttore di

statue guardando il costruttore d'ali conobbe anche una volta come il

dolore non sia se non creazione. Egli sentiva che in colui era per

crearsi un grande evento. Parve che in quel punto il genio dell'amicizia

toccasse entrambi. Disse con semplicità:

— Do la mia fede.

— Non sorrida della mia superstizione. Le affido questo anello: non vale

se non per la data che v'è incisa. Quando il bronzo dell'altra statua

sarà liquefatto, lo getti nel bacino.

Era un povero cerchietto d'ottone, tolto alla martingala del cavallo che

impennandosi aveva ricevuto in pieno petto il lungo coltello del

juramentado, nell'isola di Sulu.

— Sarà fatto — disse il postremo discepolo di Michelangelo.

— Ora mi lasci rivedere la cera.

Andarono laggiù, in fondo, nel buio. Un giovinetto nero di fuliggine

rischiarava il passo tra gli ingombri con un pezzo di torcia. Il ricordo

di Aldo nel sepolcreto etrusco traversò lo spirito di Paolo Tarsis, con

una ràffica di cose torbide e crudeli.

— Alza la tua torcia! — disse Iacopo Caracci al manovale.

E pel color bruno la statua pareva già fusa nel bronzo, pontata su i

piedi dai tendini tesi per iscoccar di terra, con le due ali imbracciate

come due vasti clìpei, col volto ardentemente riverso a divorare il

cielo.

S'accomiatarono, come due che legava una promessa misteriosa. Nel

passare lungo la fossa fusoria, Paolo vide il metallo superfluo rimasto

nel rigagnolo murato. Si chinò per raccogliere un colaticcio che

sopravanzava all'orlo di mattone, credendolo già freddo: ma si scottò le

dita. Allora il giovinetto fuligginoso lo prese con una tanaglia, lo

tuffò in una secchia ove strise; poi l'offerse. Aveva la forma d'una

mano.

Era notte alta, ma la nuvola qua e là rotta scopriva le stelle fioche.

La luna nascosta diffondeva un albore simile all'alba, giù pei lunghi

chiostri solitarii. Che faceva Isabella? Non dormiva: aveva ucciso il

sonno. Né egli sperava di chiudere gli occhi.

Soltanto li chiuse al mattino. Gli sembrava d'aver vegliato il suo

compagno una seconda volta. Non aveva pianto col pianto di Vana, ma

aveva compiuto il rito del fuoco.

Quando si svegliò, era tardi: non era giunta notizia alcuna. Diede gli

ordini al meccanico per la partenza. Uscì per andare all'ufficio delle

comunicazioni. La piazza ancor umida di pioggia splendeva al sole di

aprile come se tutta consentisse alla grazia della sua Fontana; la

terracotta della vecchia città sembrava perdere il fosco e il sanguigno,

tingersi di rosa novella. Egli ebbe un desiderio disperato di riudire la

voce che gli faceva tanto male.

Ansioso entrò nella cabina imbottita come quelle stanze atte a spegnere

il clamore dei supplizii. Prima udì nell'apparecchio il rombo come d'un

tràino che si dilegui, poi al suo chiamare udì Isabella rispondere.

— Isabella, sei tu?

— No, no, non sono.

— Sì, sei tu. Riconosco la voce. Mi senti?

— Oh, sempre quel passo.

— Quale passo? Che dici?

— Non so, non so. Ho la testa così debole! La testa mi va via.... E poi

viene quella donna, che me la prende.

— Isabella! Quale donna?

— Quella del grembiale rigato.

Egli ebbe il gelo in tutte le ossa. A traverso la distanza, su da quella

bocca nera e insensibile, il soffio della follia gli ventò sul viso e

l'agghiacciò.

— Isabella, ascolta!

— Dove sei? Sei a Mantova? Ah, non dovevi andare.

— Non sai che sono qui? Aspettami. Parto sùbito.

— Non dovevi guardare in quello specchio. Ho paura, ho paura.

— Isabella, ascolta! Mi senti? Parto sùbito. Non vuoi vedermi?

— Ah, come potrei vederti ora, dopo che ho fatto questo?

Ella soggiunse debolmente, come se parlasse a sé:

— Dove sono stata stanotte?

Egli aveva creduto che, di là dalla miseria di quel risveglio improvviso

nella stanza verde, non potesse la vita dargli nulla di peggio. Ma in

tutto il passato nulla eguagliava d'atrocità quell'angoscia soffocata da

quell'angustia, quegli impeti di soccorso troncati da quel novo

strumento di tortura che avvicinava e separava a un tempo, che giocava

con l'illusione della presenza e con la realità dello spazio.

— Dove sei stata? Sei uscita? Quando?

— No, mai. Non sono uscita mai; ma....

— Parla!

— La senti che cammina sempre?

— Isabella, Isabella, parto sùbito. Fra tre ore sono con te. Vieni

laggiù, da noi.

— Come posso? Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....

Una voce estranea interruppe bruscamente la comunicazione, fra uno

scampanellìo assordante. Quando egli uscì dalla cabina, tutti si volsero

a guardarlo, tanto il suo aspetto era miserabile.

Non respirava più. Gli pareva che non avrebbe più potuto respirare se

non in quella bocca disseccata dall'aridità della follìa. Sospingeva la

macchina col suo cuore, su per l'erta, intentissimo ai ritmi di tutti i

congegni, sapendo che la sorte era congiunta allo scocco d'una

scintilla, al distacco d'un filo. Era a pochi chilometri dal Covigliaio,

nell'Apennino, quando s'accorse che il motore non pulsava più. Egli

stesso non aveva più palpito. Il meccanico scosse il capo e corrugò le

sopracciglia, indovinando il guasto al magnete. Ogni tentativo fu vano.

Rimasero fermi su la strada, nella solitudine.

Come passava una vettura di posta, Paolo si fece portare fino al

Covigliaio per chiedere aiuto. Eran quasi le cinque; e la sua ansietà

s'aggravava di presentimenti funesti. Tornò indietro con un meccanico

addetto all'albergo. Dopo un'ora di lavoro la macchina ricominciò a

camminare. Percorso un chilometro appena, si fermò: stette là, su la

strada solitaria, ammasso pesante e inerte, con l'aspetto ottuso dei

bruti caparbii, resistendo a ogni stimolo, a ogni industria. E la

disperazione prese l'uomo.

Il tempo era lentissimo. Il giorno si consumava. Una grande serenità

pendeva su la montagna deserta. Tutte le cime si doravano e le ombre si

facevano quasi rosee. La luna insensibile, d'una delicatezza quasi

carnale, priva di raggi, con una vita senza fuoco, saliva di dietro un

culmine ch'era simile a un òmero che ritenesse il lembo d'una tenue

tunica violetta. Ed egli ripensò il plenilunio d'agosto su la marina

pisana, la bianca terrazza coronata d'oleandri, la danza degli

orizzonti, il mimo dell'ape. Dov'era, che faceva in quell'ora Isabella?

Andava forse al nascondiglio? E lo trovava chiuso!

Il tempo fluiva, la luce diminuiva. Gli sforzi per sanare il congegno

infermo erano vanissimi. In che modo avrebbe potuto egli giungere alla

città? Omai la speranza di riaccordare il motore era perduta. Stava in

ascolto per distinguere un indizio lontano, per scoprire se qualche

veicolo si avvicinasse; quando in fatti udì nel valico il rombo ben

noto.

Si credette salvo. Riconobbe la macchina di Maffeo della Genga, carica

di donne velate e incappucciate. Era un'allegra compagnia. Com'egli

domandò soccorso, da prima gli fu dato il meccanico perché col suo

facesse un ultimo tentativo. Poi, come cadeva la sera, gli fu offerto

d'incastrarsi fra i posti occupati.

Ripartirono lasciando su la strada la carcassa inànime. Dal Covigliaio

mandarono buoi a tirarla. Filarono su Firenze senz'altri indugi. La

montagna era tutta violacea. Faceva freddo. La compagnia si rattristava,

serrata e silenziosa. Paolo sentiva che ogni minuto aveva un'importanza

incalcolabile e ch'egli correva verso una catastrofe oscura. Certo, ogni

minuto aveva il suo peso; e nei pressi di Pratolino ne andaron perduti

dieci per accendere i fanali mal pronti. Eran passate le otto quando

entrarono in città. Paolo fu deposto alla porta del suo rifugio d'amore.

Ringraziò breve: aprì il primo cancello, fece per entrare. Ma un

domestico dell'appartamento di sopra venne giù per le scale come se lo

aspettasse e dovesse dirgli qualcosa.

Si scusò; poi su la soglia, a bassa voce, gli disse:

— Dianzi, potevan essere circa le otto, abbiamo sentito sonare il Suo

campanello e battere alla Sua porta con insistenza. Poco dopo, un uomo è

salito su per le scale e con malo modo ha incominciato a battere alla

nostra porta gridando: «Aprite! Siamo agenti di polizia. Questa donna

non appartiene a questa casa? Aprite, o gettiamo giù l'uscio.» E

seguitava a picchiare coi calci e coi pugni imbestiato. La mia padrona

sbigottita non voleva che io aprissi. Allora mi son fatto al finestrino,

e ho veduto giù per le scale appoggiata alla ringhiera una signora alta,

snella, che m'è parso di riconoscere per quella ch'è solita venire qui

da Lei. Un altro uomo era accanto alla signora, che sembrava impietrita.

Al mio diniego, la guardia insisteva. Persuaso finalmente che noi non si

voleva aprire e che la signora non apparteneva alla nostra casa, egli è

disceso con l'altro e ha ripreso lo strepito qui alla Sua porta. Ho

udito confusamente la signora disperarsi e dire con la voce soffocata:

«Lasciatemi! Lasciatemi! Non sono quella.» Non potevo far nulla per

soccorrerla perché Mrs. Culmer sbigottita m'impediva di uscire. Ma,

nell'affacciarmi per un attimo alla finestra, ho veduto la signora

salire in una vettura pubblica che aspettava su la via e andarsene

accompagnata dai due uomini seduti l'uno a fianco e l'altro di fronte.

Nell'oscurità non ho potuto scorgere il numero della vettura; ma, un

momento prima che la signora montasse, avevo chiesto al vetturino: «Dove

avete presa quella signora?» e m'è parso ch'egli mi abbia risposto: «In

Piazza d'Azeglio.» Saranno dieci minuti, appena, che ho visto la vettura

scomparire in fondo alla via. S'Ella fosse arrivata dieci minuti prima,

l'avrebbe trovata ancóra qui!

Il primo impeto fu di correre in fondo alla via. Ma, dopo qualche passo,

Paolo riconobbe l'inutilità dell'inseguimento senza tracce. Rientrò. Si

precipitò al telefono. Non poté ottenere la comunicazione perché di

laggiù nessuno rispondeva. Egli cercava di tenere in pugno la sua

volontà e di non perdere la lucidezza; ma le più strane imaginazioni

assalivano il suo cervello. Che mai poteva essere accaduto? Com'era ella

capitata in mano delle due guardie? L'avevano trovata forse vaneggiante

per la strada e avevano tentato di ricondurla? Ella stessa aveva dato

l'indirizzo segreto? E perché le guardie con quell'insistenza e con

quella brutalità pretendevano di entrare nella casa di Mrs. Culmer? O

forse si trattava di una estorsione tentata da due sconosciuti che, per

compierla, simulavano di essere due agenti di polizia? E dove dunque

portavano la misera? Che facevano di lei?

Ecco che l'orrore nella cabina cupa non era l'estremo; né l'estremo era

pur quello, certo.

«Bisogna trovarla; bisogna sapere» diceva egli disperandosi sotto i

lampi sinistri di tutte le imaginazioni. Il profumo del gelsomino di

Volterra emanava dalla stanza verde. La tunica nerazzurra era sospesa

alla lettiera, con le sue mille pieghe richiuse, come una corda attorta.

Allora gli ritornarono nella memoria le parole strane ch'ella aveva

balbettate, l'ultima sera, prima di spogliarsi: «Non mi lasceranno più

rientrare. Certo mi spìano. Certo ora sanno che io sono qui.... Lo

Sciacallo! Mio padre e lo Sciacallo.» Poteva essere che quei due

avessero tramato l'infamia?

Raccolse il suo coraggio; si dispose a uscire; si preparò a tutto. Prima

d'ogni altra ricerca, bisognava andare alla Questura, nel caso che i due

uomini fossero veramente due guardie e potessero averla condotta

nell'asilo di vergogna. Andò. Sentì l'odore singolare che, con quello

dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in terra. Un

affaccendamento misterioso agitava le sale, gli anditi; i campanelli

tintinnivano di continuo; s'udiva qualcuno singhiozzare e implorare,

dietro un uscio. Un ceffo giallognolo sotto la visiera d'un chepì faceva

pensare che veramente la Natura ha fatto del volto umano il suo luogo

più orrido.

Fu ricevuto da un ispettore cortese, quasi con unzione. La Questura

ignorava tutto. Nessun ordine era stato dato. Nessun rapporto era

pervenuto. Nessuna signora era stata condotta in camera di sicurezza.

Inoltre era da escludersi che quelle due persone fossero veri agenti,

considerato il contegno brutale d'una di loro. Gli agenti, come si sa,

per penetrare in una casa chiusa, adoperano altri metodi: non la

violenza ma la scaltrezza, non la forza ma lo stratagemma. Ad ogni modo

l'ispettore cortese prometteva di mettersi subito all'opera per chiarire

il mistero.

Mancava un quarto d'ora alle undici. Cresceva la notte. Che fare? Che

pensare? Come attendere? Si trattava forse d'un sequestro di persona?

compiuto da chi? per mandato di chi? a qual fine? E le parole della

povera trasognante, balbettate di sotto il labbro gonfio, di sotto la

genciva sanguinolenta, gli sonavano sempre sul sospetto: «Lo Sciacallo.

Mio padre e lo Sciacallo.»

Risolse di andare al Borgo degli Albizzi. Il palagio era chiuso,

impenetrabile nelle commettiture delle sue bugne di pietra forte. Non

appariva nessun lume alle finestre. Nessun indizio di vita esciva da

quel masso di solidità, di silenzio e d'ombra. Al suono del campanello,

nessuno rispose. Egli persistette, risoluto a qualunque audacia.

Finalmente nella finestra del mezzanino, sopra il portone, apparve il

portinaio mormorando:

— Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.

— La signora non è rientrata?

— Non c'è nessuno.

— Ma la signora oggi c'era.

— Ora non c'è.

— Dov'è andata?

— Non c'è nessuno. Sono tutti a Volterra.

La finestra si rabbuiò. La porta, con le sue formelle e i suoi chiodi,

era incrollabile. La mole di pietra taceva deserta.

Egli tornò alla Questura: l'ispettore aveva fatto ricerche in tutti i

posti della città, inutilmente. Tornò alla casa di Mrs. Culmer; svegliò

il domestico; lo interrogò ancóra, con più acume, con più pazienza.

Dalle risposte, un dubbio crudelissimo cominciò a straziarlo.

Tentò di nuovo il telefono. Nessuno rispondeva. Gli parve di udire

squillare il campanello nel buio del palazzo abbandonato. Dov'era ella?

dov'era? dove la trascinavano?

Non pensò di coricarsi, d'aspettare il giorno nell'immobilità. Uscì di

nuovo, per la terza volta, vincendo la ripugnanza, penetrò nell'antro

poliziesco. Nessuna notizia. Come più cresceva la notte, il luogo

diveniva più lugubre. Nel silenzio, pareva che sola una pentola putrida

bollisse.

Era stanco, era digiuno, ma non trovava requie. Ripassò pel Borgo degli

Albizzi, spiò le finestre, interrogò la pietra, sussultò a ogni rumore

di ruote o di passi. Spinto dalla frenesia del tormento, andò vagando in

quella Piazza d'Azeglio nominata dal domestico, intorno a quel giardino

pubblico dove la sera si pongono in agguato le meretrici. Leggeri velli

aerei scorrevano su le cime degli alberi, bianchi di luna. Nel silenzio

non s'udiva se non l'urto dello zoccolo di qualche cavallo da troppe ore

fermo su le sue quattro zampe indolenzite. Egli interrogò i due o tre

vetturini che sonnecchiavano in serpe. Non seppero dirgli nulla; non

seppero se non soffiargli in viso i loro fiati fetidi di zozza.

Alfine, non reggendo più alla nausea e alla fatica, rientrò nella sua

vera casa, in quella dov'era venuta Vana a rivelare la cosa mostruosa.

«Ho divinato, ho veduto, ho udito.»

Non dormì. Si mondò di tanta infezione e di tanto fango. Ritornò

nell'altra casa, al mattino. L'ispettore cortese aveva promesso di

mandargli un uomo di polizia per recar notizie e per raccogliere la

testimonianza del domestico di Mrs. Culmer. Egli era omai rassegnato a

patire tutte le onte, come un supplizio che è inevitabile ma che deve

avere la sua fine. «Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota —

quando io abbia passato la linea.»

Il delegato sopraggiunse: una figura ambigua, lividiccia, viscida, con

una fronte sfuggente, con un mento sfuggente, con occhi fuggevoli. Era

la mutazione umana dell'anguilla d'Aristotele, né maschio né femmina,

nata da quella sua gran madre universale Putredine.

Sùbito disse:

— La signora è in casa, è da ieri sera nel suo palazzo. L'ispettore

stamani, appena aperto il portone, ha interrogato il portinaio e lo ha

costretto a dire la verità. La signora fu ricondotta iersera verso le

dieci da due uomini, dei quali uno si dichiarò agente di polizia e nel

riconsegnare la signora stese un verbale. Nessun rapporto però è giunto

e non si sa ancóra quel che sia accaduto. Ora, s'Ella permette,

interrogherò il domestico.

Il domestico scese e ripeté il racconto. Ma fu accertato che, avanti il

suo accorrere, una donna di servizio aveva avuto con la presunta guardia

il primo scambio di parole.

Venne la donna. Era grassa e placida, con piccoli occhi porcini. Mentre

cianciava ella aveva dietro di sé il divano ove nell'ora del vituperio

Isabella s'era abbandonata quasi prona prendendosi la faccia tra le

palme. Egli la rivedeva là, contro i cuscini, con la sua pallida nuca

impudica, con le sue spalle piane, con le sue reni falcate, con la sua

lunga coscia obliqua, con le gambe fuor della gonna nelle guaine lucide.

E, come la donna cianciava, l'avventura si faceva più orribile; il

dubbio crudelissimo diveniva certezza. E gli parve che la parola

vituperosa a un tratto riecheggiasse nella stanza, ove sul tappeto

brillava una lunga spada di sole.

Egli rifaceva il cammino. — La vettura publica giunse con le tre

persone. Uno dei due uomini, un giovine magro con un abito grigio a

righe, dopo aver sonato e picchiato alla porta di giù, salì e cominciò a

strepitare dinanzi alla porta di Mrs. Culmer. Dal suo contegno appariva

ch'egli avesse sorpresa nella piazza quella sconosciuta e l'avesse

creduta un'adescatrice di passanti! Chiestole l'indirizzo, egli l'aveva

ricondotta là credendo che quella casa fosse una specie di ritrovo

galante. S'adirava e strepitava perché credeva che «la padrona» si

rifiutasse di aprire per evitar perquisizioni pericolose. Per ciò

gridava: «Questa donna non appartiene a questa casa? Chiamate la

padrona. Fateci parlare con la padrona.» Tutte maniere significative. E

la donna dava un indizio ancor più grave. La guardia si rivolgeva alla

sconosciuta e le domandava: «Ma che facevate voi, nel tal luogo, che

facevate?» La testimone però non si ricordava del luogo nominato; ma

anch'ella credeva fosse quella piazza.

Allora la bipede anguilla, evitando sempre di guardare gli occhi chiari,

disse:

— Mi sembra che la cosa si vada illuminando. È probabile che si tratti

veramente d'una guardia. La guardia deve aver trovata la signora in

Piazza d'Azeglio, che appunto verso sera è mal frequentata nell'ombra

del giardino. Colpito dal contegno strano, ha commesso l'errore....

Faremo le ricerche. Sapremo tutta la verità.

Paolo udiva la parola di vituperio risonare nella stanza, una volta, due

volte, tre volte; e, dopo ciascuna volta, una pausa come dopo un colpo

che atterra. Rivedeva quella faccia distrutta, simile a un pugno di

cenere. Poi risentiva soffiare su sé la feroce insània, rivedeva sé

nell'atto di percuotere l'atterrata sul viso su le braccia sul petto,

ruggendo l'ingiuria.

Poteva il destino schiacciare la povera creatura con un calcagno più

lurido? Quale invenzione mai poteva eguagliare quella realtà? L'ultimo

urto per abbattere quella ragione vacillante era stato dato dal caso con

una sapienza degna della più lenta premeditazione. E l'ultima voce,

udita a traverso la nera distanza, non pareva avere annunziato

l'infamia? «Tu lo sai quel che sono, tu l'hai detto....» L'avevano presa

per un'adescatrice di passanti in un giardino publico. Certo, nel

terrore, ella aveva dato l'indirizzo della casa d'amore, sperando di

trovare il rifugio e la difesa. E l'avevano ricondotta a quella casa

come a un postribolo, come per essere restituita al luogo del suo

mestiere immondo! E la porta era chiusa. Battuta dai pugni e dai calci,

era rimasta chiusa.

Paolo guardava la striscia di sole sul tappeto, attonito. La vita era

veramente quale gli era apparsa nella caligine piovigginosa, l'altra

notte, sotto il portico, tra la carneficina e l'oscenità, tra il Caffè e

la Farmacia. Per giungere a questo egli aveva costruito le sue ali?

Uscì. Si soffermò a piè della scala; guardò il ferro della ringhiera e i

gradini di marmo bianco. «Vale la pena di colare a picco, se non per

altro, per non aver più in fondo alle pupille quella fiammella

giallastra che iersera illuminava la scala e che è la cosa più lugubre

della terra, più lugubre del vomito fetido di un avvoltoio dopo la

morte, o Vana beata, martire salva!»

Rientrò nella casa vera, in quella dove l'imagine di Giulio Cambiaso era

chiusa nella custodia di lutto. «I minuti di Pratolino, la sosta per

accendere i fanali! Ecco i giochi della vita. Ma, dal momento in cui la

vettura col triste carico si mosse, dove fu condotta la povera creatura?

dove fu trascinata, sino al momento in cui forse disse il suo vero nome

e diede l'indirizzo della sua casa vera e vi fu deposta?»

Un solo uomo in quella sciagura poteva aiutarlo: il dottore. L'aveva

incontrato poche volte, aveva scambiato con lui poche parole; ma aveva

sùbito sentito, in quella struttura quadra, in quella mano larga,

qualcosa di saldo, di leale, di generoso: una bontà lucida e virile, una

energia misurata, un intelletto vigile. Lo cercò, lo trovò. Non lo trovò

soltanto in presenza, lo trovò in anima.

Aveva già visitato la demente; appariva triste e perplesso, poiché non

conosceva l'episodio della cattura se non nel ritorno dell'infelice

accompagnata dai due sconosciuti e riconsegnata al portinaio. Né Paolo

aveva cuore di confessargli la sua miseria e la sua insània.

— L'ho trovata — disse il dottore — non nel suo appartamento ma in una

piccola stanza del mezzanino, in una specie di sottoscala, dov'ella si

rifugiò iersera come in una tana, risoluta a non più uscirne. Il

fratello e la sorellina sono a Volterra. Ora la povera creatura sa che

il padre e la matrigna si sono già stabiliti nel palazzo. Per aver

soltanto intraveduto la nemica a cui dà il nome di Sciacallo, ella ha

gittato tali grida di terrore che, dianzi, la gente era assembrata sotto

la finestra.

Paolo appariva così contraffatto che il medico s'arrestò.

— Continui — disse egli, come se non fosse sotto la parola ma sotto il

ferro operatorio. — Continui, prego.

— Per quanto io abbia cercato di persuaderla, non m'è riuscito di trarla

fuori dalla sua tana dove non c'è che il nudo muro, una vecchia branda e

qualche sedia sconnessa. Il delirio è violento, e non so ancóra

determinarne tutte le cause. Dianzi, alle mie persuasioni rispondeva:

«Non posso, non posso più uscire di qui. Le guardie mi arrestano, mi

portano alle Murate. Sono scritta nel libro della Questura. Non sa,

dottore, chi sono io? non lo sa? Prima c'era uno solo nel mondo, che lo

sapeva e lo diceva. Ora quest'uno è andato e m'ha scritto nel Libro. Le

guardie mi conoscono. Tutti mi conoscono. Come vuole che io esca di qui?

Non mi chiamo più Isabella Inghirami. Sa, dottore, come mi chiamo io?

Vada, scenda nella via, lo domandi al primo che passa. Come vuole che io

esca di qui, con questa bocca? Non vede come mi sanguina? Prima fu una

piccola goccia, una piccola piccola goccia. Vana la vide, Vanina la

vide, e m'asciugò; con un piccolo fazzoletto m'asciugò, e poi lo serbò;

serbò la macchiolina rossa, e aspettò. Ora, vede?, ora non faccio che

leccare il mio sangue, e mai non stagna. Chi m'ha pestata così? Quello,

sempre quello, quello che m'ha scritta nel Libro....»

— Continui, prego.

— Ma, signore. Ella sta male.

— No, dottore. Continui.

— Ora, in realtà, l'inferma ha le stìmate nella bocca. Le gencive

sanguinano intorno ai denti, le labbra sono arse e screpolate, tutti i

muscoli del viso sono stravolti. E certo è questa la più intensa delle

sue idee deliranti; ma ve n'è qualche altra, forse più tormentosa e di

natura più grave, di cui non so scoprire l'origine.

— Dica, dica. Quale?

— Forse Ella può illuminarmi. L'inferma, a intervalli, crede di sentire

qualcuno che cammina sotto il suo cranio, un passo concitato che suona

dietro l'osso della sua fronte; e il suo terrore di quel supplizio e

dell'eternità di quel supplizio è tale che non si può assistere

all'accesso senza profondo strazio. Né gli intervalli le danno riposo,

perché è di continuo nello sgomento e nell'attesa di riudire il passo.

Se parla, si arresta per ascoltare. Quando l'ode avvicinarsi, si curva

tutta sopra sé stessa, e rompe in supplicazioni confuse che non son

riuscito a intendere, così forte il terrore le fa tremare le mascelle.

Ma una volta ha detto, sotto voce, con un accento infantile: «Bisogna

andare andare, mettersi in cammino e andare, coi nostri piedi, chi sa

dove....» E mi sembra che in questo delirio entri per qualche parte la

sorellina; perché a un certo punto è balzata in piedi, con una

eccitazione spaventosa, gridando: «Ah no, questo no! Mi porta via

Lunella, mi si prende Lunella! Ah, questo no! Non me la togliere! Dove

la porti? dove la trascini? non vedi? è piccola, non può seguirti....

Lasciala! Perché mi fai questo? Non vedi come sono? Non posso farti più

male. Tu mi cammini sopra, tu mi passi sopra. Sono diventata la tua

via....»

Paolo si stringeva le tempie fra le mani, e accennava di non poter più

udire. L'insonnio, il digiuno, la stanchezza, la violenza delle

commozioni finalmente rompevano la sua forza. Le tempie gli si

spezzavano. Lo spasimo corporale attutì l'altro dolore. Egli non poté

fare altro che distendersi e rimanere lunghe ore nell'immobilità e nel

buio.

E questo fu il primo giorno dell'ultima prova.

Il secondo giorno, dopo una notte in cui l'insonnio e l'incubo si

alternarono, egli rivide il dottore. Il delirio della demente era

cresciuto. Non era stato ancóra possibile trarla dalla tana senza

provocare una resistenza pericolosa. Il padre e lo Sciacallo, che a

vicenda custodivano l'adito, avevano espresso il loro pensiero su la

necessità di chiudere l'inferma in una Casa di salute. D'entrambi, e

della feroce cupidigia ch'essi celavano sotto la sollecitudine, il

dottore fece un ritratto spietato. Il proposito fermo d'impedire il

delitto, a qualunque costo, ridiede all'agitato la pacatezza esteriore.

— Che cosa posso io fare per salvarla? — dimandò egli. — Crede che le

gioverebbe rivedermi?

Il medico rimase perplesso.

— Parli senz'alcun riguardo. Non mi risparmi, La prego.

— Quando l'inferma evita di dire il nome di quegli che la fa sanguinare,

— rispose con tristezza e con pietà l'uomo dalla larga mano — qual nome

essa tace?

— Il mio. È vero.

Un silenzio penoso piombò su entrambi.

— Che accadde dall'ora in cui essa uscì sola all'ora in cui rientrò

accompagnata dai due sconosciuti? — chiese il medico guardando

dirittamente gli occhi chiari. — Può dirmelo?

Paolo raccontò quanto sapeva, senz'alcuna omissione.

— Ora comprendo molte cose — disse il medico — e tra le altre questa, la

più grave. L'inferma è convinta che fu presa per vendetta di «quell'uno»

e che, quando dagli uomini fu battuto alla porta, quegli era dentro e

udiva gli oltraggi e godeva della vergogna, e non aprì. Paolo balzò in

piedi tremando per tutte le membra.

— Mi odia, dunque.

— Noto che d'ora in ora l'avversione diviene più acre e assume forme più

crude. Stamani, nell'accesso, per la prima volta ha proferito sillaba

per sillaba la parola infame che la marchiò, secondo essa dice.

Paolo non sopportava quegli occhi limpidi che lo guardavano; né poteva

gridare la sua discolpa. Ma accoglieva la fatalità del male che la

misera gli faceva e nell'amore e nella demenza e nella morte. E tacque;

e specchiò la sua solitudine nel suo duro silenzio come in una lastra di

marmo nero.

Nel terzo giorno ricomparve l'uomo sgusciante dalla voce dolciastra e

dagli occhi fuggevoli. Veniva ad esporgli il risultato delle sue nuove

pratiche.

Restò sempre in piedi, parlò sommesso.

— Nel pomeriggio di martedì, verso le sei, la signora fu vista su la

scalinata di San Firenze. L'indicazione della Piazza d'Azeglio, data per

errore del domestico o per inganno del vetturino, era falsa e forviò le

ricerche. Tutta l'avventura si svolse su la Piazza di San Firenze fra le

sei e le sette e mezzo circa. Dopo avere esitato, in preda a

un'agitazione palese, la signora entrò nella piccola porta che mette

nella cappella. Quando ne uscì, prese una vettura e diede l'indirizzo di

Borgo degli Albizzi. A mezza strada si pentì e ordinò di tornare

indietro. Si fermò di nuovo dinanzi alla Chiesa, ed entrò per la stessa

porta. Quando ne uscì la seconda volta, era già buio. Come dava in

ismanie, un uomo alto e magro si avvicinò a parlarle. L'uomo chiamò un

suo compagno, dichiarandosi agente di polizia. Ed entrambi fecero salire

la signora in un'altra vettura e la condussero là dove accadde la scena

raccontata dal domestico di Mrs. Culmer. Pochi minuti prima delle otto e

mezzo, i due uomini fecero di nuovo salire la signora nella vettura e la

condussero in giro, senza meta, aspettando che si rivelasse e desse una

indicazione certa. Come passavano per la piazza Beccaria, si fermarono

dinanzi al Caffè. Discesero; si sedettero a una tavola. La signora bevve

qualcosa; anch'essi bevvero. Quanto tempo rimasero là? Uno d'essi, il

magro, diceva: «Non la lascio se non la porto a casa, se non scopro chi

sia e dove abiti.» Sembra che finalmente, verso le dieci, la signora

abbia dato l'indirizzo di Borgo degli Albizzi. I due ve la condussero.

Il magro (poiché l'altro taceva sempre) dichiarandosi agente, fece

firmare al portiere una carta, un piccolo pezzo qualunque di carta. La

signora smaniosa disparve su per le scale. I due accompagnatori si

allontanarono. Le ricerche minutissime, compiute per trovare tra gli

agenti l'uomo indicato, son riuscite vane. Nessun rapporto fu presentato

al Questore. Io penso che l'uomo sia un qualche malfattore temerario che

abbia tentato un ricatto. Le ricerche tuttavia continueranno.

E il delegato se ne andò, con la solita aria cerimoniosa e strisciante.

Paolo Tarsis vide il Caffè ignobile; vide Isabella Inghirami — la

creatura di tutte le grazie e di tutte le eleganze, la grande farfalla

crepuscolare che aveva vinto di levità tutte le aure dell'Estate, quella

medesima che aveva potuto d'improvviso estrarre sé dal suo masso come

una statua severa e assomigliarsi alla grande Aurora michelangiolesca —

la vide seduta tra i due ceffi, dinanzi a un bicchiere impuro dov'ella

bagnava le labbra riarse....

E il quarto giorno fu il giorno di Tamar.

Prima il dottore domandò:

— Può dirmi qualcosa della femmina dal grembiule rigato?

— Non comprendo.

— L'inferma a quando a quando vede una femmina rossiccia e albina con un

grembiule rigato «che odora di quell'odore». Rifiuta di coricarsi perché

dice che le hanno messo nel letto il lenzuolo cucito da colei, il

lenzuolo di tre ferzi. Non conosce nulla, degli ultimi tempi, che possa

illuminarmi?

— Nulla.

Tacquero per un poco, pensosi.

— E l'odio? — chiese Paolo Tarsis. — Aumenta?

— «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande.» Ha una Bibbia?

— L'ho.

E Paolo cercò la Bibbia e la diede al medico.

— Ogni giorno porta un nuovo atteggiamento misterioso — disse il medico.

— Iersera essa ebbe una tregua fra due tempeste. La tremenda

irrequietudine del corpo cessò per un tratto. Consentì a sedersi. Aveva

rifiutato il cibo ostinatamente. Era d'un pallore e d'un'emaciazione

mortali. I sussulti, gli sguardi, i sobbalzi erano placati. Solo

persisteva il gesto perpetuo di premersi le stìmate della bocca. Stette

fisa alquanto; poi recitò con un accento inatteso un versetto della

Bibbia: questo.

Cercò nel Secondo Libro di Samuele, e lesse:

— «E poi Amnon l'odiò d'un odio molto grande; perciocché l'odio che le

portava era maggiore che l'amore che le aveva portato. Ed egli le disse:

Lèvati, vattene via.» Io allora bruscamente le domandai: Chi è Amnon?

Rispose: «Quegli che mi cacciò e serrò l'uscio dietro a me,» Poi divagò

oscuramente. C'è dentro di lei un travaglio così fiero che, per

contenerlo, non le bastano le sue forze umane. Nella più torbida delle

sue tempeste dà prova d'una incredibile potenza di costrizione. Sento di

continuo il suo sforzo intorno a un nucleo profondo della sua coscienza,

su cui essa poggia e preme con tutta sé come per impedirgli d'insorgere

e di manifestarsi.

Restò in pensiero, col libro tra le mani, con l'indice intromesso tra le

pagine, nel luogo di Samuele. Egli aveva la maniera dei grandi

confessori, dei grandi maneggiatori d'anime: tentava il segreto, con una

tentazione quasi inavvertita; poi aspettava in silenzio ma facendo

imperiosamente pesare nel silenzio tutte le cose non espresse.

Dopo un lungo intervallo. Paolo domandò:

— Aldo, il fratello, non la vede? non ha cercato di vederla?

— Credo che sia malato a Volterra. Né, se venisse, lascerei che la

vedesse. Per ora sono costretto a prescrivere il più rigoroso

isolamento. La difendo così anche contro il padre, e contro quell'altra.

Successe una nuova pausa.

— E Isabella non ha mai chiesto di lui? — domandò Paolo, con una voce

ch'egli credeva aver chiarito prima di emetterla e che usciva colorata

del suo cupo sangue come quel rigagnolo fumido dei bulicami volterrani

arrossato dalla rubrica dopo la pioggia dirotta.

— Non ho finito di raccontarle la storia di Amnon — rispose il medico,

riaprendo il libro. — L'inferma delirava interrottamente, sotto

un'imagine dominante. Non ho mai veduto le linee del volto umano

decomporsi e ricomporsi come quelle. La sua forma espressiva sembra una

materia in fusione, una materia condannata a una metamorfosi che si

travagli e non si compia. D'improvviso, dopo una specie di lungo

soliloquio incompreso, con una chiarezza che sbigottiva lei medesima nel

dire, disse: «Eppure, la colpa di cui m'accusate, io l'ho commessa; e

non debbo discolparmi.» Allora io ripetei la mia domanda guardandola

nelle pupille: «Chi è Amnon?» Ebbe uno di quei sorrisi indicibili che

sono nelle sue stìmate direi quasi un raggio d'ombra, assai più

misterioso del raggio di luce che si vede nelle rappresentazioni della

stìmate sante. Poi recitò lenta un altro versetto, traendolo dalla sua

memoria come dal fuoco: «E Amnon era in grande ansietà, fino a

infermare, per amor di Tamar sua sorella.» Allora io ripetei la mia

domanda incalzandola: «Ma dunque Amnon chi è?» Balzò in piedi con uno di

quegli impeti che la fanno somigliare a un turbine di cenere e di brace,

gridando: «Mio fratello! Mio fratello!»

E il quinto giorno fu il giorno della ricordanza.

La demente aveva chiesto a Chiaretta la vecchia scatola armonica dal

pettine d'acciaio; il suo scarabillo. Ella s'insanguinava le dita contro

le punte del cilindro, come a sei anni. Stava accosciata e china a

ricevere l'aura della doppia aletta, ad ascoltare la voce piccola e

infinita che saliva dal fondo della sua infanzia.

— È strano — disse il dottore a Paolo. — Quel tintinno la placa,

interrompe anche il suono del passo che le cammina sopra. Stamani

diceva: «Chiamatemi Lunella, rendetemi la mia Forbicicchia, che venga e

porti con sé Tiapa e le sue forbici e stia qui e intagli per me qualche

figuretta, e si viva insieme tutt'e tre, e lo scarabillo suoni sempre

suoni sempre!»

Paolo la rivide apparire su la terrazza, seminuda nella sciarpa lunare,

con la stella cilestrina in mezzo alla fronte, recando la cosa ignota

avviluppata nel pezzo di stoffa.

— Profittando di questa specie d'incantesimo che la tiene, e del suo

desiderio di Lunella, son riuscito a persuaderla di lasciarsi ricondurre

a Volterra.

— A Volterra?

— Ho ben considerato. È impossibile ch'essa rimanga qui, in queste

condizioni. Deve tutto temere dal padre e dallo Sciacallo. La più

assidua vigilanza non basta. Ora la villa murata di San Girolamo non

soltanto è ottima per quiete e per solitudine ma ha il vantaggio d'esser

prossima a una Casa di cura, che è diretta da un uomo d'alto ingegno e

di profonda coscienza, e di rigidissima disciplina, nel quale io posso

pienamente confidare. Inoltre so che il padre non si oppone a questo

trasporto. E non bisogna dimenticare che purtroppo la sua autorità è

avvalorata dalla legge, e che conviene per ciò traccheggiare con lui.

Non frappongo indugio. Preparo la partenza per domani.

Fino a quel punto Paolo non aveva ancóra avuto il sentimento finale del

distacco, dello strappo, della separazione ineluttabile. Quel trasporto

gli parve il vero trànsito dell'anima. Non rivide il giardino di

gelsomini cantato da Hafiz, ma la Reggia della Follia e il sepolcreto.

Poi si ricordò dell'antilope ferita, dai grandi occhi teneri come gli

occhi di Leila.

Per commiato, la sera volle tornare nel nascondiglio, entrare nella

caverna verde. La scala era lugubre, rischiarata dalla fiammella

giallastra accesa sul pianerottolo; era come quella ove rimasero le

macchie del sangue non lavate, dopo il delitto; era deserta e tacita, ma

per lui risonava dei colpi dati alla porta dallo sconosciuto. Nelle

stanze le cose cominciarono a vivere contro i suoi sensi con tanta forza

ch'egli temette il contagio della demenza. Furono come Isabella, come la

bellezza viva d'Isabella, come le sue trecce, come la sua nuca, come le

sue braccia, come le sue spalle, come il suo petto, come le sue

ginocchia, come le sue caviglie. Tutte si rianimarono, si umanarono,

assunsero un aspetto patetico e consapevole. Isabella era per ovunque.

S'egli si moveva, la sentiva, la toccava, aveva da lei nei precordii

quei sordi tonfi, quei rossi terrori, onde l'approssimarsi della voluttà

era come l'approssimarsi dell'annientamento. I ricordi, in così breve

spazio, si fecero di carne e d'ossa, camminarono verso di lui su quattro

branche, lo soffocarono con un respiro grave come quello delle fiere.

Poi combatterono, poi si divorarono tra loro; e rimasero vivi i più

selvaggi, e infuriarono. «Ricordati del mio pianto come io mi ricorderò

della parola che accompagnava i tuoi colpi.»

E il sesto giorno fu il giorno del vituperio.

L'ispettore cortese fece sapere a Paolo Tarsis ch'egli aveva alcune

notizie da comunicargli, di natura molto delicata, intorno al mistero

della notte orrenda. «Che c'è di nuovo? che c'è ancóra di più tristo?»

si domandò il superstite ch'era già pronto al suo viaggio.

Isabella forse in quell'ora viaggiava per Volterra, a traverso le crete

della Valdera, a traverso le biancane sterili; vedeva di là dalla

collina gessosa riapparire all'improvviso su la sommità del monte come

su l'orlo d'un girone dantesco il lungo lineamento murato e turrito, la

Città di vento e di macigno.

Come per accompagnarla fino ai tre cipressi, fino ai tre patiboli

confitti sul poggio calvo, egli passò per la piazza di San Firenze prima

di andare al colloquio incerto. La piccola porta, per ove ella era

entrata, s'apriva sotto una finestra difesa da ferri robusti. L'andito

era bianco, con le pareti coperte di lapidi e di stemmi. Appesa in alto

era una lunga scala di legno; altre due lunghe scale eran poggiate sul

pavimento, simili a quelle dei crocifissori. Un pergamo di legno scuro

era abbandonalo a fianco dell'uscio.

Tutte quelle cose, ch'egli vedeva per la prima volta, si misero a vivere

in lui come se anch'esse fossero impregnate della vita d'Isabella. Il

cuore gli si gonfiò d'una pietà disperata, quand'egli scopri nell'ombra

la piletta dell'acqua santa. Vi luceva poc'acqua, dove forse la povera

folle aveva intinte le dita per segnarsi, col gesto della consuetudine.

Camminò sopra una pietra sepolcrale, per un breve corridoio ingombro di

armadii neri. Entrò nella cappella; guardò le lastre nere e bianche del

pavimento ov'ella s'era inginocchiata, dinanzi ai balaustri di marmo che

chiudono lo spazio dell'altare; guardò con occhi intentissimi. Gli

aspetti delle cose gli si stampavano nel dolore, a uno a uno, senza

sovrapporsi.

«Che fece nella lunga sosta? rimase in ginocchio? si sedette? pregò?

sapeva ancóra pregare? e quale fu la sua preghiera?» Egli guardava,

guardava; e gli occhi si dilatavano per tutto vedere, per tutto

accogliere, e l'intero viso viveva la vita dello sguardo, come nell'ora

di Mantova, come là dove tutti i segni erano eloquenti e tutti i

fantasmi cantavano.

Sotto la cupola, nell'altare dedicato alla Vergine, una corona di cuori

votivi cingeva l'imagine santa. Due lampade d'argento ardevano ai lati.

E da un lato e dall'altro erano due porte chiuse, in mezzo a' cui

battenti splendevano due cuori d'oro in fiamma; e su l'una e su l'altra

porta era l'iscrizione: _Reliquiae sanctorum_. Alla parete destra, un

confessionale; un altro, alla sinistra; e presso, due panche. «Su quale

restò seduta?»

Gli parve d'indovinare scegliendo, e sedette su quella. Sentiva l'ombra

scendere dal lucernario. Vedeva, a traverso il cancello, la Chiesa

bianca sostenuta dagli alti pilastri di pietra serena. Vedeva di là

dalla cappella gli anditi oscuri, ingombri di stalli di armadii di

confessionali. Una donna quasi cenciosa passò, e lo guardò con due occhi

di febbre, pieni d'infinita miseria. Gli tese la mano cava, senza

dimanda. Prese l'elemosina, senza grazie; e scomparve nell'ombra

trascinandosi come se avesse le reni spezzate.

E sul passo della mendicante, mentre l'ombra scendeva più grave dal

lucernario, gli apparve in un attimo Isabella, simile a un turbine di

cenere e di brace, con le stìmate nella bocca.

S'alzò, temendo le allucinazioni; attraversò il corridoio; escì su la

piazza. I fanali erano già accesi. La massa petrosa del Bargello

occupava il cielo argentino. Il campanile azzurro della Badia attendeva

che alla sua punta si accendesse la prima stella. Una fila di vetture

stava lungo il marciapiede, coi cavalli stanchi e tristi, coi vetturini

sdraiati in attitudini di ubriachi o di mentecatti. «Quale di quelle

portò la povera folle, seduta tra i due accompagnatori?»

Per la via del Proconsolo, pel Duomo, nel chiaro e tiepido argento della

sera d'aprile, andò al luogo di vergogna. Risentì l'odore indefinibile

che, con quello dell'ospedale e della prigione, è fra i più tristi in

terra. Pensò all'ignota femmina dal grembiale rigato.

Entrando nella stanza dove l'ispettore cortese lo attendeva, fu come il

torturato che passa da una muda in un'altra per l'estrema sevizia.

Di dietro il cristallo insensibile degli occhiali d'oro, l'uomo zelante

disse con rapida precisione:

— Dopo ricerche minute e discrete, ho potuto stabilire che nessuno dei

due sconosciuti era agente di polizia. Si tratta di due sozii, d'una

vera coppia criminale. L'uomo magro, il violento, è un certo Stefano

Feri, una canaglia della più bassa specie, sfruttatore di bagasce,

ricattatore e ladro. Il grasso, soprannominato Il Canonico, è un certo

Beppe della Luzza, abbiettissimo tra gli abbietti, che Dante avrebbe

messo alla pioggia di fuoco in compagnia di quell'altro canonico de'

Mozzi.

E l'uomo si compiacque della vereconda allusione dantesca, con un

sottile sorriso che traversò la visiera di cristallo.

— Entrambi, sozii, sono di continuo in cerca di affari loschi. Come si

trovavano su la piazza, quella sera? La piazza di San Firenze, la sera,

è il ritrovo della marmaglia intanata nelle vie e nei vicoli che si

diramano dietro il Tempio e dietro il Tribunale. Là presso è anche una

specie di Caffè bordello. I due procaccianti vi hanno il loro recapito.

Ora, a qual fine si accostarono? Non è da pensare che fossero mossi

dalla pietà, vedendo la signora smaniosa. La vedevano per la prima

volta? Avevano premeditato il colpo? L'indirizzo fu dato dalla signora,

o già lo conoscevano? Volevano tentare un ricatto? in quale forma?

L'uomo seguitò ad accumulare le interrogazioni con crescente effetto

oratorio, al modo di Cicerone contro Vatinio, polito poliziotto ornato

di tutte lettere, invero ammirabile. Contenne la voce in un tono quasi

patetico, quando giunse all'ultima ch'egli gravò di un dubbio turpe:

— E che fecero della disgraziata vittima nella troppo lunga ora, tra la

partenza dalla Sua casa e l'arrivo al palazzo di Borgo degli Albizzi?

Con tutti i mezzi, se Le aggrada, conosceremo la verità.

Paolo Tarsis indugiò qualche attimo, prima di rimettersi in piedi.

Dispensò dalla ricerca; ringraziò; uscì. Il mondo gli appariva come una

cloaca immensa. Ogni bellezza, ogni gentilezza era distrutta. Il volto

dell'Amore era osceno come quello d'un pagliaccio vinoso. Egli vedeva la

divina Isabella Inghirami seduta tra il ruffiano e il sodomita, dinanzi

a un bicchiere sudicio, nel Caffè male odorante. La parola di vituperio,

il destino l'aveva raccolta per adempierla.

E questo fu il sesto giorno dell'ultima prova.

E il settimo giorno l'Ulisside drizzò al suo cuore la parola d'Ulisse:

«Cuore, sopporta. Ben altro tu hai sopportato più cane!» E si scrollò, e

prese la sua via. E la sua volontà e il suo dolore furono una sola

tempra.

Il dì venti d'aprile, verso sera, Paolo Tarsis ebbe dallo statuario il

messaggio promesso. I fuochi erano accesi, sotto la tettoia del

fonditore. Il metallo si struggeva nel bacino. La statua aspettava per

tutte le sue vene avide il sangue rovente, vestita dalla tonaca di

terra, in fondo alla fossa fusoria. Un altro degli Schiavi

michelangioleschi, con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio, era

per isprigionarsi dall'aspra ganga e per imbracciare le ali come clìpei.

«Dàgli, con la spalla col ginocchio e col pugno, dàgli forte, dà la

buona stratta come la stratta della morte; ché il vento gira al largo e

ridonda, e risona come il bronzo sonante, nel battito del mare.»

Sotto la sua tettoia ardeatina, anch'egli aveva acceso i suoi fuochi.

Tutto il giorno aveva lavorato intorno al suo grande airone, in

silenzio, con i suoi meccanici, portando anch'egli la tunica azzurra,

non temendo per le mani che gli s'eran fatte troppo bianche, tenendo ben

celato il suo disegno e il suo proposito. «Ponente una quarta a

libeccio!» Non si trattava già d'approdare all'altra riva ma di

naufragare al largo, alla massima distanza dalla spiaggia d'Enea. Per

ciò egli aveva atteso a rinforzare i suoi congegni: aveva mutato il

motore, il serbatoio, l'elica; con molta industria aveva sospesa sul suo

capo, nel suo posto di timoniere, lontana dalla perturbazione del ferro

e corretta, una bussola rovescia fornita d'una carta marina su cui era

segnata la giacitura degli atterraggi utili, costantemente orientata

dall'ago. In fine aveva detto al capo dei suoi uomini, a quel Giovanni

artiere prediletto da Giulio Cambiaso: «Domattina, alla diana, farò un

altro volo di prova.» Sembrava che per lui su la rupe di Àrdea vigesse

la _conscia virtus_ di Turno. Non andava alla morte ma all'impresa

mortale munitissimo.

In quei giorni operosi di rado aveva rotto il silenzio, se non per

indicare per insegnare per comandare; ma spesso parlava col suo

compagno. «Credevi tu che ci saremmo ricongiunti?» Il ricordo gli

palpitava dentro assiduo come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva

gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo e

presente come quando lassù reduci dai peripli e dalle spedizioni avevano

costruito insieme con ardentissima pazienza i primi apparecchi e avevano

tentato i primi voli.

Ben quella era l'ora propizia, l'ora di Espero, quando equilibrandosi

tra le ali leggere si gittavano a valle dal posatoio rupestre o

imitavano il veleggio dei grandi rapaci. Ben era un'ora come quella, una

serenità intenta e piena di nume, quando un di loro era riuscito a

raggiungere per la prima volta, col bianco airone già quasi compiuto, il

piano che sta alla riva destra del Numico, là dove i Latini alzarono il

tumulo arborato e lo dedicarono a Enea fatto Dio Indìgete dopo che il

fiume con le sue acque ebbe purgato e lavato in lui ogni cosa mortale e

non lasciato se non l'ottima parte.

Il superstite non sentiva in sé vivere se non l'ottima parte,

contemplando i luoghi sacri e deserti, nella sua vigilia d'eroe, nella

sua ultima sera. Tutto era grande e dolce come se l'Indìgete sorridesse

nell'aria senza mutamento. Tutte le cose erano semplici e grandi ma

contenute in una chiostra che non le diminuiva, come nei due versi del

padre Ennio sono raccolti i dodici Dei sommi di Roma. Pareva che dal

lido laurente sino al castro d'Invio rinascessero gli antichi lauri

moltiplicati da quello che il re Latino serbava nei penetrali insigne, a

cui s'appese lo sciame fatidico. Il carme delle origini era per ovunque

diffuso. Non più cantava Circe ai telai delle frodi, né s'udiva la turba

degli uomini imbestiati ululare come quando sotto il monte dell'erbe

veleggiarono in salvo le navi d'Enea; ma sola cantava la figliuola di

Giano il suo divino dolore, come il cigno canta i versi della morte,

divenuta «vana ne' lievi venti.»

Calava la sera. A una a una, intorno a Espero, le stelle sgorgavano. Un

pastore conduceva la greggia non forse all'ovile ma all'Oracolo di

Fauno, laggiù, nel bosco sacro ove tra la mefite ch'esala e la fonte che

suona l'antichissimo nume delle genti italiche, colcato sotto le pelli

delle pecore offerte, ancor dorme vaticinando per sogni nel silenzio

notturno.

Il superstite non abbandonò la rude casa di legno e di ferro, ove le sue

vaste ali biancheggiavano. Fece apprestare il letto da campo, quel

medesimo ove egli aveva composto il corpo del compagno avvolto nella

rascia rossa. Ricoverò i suoi meccanici nell'officina attigua; diede gli

ordini per la diana; rimase solo col Pensiero dominante.

Il silenzio era come quando la Città guerriera dei Rutuli dormiva

intorno alla reggia di Turno, erma su le sue rupi che come le mura

apparivano opera d'uomo, covando i sepolcri dei suoi morti. Non s'udiva

se non il croscio dell'Incastro a valle, continuo come il tempo. Un cane

uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada di Anzio. Su i

Monti Lanuvini brillava l'Orsa. Era come una notte nota che ritornasse

nel giro degli anni, di molto molto lontano.

Il superstite camminò fino alla colonna che doveva sostenere il bronzo.

Il monolito ancóra giaceva al suolo ma rialzato alquanto da fasci di

frasca ch'erano come i guanciali sotto il dormente. Egli vi sedette; e,

pensando all'opra che nell'ora ferveva intorno alla statua lontana,

respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Aveva

già lo statuario gittato nel bacino l'anello?

Rientrò nella tettoia. S'appressò alla gabbia di papiro che pendeva

dalla trave. L'airone lo sentì e si scosse. Era uno dei due aironi

tutelari che Giulio Cambiaso amava e curava, nei giorni della gaiezza.

Per gioco egli s'era piaciuto di deificarli coi nomi di due antenati

mitici del primissimo Lazio: Dauno e Pilumno. Erano come i Penati nella

casa di legno e di ferro. Scomparso l'uno, triste e meditabondo

sopravviveva Dauno nella sua carcere egizia.

— Se potessi trovarti un posto nella fusoliera, ti porterei con me,

povero solo! — gli disse Paolo Tarsis sorridendo, mentre gli sonavano in

fondo all'orecchio le modulazioni strambe che Giulio inventava per

parlare ai due vecchi Penati candidi dai piedi olivastri. — Proteggi

intanto il mio penultimo sonno breve. Domani dormirò assai più

lungamente.

Si bagnò; poi si coricò nel letto da campo come quando essi vivevano

sotto la tenda. La medesima suppellettile ingegnosa, alle comodità e

alle necessità, era sparsa intorno, di metallo, d'osso, di bosso, di

tela, di gomma.

— La mia statua è fusa — disse, pensando che il rito del fuoco s'era

compiuto.

Vide la forma traboccare, la leva abbassarsi, il turo chiudere la bocca

rigurgitante, il metallo incandescente fermarsi e sùbito incupirsi nella

creta e nel mattone. S'addormentò.

Albeggiava su i Monti Albani, quando si levò. I suoi meccanici

credettero che Giulio Cambiaso fosse ritornato, tanto fu insolitamente

allegra la voce dei comandi. Sùbito la tettoia fu piena di rombo. Le

tavole tremarono, la polvere si sparse, l'airone si sbatté. Egli

prestava l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza. I sette

cilindri non erano più disposti a ventaglio ma a raggiera, irti d'alette

intagliate nella massa stessa dell'acciaio. La nuova elica tirava a

meraviglia, astro d'aria nell'aria. I meccanici ancóra una volta ne

provarono la forza, avendo legato la fusoliera con un canapo a un

misuratore metallico e questo a un palo; e il canapo si tendeva allo

sforzo come se la grande Àrdea prigioniera fosse impaziente d'involarsi;

e un uomo inginocchiato osservava la freccia dell'indice.

— Pronti? — chiese il superstite.

— Pronti — rispose la voce fedele.

E l'elica s'arrestò. L'Àrdea fu sciolta, fermo il battito del

settemplice cuore raggiato.

— Dauno, — disse il volatore appressandosi alla gabbia di papiro ove

l'airone bianco era molto inquieto — Dauno, voglio liberare anche te, in

questo bel mattino d'aprile. Forse in qualche stagno Pilumno t'aspetta.

Distaccò la gabbia, mentre gli uomini afferrando la macchina per le

traverse del corpo e per le cèntine delle ali si accingevano a spingerla

verso lo spiazzo. Posò la gabbia a terra e l'aprì. Sorridendo si ricordò

della parola vergiliana di Niso.

— _Daune,_ — disse — _nunc ipsa vocat res. Hac iter est._

Ma il triste prigioniero pareva non credere alla libertà che gli era

offerta.

— _Daune, hac iter est!_ — gli gridò il liberatore incitandolo.

L'airone ruppe lo stupore, mise fuori della carcere le lunghe zampe

nericce; corse per un tratto come su i trampoli; poi, ripiegando con

grazia il collo tra gli omeri e confondendo le lunghe piume

dell'occipite con quelle della schiena, si librò a volo nel mattino.

Egli lo seguiva con lo sguardo.

— Dove vai? di là dal Numico? di là dal tumulo d'Enea? verso Laurento?

Scenderai su lo stagno di Ostia? Dauno! Dauno!

Un'ala di malinconia gli batté su l'anima, vedendo scomparire l'ultimo

dei Penati nel cielo di primavera. Tutto era nuziale. Il mare, le

spiagge, le valli, i poggi, i monti erano quali Canente li guardò con i

suoi occhi limpidi e li incantò con i suoi carmi leni, prima del dolore,

prima del pianto e del sangue, prima che la figlia crudele del Sole

dicesse al principe saturnio studioso di cavalli: «O bellissimo, e non

ti riavrà colei che canta.»

— _Hac iter est._

E guardò il Tirreno d'Ulisse e d'Enea, ch'era chiaro e dolce come in un

giorno alcionio. In breve fu pronto. Non si tradì innanzi agli uomini

con nessuna parola, con nessun gesto. Egli stesso prese l'elica per le

due pale e impresse il moto. Ascoltò il tono. Salì sul suo sedile;

s'accomodò alla manovra, tranquillo.

— Lascia!

Al modo dell'airone liberato, il velìvolo corse per un tratto sul suo

fumo azzurrigno, poi si levò a gran volo, rapidamente s'inalzò, filò

verso il mare. «Ponente una quarta a libeccio.» Gli artieri e i pastori

lo videro seguire dall'alto il corso dell'Incastro, oltrepassare la

foce, salire salire ancóra, colorarsi d'aria, farsi esile come Dauno,

perdersi nell'immensità.

— Vedrete che va a finire in Sardegna — disse ridendo il più giovine.

— Non mi meraviglierei.

Erano allegri, senza dubbii, senza paure. Soltanto Giovanni, raccattando

la gabbia vuota, scoteva il capo.

Il volatore non vedeva più se non acque acque acque in una infinita e

chiara solitudine, senza turbamento, senza mutamento, in cui gli pareva

esser sospeso e immobile su le sue ali adeguate. Era la grande serenità

alcionia, come nei giorni favolosi del solstizio iemale; era l'albasia

mattutina, senza soffio, senza flutto. Come quella quiete aboliva la

rapidità, così quel silenzio aboliva il romore. Il moto dei congegni non

aveva risonanza ma era simile al moto del cuore e delle arterie, che

l'uomo non ode quando egli è in armonia con sé e con l'Universo. Il

superstite non più aveva il sentimento del sopravvivere ma del

trapassare. Non vedeva a faccia a faccia il suo pilota, come già

nell'apparire dell'arcobaleno, ma era egli medesimo quel pilota; e la

sua anima era la guida della sua anima, e la sua mente era la luce della

sua mente; e le sue mani, che nel lavoro avevano conservata la loro

nuova bianchezza e ch'egli aveva lasciate ignude, gli parevano anch'esse

una forma della vita ideale; ed egli aveva persa la memoria della riva

di giù ma non di quel viaggio, ché egli si ricordava di averlo compiuto.

Un repentino fulgore percosse tutta la faccia del mare come la bacchetta

del musico percote la pelle del timpano con un sol colpo fiero. Egli si

volse, e la sua gota fu d'oro. Le ali risplendettero con tutte le

nervature palesi; i metalli scintillarono; una via abbagliante segnò le

acque. Era il Sole.

L'estasi letèa cessò. Le mani del timoniere si rinnervarono e

riappresero l'arte. Egli scorse una nave che gli intersecava la rotta

navigando a ostro levante; la raggiunse, in calata verso il clamore che

saliva dai marinai e dai passeggeri assembrati in coperta; sorpassò, si

risollevò. Il tono della raggiera ignita era pieno ed eguale; l'astro

mordace dell'elica trivellava l'aria infaticabilmente; l'equilibrio tra

ala ed ala, tra becco e coda era costante. La lieve brezza di ponente

spirava senza colpi né salti ne nodi; il mare mutava colore qua e là,

simile a un drappo broccato. Ma ora il silenzio era pieno del rombo, che

il volatore ascoltava di continuo nell'attesa della prima pausa. La

solitudine era tutta d'acqua e d'aria, senza una vela, senza un filo di

fumo, senza una linea di terra. Gli parve di percepire una pausa nella

raggiera, poi un'altra, poi più altre intermesse. Vigilò il suo cuore,

con un sorriso nella mente: il ritmo interno s'era accelerato. «Che

farci se l'Àrdea in questa bonaccia rimanesse a galla per qualche tempo?

Dovrei attendere o cercare di colarla a fondo?» Il tono ridiveniva

pieno. Il vento rinfrescava; il soffio intaccava l'acqua e la copriva di

squame; appariva lontano una zona sempre più cupa. Egli cominciò a

manovrare con attenzione più acuta. «Compagno, compagno, sarà una bella

morte! Se calcolo il tempo e la velocità, ho già percorso circa settanta

miglia marine. Sono in mezzo al Tirreno. Ho una bella tomba profonda. Ti

ricordi, all'isola del Tino, alla Maddalena, quando chiusi nello

scafandro scendevamo verso gli orti delle Sirene?» Gli ritornava in

tutto il corpo quella gioia nuova, l'insolita leggerezza, come se il

senso della gravità fosse abolito pur sotto l'enorme peso; gli ritornava

singolarmente una strana divinità nelle mani che sole rimanevan nude in

contatto con l'acqua e potevan toccare e raccogliere per entro alla

tremula alba opalina le corolle veggenti e le mostruose fami fiorite.

«Fra quanto tempo il palombaro ridiscenderà nell'abisso per trovare la

Sirena che non trovò mai?»

E il tempo passava, e il tempo passava. E un'altra nave apparve,

navigandogli incontro diretta a levante, verso la costa d'Italia. E la

vide sotto di sé come un chiaro guscio distinto da una piumetta di fumo.

Il clamore gli giunse appena appena. Egli volava a grande altezza, e la

rapidità gli sferzava il viso entro il camaglio.

E intorno alla sua immobile aspettazione della morte incominciava

un'ansia confusa che ora pareva speranza e ora pareva rammarico e ora

pareva terrore. L'astro mordace dell'elica trivellava l'aria salsa

infaticabilmente. Egli aveva già percorso più di cento miglia marine.

«La morte poteva divenire la vita? il giorno d'immolazione divenire

giorno di trasfigurazione?»

Egli guardava di tratto in tratto le sue mani alla manovra, le sue mani

nude come quelle che sporgevano dallo scafandro; e gli pareva che

vivessero con una straordinaria potenza. Erano là, infaticabili come le

due pale dell'elica, senza tremare, senza tentare, senza fallire. Il

tono della raggiera ignita era pieno e gagliardo. Il Sole dietro di lui

salendo per l'erta feriva le ali ma non creava l'ombra. La grande Àrdea

di metallo di legno e di canape era immune dall'ombra, come sparente,

come inesistente, come cosa della riva di là, come segno spettrale. Ma

in quelle due mani le ossa i muscoli i tendini i nervi erano tesi a

un'opera disperata di vita, erano furenti di vita come quelle che

brandiscono l'arme alla suprema difesa, come quelle che s'aggrappano al

bordo del battello o alla scheggia dello scoglio nel naufragio.

E il cuore gli tremò d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima

volta moveva l'essere umano.

I minuti scoccavano, l'un dopo l'altro, come le scintille

dell'accensione. La luce e l'azzurro e l'onda fuggivano di continuo.

Quel ch'era insperato poteva esser raggiunto! Egli vedeva a faccia a

faccia il suo pilota, come in quell'altro giorno funebre quando gli

aveva chiesto: «Tu vuoi? Tu vuoi?»

E il cuore gli tremò perché v'era rinata la volontà di vivere, la

volontà di vivere per vincere.

Che poteva esser mai laggiù, in fondo alla linea dell'acqua, quella

lunga nuvola azzurra? una catena di monti? la terra? Egli guardò le sue

mani terribili. E sentì tutto il suo corpo proteso come per l'istinto di

acuirsi, di sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del

fuso e del dardo. E sentì le sue pupille appuntate all'apparizione

lontana con una intensità che moltiplicava il senso per prodigio.

Era la terra! Era la terra!

E il suo amore del fratello e il suo dolore e il suo ardore furono il

Sole dietro a sé, sopra a sé, furono una presenza raggiante, una

immortalità incitatrice.

Era la vita! Era la vita!

Tale quel sogno sognato con tutto il peso della carne sanguigna, con la

faccia addentrata nell'origliere come la fame nella mangiatoia, col

sudore che stilla, con le pieghe dei lenzuoli che lasciano nella pelle

impronte come di percosse; e tale il suo sogno, tale il prodigio

sostenuto con la tensione di tutte le fibre, con la durezza di tutte le

ossa. E il tempo passava; e la raggiera irta rombava in ritmo; e l'astro

dell'elica trivellava il cielo.

Era la vittoria! Era la vittoria!

E come allora e assai più, di tutta la sua volontà egli fece un dardo

inflessibile, fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano

soliferro, tutto ferro asta punta e cocca: un ferro che vedeva come

nessuno mai vide, un ferro che udiva come nessuno mai udì.

Udì in basso un lieve scricchiolìo, udì qualcosa cadere d'accanto al suo

piede sinistro. Al calore, s'accorse che s'era spezzata o distaccata la

tavoletta d'alluminio contrapposta al tubo di scarico, e che il getto

dei gas infiammati lo investiva senza riparo. Ma vedeva la terra; la

vedeva ingrandirsi, avvicinarsi di continuo, co' suoi monti, co' suoi

poggi, con le sue macchie, con le sue spiagge. Il vento ora l'assaliva a

colpi, a buffi, a rìfoli, a ràffiche.

Lottò, contrastò, assalto per assalto. Scorse e traverso l'onda eguale,

sotto di lui, una flottiglia di battelli sottomarini che navigavano con

lo scafo immerso, in manovra di battaglia. Comprese che Terranova, il

Capo Figari, Porto Cervo, Caprera, la Maddalena gli erano a tramontana e

ch'egli aveva tenuta la rotta più verso libeccio. Ma non virò, non la

mutò. Anche una volta egli aveva tracciato con l'animo una linea più

diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia. La

costa era là, deserta sterile e dorata; nella sua bassura, propizia

all'atterraggio. Scorse una muraglia informe di fichidindia; scorse più

lungi in un seno verdiccio un armento presso una capanna conica. Scoprì

in una calanca una lista di sabbione, contro una macchia cupa forse di

ginepri, forse di lentischi. La scelse per atterrarsi. S'atterrò nel

sogno e nel prodigio, sicuro e lieve, dismemorato e inconsapevole, quasi

al frangente dell'onda.

Non clamore, non tuono di trionfo; non moltitudine pallida di facce,

irta di mani. Silenzio selvaggio, erma gloria; e il mattino ancor

fresco; e il respiro del mare fanciullo che le braccia piegate della

terra cullavano; e la parola della segreta nutrice che sa la vita e la

morte e ciò che deve nascere e ciò che non può morire e il tempo di

tutto. «Figlio, non v'è dio se non sei tu quello.»

Egli restò attonito e intento per alcuni istanti. Poi fece l'atto di

balzare su la sabbia; ma lo spasimo della bruciatura profonda gli

strappò un grido, lo trattenne. Allora discese cauto, cercando intorno

un sostegno. Sedette sul lido solitario; e si pose a distaccare dal

piede incotto i resti del cuoio incarbonito. Come aveva esausta la forza

e non sosteneva lo strazio, scivolò fino alla riva; e tenne il piede

immerso nel mare.

_OPERE di GABRIELE D'ANNUNZIO_

=Prose scelte= L. 4

Forse che sì forse che no · 第 9 / 14 题