CARISSIMO PAOLO,

Io non ho, qui a Napoli, con chi sfogare certe mie piccole pene, che

mi pare abbiano tutta la buona intenzione di rimanersene meco

alloggiate, in questa cameretta mia solitaria. Non ho stretto amicizia

con nessuno, apposta per non dare a nessuno il modo di subitamente

allontanarsi da me per qualche improvvisa scappatella che mi facesse

il morboso carattere mio. Vivo solo e tranquillo in questa mia stanza,

dalla quale esco a prima ora di mattina per trovarmi all'Istituto, e

un po' a sera, col tempo buono, per avvelenarmi con una chicchera di

caffè e con un sigaro _napoletano_. Il caffè, per acquaccia nera che

sia, mi permette di studiare e di leggere fino a notte avanzata, e ciò

mi fa bene, lasciandomi dimenticare, sviando il pensiero e

interessandomi a qualche cosa _fuori di me stesso_. Da qualche giorno,

però, il mio umore è ridiventato nero, pel tempo perverso che mette

ovunque un silenzio di malinconia e nelle povere anime sofferenti uno

sgomento indefinibile, una lunga e nervosa tristezza che a momenti si

vorrebbe mutare in tante calde lacrime piante tacitamente, la faccia

nelle mani, mentre, come ora che ti scrivo, seguita la pioggia a

borbottar nelle grondaie e lontano lontano muore un tintinnio di

campanelle vaganti.

Or io mi sono, solo solo, rincantucciato presso alla mia finestra e

guardo, per le vetrate, nella via deserta ove son tutte chiuse le

botteghe e taciti e frettolosi i rari passanti. Il cielo è grigio come

la veste d'una monacella di questua; si leva da una terrazza di faccia

a me e vi si disegna a carbonella il palo del telegrafo, irto di

capovolti interrogativi che irraggiano a destra e a manca fili neri, i

quali si vanno lontanamente a perdere. Sta in fondo Sant'Elmo, vestito

appiè delle mura di un cupo verde alimentato dalle piogge e

dall'umidità, sforacchiato da tanti buchi neri in fila. E una fila

d'uomini ritti, immobili, par la cresta merlettata del castello,

dietro il quale impallidisce freddamente il cielo, come negli antichi

acquarelli de' trittici olandesi.

Ebbene, Paolo mio, dopo questo io non ho che o troppo poco ancora, o

tante, tante cose a dirti! Ancora parlarti di me, delle mie

incoerenze, dei contrasti che s'agitano e s'accapigliano in

quest'anima mia inquieta, delle aspirazioni, de' sogni a' quali tengo

dietro, col cuore tremante? Non voglio; quest'altra stanzetta ove tu

seguiti, in un paese lontano dal mio, a innamorarti delle farfalle e

degli scarabei verdi riscintillanti, a raccogliere pazientemente e ad

ordinare famiglie di crittogame o di fanerogame tra fascicoli di

carta, mio buon Linneo calmo e tranquillo, quest'altra stanzetta è

ancora troppo piena _di me_. Or le tue piante e i tuoi scarabei non mi

sentono più; non più la vecchia spinetta canta loro le semplici arie

della nostra montagna nelle beate dolcissime sere lunari. Paolo mio

caro, vuoi raccontare una storiella a questa tua silenziosa famiglia?

Te la mando da Napoli, da questo strano cuore d'Italia che patisce, se

lo si considera bene, di tutti i mali cardiaci, dell'aritmia,

dell'iperestasia, dei ribollimenti subitanei e delle lunghe paci

silenziose, da' battiti lenti, quasi malati.

Dunque, ascolta. La storiella potrebbe pur esser vera.

*

* *

Tre giorni dopo arrivato, col mio bravo cassettino ad armacollo e col

mazzo di pennelli tra mani, infilavo, entrandovi da Borgo Loreto, il

lungo vicolo Giganti, pel quale si spunta alla Marinella. Tu non sei

stato mai a Napoli e non puoi sapere che sieno questi vicoli di Borgo

Loreto, topaie di marinari miserabili, vestiti di lana doppia,

puzzolenti, neri come il carbone. Tutta la vita grama di questi

lavoratori del mare s'agita ripullulando, in case buie, profonde,

umide. Un tristo e schifoso spettacolo, poco lontano dall'azzurro,

divino spettacolo del mare, innanzi al quale la mia mano freme sulla

tavolozza.

Io, dunque, per andare a dipingere alla riva, passavo pel vicolo

Giganti, guardando qua e là curiosamente e persino fermandomi a

contemplare, con meraviglia di forestiero e curiosità d'artista,

qualche _interno_ pittorico, pieno d'ombre e di mistero. Fu in una di

queste fermate che una donna sui trent'anni, piccola, bionda come

tutte le figlie del mare, mi chiamò sulla soglia di casa sua, nella

via, e mi chiese, sorridendo, se volessi _disegnarla_. Rimasi

sorpreso: avevano dunque capito, questi del vicolo Giganti, che

mestieraccio facevo?

--Io vi _disegnerò_, bella bionda,--le risposi--ma com'è che sapete

ch'io disegno?

Ella mi disse che passavano sempre per quella via de' giovanotti, i

quali andavano a _disegnare_ le barchette e il mare e i pescatori;

ognuno di loro portava sotto il braccio un cassettino come il mio,

nelle mani i pennelli e in testa un cappelluccio a cencio, come il

mio. Ora i _disegnatori_ li conoscevano subito.

--Sta bene; vuol dire che un bel giorno ripasso e vi _disegno_...

--Quando?

--Al più presto possibile, bella bionda.

--Io non mi chiamo bella bionda. Mi chiamo Fortunata. Volete passare

lunedì?

--Passerò lunedì.

Al lunedì, di buon'ora, mi trovai al vicolo Giganti. Fortunata, ritta

sulla soglia di casa sua, lavorava all'uncinetto, sorridendo. Mi aveva

visto da lontano.

--Dunque? Siamo pronti?

--Entrate.

La seguii in una piccola stanza, dal pavimento tutto sconnesso e

sporco. Attorno, appesi ai muri, immagini di santi, olivo benedetto,

nasse di pescatori, corbelli di paglia, piccole bombole pe' polipi.

Una tavola, un lettuccio, due o tre seggiole zoppicanti.

--Sentite--disse lei, appoggiandosi col dosso alla tavola e giuocando

col gomitolo--io vi volevo chiedere un favore...

E come io la interrogavo con gli occhi, non sapendo che cosa mi stesse

per capitare addosso, ella soggiunse prestamente:

--Ebbene, ecco, io non volevo _esser disegnata_ proprio io,

perdonatemi...

--E chi?

Ella volse lo sguardo al lettuccio, confusa. Allora m'accorsi che nel

lettuccio c'era qualche cosa. Un piccino. Due grandi occhi azzurri mi

guardavano spaventati, una testina bionda come quella di Fortunata si

levava dal capezzale, intenta.

--Il piccino--mormorò lei.

Ma come m'accostavo al lettuccio il piccino fu preso da gran terrore.

Ricacciò il capo sotto le coltri e si mise a urlare.

--È malato.--disse Fortunata--ha una gran febbre da cinque giorni. È

mio figlio Ndreuccio. _Ndreù? Bell' 'e mamma, te vuo' fa disignà?_ Il

signore, lo zio, ti farà il ritratto, e mamma te lo metterà qui

appeso, di faccia a te, e quando _tata_ verrà e vedrà il ritratto di

Nndreuccio, dirà: Questo è Ndreuccio bello, tale e quale...

Il piccino ascoltava, con gli occhi lucenti di febbre, senza mostrare

di decidersi.

--Guarda,--gli dissi mostrandogli un soldo in punta di dita--se sarai

buono io ti darò questo soldo.

Sorrise, guardò la madre che sorrideva pur lei, incitandolo.

Finalmente accettò, nascondendo il soldo e la manina, nella quale lo

aveva lasciato cadere, sotto la coltre. Fortunata gli acconciò due

cuscini dietro la testa, si mise a sedere, appiedi, sul letto, e

ricominciò il suo lavoro di uncinetto, seguendo curiosamente i miei

preparativi. Valeva la pena d'interessarmi a questo fanciullo. Nella

luce fredda era una testa d'un sol tono di colore, senza rossi, senza

rilievo accentuato, pallida, caratteristica. I grandi occhi azzurro

scuro lucevano tra i riccioli; della piccola bocca, puerilmente, il

labbro inferiore saliva sull'altro in una smorfietta sdegnosa. Hai tu

mai visto qualche pallido bambino malaticcio, dipinto da Rubens? Così

lui. Pareva che si fosse messo a pensare a cose molto serie; nessuna

curiosità; lo sguardo di lui scendeva lentamente da lunghe

contemplazioni del soffitto al volto della madre, e vi si posava. Era

Fortunata che pativa di curiosità. A ogni cinque minuti si levava per

venire a guardare di sopra alle mie spalle, per esclamare: Quando si

vedrà qualche cosa? Ci vuole ancora molto tempo? Lo fate ridendo?

Verrà bene?

Dopo la prima _seduta_ il piccino volle vedere un po' anche lui, e si

contemplò abbozzato appena, senza meraviglia di non riconoscersi, come

consciente dello sviluppo che poi avrebbe avuto il dipinto.

--Lo lascio qui,--dissi a Fortunata--mettetelo in un cantuccio, con la

faccia al muro, e badate di non toccarlo.

--Quando tornate?

--Domani.

--Certamente?

--Certamente. Addio, piccino.

E mi chinai su di lui per fargli un bacio. Egli mi mise la mano sulla

faccia, respingendola.

--Che hai?--gli disse Fortunata--su, fagli un bacetto.

E soggiunse, sottovoce:

--Dategli un soldo.

--To', eccoti un soldo. Ora mi fai un bacio?

Le sue piccole labbra febbricitanti toccarono lievemente le mie. Il

secondo soldo scomparve con la manina in cui era stretto, sotto le

coltri.

--Ah, signorino,--mi disse Fortunata, presso la porta--il piccino è

molto malato. Dice il medico, che l'ha visto, ch'egli ha male ai

polmoni. Il primo figlio, signorino mio!--e le lagrime lo lucevano

agli occhi-è una sventura grande! Avete visto com'è serio?

--Via, fatevi cuore, è bambino e guarirà. Ha il suo babbo, è vero?

--È andato via. È marinaro. È partito per pescare il corallo, con

tutta la _paranza_. E torna di qui a un mese, signorino mio. Pel

piccino va pazzo, se sapeste!...

La lasciai così, che piangeva silenziosamente sul limitare della

casuccia, con le braccia penzoloni, gli occhi a terra. Veramente quel

dolore di giovane madre mi faceva male. Pensai a lei, al piccino, per

tutta la via; pensai che sarebbe stato molto meglio se non avessi

conosciuto nessuno di tutti e due...

Tornato alla dimane, con una bella giornata di sole, ricominciai il

mio lavoro. Il _modello_ mi si dimostrava più amico, arrivava perfino

a sorridermi. Quando rimisi la tela appoggiata al muro e stavo per

licenziarmi, lui mi fece con la sottile vocina:

--_Vulite 'o vasillo_?

Io gli detti un altro soldino. Questa volta ebbi due piccoli baci su

tutte e due le guance. Mi volsi uscendo. Lui mi salutava con la mano,

levando il braccio nudo, sorridendomi.

Ah, questo piccino malato, questo piccolo piccino pallido pallido,

questa mia novella amicizia puerile! Tutto il giorno son rimasto a

pensarvi.

Dopo una settimana avevo finito. Ero contento; il ritratto m'era

venuto somigliante non pure, quanto assai giusto di colore e

d'intonazione. Il bianco dei cuscini col sole... Ma via, io non mi

voglio fare delle lodi. Ero contento, ecco, ero contento della mia

settimana. In tutti quei giorni il mio piccolo amico s'era più stretto

a me con tutte le ingenue espansioni infantili con le quali la

fanciullezza trattiene una mano carezzante e un dolce amore pietoso.

Ogni giorno all'uscire dalla stanzetta piena di sole, fingevo di

scordarmi della sua offerta, per sentire subitamente la vocina di lui,

balbettante:

--_Vulite 'o vasillo? Vulite 'o vasillo_?

*

* *

Gli aveva promesso di recarmi a vederlo due tre volte nella settimana;

lo aveva promesso anche a Fortunata. Cominciato novembre, dovetti

abbandonare i miei studi di mare e il vicolo Giganti. Questa Napoli ha

un clima variabilissimo; una bella giornata calda, soleggiata e poi,

al giorno appresso, acqua, vento e tempesta. A novembre pigliai una

mezza bronchite che mi confinò nel letto per dodici giorni. Pioveva,

pioveva sempre. Una grande malinconia, caro Paolo, dei tristi giorni e

il padrone di casa che mi spediva messaggi e tutte le mie pratiche e

le mie speranze quasi rovinate.

Nei primi di dicembre, in un sabato, il tempo era bello. Uscii, tornai

al vicolo Giganti tutto pieno di centinaia di femmine che aspettavano

l'estrazione dei numeri del lotto e ne discutevano a gran voce. Cercai

Fortunata. Era lì in casa a lavorare all'uncinetto, accosto alla

tavola, sulla quale si raffreddava la minestra in un piatto. Quando mi

vide, si levò, pallidissima; levò le braccia in atto disperato e si

mise a piangere.

--_Signo'! È muorto! È muorto!_

Ti giuro, cominciai a piangere anche io, come un fanciullo. Ella,

ricaduta a sedere, aveva poggiate le braccia sulla tavola e tra le

braccia nascondeva il volto, singhiozzando. Io era rimasto in piedi,

dinanzi a lei, muto; non sapevo che dirle. Fortunata levò la testa, mi

guardò con occhi così spauriti, che parve fossi io che le portassi la

mala notizia.

Il ritratto del piccino era accapo al letto, tra un ramo di olivo e la

palma benedetta. Accompagnandomi fin alla porta Fortunata mormorò tra

i singhiozzi:

--Mi disse che voleva vedervi... Dimandava sempre del _pittore_...

Mattinate napoletane · 第 15 / 33 题