VIII.

Quindici giorni dopo il funerale, Nino si arricciò i baffi e se ne andò

a Londra. Suo padre non gli fece rimostranze. Veramente lo zio Giacomo

stesso trovava la casa esageratamente lugubre; e sentiva intorno a sè

un'atmosfera di vaga irrequietezza angosciosa che non poteva attribuirsi

alla scomparsa della mite figura dell'avo.

Valeria errava per le camere nel suo vestito di lutto, con

un'espressione spaurita e sonnambulesca. Se lo zio Giacomo voleva

parlarle, ella scattava in mezzo alla conversazione con aria di bestiola

inseguita, e correva a vedere di Nancy. Lo zio Giacomo s'infastidiva. Ma

non c'era dunque Fräulein per badare a Nancy? E se Fräulein fosse

occupata con la signora Avory e con le domestiche, v'era pur sempre

Edith! Edith non adorava forse la piccina, accarezzandola e viziandola?

Che bisogno c'era che Valeria si agitasse a questo modo?... Ma Valeria

si agitava, impallidiva e correva via. Non più piccole premure per lo

zio Giacomo; non più minestroni freddi, fatti espressamente da lei sotto

il naso disapprovante della cuoca inglese. Più nulla. In quanto a Nino,

poveretto! pareva proprio che per Valeria egli non esistesse più. Ella

non aveva occhi che per Nancy e per Edith. Sempre le guardava, le

seguiva, s'intrometteva nei loro discorsi; sempre le spiava con

quell'aria di bestiola inseguita che faceva pietà. Quando le due

ragazzette sedevano insieme, felici, leggendo o chiacchierando, Valeria

con voce rauca e nervosa chiamava Nancy, e la mandava via a far qualche

commissione inutile; oppure se la teneva vicina, facendole dei lunghi

discorsi incoerenti. Edith talvolta si domandava perchè mai Valeria le

portasse via così la bambina; perchè la chiamasse sempre a sè con fare

così improvviso e severo. Ma poi vedendo il viso ansioso e pallido di

Valeria--e guardando Nino, che per lo più sembrava distratto e seccato,

Edith pensava a litigi d'innamorati, e non faceva domande.

Ma non v'erano litigi d'innamorati tra Nino e Valeria. Dal cuore

affannato di lei l'amore materno aveva scacciato ogni altro sentimento;

e un solo pensiero la possedeva: il pensiero di proteggere Nancy, di

tener Nancy lontana dal lieve alito di Edith, dai teneri baci di Edith!

E Nino, vedendola sempre colla figlioletta sulle ginocchia o al fianco,

si abituò gradatamente a vedere in Valeria la madre più che l'amante, la

parente più che la fidanzata.

Poichè la creatura in grembo a sua madre vieta e frena la passione.

Una sera Nino, sbadigliando, prese in mano un giornale, e per

esercitarsi nell'inglese ne lesse le notizie. Ed ecco che le notizie lo

interessarono!

All'indomani si arricciò i baffi e partì per Londra. Andò a pranzo da

Pagani e vi trovò un vecchio compagno di università, Carlo Fioretti, che

pranzava con una signora inglese, troppo ingioiellata e dai capelli

troppo dorati, a una tavola presso la sua. Fioretti gli fece gran festa,

e la bionda signora gli sorrise. Lo invitarono a prendere il caffè con

loro, e Fioretti gli raccontò molte cose sulla colonia italiana di

Londra. Poi lo invitarono a venir con loro all'Alhambra. Ma Nino,

spiacentissimo--oh, desolato!--non poteva. Andava appunto stasera al

teatro Garrick...

--Ma è vero!--esclamò la signora bionda.--C'è quella grande attrice

italiana, stasera, al Garrick! Come si chiama? Villari! Già, Villari.

Perchè non ci avete pensato?--E scotendo un dito rimproverante a

Fioretti:--Perchè non mi avete condotta a sentire la Villari?

Fioretti si profuse in discolpe e scuse, e baciandole le dita ingemmate,

promise che ve l'avrebbe condotta l'indomani, e la sera appresso, e

tutte le sere!

Quindi Nino si accommiatò, con molti inchini e baciamani; e Fioretti lo

condusse sino alla porta.

--Chi è?--domandò Nino.

--Una «lady» dell'aristocrazia,--disse Fioretti.--Divorziata.

--Deliziosa,--disse Nino.

--Milionaria,--soggiunse Fioretti; e, stretta rapidamente la mano

all'amico, tornò al suo tavolo.

Le tragiche donne del Cossa salmodiavano già le loro nenie quando Nino

entrò in teatro. Prese posto in una poltrona di quarta fila; e subito il

suo cuore si aprì al suono delle voci italiane. Il suo sangue latino

pulsava in perfetto accordo colla sonora dolcezza delle parole

familiari, colla graziosa violenza dei gesti noti.

All'improvviso entrò in scena la Villari, e tutto sparve per Nino

all'infuori di lei. Fervida e sottile, ardente e leggiadra, ella tenne

subito tra le piccole mani calde i cuori del placido pubblico inglese,

scuotendone i nervi, costringendoli e attirandoli verso inusitate

passioni.

Nino sedeva immobile, col cuore scosso da forti battiti, e si chiedeva

se ella lo ravviserebbe. Ricordò la prima volta in cui gli occhi di

questa donna avevano incontrati i suoi: al Manzoni, a Milano, quattro

anni prima.

Come ricordava quella sera! Gli pareva ieri!... Si dava la «Saffo» di

Daudet; e Nino era andato con la zia Carlotta e la cugina Adele in un

palco di proscenio. Nel secondo atto egli rideva con Adele della

veemenza della scena d'amore quando, all'improvviso, si accorse che la

Villari lo guardava. Sì, guardava lui! Lo fissava con grandi occhi

penetranti, lungamente, deliberatamente, mentre Jean le singhiozzava ai

piedi. Poi ella pronunciò la famosa frase del Daudet: «Toi, tu ne

marchais pas encore que moi déjà je roulais dans les bras des hommes»,

tenendo sempre gli occhi fissi e profondi sul viso di Nino. Capricciosa

e bizzarra qual'era, aveva detto quelle parole in francese, in mezzo al

dramma italiano, quasi per sottolinearle di più. Poi s'era voltata via

ed aveva continuato la sua parte senza più badare a lui. E a Nino pareva

di aver sognato. Adele era stata sarcastica ed acidetta tutta sera.

Poi--ah, come Nino se lo ricordava!--il giorno seguente egli aveva

mandato dei fiori alla Villari. (Essa se li aspettava!)... E una

settimana dopo, le aveva mandato un braccialetto con brillanti e rubini,

avendo venduto a questo scopo il pianoforte della zia Carlotta durante

una sua assenza.

Ed oggi, ecco, ella gli stava davanti ancora, fervida e sottile, ardente

e leggiadra, e Nino, immobile, col cuore palpitante, si domandava se

essa lo ravviserebbe.

A un tratto ella volse gli occhi verso di lui e lo fissò con sguardo

fermo e profondo. Tanto a lungo ella lo guardò che gli parve che tutti

dovessero accorgersene, e Nino si sentì mancare il respiro per la

commozione.

Quando cadde il sipario, le fece portare in camerino il suo biglietto di

visita.

Ma ella si rifiutò di riceverlo. Nè volle vederlo alla fine del dramma.

Il giorno seguente le mandò dei fiori (ella se li aspettava)!--ma quando

andò a trovarla al suo albergo, gli venne detto che la signora non

c'era per nessuno.

Così, egli assistette a nove delle dodici recite; ed ella continuò a non

volerlo ricevere. Poichè ella era astuta e fine; e aveva trentotto anni;

e conosceva il cuore degli uomini. Conosceva anche il proprio cuore; e

più di una volta le era parso di scoprire in esso dei sintomi di ciò

ch'ella chiamava una «cotta», una «~toquade~», per questo giovane Nino

dalla testa ricciuta, dal riso leggiero, dagli occhi violenti.

Nunziata Villari temeva le sue «cotte». E non a torto. Da tempo ne

conosceva i disastrosi effetti. Sapeva quanto fossero dannose alla sua

carnagione, rovinose pei suoi affari; torturanti nel loro svolgersi, e

strazianti alla loro fine. E sopratutto le faceva paura una cotta per

Nino; poichè Nino era uno di quelli dal naso di pasta frolla, e quindi

sarebbe stato certo una fonte di sofferenze per lei.

Così, una sera dopo l'altra, Nino seduto nella sua poltrona al Garrick,

la guardava e contava i giorni che gli rimanevano prima che ella

ripartisse. Ogni sera ella era diversa: era Saffo e Maddalena; era Norah

e Fedora; era Fedra e Desdemona. Ogni sera ella era davanti a lui tutta

sorrisi o lagrime, tutta amore od odio. La vedeva dolce e spaventosa,

feroce e ammaliante. La vedeva abbracciare e uccidere; contorcersi in

morti delicate o terribili. Ella era la purità risplendente e il

trionfale peccato. Era l'Eterno Feminino, l'immortale Amante--la sempre

Desiderante e la sempre Desiderata.

Allorchè dopo l'undecima recita ella gli concesse finalmente di vederla,

egli entrò nel camerino, pallido, con le labbra tremanti. Senza una

parola di saluto, senza rispondere al sorriso di lei, si lasciò cadere

su una seggiola e nascose il volto tra le mani. E ciò fece ridere

Marietta.

Ma Nunziata Villari non rise. Comprese d'un tratto che in tutte le sere

passate ella non aveva recitato che per questo Nino; che per lui, per

lui solo, ella aveva singhiozzato e pianto, riso e delirato. E vedendolo

ora davanti a lei, con la faccia tra le mani, chino il bel capo

ricciuto, ella si sentì nel cuore quel palpito intermittente che

riconosceva e paventava.

--Misericordia!--sospirò.--Ho paura che sia un'altra cotta!

Era un'altra cotta.

I divoratori: romanzo · 第 22 / 90 题