L'AMICO RICHTER

Ecco, amici miei, in che modo conobbi il professore Otto Richter.

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* *

Il Rione Principe Amedeo, voi sapete, così vicino per limiti al Corso

Vittorio Emmanuele, si trova ad esserne, per aspetto, assai lontano.

Il Corso è ancora campagnuolo sotto la collina verde; il Rione è

elegante; il Corso è tutto polveroso per la via larga e assolata; il

Rione è severamente pulito. Qui un palazzo Grifeo, che ha un'aria

d'antico e una salda costruzione di pietra grigia e nuda. Qui finestre

archiacute che riflettono, a sera, nelle terse vetrate il gran

chiarore della luna, la quale, di rimpetto, s'affaccia sul mare e vi

bagna la sua pallida immagine. In uno studio d'incisione, sotto il

palazzo grigio, si fonde e si cesella in silenzio. Un interno pieno di

penombre; l'artista che passa e guarda, risale con la fantasia al

vecchio tempo fiorentino. Se qui l'ambiente non fosse in gran parte

lieto dell'orizzonte glauco e d'un profumo d'erbe selvatiche, e se non

parlassero dell'amore della campagna i sanguigni rosolacci erti, e se

non chiacchierassero, migrando a non lontane nidiate, gli uccellini

freddolosi, la bottega dell'incisore parrebbe antica, quando intorno

le capitassero muri grigi e stemmi onorati da vanti di toghe o di

corazze.

In questo tempo nostro, il rione è semplicemente felice della sua

nettezza e del posto. A un certo punto il parapetto della via è rotto

dai primi gradini d'una scaletta malconcia. Per questa si scende in un

solitario vicolo, e si esce così, passando sotto un potente arco a

Chiaia, nel quartiere elegante. Dalla pace al romore, dalla

tranquillità delle cose e delle persone a un movimento che vi rimette

dal sogno nella realtà.

In certe ore, in certi momenti, il vicoletto vi parla di tante strane

e misteriose cose. Fu in questo vicoletto che conobbi il professore

Otto Richter.

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Era una lieta mattina primaverile. Vi giuro, amici miei, così non dico

pel convenzionalismo che infiora quasi tutti i racconti dolci di

tenerezze meteorologiche. È la verità, la conoscenza accadde in

aprile. A ogni modo, Otto Richter lo conobbi così.

Io scendevo lentamente per quella tale scaletta; egli se ne stava

laggiù nel vicolo, all'ombra, piantata la punta di un ombrello nel

terriccio, le mani sul manico di madreperla a gruccia. Con le spalle

al muro, gli occhi a terra, il vecchietto m'aveva l'aria di star

meditando. Ora siccome in questa vita i pensosi sono, per lo più, i

disgraziati, io che lo aveva visto dall'alto della scala piantato lì a

quel modo, e me lo ritrovavo nella stessa posizione appena dall'ultimo

gradino mettevo piede nel vicoletto, dissi tra me e me:

--Ecco uno che certamente crogiuola i guai suoi.

Il vicolo era pieno di buon sole e di silenzio. Improvvisamente fu

pieno di musica. Come mai?--pensavo, tornando indietro, colpito

deliziosamente da una melodia che si spandeva. Il vecchio s'era mosso;

passava al sole dall'ombra, avvicinandosi a una delle tre finestre

basse che si aprivano sul vicolo dal muro di faccia a noi. Alle

finestre ci si arrivava quasi con la testa. Le vetrate erano

spalancate e la musica passava. Ma la facevano misteriosa certe

bianche tendine, occupanti di dentro tutto il vano e pur di dentro

fermate sulle assi d'un telaio.

Accostandomi alle finestre, m'avvicinavo pur al vecchietto, e

procuravo di non far romore; era così assorto poverino! L'ombrella era

passata sotto l'ascella, le mani strette premevano l'ultimo bottone

del panciotto ch'era in cima carezzato dalla barba rossiccia del

solitario uditore. A volte, mentre la melodia saliva con più sonoro

ritmo, le mani si staccavano dal panciotto, e una, l'indice teso,

misurava il tempo. Si afferrava l'altra, nervosamente, al margine del

soprabito, come se volesse tirar giù il panno stinto.

Finita la musica il vecchietto levò il capo; sorrideva. Me gli trovai

faccia o faccia; egli seguitava a sorridere, seguitava ad armeggiar

con la mano, mormorando l'ultima frase musicale, solenne.

Mi feci animo e gli chiesi:

--Scusi, chi c'è qui dentro?

Lui fece un passo innanti, rimise in movimento l'ombrella e venne a me

con una chiara felicità negli occhietti azzurri.

Rispose:

--Beethoven.

Col braccio levato misurò ancora quattro o cinque battute e canticchiò

un'altra volta le note.

--Molto grande,--soggiunse con le labbra allungate in una smorfia

d'ammirazione--molto grande! Questa sinfonia monumento. Oh!... Piace a

voi, signor?

Dio mio! Una così deliziosa cosa! A chi non piace la musica di

Beethoven, amici miei? Gli è che non sapevo persuadermi come lì dentro

ci fosse proprio lui. Egli certamente è presente ancora all'esecuzione

della sua musica, il suo spirito aleggia intorno. E la musica trema

con divino ed infinito sospiro di sentimento, la melodia culla

l'anima. Io avevo ben riconosciuta la _Pastorale_. Ricordate, voi,

amici?

Ah! perchè la musica non si può scrivere e leggere come la parola!...

--Lei dice che la musica è di Beethoven--feci, ridendo--e sta bene. Ma

com'è che Beethoven si trova lì dentro? È risuscitato?

Lui rispose lentamente, tutto serio:

--Beethoven morto assai tempo. Qui Società Quartetto. Concerto.

--Forestiere lei?

--Allemand, di Germania. Tetesco.

--E vive qui, a Napoli?

Disse con gli occhi di sì. E poi accennò pure che tacessi e si

riavvicinò alle finestre. Ricominciava la musica. Chi ora?

--Psst--fece lui--Bocherino.

Mise l'indice sulle labbra e socchiuse gli occhi, come rapito.

Che finezza, che languore, amici miei! La conoscete voi questa

_Siciliana_ del gentile minuettista? Come sorrideva il vecchietto in

tutta la durata dei sospiri del settecento, agli scherzi dei violini,

rievocanti tutto un passato dolce, sparso di polvere d'_iris_ e

odoroso di buon cioccolatte. Cari amici, in questo vicoletto al Rione

si sogna; e che buon sole, che buona musica, amici miei!

*

* *

E vi tornai. Ancora il professore Otto Richter non mi aveva tutto

narrato di sè. La sua piccola figura da racconto d'Hoffmannn o

d'Erckmann-Chatrian, la sua placida figura tedesca serbava qualcosa di

misterioso ch'io cercavo invano di scrutare e su cui arzigogolavo

senza raccapezzarmici.

Seppi soltanto questo da lui, alle prime confidenze, ch'egli era

venuto di Germania in Italia a piedi. Amici, capite? A piedi. Ne

rimasi inorridito; io che adoro le vetture, la ferrovia, le tramvie,

tutto che è mezzo di trasporto!

Il mio sguardo scese subito alle scarpe del buon uomo, due scarpe

punto eleganti, dal tomaio piatto, basso, enorme, dalla punta

quadrata, dalle suola doppie tre dita. Vere scarpe nordiche. Egli

posava su quel piedestallo e sorrideva, contentissimo. Aveva,

parlando, un certo ammiccar d'occhi malizioso, pel quale gli si

arricciavano le gote. Tutta la faccia diventava una ruga sola. Parlava

a bassa voce.

E poi seppi, pure da lui, ch'egli era a Napoli da tempo, che abitava

nel torrione di S. Martino, che in tutta la santa giornata girava

nella città dando lezioni di lingua tedesca.

--Voi non conoscete?--fece lui.

--No--risposi, mortificato--Ma amerei imparare la vostra lingua.

--Desiderate lezione?--disse lui, sorridendo.--Parleremo di questo.

Poi non ne parlammo più. Era un vecchietto pieno di delicatezze.

Continuavano le prove della Società del Quartetto. Una mattina il

professore Otto Richter se ne venne nel vicoletto con tra mani un

libriccino di elegante edizione tedesca.

--E questo?

--Questo? Trattato veleni.

Veleni? Che faccia feci? Ma il vecchietto si affrettò a soggiungere,

battendo in petto la mano aperta:

--Io anche un poco medico.

Un po' medico, un poco poeta, un poco pittore--egli era un po' di

tutto. Sopratutto un musicomane. La mia ammirazione cresceva di

domenica in domenica, come i concerti del Quartetto si seguivano e ci

teneva insieme la comodità del vicoletto. Bisognava vedere il mio

amico Otto Richter mentre romoreggiava, di dentro, la _Cavalcata delle

Walcüre_. Quel buon Richter! Coi pugni stretti, gli occhi

lampeggianti, le gambe allargate, l'ombrella brandita come la frusta

d'una delle ammazzoni wagneriane, facendo: Pa pa ta pa! Pa pa ta pa!

Papatapa! Zin!

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* *

Passò un mese, un felice mese di pruove e di concerti. Non mancammo

mai. Sui muricciuoli del vicoletto spuntavano fiorellini gialli e

tutte lo creste n'erano vestite. Una striscia d'ombra sotto quei

muriccioli, e in mezzo al vicolo un accampamento di sole. Saliva la

musica fino al Rione, chiamando i passanti, invitandoli alla platea

solitaria di questo teatro improvvisato. E pei gradini diruti

scendevano subitamente figurine femminili, allegri cavalierini in

galanterie. Era un romore di stivalini saltellanti che faceva voltare

il mio amico Richter. Egli pareva un vecchio passero solitario turbato

da una folla accorrente di uccellini chiassoni. Si ricantucciava e non

si moveva più. Qualche piccola signorina lo indicava, sorridendo.

Certo il mio amico Richter impressionava. Era una figura originale, di

quelle che i giornali illustrati tedeschi mettono in una novella

semplice e buona, vivificata dalla matita di un artista di spirito.

Parecchie volte lo incontravo in quei paraggi, con una valigetta

appesa a una mano, l'eterna ombrella nell'altra. La valigetta s'empiva

di frutta: di erbaggi di latticinii, d'un po' di tutto. Il mio amico

Richter entrava frettolosamente nella bottega d'un pastaio, faceva di

cappello con quella cortesia ch'è tutta tedesca e chiedeva due

chilogrammi di vermicelli. E in un'ora egli si era provvisto di tutto

il mangiabile e il cucinabile. Così tornava a S. Martino e di lì

scendeva per andare a udir la musica in Villa Nazionale o in qualche

altro posto dove musica si facesse. Era la sua grande passione.

Una mattina lo vidi che seguiva le esequie di un capitano suicida. Era

accanto alla banda musicale, tutto pensoso, l'eterna ombrella sotto il

braccio. Lo vedevo poi qua a là per le vie, per le stradicciuole di

Napoli, frettoloso, parlante a se stesso. Forse si recava alle sue

lezioni di tedesco. Poi non lo vidi più.

Scompaiono tante persone ogni giorno in questa Napoli, e tante ne

compaiono di nuove!

*

* *

Una sera, era qui la regina, si dava in onore di lei un concerto al

Quartetto. Il vicoletto era pieno. Eravamo in parecchi amici, nella

più grande aspettazione per un programma che prometteva Schumman,

Wagner, Boccherini, Beethoven. La sala era certamente affollata, ma

qui, nel vicoletto, al fresco, come si stava meglio, e senza pagare il

biglietto!

Per le aperte finestre uscivano il susurro degli intervenuti, lo

strepito delle seggiole smosse, un fruscio d'abiti serici. Di tanto in

tanto un accordo di violino, un suono rauco di tromba, una voce che

chiamava.

Il vicoletto fu, a un momento, tutto illuminato dalla luna che si

liberava dall'impiccio di certe nuvole impromettenti, e campeggiava

serenamente in cielo. Noi altri si chiacchierava, aspettando. Accosto

a me era seduto un uomo occhialuto, dalla piccola e incolta barba

nera. Un forestiero. Non so come io gli abbia rivolta la parola, ne so

più perchè. Certo è che il mio vicino, tra una domanda e una risposta,

brevi sempre, mi disse che egli era tedesco, ch'era professore di

lingua tedesca, e che avrebbe desiderato di esser conosciuto. Ma lo

disse, poverino, con una cert'aria! Pareva mortificato. Tedesco,

professore? Certo conosceva il mio amico Otto Richter.

--Otto Richter--borbottò, cercando nella memoria.

Poi fece:

--Ah! Richter!

--Dunque?

--Morto. Otto Richter? Professore? Morto.

Una cosa molto semplice per questo signore meditabondo. Oh! povero

Richter! Ma come?

Il mio vicino pensò ancora. Ecco, era morto così--e si batteva in

fronte--male di cervello. Tre giorni, non più. Poi morto.

Dopo un momento cavò da un enorme portafogli la sua carta e me la

porse. C'era su scritto, a mano: _Corrado Weber, professore di lingua

tedesca_.

--Chieggo scusa--balbettava il pover'uomo--io solo a Napoli, solo,

solo. Così si vive, signor, lavorando. Richter mio buon amico.

Poveretto.

Improvvisamente un fragore di battimani giunse a noi dalla sala;

subito dopo l'orchestra intuonò la marcia reale. La regina entrava.

Passarono quattro minuti; nessuno fiatava nel vicolo. Io pensavo al

mio vecchio amico Richter, al mio povero vecchietto musicomane.

--E quando è morto?

--Psst!--fece Weber--Chieggo scusa, signor. Dopo.

Cominciava la musica. Si levò in piedi, si scappellò e si mise ad

ascoltare con religiosa attenzione.

Mattinate napoletane · 第 21 / 33 题