[DEL LEOPARDI MEDESIMO].
[1] Il successo delle Termopile fu celebrato veramente da quello
che in essa canzone s'introduce a poetare, cioè da Simonide; tenuto
dall'antichità fra gli ottimi poeti lirici, vissuto, che più rileva,
ai medesimi tempi della scesa di Serse, e greco di patria. Questo
suo fatto, lasciando l'epitaffio riportato da Cicerone e da altri,
si dimostra da quello che scrive Diodoro nell'undecimo libro, dove
recita anche certe parole di esso poeta in questo proposito, due o
tre delle quali sono espresse nel quinto verso dell'ultima strofe.
Rispetto dunque alle predette circostanze del tempo e della persona, e
d'altra parte riguardando alle qualità della materia per sè medesima,
io non credo che mai si trovasse argomento più degno di poema lirico,
nè più fortunato di questo che fu scelto, o più veramente sortito, da
Simonide. Perocché se l'impresa delle Termopile fa tanta forza a noi
che siamo stranieri verso quelli che l'operarono, e con tutto questo
non possiamo tenere le lacrime a leggerla semplicemente come passasse,
e ventitré secoli dopo ch'ella è seguita; abbiamo a far congettura
di quello che la sua ricordanza dovesse potere in un Greco, e poeta,
e dei principali, avendo veduto il fatto, si può dire, cogli occhi
propri, andando per le stesse città vincitrici di un esercito molto
maggiore di quanti altri si ricorda la storia d'Europa, venendo a parte
delle feste, delle maraviglie, del fervore di tutta un'eccellentissima
nazione, fatta anche più magnanima della sua natura dalla coscienza
della gloria acquistata, e dall'emulazione di tanta virtù dimostrata
pur dianzi dai suoi. Per queste considerazioni, riputando a molta
disavventura che le cose scritte da Simonide in quella occorrenza,
fossero perdute, non ch'io presumessi di riparare a questo danno,
ma come per ingannare il desiderio, procurai di rappresentarmi alla
mente le disposizioni dell'animo del poeta in quel tempo, e con questo
mezzo, salva la disuguaglianza degl'ingegni, tornare a fare il suo
canto; del quale io porto questo parere, che o fosse maraviglioso,
o la fama di Simonide fosse vana, e gli scritti perissero con poca
ingiuria.--Lettera a Vincenzo Monti, premessa alle edizioni di Roma e
di Bologna.
[2] Di questa fama divulgata anticamente, che in Ispagna e in
Portogallo, quando il sole tramontava, si udisse di mezzo all'Oceano
uno stridore simile a quello che fanno i carboni accesi, o un ferro
rovente, quando è tuffato nell'acqua, vedi Cleomede _Circular.
doctrin. de sublim._ l. 2, c. 1, ed. Bake, Lugd. Bat. 1820, p. 109
seq. Strabone l. 3, ed. Amstel. 1707. p. 202 B. Giovenale Sat. 14, v.
279. Stazio _Silv._ l. 2, _Genethl. Lucani_ v. 24 seqq., ed. Ausonio
_Epist._ 18, v. 2. Floro l. 2. c. 17, parlando delle cose fatte da
Decimo Bruto in Portogallo: «peragratoque victor Oceani litore, non
prius signa convertit, quam cadentem in maria solem, obrutumque aquis
ignem, non sine quodam sacrilegii metu, et horrore, deprehendit. Vedi
ancora le note degli eruditi a Tacito.» _De Germ._ c. 45.
[3] Mentre la notizia della rotondità della terra, ed altre simili
appartenenti alla cosmografia, furono poco volgari, gli uomini
ricercando quello che si facesse il sole nel tempo della notte, o
qual fosse lo stato suo, fecero intorno a questo parecchie belle
immaginazioni: e se molti pensarono che la sera il sole si spegnesse, e
che la mattina si riaccendesse, altri immaginarono che dal tramonto si
riposasse e dormisse fino al giorno. Stesicoro _ap. Athenaeum_, l. 11,
c. 38. ed. Schweigh. t. 4. p. 237. Antimaco _op. eumd._ l. c. p. 238.
Eschilo c., e più distintamente Mimnerno, poeta greco antichissimo, l.
c. cap. 39, p. 239, dice che il sole, dopo calato, si pone a giacere
in un letto concavo, a uso di navicella, tutto d'oro, e così dormendo
naviga per l'Oceano da ponente a levante. Pitea marsigliese, allegato
da Gemino, c. 5, in _Petar. Uranol._ ed Amst. p. 13, e da Cosma
egiziano, _Topogr. christian._ l. 2. ed. Montfauc. p. 149. racconta di
non so quali barbari che mostrarono a esso Pitea il luogo dove il sole,
secondo loro, si adagiava a dormire. E il Petrarca si accostò a queste
tali opinioni volgari in quei versi. Canz. _Nella stagion_, st. 3:
Quando vede il pastor calare i raggi
Del gran pianeta al nido ov'egli alberga.
Siccome in questi altri della medesima Canzone, st. 1, seguì la
sentenza di quei filosofi che per virtù di raziocinio e di congettura
indovinavano gli antipodi:
Nella stagion che 'l ciel rapido inchina
Verso occidente, e che 'l dì nostro vola
A gente che di là forse l'aspetta.
Dove quel _forse_, che oggi non si potrebbe dire, fu sommamente
poetico; perchè dava facoltà al lettore di rappresentarsi quella gente
sconosciuta a suo modo, o di averla in tutto per favolosa: donde si dee
credere che, leggendo questi versi, nascessero di quelle concezioni
vaghe e indeterminate, che sono effetto principalissimo ed essenziale
delle bellezze poetiche, anzi di tutte le maggiori bellezze del mondo.
[4] Di qui alla fine della stanza si ha riguardo alla congiuntura della
morte del Tasso, accaduta in tempo che erano per incoronarlo poeta in
Campidoglio.
[5] Si usa qui la licenza, usata da diversi autori antichi, di
attribuire alla Tracia la città e la battaglia di Filippi, che
veramente furono nella Macedonia.--Similmente nel nono Canto si seguita
la tradizione volgare intorno agli amori infelici di Saffo poetessa,
benché il Visconti ed altri critici moderni distinguano due Saffo:
l'una famosa per la sua lira, e l'altra per l'amore sfortunato di
Faone; quella contemporanea d'Alceo, e questa più moderna.
[6] La stanchezza, il riposo e il silenzio che regnano nelle città,
e più nelle campagne, sull'ora del mezzogiorno, rendettero quell'ora
agli antichi misteriosa e secreta come quella della notte: onde fu
creduto che sul mezzodì più specialmente si facessero vedere o sentire
gli Dei, le ninfe, i silvani, i fauni e le anime de' morti: come
apparisce da Teocrito _Idyll._ 1, v. 15 seqq. Lucano l. 3, v. 422 seqq.
Filostrato _Heroic._ c. 1, § 4, opp. ed. Olear. p. 671. Porfirio _De
antro nymph._ c. 26 seq. Servio _ad Georg._ l. 4, v. 401, e dalla Vita
di san Paolo primo eremita scritta da san Girolamo, c. 6, in _Vit.
Patr._ Rosweyd. l. 1, p. 18. Vedi ancora il Meursio _Auctar. philolog._
c. 6, colle note del Lami, opp. _Meurs. Florent._ vol. 5, col. 733,
il Barth _Animadv. ad Stat._ part. 2, р. 1081, e le cose disputate
dai comentatori, e nominatamente dal Calmet, in proposito del demonio
meridiano della Scrittura volgata, _Psal._ 90, v. 6. Circa all'opinione
che le ninfe e le dee sull'ora del mezzogiorno si scendessero a lavare
ne' fiumi e ne' fonti, v. Callimaco in _Lavacr. Pall._ v. 71 seqq. e
quanto propriamente a Diana, Ovidio _Metam._ l. 3, v. 144 seqq.
[7] «Egressusque Cain a facie Domini, habitavit profugus in terra ad
orientalem plagam Eden. Et aedificavit civitatem». _Genes._ с. 4, v. 16.
[8] È quasi superfluo ricordare che la California è posta nell'ultimo
termine occidentale di terra ferma. Si tiene che i Californi sieno, tra
le nazioni conosciute, la più lontana dalla civiltà, e la più indocile
alla medesima.
[9] «Plusieurs d'entre eux» (parla di una delle nazioni erranti
dell'Asia) «passent la nuit assis sur une pierre à regarder la lune,
et à improviser des paroles assez tristes sur des airs qui ne le sont
pas moins». Il Barone di Meyendorff, _voyage d'Orenbourg à Boukhara,
fait en 1820_, appresso il giornale _des Savans_ 1826, _septembre_, p.
518.--[Cfr. Zibaldone, VII, 337; e _Scritti vari ined._, 398].
[10] Il signor Bothe, traducendo in bei versi tedeschi questo
componimento, accusa gli ultimi sette versi della presente stanza
di tautologia, cioè di ripetizione delle cose dette avanti. Segue
il pastore: ancor io godo pochi piaceri (godo ancor poco); nè mi
lagno di questo solo, cioè che il piacere mi manchi; mi lagno dei
patimenti che provo, cioè della noia. Questo non era detto avanti. Poi,
conchiudendo, riduce in termini brevi la quistione trattata in tutta
la stanza; perchè gli animali non s'annoino, e l'uomo sì: la quale
se fosse tautologia, tutte quelle conclusioni dove per evidenza si
riepiloga il discorso, sarebbero tautologie.
[11] Pelliccia in figura di serpente, detta dal tremendo rettile di
questo nome, nota alle donne gentili de' tempi nostri. Ma come la cosa
è uscita di moda, potrebbe anche il senso della parola andare fra poco
in dimenticanza. Però non sarà superflua questa noterella.
[12] Parole di un moderno, al quale è dovuta tutta la loro
eleganza.--[Il _moderno_, cui qui si accenna, è il conte Terenzio
Mamiani della Rovere, cugino del Leopardi].
Source: I Canti (con la vita del poeta narrata di su l'epistolario
da Michele Scherillo)--Quarta edizione, rinnovata e aumentata
--Ed. Ulrico Hoepli, Milano, 1920. Cover picture: wikimedia.