«Denari?» chiese lei.
«Sì.»
«Quanto vi occorre?»
«Cinque dollari,» dissi io.
Essa sorrise. «Così poco? Sarei lieta di fare di più per un'amica di
Hugo Wolff.»
Uscì dalla stanza chiudendo la porta dietro di sè. Mi lasciò sola nel
suo magnifico salone; coi miei abiti dimessi, col mio cappello di paglia
nero, colla mia necessità di cinque dollari mi chiuse in quella sala
piena di ornamenti d'oro e d'argento, di cornici ingemmate e ninnoli di
valore inestimabile. In un angolo v'era una libreria aperta, tutti i
volumi rilegati in cuoio rosso con lettere d'oro. Guardai. Erano poeti
tedeschi: Lenau, Uhland, Heinrich Heine... E poi Rossetti e Mrs
Browning; e un volume della meravigliosa Lawrence Hope. E più in là vidi
le «Odi Barbare»; e vicino a loro il mio volume di versi... il mio nome
in oro sul cuoio rosso!...
Mi coprii il viso colle mani e piansi.
Dopo pochi momenti essa era tornata, tenendo nella mano una moneta d'oro
di venti dollari.
«Ecco, per ~porte-bonheur~!» disse; e, nel porgermela, il delicato viso
si soffuse di rossore. «E non c'è altro ch'io possa fare per voi?»
Io feci cenno di sì. Le lagrime mi impedivano di parlare, ma guardai il
pianoforte.
Essa sorrise, e subito sedette davanti alla tastiera.
E cantò. Cantò per me.
Tutta la dolcezza e tutto il fervore che Dio le aveva versato nella
divina voce, essa lo mise nel suo canto per me, sconosciuta, che non
vedrebbe mai più, venuta da chi sa dove, a domandarle la carità.
Mamma, mamma mia cara, perchè non si fa mai quello che si vorrebbe?
Avrei voluto prenderle le mani e baciarle; e baciarle il dolce viso
commosso, e dirle che l'adoravo; e dirle che era mio quel libro di
versi; e darle del tu. Hugo Wolff, pazzo e affamato, morto di crepacuore
e di miseria, ci spingeva l'una verso l'altra, lo so.
Ma la canzone finì.--Ella si era levata in piedi, ed io non la guardai
più. Uscii senza parlare. La lasciai così, ritta accanto al pianoforte,
e so che mi guardava...
Nell'anticamera i domestici si inchinarono al mio passaggio come se
fossi stata una principessa, e mi aprirono la porta. Io passai davanti a
loro piangendo, e scesi, piangendo ancora, la larga scalinata.
Camminai così, senza curarmi di chi mi vedesse; e giunta a Madison
Square sedetti su una panca sotto gli alberi.
Qualcuno venne a sedere accanto a me. Era una donna. Sentii i suoi occhi
fissarsi lungamente su di me, e mi volsi anch'io a guardarla. Era il
volatile occidentale! Subito ne riconobbi, sotto la toque di velluto
color turchese, i capelli d'oro e la grossa faccia rosea.
«Come sta, Mrs Doyle?» le dissi.
«Eh!» esclamò, sussultando. «Come fa a conoscermi?» Poi soggiunse
guardandomi fissa: «E cos'ha da piangere?»
«Piango per amore di una donna», dissi, «che è stata buona con me.»
«Ce ne sono tante di buone donne,» disse lei. «Anch'io sono buona.
Perchè? Cos'ha? Cosa vuole?»
«Voglio che ella venga a parlare con mio marito», dissi, «che da quattro
giorni... Venga... Lo conosce... L'ha visto a Montecarlo. Si chiama Aldo
Della Rocca».
«Come? Della Rocca? Quell'angelo di napoletano? Quell'Apollo del
Belvedere? Ma sicuro che lo conosco! E dov'è? Cosa fa qui?»
«Venga a vedere», dissi.
Ed ella venne con me nella sua toque turchese, alla meschina casa di Mrs
Schmidl nella lurida 38.ma Strada.
Quella sera pranzammo col volatile occidentale o, piuttosto, essa si
invitò a pranzare con noi.
Disse: «Che veleno!» quando assaggiò la Knödelsuppe di Frau Schmidl. E:
«Che veleno!» quando mangiò il Blutwurst coi krauti.
A giudicare dai suoi modi, che sono esecrabili, essa è probabilmente una
gran signora.