EKDAL. (_viene dalla sua stanza senza pipa e con in capo la sua vecchia
berretta da soldato; è un pochino ubbriaco_) Ora Erminio sono da te,
possiamo discorrere liberamente (_fermandosi_) Oh!...
ERM. (_alzandosi_) Papà, qui c’è Gregorio Werle.
(_Gregorio s’alza e si dirige verso il vecchio_).
EKDAL. Werle? Il figlio? Cosa vuole da me?
ERM. (_sorridendo_) Viene a trovar me.
EKDAL. Ah!... se non è che per questo.... io non temo più nessuno.
GREG. Sono io che vengo a portarle un saluto dai suoi amati boschi,
dove ha cacciato tanto, luogotenente Ekdal.
EKDAL. (_scosso_) Dai boschi?
GREG. Sì, dalle miniere di ferro.
EKDAL. Una volta io era là ben conosciuto.
GREG. E aveva rinomanza di gran cacciatore.
EKDAL. È vero (_accorgendosi che Gregorio lo guarda_) Guardate il
mio berretto? Non lo porto che in casa. (_sospira_) Fuori non me lo
permetterebbero.
(_Edvige porta un piatto di sandwichs che pone sul tavolo_).
ERM. Siediti, babbo, bevi un bicchiere di birra. Gregorio serviti.
(_Ekdal borbottando si siede sul divano, Gregorio su una sedia
vicino a lui, Erminio in faccia ad Ekdal che ha vicino a sè Edvige.
Gina siede un poco discosta dagli altri_).
GREG. (_dopo aver bevuto della sua birra_) Se ne ricorda ancora,
tenente Ekdal, di quando a Natale e nei mesi estivi io ed Erminio
venivamo lassù?
EKDAL. No, non me ne ricordo. Ma d’essere stato buon cacciatore sì che
me lo ricordo. Ho ammazzato anche parecchi orsi.
GREG. (_guardandolo con compassione_) E ora non caccia più eh?
EKDAL. E perchè.... certo non più come allora, il bosco, il mio
bosco.... (_breve_) Ed è sempre bello?
GREG. Non più come ai suoi tempi, per gran parte venne atterrato.
EKDAL. Molta legna? (_piano quasi con paura_) Fanno male, fanno
male.... il bosco si vendicherà.
ERM. (_mescendogli della birra_) Ancora un sorso, papà.
GREG. Un uomo come lei certo si troverà a disagio qui in città, dove
la luce, l’aria non viene che oscura, dove non possiamo mai abbracciare
con lo sguardo vasti spazi di cielo.
EKDAL. (_sorridendo_) Eppure anche qui non c’è malaccio.
GREG. Pur nonostante deve amare sempre quella libera vita dei boschi,
tra gli animali, gli uccelli selvatici.
EKDAL. (_ridendo e guardando Erminio_) Erminio, dobbiamo fargli vedere?
ERM. (_imbarazzato_) No, questa sera no.
GREG. Che cosa?
ERM. (_sorridendo_) Nulla, nulla, vedrai un’altra volta.
GREG. (_continua rivolgendosi sempre al vecchio_) Ekdal dovrebbe venir
con me, tornare con me ai suoi monti. Del lavoro ne avrà anche alle
miniere. Qui nulla ha che lo possa rallegrare.
EKDAL. (_guardandolo meravigliato_) Non ho nulla?
GREG. Certamente, ha Erminio; ma io mi intendevo dire che....
EKDAL. (_dando un pugno sulla tavola_) Erminio, ora deve vedere.
ERM. Allo scuro?
EKDAL. E la luna non la calcoli tu? (_si alza e va verso il fondo_)
Vieni, aiutarmi Erminio.
EDVIGE. Sì, papà, dagli retta.
ERM. (_alzandosi_) Come volete.
GREG. (_a Gina_) Cosa c’è dunque?
GINA. Non si immagini di vedere delle cose meravigliose.
(_Ekdal e Erminio spingono i due battenti dell’uscio di fondo.
Gregorio alzato resta presso il divano, Edvige è vicina a suo
padre, Gina continua a lavorare. — Si vede nel fondo il solaio
illuminato dalla luna_).
EKDAL. (_a Gregorio_) Si avvicini.
GREG. (_avvicinandosi_) Cosa c’è?
EKDAL. Guardi, guardi.
ERM. (_imbarazzato_) Tutto ciò appartiene a papà.
GREG. (_guardando nell’interno del solaio_) Delle galline....
EDVIGE. Abbiamo anche....
EKDAL. Taci.
GREG. Piccioni.
EKDAL. Sì, hanno il loro nido lassù in alto.
GREG. E non sono piccioni comuni?
EKDAL. Comuni, ne ho delle specie più belle, quei due là in fondo sono
d’Italia. Guardate quella gran cassa.
GREG. A che serve?
EKDAL. Vi dormono i conigli.
GREG. Avete anche dei conigli?
EKDAL. Edvige tirati in là; lei vede quella cesta là nell’angolo,
addossata al muro?
GREG. Che bestia v’è dentro? Un uccello? Se non mi sbaglio è un’anitra.
EKDAL. Sicuro è un’anitra.
ERM. Ma che sorta d’anitra credi che sia?
EDVIGE. Non è un’anitra comune.
EKDAL. Signor Werle, quella è un’anitra selvatica.
GREG. Davvero?
EKDAL. La mia anitra selvatica.
EDVIGE. (_con calore_) La nostra, essa appartiene anche a me.
GREG. E come fa a vivere nel solaio?
EKDAL. Ecco là la sua vasca dove può nuotare.
ERM. Tutti i giorni le cambiamo l’acqua.
GINA. (_ad Erminio_) Bada, Erminio, raffredderai troppo la stanza.
EKDAL. Ritiriamoci, non vorrei disturbarle il sonno. Edvige, chiudi tu.
(_Erminio ed Edvige richiudono la porta_).
EKDAL. (_a Gregorio_) Un altro giorno l’esaminerà meglio. (_si siede
sulla poltrona che è in faccia alla stufa_).
GREG. Come ha fatto per averla, signor Ekdal?
EKDAL. Non l’ho presa io, abbiamo da ringraziare.... un uomo di questa
città.
GREG. (_serio_) Mio padre, forse?....
ERM. Come hai fatto ad indovinarlo?
GREG. Mi dicesti che lo dovevi ringraziare per molte cose.
GINA. Non l’abbiamo ricevuta direttamente da lui.
EKDAL. Dobbiamo però essere sempre grati al signor Giovanni Werle,
Gina. (_a Gregorio_) Era sul mare, in barca e ci ha tirato, ma lei sa
che non ci ha mai veduto bene e non l’ha che ferita in un’ala.
GREG. Sarà caduta in mare.
EKDAL. (_che sarà sempre più ubbriaco con la voce grossa_) Le anitre
selvatiche quando sono ferite si cacciano al fondo, si attaccano alle
alghe e a tutta quella robaccia che c’è nel fondo e poi non risalgono
più.
GREG. Ma questa è risalita.
EKDAL. Vostro padre ha un cane.... un cane che è un vero portento, si
precipitò nell’acqua per ripescarla.
GREG. (_a Erminio_) Avvenne così?
ERM. Fu portata in casa di tuo padre, ma la poverina cominciò a
deperire. Fu ordinato a Pietro, il tuo servitore, di ucciderla.
EKDAL. (_quasi addormentato_) E Pietro.... la portò a me.
ERM. (_a Gregorio_) Papà conosce Pietro, e quando questi gli raccontò
che aveva da uccidere un’anitra selvatica, fece tanto che gli venne
regalata.
GREG. Ed ora sta bene?
ERM. Almeno sembra, divenne grassa, e sono parecchi giorni che
l’abbiamo e pare abbia dimenticato la vita selvatica.
GREG. Può essere, ma non lasciarle mai vedere nè il cielo, nè il mare.
(_guarda l’orologio_) È tardi, non posso più restare qui, guarda tuo
padre, già dorme. (_accenna al vecchio Ekdal che si è addormentato_).
ERM. E per ciò te ne vuoi andare?
GREG. A proposito, tu mi hai detto che hai una stanza da affittare.
ERM. Sì, potreste forse indicarmi qualche pigionale?
GREG. Io stesso, se me la dai.
ERM. Tu?
GINA. Lei signor Werle?
GREG. Se la posso avere, la prendo da domattina stessa.
ERM. Sì, e con piacere.
GINA. Ma quella, signor Werle, non è una stanza per lei.
ERM. Ma Gina?!
GINA. (_imbarazzata_) Sicuro, non è abbastanza grande, nè abbastanza
chiara!
ERM. A me pare una bellissima stanza. (_a Gregorio_) Solamente non è
ammobigliata con lusso.
GINA. E quei due che abitano al piano di sotto?
GREG. Chi sono questi due?
ERM. Uno è un ex maestro di scuola e l’altro è un certo dottore Relling.
GREG. Dottor Relling! lo conosco di vista, bazzicava una volta per le
miniere.
GINA. Sono due importuni che la sera rincasano tardi e schiamazzano
fino ad ora tarda.
GREG. A ciò ci si può presto avvezzare. Farò come la vostra anitra
selvatica. (_a Gina che si mostra corrucciata_) Le dispiace forse che
venga ad abitare in casa sua?
GINA. E come può solamente pensare ciò?
ERM. (_a Gina_) Sei davvero curiosa questa sera! (_a Gregorio_) Conti
di stabilirti in città?
GREG. (_infilandosi il paletot_) Sì, almeno per adesso.
ERM. E non in casa di tuo padre, che vuoi dunque fare?
GREG. Non lo so. (_batte una mano sulla spalla di Erminio_) Io, mio
caro, ho una gran disgrazia.... quella di chiamarmi Gregorio Werle.
ERM. Non ti comprendo.
GREG. So ben io quello che voglio dire.... Eh! perchè sono nato in
questa famiglia?!
ERM. (_sorridendo_) E se tu non fossi un Werle che vorresti essere?
GREG. Cosa vorrei essere (_dopo breve pausa lo prende per un braccio_)
Un cane....
ERM. Un cane?
EDVIGE. (_ridendo_) Un cane, che idea curiosa!
GREG. (_rivolgendosi ad Edvige_) Sì, signorina, un cane sagace come
quello di mio padre che salvò la sua anitra selvatica.
ERM. Davvero, Gregorio, non ti comprendo.
GREG. Non c’è buon senso in quello che dico. (_dopo breve pausa_)
Domattina verrò qui ad installarmi nel mio nuovo alloggio. (_a Gina_)
Stia tranquilla, non le darò troppa noia. (_a Erminio_) Riprenderemo
il nostro discorso domani. Buona notte. (_a Edvige_) Buona notte, cara
fanciulla.
GINA. Buona notte, signor Werle.
EDVIGE. E buon riposo.
ERM. (_che sarà andato alla scansia ed avrà accesa una candela_)
Aspetta ti faccio lume per le scale. (_Gregorio saluta ancora quindi
esce con Erminio_).
GINA. (_come parlando fra sè_) Che strano discorso fece!
EDVIGE. Per me, mamma, credo alludesse a qualche cosa.
GINA. (_scossa_) Come sarebbe a dire?
EDVIGE. Almeno così mi parve.
ERM. (_Erminio rientra spegne la candela_) Finalmente posso mangiare
un sandwich. (_prende un sandwich sulla tavola e lo mangia_) Vedi Gina
cosa è mai il caso.
GINA. A proposito di che?
ERM. Non è una fortuna quella di aver trovato d’affittare la stanza? A
chi poi? Al mio migliore amico, al caro Gregorio.
GINA. Hai ragione.
EDVIGE. Mamma, ora papà non sarà più di cattivo umore, eh?
ERM. (_a Gina_) Sei curiosa davvero? Fino ad oggi cercavi per mare e
per terra di affittarla, e adesso sembri malcontenta.
GINA. Cosa vuoi Erminio, fosse almeno un altro. Che dirà suo padre?
ERM. Il vecchio Werle? Ciò non mi riguarda.
GINA. Se egli lascia la casa patema, certo tra loro è sorta una lite, e
tu sai quanto noi dobbiamo essere riconoscenti al vecchio Werle.
ERM. Sì, ma....
GINA. ... E ora potrà credere che tu l’abbia consigliato alla
ribellione.
ERM. (_alzando le spalle_) Creda quello che vuole; fece molto per me,
lo riconosco, non sono un ingrato, ma non per questo ho da rendermi
schiavo per tutte le mie azioni.
GINA. E se il vecchio, per vendicarsi, togliesse a tuo padre il poco
lavoro che gli dà.
ERM. Quasi lo desidererei, mi umilia vedere mio padre accattonare del
lavoro.... (_prende un altro sandwich_) Lo renderò indipendente un
giorno.
EDVIGE. Sì, fallo papà, fallo, te ne sarò grata anch’io.
GINA. Parla più basso, non lo svegliare.
ERM. (_a voce più bassa_) Arriverà il giorno in cui potrò obbligare
mio padre a respingere il lavoro dei Werle. (_guardando commosso
suo padre_) Povero vecchio, padre mio, sta sicuro che il tuo Erminio
è forte, lavora, e lavorerà sempre, fino a che un giorno tu potrai
svegliarti e.... (_a Gina_) Non ci credi tu forse?
GINA. (_alzandosi_) Sì che lo credo, solo bada di non svegliarlo ora,
guardiamo piuttosto di condurlo in stanza sua.
(_Cautamente spingono la poltrona in camera del vecchio Ekdal,
mentre che Edvige prende sul tavolo la lampada e fa loro lume_).