Il signor Schmidl dice che ci lascierà tenere la stanza. «Almeno»,
aggiunge in tono burbero, «per un'altra settimana o due». Ma sua moglie
non deve darci da mangiare. «Almeno», soggiunge, ancora più burbero,
«non a tutti. Soltanto a voi, e alla Anne-Marie».
E' un uomo povero anche lui. Ha ragione. Non può mantenere una famiglia
d'estranei. Ma--e Aldo? Come farà?
* * * * *
Abbiamo venduto i vestiti di Montecarlo per dodici dollari. Ci siamo
riabilitati.
E poi, dove avevo la testa? Io posso scrivere! Come mai non ci ho
pensato? Manderò un articolo al giornale Italo-Americano. Senza firma
s'intende.
Lo scrivo subito. Stasera stessa.
* * * * *
E' scritto.
* * * * *
E' accettato.
* * * * *
E' stampato.
E pare che tutto finisca lì. Hanno detto ad Aldo che non pagano mai gli
articoli che vengono mandati dal di fuori, anche se sono brillanti e
originali com'è questo. Non pagano che i loro redattori.
E non vi sarebbe posto nella redazione per lo scrittore dell'articolo
brillante e originale?
Posto, sì. Fin che se ne vuole. Ma denari no.
Aldo vive di datteri e di un po' di riso. Non parla quasi mai. Non so
che cosa siano i suoi pensieri. Ho paura per lui.
* * * * *
Oggi, conducendo fuori Anne-Marie a prendere un po' d'aria davanti alla
casa, ho incontrato una persona che conoscevamo in Italia, un certo
Fioretti.
Mi pare che fosse un vecchio amico di Nino. Egli mi guardò, e passò,
senza riconoscermi. Ringraziai il cielo! Mi tremavano le ginocchia per
la paura che si fermasse, che mi dicesse: «Voi, qui? Ma dove state? Cosa
fate?»
Dove sto? Sto in questa vile strada nel quartiere dei negri. E cosa
faccio? Muoio di fame.
Mamma! mamma! mamma! ma questo è un sogno che faccio, non è vero? Uno
stolto, incredibile sogno, da cui mi sveglierò ridendo, per ritrovarmi
vicino a te. Vorrei svegliarmi ancora bambina in Inghilterra, nella Casa
Grigia... C'era la nonna, vero? non me la ricordo, ma so che c'era. E
nel giardino un'altalena: quella la ricordo...
E poi, non c'era anche una ragazzina colla treccia bionda, che si
chiamava Edith? Non so perchè mi pare di ricordarmela adesso. Che cosa
ne è stato di lei?... Era forse quella poverina che morì d'etisia a
Davos?...
* * * * *
Aldo non si muove più di casa. Non ci parla più. Sta tutto il giorno
immobile, a guardarci. Io ho paura di lui.
Se posso trovare denari sufficienti, ti telegrafo.
* * * * *
Questa gente è buona. Tengono Anne-Marie da basso, in cucina. Ma anche
loro hanno paura di Aldo. Credo che ci manderanno via. Ma terranno la
bambina, e avranno cura di lei.
Oh Dio! Mamma! mamma! Pensa!...
Voglio telegrafarti, voglio telegrafarti.
Vado fuori. Vado a domandare che mi si aiuti. Domanderò a chiunque, a
tutti...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sono stata alla Chiesa italiana, al Consolato italiano. Vedranno,
dicono; e faranno il possibile... ma ci sono tanti casi pietosi! Mamma,
siamo un «caso pietoso» noi? Come è strano!...
Non hanno voluto darmi i denari per un telegramma. Hanno detto che
telegraferanno loro, quando avranno assunto informazioni...
Ho fermato per istrada una donna. Le ho detto: «Perdoni! Potrebbe forse
lei...», e poi mi è mancato il coraggio e le ho domandato dov'era la
38.ma Strada. Me l'ha indicata, ed io son tornata indietro per la strada
già fatta.
Sono arrivata alla Quinta Avenue e nel mio misero abito sono scesa per
quella via splendida e opulenta. Sono passata davanti a tanti grandi
palazzi. Uno di questi aveva le finestre aperte e, dentro, qualcuno
suonava «Der Musikant» di Hugo Wolff. Una voce di donna cantava.
_Wenn wir zwei zusammen wären
Möcht' das Singen mir vergeh'n._
Mi fermai. Tornai indietro; salii la larga scalinata bianca, e suonai
il campanello. Immediatamente la porta fu aperta da un domestico in
sontuosa livrea.
«Desidero parlare colla signora che canta», dissi.
«Eh?» disse l'uomo squadrandomi. Vidi che mi credeva una mendicante e
che stava per mandarmi via.
«Ditele, ditele in fretta», aggiunsi, «che... che Hugo Wolff mi ha detto
che potevo venire.»
Certo qualche cosa nel mio viso--oh mamma! nel mio disperato viso--toccò
una corda umana in quel pomposo automa.
Andò diritto alla porta del salone, bussò piano, ed entrò a portare il
mio messaggio.
Sulla tavola dell'anticamera era un immenso canestro dorato, pieno di
gigli pasquali.
La musica tacque, e quasi subito apparve sulla soglia una signora. Era
giovanissima--poteva avere pochi anni più di me--era bella, e vestita di
panno color d'ametista. Mi guardò curiosamente; poi disse, improvvisa:
«Volete entrare?»
La seguii nella vasta sala sfarzosa. Dalla parete «La Bella» del Tiziano
mi guardava blandamente d'in fra le palpebre arrossate.
«Che cos'era quel messaggio che mi mandaste?» chiese la giovane signora,
con la graziosa testa un po' inclinata sull'omero. «Non ho capito
bene...»
Non avevo quasi voce. «Ho detto»... balbettai, «ho detto che Hugo Wolff
mi invitava ad entrare. Vi ho sentito cantare la sua romanza».