CARLO VI IL GRANDE

DA DIO CORONATO IMPERADORE DE' ROMANI

RE DI GERMANIA, DELLE SPAGNE, DI NAPOLI, D'UNGHERIA

DI BOEMIA, DI SICILIA, EC.

_Avventurosa, e non men di queste Province fortunata deggio reputar

io l'_Istoria Civile del Regno di Napoli_, che ora umilmente, e

coll'animo, il più ch'io possa, riverente e divoto alla _CESAREA E

CATTOLICA MAESTÀ VOSTRA_ presento; non sol tanto per aver ella la

sorte d'uscire alla luce del Mondo sotto un Principe non meno eccelso e

poderoso, che magnanimo e benigno; e di così rara e maravigliosa bontà,

ch'essendo le sue grandezze maggiori della fama, non isdegna di prender

in grado le più basse ed umili cose, allorchè da ossequiosa mano

se gli porgono in dono; ma ancora per esser venuta a terminarsi ne'

vostri innumerabili e segnalati beneficj, de' quali avete colmo questo

Regno, e nelle vostre sublimi e gloriose azioni, di cui avete riempiuto

il Mondo tutto; onde la beneficenza, e la fama di tutti gli altri

Principi, che lo dominarono, di gran lunga sopravanzando, lo splendore

stesso de' vostri Augusti Antecessori avete certamente oscurato._

_Se mai, per effetto di vostra natural cortesia, tra la moltitudine

delle occupazioni gravissime, che nel governamento di sì numerose

Province, ed ampj Regni, onde il vostro grande Imperio si compone,

tengono debitamente la divina vostra mente occupata, dall'altezza

del supremo grado delle mondane cose, dove non men per retaggio de'

vostri Maggiori, che per vostri meriti e virtù siete elevato, degnerà

la Maestà Vostra abbassar l'occhio a riguardare ciò, che 'n questa

Istoria si narra, per lo corso di presso a quindici secoli; potrà

quindi chiaramente comprendere, non pur questo suo fedelissimo Regno,

per dignità e per grandezza, non cedere a quanti ora ubbidiscono

al suo gran nome; ma, che sotto tanti e sì varj Principi di nazioni

diverse, onde e' fu dominato, dopo tanti, e sì varj cambiamenti del suo

governo civile, veduto mai non fu nella più alta ventura, ed in tanta

tranquillità e splendore, come ora, che riposa sotto il di Lei giusto

e clementissimo dominio._

_Nello scadimento del Romano Impero, sotto quegli ultimi Cesari, fu da

straniere nazioni miseramente combattuto ed afflitto. I Longobardi,

pugnando co' Greci e co' Normanni, e sovente tra lor medesimi, il

renderon teatro miserabile di guerre e di rapine. Gli Svevi l'avrebbon

certamente rilevato, se non fosse lor convenuto, quasi sempre

colle armi in mano, dalle altrui intraprese coprirlo e difenderlo.

Gli Angioini, che dal favore de' Romani Pontefici ne riconobbero

l'acquisto, il posero in mille soggezioni e servitù; e dopo la morte

dell'inclito Re Roberto, essendo caduto sotto la dominazione di

femmine, e tra le competenze di più Reali di quella stirpe, da più

parti combattuto, streme miserie ebbe a sofferire. Fu poi dal magnanimo

Alfonso Re d'Aragona restituito nel suo antico lustro; ma avendolo

in morte separato dagli altri suoi paterni Regni, e lasciatolo a

Ferdinando suo natural figliuolo, non tanto sotto costui, quanto sotto

i suoi discendenti, ritornò nelle primiere calamità e disordini. Il

savio Re Ferdinando il Cattolico restaurollo dalle passate sciagure,

e sotto l'imperio del vostro gran Zio, dell'invitto e glorioso Carlo

V, videsi portato anche a maggior fortuna. Ma Filippo II di lui

figliuolo, abbagliato da altre sue vastissime idee, poco ne curò la

dechinazione, e molto meno i suoi discendenti. Ma essendosi a' nostri

felicissimi tempi avventurosamente restituito sotto il vostro alto e

potente imperio, a tanta grandezza con la vostra benefica mano l'avete

sollevato là dove non fu veduto giammai. Stolta cosa mi parrebbe a

dover credere, che i vostri immensi beneficj a quelli degli altri Re

vostri predecessori comparar si potessero. Voi spinto dalla fedeltà

e dall'amore de' nostri cuori, e più dalla grandezza e generosità del

proprio, che non saprebbe donare, senza arricchire; non pur l'antiche

degnaste di confermare, ma di nuove e copiosissime grazie, e tutte

considerabili fregiarne. Onoraste la città nostra, e i suoi Eletti,

di nuovi e più ragguardevoli titoli. Antiponeste i nativi del Regno

nelle cariche, beneficj, e negli uffizj, escludendone i forestieri.

Severamente vietaste, non più per utile del vostro erario, che de'

vostri sudditi l'alienazione de' fondi dell'entrate regali. Imponeste,

che per niun modo nelle cause appartenenti alla nostra S. Fede

procedessero, se non gli Arcivescovi e gli altri Ordinarj di questo

Regno, come Ordinarj, e con la via ordinaria che si pratica negli altri

delitti, e cause criminali ecclesiastiche. Con più vostri regali editti

comandaste, che in tutti i Beneficj, Vescovadi, Arcivescovadi, ed altre

Prelature del Regno, ne fossero esclusi gli stranieri. Accresceste

i privilegj a' Baroni, oltre a' gradi già stabiliti la succession

feudale stendendo. Vostro ordinamento fu, che la ruota del Cedulario

si togliesse: contro del regio fisco la prescrizion centenaria

si ammettesse, anche nelle regalie, nelle cose giurisdizionali, e

nell'altre vostre fiscali ragioni. E non minor beneficio è quello che

ritrae il Regno, oggi che vive sotto le vostre temute insegne, dal

venir compreso nelle tregue, che si fanno tra l'Imperio e 'l Turco;

e dal commerzio, il quale Vostra Maestà è tutta intesa ad aprire, ed

allargare nei nostri Porti colla Germania, e con altre più remote

regioni. Cose tutte, di cui, in altri tempi, vano sarebbe stato il

desiderio, non che la speranza._

_Ma il maggior pregio, onde dobbiamo gir alteri nel suo felicissimo

regno, è l'aver Ella col decoro dell'Imperial Maestà sostenute, e fatte

valer tra noi, ed a nostro pro i suoi legali diritti, e le sue alte

e supreme Regalie: affinchè più non si confondessero, come già fu, i

confini tra 'l Sacerdozio e l'Imperio. Sotto i vostri auspicj furon

queste due potenze ridotte ad una perfetta armonia e corrispondenza; e

prendendo lodevolmente la cura dell'esterior politia ecclesiastica, vi

mostrate tutto volto a restituir la disciplina nella Chiesa, di cui per

instituzion Divina siete protettore ed avvocato; tal che oggi ammirasi

la giustizia e la giurisdizione ecclesiastica nel suo giusto punto,

lasciandosi al Sacerdozio quel, ch'è di Dio, ed all'Imperio quel, ch'è

di Cesare._

_Se adunque questa Storia non si troverà degna d'altro pregio, sì

n'avrà ella d'assai, nè potrò io pentirmi di avervi logorati in

faticose vigilie molti anni, coll'aver manifestato al Mondo, quanto

Voi nel beneficarci e nell'illustrarci, e negli atti di magnanimità

e di valore, avete superati i beneficj e l'opere di tutti altri Re

vostri predecessori; e che per rendervi per fama immortale ed eterno,

immortali ed eterne cose operando, ogni umana grandezza addietro vi

lasciate._

_Il vostro grande e sublime intendimento ben comprenderà quali, e

quanti debban essere i nostri obblighi per sì rari e stupendi beneficj,

la cui dolce memoria non si estinguerà se non col Mondo. E se le

grazie, e doni non altronde sogliono, che da dilezion provenire, quali

più chiari segni, e più certi potrà mai darne il vostro paterno amore?

E perchè essendo Voi ottimo, e nel più sublime grado di vera virtù,

non potete amare se non se 'l buono, e ciò che maggiormente a quel

s'avvicina; dovrem noi sempre più studiarci d'esser buoni e grati,

almeno per le stesse massime de' cattivi, cioè per proprio interesse,

per non interromperci il corso favorevole delle vostre benignissime

grazie._

_Vengono, Principe eccelso, in quest'Opera, dove l'opportunità l'ha

richiesto, sostenute le vostre regalie e preminenze, e le ragioni

di quelle con ischietta e pura verità messe in chiaro; non già con

intendimento, che s'abbia punto da scemare altrui ciò, che dirittamente

se gli dee, che questo alla santa sua mente non s'affarebbe; ma

perchè possan riformarsi con modi legittimi quegli abusi, a' quali la

debolezza umana, in processo di tempo, ha potuto abbandonarsi; e per

quell'affezione ed ardore, che ciascun vostro fedel vassallo è tenuto

d'avere, non men per amore della verità, e per l'obbligo dovuto al

proprio Signore, che per l'interesse che noi medesimi ci abbiamo. E

quindi fia, se non m'inganno, che non solamente non abbia a dispiacer

altrui, se vedrà d'averle io con franchezza cristiana difese; ma che

questa Storia si renda meritevole dell'alta protezione della vostra

potente mano: il che reputerò io degna mercede di queste mie lunghe

fatiche, le quali portando in fronte la gloriosa scritta del vostro

Imperial Nome, ed uscendo alla luce, come dono, ancorchè basso e

mal conveniente a tanto Principe, sotto l'ombra de' vostri temuti

allori, saranno sicure di non esser percosse dagli ardenti fulmini

della maledica invidia, nè pur crollo veruno, o scossa dovran temere

d'ingiuriosa fortuna._

_La vostra sola benignità mi fa ragion di sperare, che siate per

accettarle con lieto e favorevol viso, onde le obbligazioni, ch'insieme

con questo comune io porto, me con particolar maniera costringano a

pregare con incessabili voti la Divina Bontà, che lungamente e sempre

più prosperandola, conservi la sua eccelsa Persona, in guisa, che non

ce n'abbiano a portar invidia i nostri nipoti: largamente concedendole

ciò, che tanto si sospira, e che sol manca per compimento della

universal tranquillità e contentezza._

_Napoli 12 febbraio 1723._

_Di V. S. C. e C. M._

_Umiliss. devotiss. ed ossequiosiss. Vass. e Serv._

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 1 · 第 4 / 59 题