*Definizione del piacere.*
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La vita dell'uomo è un misto di _piaceri_ e di _dolori_. Queste due
sensazioni del pari forti e diametralmente opposte si agitano nell'animo
umano, lottano incessantemente tra loro, e a vicenda si vincono, ma ben
di rado si cancellano. L'uomo portato dalla sua natura ardente, vivace
cerca sempre ed ovunque il piacere, come lo stato nel quale egli meglio
può gustare la vita, usandone però moderatamente. E per _piacere_
intendo accennare a qualunque aggradevole sensazione che faccia presa
sui nostri sensi. Così chiamerò _piacere_ le ebbrezze voluttuose di
amore, come le dolcezze del riposo. Le gradazioni del piacere più forte,
più vivo a quello più debole sono innumerevoli. Ma tutti non esciranno
mai da questa grande classificazione, cioè _piaceri sensuali_ e _piaceri
morali_. Inutile pure il dire che i generi sono infiniti.
_I piaceri fisici o sensuali_, quantunque più ricercati, sono quelli che
meno restano impressi, anzi cercano col cessare dell'eccitante che li ha
prodotti. I _piaceri morali_ sono i più puri, sono quelli che giammai si
cancellano dall'animo.
I diversi generi di piaceri però sono prodotti da varie cause. Dalla
condizione sociale, dal temperamento nervoso, dall'educazione, dai
climi, dalle stagioni, dall'età, dal sesso, dallo stato di salute, ecc.
Come ben si può scorgere a priori un vecchio ottuagenario non ricercherà
i piaceri vivaci e focosi della gioventù. Diversi saranno i piaceri che
si ricercheranno in inverno ed in estate, in città ed in campagna. Come
pure diversi sono i piaceri dell'amore da quelli della mensa; quelli
della caccia da quelli del riposo, ecc.
Molto agisce sui piaceri anche il temperamento; infatti lo stesso
piacere farà una più viva impressione sul temperamento nervoso che sul
linfatico.
La nostra vita è dunque un complesso di piaceri e di dolori.
L'indifferenza che tanti definiscono uno stato intermedio fra il dolore
ed il piacere, raramente si scontra nella vita.
Il piacere può anche dirsi il possesso dei beni che si desiderano, il
dolore la loro privazione. E siccome tutti nella loro vita desiderano,
così tutti potranno andar soggetti alla realizzazione di questi
desiderii o alla loro privazione. E questa asserzione è puramente
pratica. Non è forse un piacere il riposarsi quando si è stanchi? Il
mangiare, il bere quando si ha fame o sete? Anche l'amare ed essere
riamato dal nostro ideale, poter sacrificare a lei tutto perfino la
vita, non è forse una dolce soddisfazione, non è forse un piacere?
Soccorrere l'infelice, consolare l'afflitto, morire per la patria, per
un'anima bella non son forse piaceri? E se questi lo sono, la negazione
di essi non produce dolore nell'animo nostro?
Ora dirò che l'uomo cerca sempre il piacere e sempre fugge il dolore.
Questo non ha bisogno di dimostrazione. Anche i bruti per istinto
cercano la gioia, le sensazioni gradevoli. Eccetto nel caso d'una
perversione di istinto tutti cercheranno il piacevole e fuggiranno
quello che può loro nuocere.
Non mi si accusi però di voler fare l'apologia del piacere o del
sensualismo. No; una accusa di tal genere classificherebbe subito chi la
lancia per un'anima poco elevata. Il piacere è anche _morale_, diss'io;
e del resto, anche gustando i _fisici_, sempre però con riservatezza, è
un bene.
Un uomo che sente dignità di se stesso non abusa dei piaceri sensuali,
perchè ha anche la cognizione di sapere che, oltrepassato un dato
limite, diventano dannosi. È forse male gustare l'odore grato d'una
mammola, il delicato sapore d'un frutto maturo? È forse male amare
onestamente una vaga fanciulla dalla treccia nera e lucente? L'Ente
supremo ci ha largiti questi beni affine di sollevare lo spirito nostro
dalle fatiche del lavoro; non sarebbe forse follia il rifiutarlo?
Uno dei più dolci incanti della vita è la unione _dei piaceri dei sensi_
al _godimento dello spirito_, perchè ci sollevano come in un mondo
incantato, tutto nuovo per noi. Guai però a chi si lascia trasportare
dal piacere. Esso non deve mai essere un bisogno, una abitudine, un
vizio! Se lo fosse ci abbasserebbe al livello del bruto, perchè
soffocherebbe in noi qualunque altro lodevole sentimento. Quanti uomini
che, dominati da un piacere sensuale, presentano nella loro fisionomia
analogia coll'animale, cui li assimila la loro inclinazione!....
I piaceri sensuali avviliscono ed annientano l'uomo! Quanti uomini
d'ingegno non si sono per questo completamente abbrutiti. Basterà citare
il romano Antonio. Non avrebbe egli vinto Ottavio se un amore cieco non
lo avesse gettato fra le seducenti braccia della regina Cleopatra!
Da questo capitolo deduciamo dunque la morale seguente: gustiamo i
piaceri leciti con somma prudenza; mai non lasciamoci dominare da essi.
Fuggiamo quei piaceri che, pregiudicando altri, pregiudicherebbero noi
stessi. Non vuotiamo per intiero il calice del piacere; dopo questo
viene l'ebbrezza, la sazietà, il dolore.
Evitiamo dunque gli eccessi, uniformandoci alle nozioni d'igiene che
verranno esposte in questo libro.
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