Daniel Nabaäm De-Schudmoëken

A quei tempi, che sotto molti aspetti somigliavano ai presenti, io

sedeva una mattina con altri pochi visitatori nel salotto di una

amabile contessa, assai celebre in Milano pel suo talento di pianista

non meno che per la sua bellezza e le sue prodigalità di ogni genere.

Come al solito, si parlava di musica; ed era in campo una discussione

sulla supremazia dei maestri tedeschi, in fatto di composizioni

istrumentali. La contessa, tuttochè italianissima nel senso politico,

in arte si professava tedesca.

La conversazione venne interrotta dal servo di anticamera, il quale,

presentando alla contessa una carta di visita, annunciava l'arrivo di

un nuovo personaggio.

--Entri pure!--disse la contessa sfavillante di gioia.--E quella

espressione del volto pareva dinotasse l'intervento di un alleato

inatteso.

Il cameriere poco dopo ricomparve sulla porta, introducendo, con uno

sforzo di pronunzia visibile, il signor Daniel Nabaäm De-Schudmoëken.

Era un uomo dai trentacinque ai quarant'anni, abbigliato con quella

eleganza alquanto caricata, che contraddistingue gli artisti. Nel

suo modo di presentarsi c'era la disinvoltura e la franchezza di chi

ha fatto l'abitudine alla curiosità del pubblico ed all'applauso dei

teatri.

Si inchinò leggermente ai circostanti, baciò la mano alla contessa, e,

tratta dal portafogli una lettera, gliela porse col garbo più distinto.

--Ah! ah! il barone Teghetoff!--esclamò la dama, dopo aver letto--ecco

un signore che non ha mai disertato dal campo dell'arte. E di quanto

io gli vado debitrice! Egli non ha mai dimenticato di indirizzarmi i

più eletti e celebri talenti di Europa.... L'anno scorso era Talberg,

pochi giorni fa era Wanwondegger, ed oggi il signor Daniel Nabaäm

De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, che io mi chiamo

onoratissima di presentare sul momento ai miei migliori amici.

Quanti erano nel salotto salutarono amabilmente l'artista,

indirizzandogli quelle banalità lusinghiere che le persone bene educate

sanno prodigare anche agli sconosciuti, quando per essi interceda la

raccomandazione di una signora.

Frattanto io pensava: dove mai ho veduto costui?... la sua fisonomia

non mi è nuova.

E in luogo di interrogare o di adulare, io fissai uno sguardo così

scrutatore sull'artista, che questi a sua volta prese a guardarmi con

marcata attenzione.

Quella corrente di occhiate non isfuggì alla contessa. Ella credette

farsi interprete di un mio desiderio, presentandomi più direttamente al

suo raccomandato, e declinando a lui il mio nome e cognome, non senza

aggiungere qualche cenno biografico.

--È bene, signor Nabaäm De-Schudmoëken, poichè avete intenzione di

produrvi a Milano, che vi mettiate in rapporto con qualche giornalista,

e sono lietissima che qui, nel mio salotto, voi stringiate una alleanza

che potrà giovarvi.

L'artista, leggendo ne' miei sguardi una certa preoccupazione, arrossì

leggermente; ma dominando tosto il proprio imbarazzo, riaperse il

portafogli, e, trattane una lettera, me la porse con queste parole:

--Per comprendere, o signore, quanto io tenga alla vostra amicizia

ed alla vostra protezione, non avete che a leggere le poche righe di

questo scritto. Conoscendovi per fama, ho voluto premunirmi di una

commendatizia al vostro indirizzo.--La persona che vi scrive e che a

voi caldamente mi raccomanda, si dice uno dei vostri migliori amici.

Mi trassi in disparte, apersi la lettera, e, dissimulando a mala pena

la mia sorpresa e la mia commozione, lessi mentalmente quanto segue:

«Ottimo signore,

«Sono a Milano da due giorni, e intendo far sentire al ridotto della

Scala alcune mie composizioni. Ha ella dimenticato la gioconda serata

che noi passammo insieme la sera del ventiquattro marzo del mille

ottocento quarantacinque all'albergo della _Bonne femme_ di Torino? Ella

mi aveva furiosamente applaudito il giorno innanzi, in un concerto al

quale assistevano venti persone. Oggi, dopo quindici anni, io la prego a

volermi riudire. Colui che si fa annunziare in Milano coll'esotico nome

di Daniel Nabaäm De-Schudmoëken pianista di S. M. il re del Belgio, si

chiamava in altri tempi Bartolomeo Scannagatta di Biella. Per carità,

non mi tradisca!... Venga piuttosto a trovarmi domani all'albergo del

Marino, verso le cinque pomeridiane. Pranzeremo assieme, e dopo il

caffè, s'ella avrà tempo e pazienza di ascoltarmi, le spiegherò il

segreto del mio bizzarro pseudonimo, raccontandole una istoria piena di

amarezze e di follie. Mi affido a lei e mi dico

_suo dev. Servo_

BARTOLOMEO SCANNAGATTA.»

Era proprio lui! Le mie reminiscenze non mi avevano ingannato--il tono

della lettera e la eloquenza delle occhiate che tratto tratto l'artista

mi indirizzava mentre io stava leggendo, mi imponevano di rivolgergli

tosto una parola rassicurante.

Mossi a lui, gli stesi la mano; egli mi porse la sua, e in quella

stretta leale, un tacito patto fu stipulato fra noi.

Poco dopo, quand'egli fu uscito dalla sala, la contessa si pose a

raccomandarmelo colla più viva espansione.

--Nessuno dimentichi ch'egli è un mio protetto, ripetè più volte

la contessa a quanti facevano parte del circolo; quando il barone

Teghetoff ci raccomanda un artista, è indubitabile che questi

dev'essere un talento superiore. E poi.... che ne dite di questo

nome?... Daniel..... Nabaäm De-Schudmoëken? Dio sa se lo pronunzio per

bene!

--Dev'essere un pianista insuperabile nei pezzi di difficoltà--disse

uno degli astanti--ciò si comprende dalle molte consonanti del nome.....

--Ed anche, soggiunse un altro, dalla k aspirata preceduta dal

dittongo.....

--Non c'è' dubbio--rispose la contessa--questi artisti superiori

che ci vengono dall'estero hanno dei nomi imponenti e, direi quasi,

rivelatori. Talberg? Che ve ne pare? Non sentite forse, nella posa

solenne e direi quasi patriarcale di questo nome, il pianista pacato,

maestoso, che procede sicuro sulle onde melodiche, come un poderoso

vascello già provato dalle tempeste e dai venti?.... Liszt!... Non

vedete, a questo nome, il lampo e la folgore guizzare sulla tastiera?

Non vi pare che una favilla elettrica, sprigionandosi dalle dita

nervose, si comunichi alle corde del gravicembalo e da quelle alle

fibre degli uditori?... Hans Von Bülow....

La contessa, nel proferire questo nome, spalancò le labbra

siffattamente, che la sua prima aspirazione somigliò ad uno sbadiglio.

I circostanti, sbadigliando per consenso, ripeterono non so quante

volte il nome di Häääns..... E siccome io penava a trattenere uno

scoppio di buon umore indiscreto, prima che il grottesco della

conversazione provocasse una crisi, profittai dell'incidente e presi

commiato.

All'indomani, verso le ore cinque pomeridiane, mi recai all'albergo del

Marino, dove il musicista mi attendeva pel pranzo.

Egli aveva fatto apparecchiare la tavola in un piccolo salotto attiguo

alla sua camera da letto.

Sulla tavola erano quattro coperti.

--Abbiamo dunque degli altri commensali?

--Gente di fiducia--rispose l'artista sorridendo--mio padre e mio

nipote.

E poco dopo, al momento in cui il cameriere serviva la zuppa, entrò nel

salotto un vecchio dal volto sano ed intelligente, in compagnia di un

grosso garzone senza barba che poteva avere diciotto anni.

La presentazione fu spiccia.

--Ecco un ottimo padre, venuto espressamente da Biella per assistere al

mio concerto e per protestare...

--Basta, basta! interruppe il vecchio--in presenza della minestra deve

tacere ogni questione--parleremo dopo.

Durante il pranzo, venni a sapere che il padre del nostro pianista era

stato per molti anni capo-musica della banda e organista della chiesa

di Biella; che aveva composto parecchie sinfonie e due messe, l'una

da morto, l'altra da _vivo_, e che il figlio doveva a lui solo la

molta erudizione musicale onde era fornito, nonchè la sua abilità di

suonatore.

Levata la mensa, ci assidemmo in faccia al caminetto. Il vecchio fece

recare due bottiglie di barbéra, ch'erano, com'egli diceva, la sua

tazza quotidiana di caffè. E quando ebbe vuotato il primo bicchiere:

--Ora, a noi altri! proruppe con una certa modulazione di voce che

sentiva la stizza e la benevolenza--sentiamo cosa sa dire per sua

discolpa il signor Daniel Rabadàn!

L'artista accese uno zigaro, e volgendosi ora a me, ora a suo padre,

cominciò di tal guisa:

--Come lei vede, questo mio ottimo padre non sa perdonarmi ch'io

abbia cangiato nome. Egli pretende che io abbia sottratto al nome già

illustre degli Scannagatta una parte di gloria che gli spettava per

diritto.....

--Sicuramente! interruppe il vecchio--e non contiamo il gran danno che

tu porti a tutti i Bartolomei (tuo nipote compreso), i quali attendono

da secoli che un uomo di genio rifletta sul loro nome vilipeso qualche

raggio di luce.

Il giovane Bartolomeo, che fino a quel momento non aveva aperto bocca,

si lasciò sfuggire dalle labbra un: _contagg_!

--Se mi interrompete ad ogni frase, io non verrò mai a capo di

giustificarmi..... Lasciatemi dire... Anche i preti, prima di

assolvere o di lanciare la scomunica, attendono che il reo abbia

finita la confessione. Ed è una confessione, o per lo meno un

resoconto sincero della mia vita d'artista che mi trovo in obbligo di

fare. Voi, mio padre, ne conoscete una parte, ma vedo che è mestieri

ricordarvela. Abbiate dunque la pazienza di ascoltarmi, e poi, quanto

al verdetto finale, ci rimetteremo all'arbitrio di una persona affatto

disinteressata, vale a dire al nostro amico giornalista.

Il vecchio vuotò un secondo bicchiere, e strinse le labbra in segno del

grande sforzo che gli costava il silenzio.

«Non ricordo quale filosofo, riprese il pianista, abbia dettato

un libro per dimostrare l'influenza che hanno i nomi sul destino

degli individui. Certo è che l'avere un bel nome, un nome geniale e

simpatico, ordinariamente porta fortuna. Non ho mai capito questa

predilizione dei nostri antenati nell'appropriarsi dei cognomi tolti

a prestito dalle bestie. I Gatti, gli Orsi, i Leoni, i Bove, i

Capponi, i Galli, perfino i Pulci, i Lumaga, i Sanguettola, i Mosca,

i Tenca, i Ghezzi, i Formica, i Volpi, i Merli, gli Allocchi, ecc.,

ecc., costituiscono la maggioranza delle famiglie italiane..... Poi

seguono, in gran numero, i cognomi composti, dove parimenti figurano le

bestie; tali i Pestagalli, i Mangiagalli, i Caccialupi, i Portalupi, i

Cacciamosche, i Pelegatti, ecc., ecc., e infine, per tacer d'altri, gli

Scannagatta. Ecco una statistica che potrebbe fornire ad uno storico,

ad un archeologo, fors'anche ad un filosofo moralista, argomento

di serie considerazioni. Quanto a me, per non istancare la vostra

pazienza, mi limiterò a dirvi che il cognome di Scannagatta fu in certo

qual modo la mia disgrazia originale. Non intendo darne colpa al mio

ottimo padre, qui presente; nè tampoco serbo rancore a quel dabben

cognato che tenendomi al fonte battesimale, si piacque aggravare la mia

disfortuna gratificandomi del nome di Bartolomeo.--Fatto è, che all'età

di sei anni, quando entrai nella scuola comunale per iniziarmi ai

primi esercizi dell'alfabeto, io cominciai ad esperimentare la funesta

influenza de' miei due nomi. Tutte le volte che il maestro mi chiamava

all'appello, dai banchi della scolaresca io udiva insorgere una specie

di miagolio che somigliava ad una protesta contro una scannatura

di gatti;--e quando, nel recitare le prime lezioni, mi avveniva di

rimanere a bocca chiusa, il maestro, gettandomi il libro alla faccia:

Va là, mi gridava, va pur là, che sarai sempre un bartolomeo!

»Queste prime umiliazioni prodotte dal nome mi irritarono, mi

contristarono siffattamente, che un bel giorno (voi, mio padre, non lo

avrete scordato) venni a casa tutto piangente a manifestarvi il mio

fermo proposito di non tornare mai più alla scuola. Il mio proposito fu

tanto pertinace che voi vi appigliaste al partito di provvedere da voi

medesimo alla mia educazione, e mi insegnaste con tanta amorevolezza e

pazienza la bell'arte della musica. Condussi, per una diecina d'anni,

una esistenza da romito, uscendo rare volte di casa e sempre solo,

studiando indefessamente. I primi successi musicali, ottenuti a Biella

nel circolo ristretto dei nostri parenti ed amici, mi avevano ridonato

il coraggio, riconciliandomi perfino coi due nomi fatali, che erano

stati l'origine delle mie disavventure infantili. Venne il tempo di

produrmi nel gran mondo. Tutti mi animavano ad uscire da Biella; e voi

stesso, ottimo padre, vi mostravate convinto che io era, per la mia

età, un piccolo portento.

»Nella primavera dell'anno..... mi recai dunque, pieno di illusioni

e di speranze, alla capitale del regno. Mi accompagnava il cognato

Bartolomeo. Ignari sì l'uno che l'altro degli usi del mondo, non ci

eravamo data veruna briga per premunirci di lettere commendatizie.

Noi giungevamo a Torino colla semplice scorta del mio talento

ignorato e colle cento lire messe assieme dalla famiglia per le

spese di quel primo cimento.--Ci recammo da un capocomico per

ottenere che mi lasciasse suonare qualche pezzo fra gli intermezzi

della rappresentazione.--A chi ho l'onore di parlare? chiese

il capocomico.--Io mi chiamo, rispose il cognato, Bartolomeo

Zuffolone di Biella, e questo giovane è il signor Bartolomeo

Scannagatta....--Quanti Bartolomei! interruppe l'artista--e tutti di

Biella?... Basta! penseremo..... rifletteremo.....--In quel punto

sopravvenne un signore, che era, per quanto sapemmo dippoi, il

proprietario del teatro. L'artista drammatico si tenne in obbligo

di presentarci a lui.--Zuffolone! Scannagatta! che razza di nomi!

esclamò il nuovo personaggio, squadrandomi dal capo al piede come

fossimo due mendicanti.--Ci mancherebbe altro! Con questi due nomi

sull'avviso, faremmo scappare la gente.--E ci piantò là, traendo seco

il capocomico.--Confusi, umiliati da questo primo accoglimento, uscimmo

dal teatro e ci demmo a passeggiare per più di un'ora sotto i portici

di Po, meditando e discutendo sul da farsi. Per caso, ci venne veduto

un magazzino, dove si davano cembali a nolo. Entrammo, sotto pretesto

di noleggiare uno strumento, e dopo alcune parole, parendo a noi che

il padrone della bottega fosse un uomo ammodo, chiedemmo a lui delle

informazioni sulle pratiche a farsi per dare un concerto.--Un concerto

di pianoforte!.... esclamò il dabben uomo inarcando le ciglia--ella non

farebbe un soldo in questo momento.... Abbiamo qui uno dei più celebri

pianisti d'Europa che _fa furore_ nelle sale e nei circoli--la società

torinese farnetica per questo straordinario talento--ella avrebbe

l'aria di voler sfidare un confronto impossibile.... insomma.... io

la sconsiglio dal tentare la prova.--E come si chiama questo portento

dell'arte? domandai io, con un leggiero accento di ironia che tradiva

le prime emozioni del mio orgoglio giovanile.--Si chiama... si chiama,

rispose il noleggiatore dei pianoforti ingrossando la voce, _monsieur_

Etzcy'.--Salute! Dio la prosperi! esclamammo ad una volta mio cognato

ed io, credendo che l'altro avesse sternutito--e vedendo che quegli non

parlava:--dunque si chiama? replicò mio cognato. Ma non glie l'ho già

detto? Etzcy'!...--Ti scoppi il naso!--brontolò mio cognato--e senza

altro dire, uscimmo dalla bottega.

»Com'io riuscissi, dopo molte noie e molti sacrifizi, a dare il mio

primo ed unico concerto a Torino, non val la pena ch'io lo narri. Voi

foste testimonio (e qui il narratore diresse a me la parola) dello

scarso concorso di spettatori, del loro contegno indifferente e quasi

nemico. Non ho mai dimenticato nè sarò mai per dimenticare che voi,

quasi solo, osaste interrompere con applausi e con voci di ammirazione

il mio ultimo pezzo. La stretta di mano amichevole e le incoraggianti

parole che mi volgeste dopo il concerto furono il solo compenso che io

mi ebbi in quella angosciosa serata; senza di voi, il mio giovane cuore

da artista si sarebbe lasciato vincere dalla disperazione.

»Tornammo a Biella di assai cattivo umore. Di quel mio _debut_ non

parlò alcun giornale tranne un ignobile fogliaccio umoristico, dove il

cronista teatrale si scusava coi suoi lettori di non aver assistito

al concerto per la diffidenza che gli avevano ispirato i due nomi di

Scannagatta e di Bartolomeo.

»Si tenne un consiglio di famiglia. Voi non oblierete, mio ottimo

padre, quanto io abbia combattuta la vostra idea fissa di farmi

ritentare la prova a Milano In me era già entrata la convinzione che

col mio nome di Bartolomeo Scannagatta non era possibile il successo

fuori dalla Biella nativa.

»Le vostre istanze mi vinsero.--Voi mi persuadeste che il nostro

maggior torto era quello di andare a Torino senza lettere

commendatizie, e questa volta me ne procacciaste una mezza dozzina.

Partii solo. Il nome di Bartolomeo Scannagatta mi pareva abbastanza

grottesco senza condur meco, per rinforzare il ridicolo, un Bartolomeo

Zuffolone. Io presagiva che qualora mio cognato mi avesse seguito a

Milano, qualcheduno ci avrebbe accolto colla solita esclamazione di

ironia: che posso io fare per due Bartolomei? E il mio presentimento

colpiva nel vero. Se a Torino il mio sciagurato nome aveva alienata da

me l'attenzione e la protezione dei dilettanti, a Milano mi accadde di

peggio.

»Quando io mi recai al Conservatorio per ottenere una audizione

privata, l'egregio direttore dello Stabilimento mi accolse con paterna

benevolenza. Adunò i professori e gli scolari nella sala dei concerti,

accompagnò la mia presentazione con parole incorraggianti; ma non

appena egli ebbe proferito il mio nome, io m'accorsi che i giovani

alunni ed anche qualcuno dei maestri si erano sbandati per nascondere

la loro ilarità.--Che volete? Mi appressai al pianoforte di mala

voglia--suonai quattro o cinque pezzi dinanzi ad un uditorio svogliato

e disattento, e all'atto di abbandonare il mio posto, mi accorsi che

nella sala non v'era più alcuno, tranne l'ottimo direttore.

»Questi mi mosse incontro, mi pose paternamente la mano in sulla

spalla, e dopo aver encomiato le mie composizioni: «Mio buon figliuolo,

soggiunse; è indubitabile che ella possiede un talento notevole, ma

pure mi trovo in obbligo di avvertirla che in Milano difficilmente

ella potrà farsi strada in questi tempi. Ella ha un torto grandissimo

in faccia a quella che ora si suol chiamare la _grand'arte_, e

questo torto consiste nella desinenza del suo nome...--Oh! che

dunque? esclamai vivamente--sarebbe ancora questo sciagurato nome di

Scannagatta!...

»Oramai a tale siamo giunti, proseguì il direttore-maestro, con un

accento che rivelava l'angoscia, che i nomi di desinenza italiana non

hanno più credito sulla piazza.--La straniomania è giunta a tale che

io mi meraviglio sieno ancora tollerati al nostro Conservatorio una

dozzina di maestri, nati e cresciuti nel nostro clima. La si figuri che

l'altra settimana in questa medesima sala dov'ella ha trovato degli

uditori così indifferenti od avversi, ha destato fanatismo un pianista

compositore piovuto dal nord, a lei incomparabilmente inferiore sotto

ogni aspetto. Ma egli aveva la fortuna di chiamarsi Sfrrrt...

»A quel punto, due gatti che stavano giocolando sul tappeto, fuggirono

a salti per la scaletta che conduce al palco scenico.--Vedete! proseguì

il Direttore--questi nomi che mettono in fuga i gatti fanno a Milano

ben altri miracoli--giornalisti, musicisti, dilettanti, professori,

alunni ne rimangono ammaliati... Se più dura la voga di questi nomi

senza vocali e gonfi di aspirazioni, non si potrà parlare di musica e

di concerti senza sputare ogni volta mezza dozzina di denti.

»L'egregio vecchio mi aveva dipinta al vero la situazione dell'arte e

dei musicisti. Io presentai le mie lettere a due o tre giornalisti, i

quali neppure si degnarono di annunziare il mio concerto--e dopo aver

suonato al teatro Santa Radegonda, dinanzi ad un pubblico composto per

la massima parte di droghieri e di ex-impiegati in pensione, i quali

ebbero la bontà di applaudirmi a _furore_ e chiedermi il _bis_ di due

pezzi, all'indomani ebbi la soddisfazione di leggere nell'appendice di

un grave giornale che un pianista di nome Scannagatta, dopo essersi

prodotto fra gli intermezzi della commedia, era partito alla mezzanotte

da Milano in un _omnibus_ carico di Biellesi venuti espressamente per

ricondurre in patria quel loro genio _incompreso_.

»Fu allora, che esacerbato, avvilito, ma pure fidente nel mio

ingegno e nel mio avvenire, io risolsi di abbandonare l'Italia per

cercare all'estero quella protezione che dai nostri mi era negata.

Mi scritturai in qualità di maestro concertatore, con un impresario

di Stoccolma. Mi tuffai anima e corpo nella musica per dodici

anni--ridussi, composi, trascrissi, diressi orchestre, diedi lezioni

di canto e di pianoforte, mi produssi in concerti, e rinunziando al

mio nome, come avevo rinunziato alla patria, mi creai e feci imprimere

sulle mie carte di visita quel Daniel Nabaäm De-Schudmoëken, che in

oggi fa tanto dispetto e tanta ira a mio padre.

»Chi esperimentò a vivere per molti anni lontano dal proprio paese,

non ignora che quel malessere chiamato nostalgia assale, più presto

o più tardi, anche coloro i quali non ebbero in patria che sconforti

ed amarezze.--Questa fase della nostalgia venne anche per me. Era un

bisogno, una sete di respirare l'aria nativa non solo, ma anche di

assaporare il successo in quel paese che a me, negletto e rejetto, non

cessava mai di presentarsi quale un giardino incantato delle arti.

»Doveva io, poteva io, dopo le traversie del passato, riprendere il

mio sciagurato nome di Bartolomeo Scannagatta, nel giorno appunto in

cui io veniva qui per chiedere ai miei connazionali il battesimo della

gloria? I fatti che io vi ho narrati vi suggeriranno la risposta.

Certo è che, appena fiutata l'aria di Milano, ho dovuto applaudirmi

della mia risoluzione. Qual differenza fra l'accoglimento che in oggi

viene fatto a Daniel Nabaäm De-Schudmoëken e quello già toccato al

povero Bartolomeo Scannagatta di Biella! L'altro ieri, recandomi a

visitare il più erudito dei vostri giornalisti, l'ho veduto estasiarsi

di ammirazione nell'affissare il mio biglietto di visita. Un altro,

nel proferire Nabaäm, rimase per due minuti a bocca spalancata,

cogli occhi smarriti nelle palpebre. Due o tre membri della _Società

del quartetto_, nell'udire un mio esecrabile waltzer tutto pieno di

dissonanze, parvero assaliti da catalessi--tutte le dame patronesse

vogliono vedermi, reclamano le primizie del mio talento--nelle aule del

Conservatorio da due giorni è una gara fra maestri, alunni ed alunne, a

chi meglio proferisca il mio nome--Stamattina ho ricevuta una lettera

di quattro pagine, colla quale un giornalista mi chiede scusa se il

mio nome venne stampato senza i due puntini sull'oë, e mi prega di

attribuire questa irriverenza alla ignoranza del proto. Insomma...»

--Insomma, interruppe il padre dell'artista, poichè il mondo è tanto

buffo, tanto gaglioffo, tanto infatuato di pregiudizi e di minchionerie

...

--Trattiamolo com'esso merita--non è vero? E così parlando, l'artista

prese amorevolmente fra l'una e l'altra mano la buona testa del

vecchio, e gli impresse un bacio sulla fronte.

--Via! via!--riprese quell'ottimo padre raddolcito--chiamati Rabadam,

chiamati Balaäm, chiamati come vuoi al concerto--ma quando il pubblico

ti avrà applaudito, quando le dame saranno in svenimento, quando

i giornalisti avranno sbuffato i loro oh! oh! di ammirazione--ti

prometto ch'io salterò in mezzo della sala per gridare a tutta voce:

«Sappiate, signori minchioni illustrissimi e colendissimi, che questo

bel mobile che ha suonato come nessuno sa suonare, si chiama il signor

Bartolomeo Scannagatta, figlio e scolaro di Girolamo Scannagatta qui

presente, _quondam_ organista della cattedrale di Biella...

--E musicista, perdio! e maestro come ce ne hanno pochi nel mondo...!

--E poi torneremo insieme a Biella...

--A far della buona e bella musica, in mezzo a gente che se ne intende

davvero, perchè ha cuore e buon gusto.

Racconti e novelle · 第 21 / 234 题