RACCONTO.

Eugenia B..., figlia di ricchi genitori che avevano pensato a ritirarsi

dagli affari per godere nella vecchiaia i discreti frutti del loro

assiduo lavoro giovanile, era una graziosa fanciulla sui 18 anni. Fra i

molti adoratori, un giovane per nome Horimonte aveva saputo far breccia

nel suo cuore e farsi amare. Era un giovanotto di belle apparenze,

quantunque nascondesse sotto la sua ricercata eleganza e compitezza un

cuore cattivo e un animo perverso. Tuttavia tanto seppe fare e dire che

entrò anche nelle grazie dei genitori, i quali illusi e privi d'ogni

informazione sul suo conto, lo tenevano caro e vedevano di buon occhio

l'amore dei due giovani. Horimonte era pieno di attenzioni per la sua

giovane sposa che in certo modo amava, ma d'un amore vivo e volubile

quanto il suo carattere; cercando di nascondere i suoi difetti egli non

faceva pompa che delle sue buone qualità che si sforzava di far credere

che avesse.

Finalmente tutti completamente illusi acconsentirono al matrimonio e

giunse il giorno nel quale uniti per sempre a braccio uno dell'altro

esciti dalla chiesa si avviavano verso casa. La folla che era accorsa

numerosa applaudiva a questa unione, e i giovani e le fanciulle da

marito si comunicavano tra loro la propria ammirazione. Molti anzi

invidiavano questa coppia che tutti chiamavano felice.

E così fu nei primi cinque o sei mesi di matrimonio. Il marito mai non

lasciava sola la sua cara Eugenia e le prodigava mille cure e mille

attenzioni.

Ma la luna di miele, ahimè! troppo presto passò e una completa

rivoluzione si palesò nelle abitudini di Horimonte.

Un giorno tra gli altri marito e moglie ebbero un grave diverbio che

fece accorrere la fantesca, la quale non potendo aprire l'uscio, essendo

questo chiuso al di dentro, stette ad origliare e tutto comprese. Di

maniera che dopo potè essere in grado di consolare la sua povera

padrona, alla quale voleva molto bene. Questa la pregò di tacere quanto

aveva udito. Essa lo promise; ma il giorno dopo tutto il quartiere seppe

che il giovane sposo tradiva la moglie e l'abbandonava per correr dietro

alle crestaie ed alle donne di mondo, per le quali spendeva e spandeva

con una eccessiva prodigalità. E pur troppo era vero. Horimonte dotato

d'un ricco temperamento sanguigno, aveva bisogno d'uno sfogo, e, diceva

egli, doveva cangiare amore e piaceri per sopportare passabilmente la

vita. Aveva speso il resto di quel patrimonio che gli era restato, e per

pagare gl'innumerevoli debiti aveva già intaccata la dote della moglie.

Povera Eugenia, ben altre sciagure le sovrastavano!... Tuttavia dopo

qualche tempo dacchè conduceva questa vita scapestrata sembrò si

cangiasse, e ritornò infatti ad essere il marito affettuoso ed

obbediente dei primi mesi. La moglie credula e resa cieca dall'amore,

credette a una conversione e dimenticò le sventure trascorse. Poveretta!

Questa non era che un'infame commedia. Horimondo aveva bisogno di una di

lei firma per poter vendere una casa che formava parte della dote di

lei. Infine dopo una settimana di costanza e di scioccherie infinite, il

marito, esposto il suo progetto, rimase tutto sconcertato perchè la

moglie invece di accondiscendere subito, come aveva sperato, disse che

abbisognava anche il consenso di suo padre. Horimonte, preso dall'ira

per vedere il suo progetto sfumato, con una voce aspra e brutale

soggiunse:

«Ah! sono queste le proteste d'amore? Indegna, le vostre parole furono

sempre una vile menzogna. Se il mio onore e la mia vita fossero in

pericolo, voi non fareste il minimo sacrificio per salvarlo.»

Una lagrima spuntò sulle ciglia di Eugenia; voleva parlare, ma il pianto

le faceva nodo alla gola.

Il vile, vedendola intenerirsi, non pose tempo in mezzo, e disse

estraendosi da tasca una rivoltella:

«Signora, scegliete: o firmate o mi uccido ai vostri piedi.»

La misera moglie, impietosita, fattasi forte, prese la penna, e già

stava per mettere il suo nome, quando, vedendo la faccia inferocita del

marito, fu presa da un tremito convulso, e la penna le cascò di mano.

Il marito, male interpretando tale atto, fu acciecato dallo sdegno, e

gridò: «Ah! voi volete il mio disonore!.... Ebbene non avrete questa

soddisfazione. Voi non mi vedrete più.» E si slanciò verso l'uscio.

Eugenia l'afferrò, e voleva trattenerlo, ma egli con una spinta brutale

la fece rotolare sul pavimento e fuggì. Disgraziatamente, battendo del

capo contro uno spigolo, si fece una larga ferita; alla vista del sangue

mandò un debole grido e svenne.

Quando ritornò in sè era debolissima. Per fortuna un grumo di sangue

aveva arrestato l'emorragia. Pure ebbe la forza di alzarsi, di lavare il

pavimento, di pulirsi i capelli e il viso per nascondere la brutalità di

suo marito. Aveva appena finito quando entrò suo padre, che tutto

accorato le domandò se era successo qualcosa di grave avendo veduto

Horimonte tutto stralunato ed agitato.

«Nulla padre mio.» Ma un secondo svenimento sconfessò la risposta. La

ferita si riaperse, ed il sangue usci di nuovo. La fantesca corse pel

medico, e dieci minuti dopo entrò con esso. Dopo aver fatto rinvenire

Eugenia medicò la ferita, ed assicurò il padre sulla poca gravezza di

questa, dicendo che dopo un po' di giorni sarebbe stata completamente

rimarginata. Andato che fu il medico, il padre volle sapere la causa di

quella ferita. Ella cercò di scusarsi dicendo che era caduta

accidentalmente; ma il buon genitore, che già sospettava di qualche

cosa, insistè cosi amorevolmente che Eugenia tutto gli confessò. Il

padre la lodò della sua rassegnazione e ringraziò Iddio di avergli

concesso una figlia sì buona, dotata di un carattere così generoso,

poscia soggiunse:

«Fin troppo, figlia mia, hai sopportato i legami di quell'uomo brutale;

ora questi saranno rotti per sempre, e tu vivrai ancora in grembo alla

tua famiglia come quando eri zitella.»

E infatti il giorno istesso lasciò questa casa testimone di sì acerbi

dolori e visse tranquilla vicina ai suoi genitori. Quel po' d'affetto

che ancora restavale dell'immenso amore di quello sciagurato ben presto

sfumò, e subentrò l'indignazione, ed ebbe la forza, acconsentendo alle

preghiere del padre, di domandare una legittima separazione.

Dopo tre mesi però, dacchè Horimonte era fuggito, ella ricevette una

lettera da lui scritta, nella quale egli domandava mille perdoni alla

moglie, e la supplicava di riceverlo ancora sotto il tetto coniugale.

Inutile dire che questa domanda fu lasciata senza risposta. Egli fu così

vile da scriverne un'altra alla quale rispose il padre d'Eugenia in

questi termini:

«I legami che esistevano un tempo tra mia figlia e voi sono oramai

rotti per sempre. Noi ne abbiamo fatto il solenne giuramento. Tra poco

la legge pronuncierà il suo voto. La vostra brutale e codarda condotta

ci ha spinti a questo passo. Non cercate di rivederci. Per noi non

dovete esistere sulla terra.

Questa lettera laconica, e pur tanto espressiva, esaspirò il nostro

bellimbusto. Mai non avrebbe pensato che sua moglie così timida avesse

avuta tanta forza d'energia. Invano scrisse ancora, intromise terze

persone; padre e figlia furono irremovibili.

Allora disperato, vedendo che nulla poteva ottenere colle buone,

bestemmiò, imprecò e giunse persino a scrivere una lettera piena di

minaccie ad Eugenia.

Ma questo atto gli costò caro, perchè un agente di polizia s'incaricò di

portargli la risposta, e fu una risposta amara amara. Dovette umiliarsi

a chiedere perdono all'agente, dichiarando di conoscere la sua mancanza

e di andare tanto lontano di maniera che i signori D.... più non

udissero parlare di lui.

Ed infatti quel codardo non solo abbandonò la città ma esule volontario

andò a finire tra la rabbia ed il dolore i suoi giorni in estraneo

paese. Eccovi, o genitori e giovanette, un esempio atroce, ma pur

veritiero dei danni che avvengono per una scelta fatta con troppa

leggierezza o per capriccio.

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Igiene dei piaceri secondo le età, i temperamenti e le stagioni · 第 17 / 145 题