(Ved. vol. II, pag. 141).
Prisciano portò e porta il pregio della gramaticha, Tulio della
rettoricha, Aristotile della logicha, Tubalchai della musicha, Tolomeo
della a[s]trologia, e Uclide della geumetria e Pittagra d'arismetricha:
e ciascuno de' detti filosafi fece mirabili cose e poi molti altri
per solecito istudio ne vennero in grande fama, secondo che d'alchuno
faremo mençione e poi seguiremo brievemente d'alquanti vuomini vertuosi
e valentri.
Vergilio fu fra gli altri di quegli che grande parte n'aprese, e
spetialmente seppe ottimamente astrologia, e dirovi parte delle cose
che fece mirabili per ingiengno della detta arte, e quantunche paiono
a grossi huomini favole perchè iloro chuore nolle possono conprendere,
abi quelle che udirai per vere e per molte picchole arrispetto
dell'altre che fare si potrebbono per la detta arte.
Truovasi ch'egli fece una moscha di rame che dove la posa niuna moscha
apariva mai presso a due saettate che incontanente non morissi.
Fece uno chavalo di rame che qualunche altro chavallo vivo fosse con
qualunche malitia, incontanente, veduto quello, lascia ongni difetto.
Fondò una città overo chastello insù uno vuovo, e quando l'uovo si
menava tutta la terra si grollava; e alcun'dicono che questo è il
Chastello dell'Uovo da Napoli ch'è ancora in piede.
Fece a una città manchare il fuocho per modo che niuna persona ne potea
avere sennone andasse ad acciendere alla natura d'una donna chellavea
inghannato e schernito, e non ne potea dare l'uno all'altro. Chosì si
vendichassero gli altri huomini delle donne!
Fece uno ponte lunghisimo tutto di marmo che nonne fu mai maestro che
sapesse dire in che modo per magisterio umano potesse essere fatto.
Fecie uno giardino che nonne avea altra chiusura che di nùoli bui, e
niuno ardiva d'entrarvi se dallui non fosse guidato.
Fece due doppieri che senpre ardevano e non si potevano ispegnere e
niente si logoravano.
Fece una lanpana che senpre ardeva sança mettervi olio o altra cosa.
Fece una testa d'uomo di rame con tanta maestria ch'ella rispondeva
acciò ch'egli domandava, e una volta fra l'altre la dimandò d'uno
viagio ch'egli doveva fare e come ne dovesse arrivare; la testa gli
rispuose: se guardi bene la testa arriverai bene. Virgilio intese di
quella testa e non della sua, onde per lo chammino il sole chaldissimo
gli percosse la tessta tutto giorno e gravollo sì ch'egli se ne puose a
giaciere, e crescendo il male ordinò d'essere soppellito a uno castello
fuori di Roma, nel quale poi che fu morto per la detta cagione fu
soppellito, e ivi sono ancora l'ossa sue; le quali si soleano molto
guardare, però che una volta i Romani le vollono rechare irroma, e
com'elle furon mosse il mare si turbò maravigliosamente e ghonfiò sì
forte chel chastello e Roma ne fu a pericolo; e riposte l'ossa nel
luogo loro tornò in bonaccia, e poi non si toccharo mai. E tutte le
dette cose e molte magiori fece Vergilio per l'arte della stronomia; e
questo fu quello Vergilio sopra il chui dire Dante si fonda, e di chui
disse così:
«Or se' ttu quel Vergilio e quella fonte....
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
lo bello istile che mm'à fatto onore.»
(_Dal cod. Riccardiano_ 1922 _a c._ 135ª).