Durante il lungo, tedioso viaggio in una carrozza vuota del treno
accelerato, Nino affrontò le sue battaglie. Mise al posto vuoto rimpetto
a sè la sua coscienza, e la guardò bene in faccia. Vicino a lui sedevano
i desideri del suo cuore, che prendevano le sue parti. La sua coscienza
aveva una faccia sporca che l'irritava. I suoi desideri erano chiari e
candidi come una fila di gigli, e avevano delle voci alte che parlavano
forte. La sua coscienza invece non diceva nulla, sedeva di fronte a lui,
mostrando la faccia sporca, e taceva.
Già fin da Bologna i gigli l'avevano vinto e convinto... Alla fin fine,
egli era giovane--insomma, relativamente giovane: a trentun anni un uomo
si può dire giovane--e aveva ancora la sua vita dinanzi a sè; mentre
Nunziata... via, Nunziata aveva vissuto la propria vita; ed egli le
aveva dato anche otto anni della vita sua--gli otto anni migliori,
perchè, dopo tutto a trentun anni un uomo non si può più dir
giovane--insomma, non più tanto giovane...
La sua coscienza lo guardava fisso, e Nino cambiò ragionamento.
Nunziata in realtà non lo amava più; l'aveva pur detto mille volte
durante gli ultimi due anni; la loro relazione non era più che un peso,
una catena insostenibile per entrambi. Ella stessa lo aveva implorato di
lasciarla.
Dopo una di quelle interminabili scene, che oramai accadevano tra loro
tutti i giorni e che erano diventate più aspre e più dolorose da che
Nunziata aveva, per contentarlo, definitivamente abbandonato il teatro,
ella gli aveva detto: «Va, va! te ne scongiuro, te ne supplico! Non
posso più vivere così. Ti scongiuro di andartene e di lasciarmi».
Dunque, in fondo, se egli l'aveva lasciata era stato per compiacerla.
La coscienza di Nino lo guardava con una faccia divenuta più nera e più
irritante; ma le voci bianche ed acute dei suoi desideri gli squillavano
nel cuore: «Non bisognava dimenticare ch'egli aveva dei doveri verso sè
stesso e verso altri. Dei doveri verso suo padre che desiderava di
vederlo normalmente e regolarmente stabilito vicino a lui; aveva dei
doveri verso Valeria»... Anche quì Nino sviò rapidamente il corso dei
suoi ragionamenti. «Aveva dei doveri verso Nancy, verso la piccola
innocente meravigliosa Nancy, che bisognava salvare dalle insidie dei
mascalzoni corteggiatori, dei letterati e poetucoli affamati, che per
farsi un'aureola della sua gloria, per arrampicarsi a una facile
celebrità l'avrebbero sposata e sfruttata e resa infelice. Ed era suo
dovere salvarla dagli agguati del bel giovane di professione, di
quell'Aldo... Oh, sì, era il suo sacrosanto dovere»... Il treno
rallentò, fremette, si fermò; e Nino fu contento di saltar giù e
d'ingoiare una rapida cena nel buffet, perchè davvero quella brutta
faccia muta di fronte a lui gli era diventata insopportabile.
Così, tutta notte in treno. Nino combattè le sue lotte e ragionò
coll'anima sua. E la brutta faccia della sua coscienza non disse parola,
ma sempre lo guardò.
... All'alba, i gigli erano spezzati, e giacevano muti e morti in
diafano candore sotto ai suoi piedi. Ma la faccia della sua coscienza
era pulita.
Come Dio volle, il treno arrivò a Roma--dove c'era da aspettare tre ore
il diretto per Napoli--e Nino corse al telegrafo della stazione e mandò
un dispaccio a Nunziata:
«Arrivo stasera alle nove. Perdona. Scorda. Sono tuo per sempre.--NINO».
Al momento di salire in un omnibus d'hôtel gli dissero che un treno di
piacere partiva immediatamente per Napoli. Si poteva dunque arrivare
quattro ore prima. Tornò precipitosamente nella stazione, saltò nel
treno che era pieno di preti e di escursionisti, e quando la Villari
riceveva il suo telegramma, egli già s'avvicinava a Caserta.
La Villari stava facendo colazione tardi, come di consueto, e
ammonticchiati in vaghe circonvoluzioni d'oro pallido sul suo piatto
stavano i maccheroni al burro e formaggio. Ella vi aveva per l'appunto
piantato la forchetta e la stava girando e rigirando, ravvolgendoveli
con pacata cura, quando Teresa, la serva, entrò concitata.
--Un telegramma, illustrissima.
La Villari l'aprì.
--Misericordia!--esclamò.--È lui che torna!
Teresa si pulì le mani sul grembiale.
--Ah! Il signorino torna? Ma davvero? Ma possibile?
--Sì. Arriva stasera. Alle nove,--sospirò la Villari.
--Bene, bene. Ma la signora non lasci freddare i maccheroni.
E anche Teresa, andandosene, sospirò, e mandò via il fattorino del
telegrafo senza dargli mancia.
Erano stati bei giorni questi senza il signorino. Si era sempre mangiato
in pace. Ed è già una cosa poter mangiare in pace. La signora non aveva
mai avuto i nervi. Ed è già una cosa non avere i nervi. E adesso si
sarebbe tornati alle solite. Le scene della signora e le sfuriate del
signorino; il pranzo che diventa freddo mentre loro ragionano; le uscite
del signorino colle porte che sbattono; i pianti e le convulsioni della
signora; i telefonamenti, i parenti e gli amici che vengono a consolare
e persuadere la signora; i ritorni del signorino; e poi da mangiare per
tutti, magari alla una o le due di notte!... No, non era una vita.
Teresa portò in tavola la flava costoletta alla milanese.
--Ecco! ci siamo già! L'illustrissima non ha mangiato i maccheroni.
--Oh! Non seccarmi coi maccheroni,--esclamò l'illustrissima che aveva
già i nervi.--Pensiamo piuttosto a questa sera... cosa si fa?
--Eh! facciamo un bell'osso buco che piace a Sua Eccellenza il
signorino. Allora diciamo: l'osso buco--
--Oh non seccarmi coll'osso buco,--gridò l'illustrissima.--Non capisci
che non deve trovarci a questo modo?
--Vossignoria metterà l'abito di crespo rosa, e faremo venire il
parrucchiere alle sei. Le pare?
--Sì, sì. Ma non basta.
Nino non doveva trovarla seduta lì ad aspettarlo, come se non ci fosse
al mondo che lui.
--Va via, Teresa, va via. Devo pensare.
Teresa se ne andò brontolando.
Nunziata Villari per lo più vedeva la vita e trattava le situazioni
secondo i metodi di Sardou, Dumas o D'Annunzio. Nino, tornando, doveva
trovarla supina in una stanza oscura, colle guancie pallide e con grandi
ombre azzurre sotto gli occhi. Oppure, ancora meglio, ella all'arrivo di
lui--non c'è! E mentre egli si dispera, ecco, ella entra, tornando da
qualche folle banchetto, ingemmata e ridente! Ah! essa lo vede, vacilla!
Si passa la mano ingemmata sugli occhi, un singulto la scuote.
«~Nino!~»... ed egli le cade ai piedi... Poi subito egli le fa una scena
di gelosia. Dov'è stata? Con chi? Dov'era quando arrivò il telegramma?
Perchè non era in casa a riceverlo? Chi le manda tutti questi fiori?...
Bah! E con un gesto d'infinito sdegno Nino li afferra a fasci e li getta
dalla finestra...
A dir vero dei fiori in casa non ve n'erano. La Villari richiamò dunque
Teresa e le disse di andare dal fioraio e di ordinare per cento lire di
gardenie e di rose bianche, tutte bianche, e che le portassero il più
presto possibile.
--Sì, signora,--disse Teresa andandosene.
--E non scordare il parrucchiere per le sei.
--Sì, signora.
--E una carrozza per le sette.
--Sì, signora.
--E, Teresa!...
Teresa si fermò con la faccia vacua e rassegnata.
--Ricordati, Teresa, che sei stata tu ad aprire il telegramma. Io non
c'ero. Ero fuori. Sono sempre fuori. Con tanta gente... capisci?
--Sì, signora.
E con schiena negligente e strascinando i piedi Teresa se ne andò a
ordinare i fiori e la carrozza e la pettinatrice.
Nunziata, rimasta sola, si sciolse i capelli, ne mise la maggior parte
sulla tavola di toeletta pronta per il parrucchiere, si stropicciò un
po' di lanolina intorno agli occhi e si sdraiò in poltrona con un
romanzo della Serao ad assaporare un'ultima mezza giornata di calma.
L'amore non era calmo; l'amore era incomodo ed agitante. E il dover
mantenere la finzione di avere ventotto anni quando se ne hanno
quarantacinque è una fatica e una pena. Certo, ella adorava Nino; al
solo pensiero che egli potesse stancarsi di lei o abbandonarla
definitivamente le balenavano truci visioni di vendetta e di vetriolo,
di disperazione e di morte. Ma ahimè! quanto ella invidiava quelle
placide donne felici, che arrendono senza lotta la loro gioventù, che
mansuete s'abbandonano al soave declinare della loro vita, come una nave
entra in acque calme. Ma essa, perchè il suo amante era giovane, doveva
battagliare convulsa e tenace con gli anni ingolfatori e inesorabili. Ed
ella si aggrappava, disperata, alla giovinezza; la teneva stretta come
un bimbo afferra e stringe nelle mani un uccelletto selvatico che
palpita per sfuggirgli. Ahi, quando il bimbo apre la mano il prigioniero
è morto. Meglio lasciarlo volar via quando era l'ora.
Così pensava Nunziata Villari. Le vane penne ella le stringeva ancora.
Ma già l'alata giovinezza era morta.
Sospirò e aprì il libro; poi soffocò i pensieri sotto la calda potente
prosa di Matilde Serao.
Il treno di piacere arrivò a Napoli alle cinque, all'ora appunto in cui
il fiorista della strada Caracciolo inseriva un fil di ferro nella gola
verde dell'ultima delle candide rose per l'illustrissima. Cento lire di
rose a Napoli nel mese di giugno sarebbero bastate a consumare la morte
profumata della verginetta del Freiligrath, nella «Vendetta dei fiori»;
bastate poi anche a coprirne la bara dall'estremità più larga alla più
angusta. Ci vollero due uomini per portarle tutte, legate in grandi
fasci di bianchezza olezzante, per la strada Caracciolo fino al palazzo
Imparato.
Nino, in vettura, venendo dalla stazione, vide già in distanza due
uomini carichi di candidi fiori, e si domandò vagamente per chi
potessero essere.
Poi ripensò il viso di Nunziata, pallido e torturato, come per ultimo
l'aveva veduto nel dirle addio. Ora la rivedrebbe sorridere di quel
grazioso sorriso, titubante e un po' birichino, che era rimasto un
sorrise giovane... (Gli uomini coi fiori avevano voltato l'angolo della
strada... Ora anche la vettura di Nino svoltò, ed ecco gli uomini che a
passo cadenzato ancora lo precedevano).
Egli era stato un egoista, un vile. Ma espierebbe, farebbe quello che
era onesto. Nunziata non rimarrebbe più sola a piangere, non sarebbe più
spinta al braciere di carbone come una sartina innamorata...
(Gli uomini coi fasci di fiori erano raggiunti, e camminavano a fianco
della vettura. Un momento ancora e questa li lasciava indietro). Ed ora
la carrozza si fermò alla porta del palazzo Imparato. Il vetturino scese
a tirar giù il bagaglio e un lazzarone in attesa si precipitò e se lo
caricò sulla spalla. Mentre Nino pagava il cocchiere, gli uomini coi
fiori lo raggiunsero ed egli si volse per vederli passare...
Ma ~non passarono~. Entrarono nel portone del palazzo Imparato e
sparirono nell'ombra della scalinata... Il cuore di Nino sobbalzò. Il
lazzarone, osservandolo, lesse una tragedia nel suo volto, ed ebbe la
soddisfacente persuasione che la mancia sarebbe stata cospicua; il
lazzarone sapeva che l'angoscia è generosa quanto la felicità.
Nino, acciecato dallo spavento, si precipitò su per la larga scalinata.
Già fermi sul pianerottolo dell'appartamento di Nunziata, gli uomini coi
fiori aspettavano.
Teresa aveva aperto la porta e subito scorse dietro le rose, il viso
bianco, folle di terrore, di Nino.
--Santa Vergine! Il signorino!
In una istantanea visione le balenò il pensiero dell'illustrissima che
discinta, non incipriata, non pettinata, leggeva Matilde Serao con le
treccie giacenti sulla tavola di toeletta. La faccia atterrita della
serva confermò i terrori di Nino. Livido e barcollante entrò, e
abbandonandosi su una seggiola nell'anticamera si coprì il viso colle
mani. L'illustrissima, che aveva udito lo strepito, s'affacciò alla
porta del salotto: vide, comprese, e richiuse pianamente l'uscio.
Quando, pochi istanti dopo, Nino, precipitoso e convulso, entrò--la
stanza era oscura, le imposte chiuse. Nunziata giaceva supina colle
guancie pallide, un morbido velo cerulo le cingeva in vaghi
drappeggiamenti il capo; ma sotto ai suoi occhi non v'erano grandi ombre
azzurre, perchè non c'era stato il tempo di farle...
E tutto ricominciò da capo. Perchè se Nunziata era placida e calma
quando Nino era lontano, appena egli era presente essa sentiva che la
sua vita tutta dipendeva da quell'amore, e che l'abbandono sarebbe stato
per lei la morte.
Stretto e sempre più stretto nelle bianche dita ingemmate, serrava
l'uccelletto morto, narrando piano al suo stanco cuore che l'alata
giovinezza era viva ancora...
Nino fu delicato per lei e pieno di riguardi. Scrisse anche varie
lettere ai consolati italiani di Rio e di Buenos Aires pregandoli di
accertarsi della verità riguardo al presunto decesso di Edoardo
Villari, il quale, secondo la sua cuoca (che era ritornata con dei
denari e aveva sposato un barone), era mancato serenamente ai vivi
qualche anno prima.
Se talvolta il ricordo di Nancy batteva con mano lieve alla porta del
suo cuore, Nino non mai gli aprì.