Ad Astianello la notizia giunse improvvisa, in una lunga lettera
d'affari, scritta dal tutore all'agente. Il matrimonio sarebbe
celebrato a Torino, il giorno tal dei tali, e, dopo un viaggio di sei
ore, gli sposi giungerebbero alla stazione ferroviaria di ***, dove
troverebbero le carrozze di casa per recarsi alla villa. I viali
inghiaiati, dar aria all'appartemento celeste, quello della stanza da
letto che dava sul terrazzino, e prepararlo per gli sposi. Il desinare
per due, alle sette.
Fu una gran cosa, quell'annunzio inaspettato, quel vento di padrone
nuovo, che si era levato così repentino nell'atmosfera. Chi era?
com'era lo sposo della signorina?... questo essere privilegiato che
aveva incontrata una fortuna di quella sorte?...
Le informazioni giunsero poche e alla spicciolata, ma qualche cosa si
seppe di questo benedetto sposo. Era un Duca... un nobilone anche lui,
che sino ad allora aveva fatta la bella vita... e di quattrini non
glie n'eran rimasti molti. Si diceva però ch'era bellissimo, e la
signorina si era innamorata di lui in convento... anche perchè una
mamma avveduta aveva saputo metter le mani in pasta. Siccome il loro
quartiere non era pronto, venivano ad Astianello.
La curiosità era grande fra quella buona gente, e l'incertezza pure.
Come l'andrebbe con questo padrone nuovo? Chi comanderebbe, lui o lei?
E le razze? Se ne intendeva colui? Avrebbe saputo mantenerle bene?...
Nei pascoli non si parlava d'altro. E, a misura che s'avvicinava il
giorno dell'arrivo, una trepidazione più affettuosa, meno egoista,
teneva agitati i dipendenti della tenuta, e questo era il pensiero del
marito della signorina.
Finalmente il gran giorno spuntò. Un bel giorno degli ultimi d'aprile,
tiepido, sereno; un vero giorno di nozze.
L'agente diede ordini precisi. Alla stazione, alle 4 pom., il
_landau_, con quattro cavalli, e un cacciatore a cavallo per seguire
la carrozza: Drollino per l'appunto, ch'era il cavalcatore più destro
e più appariscente che ci fosse in tutta la tenuta.
Veramente, nello spazio di questi otto anni, Drollino s'era fatto
bellissimo. Era cresciuto rapidamente; snello e gagliardo come un
antico discobulo. L'indole sua non aveva subito grandi mutazioni; egli
aveva serbato una grande indipendenza di carattere, non era nè
allegro, nè socievole, e non bazzicava coi suoi compagni più di quanto
lo comportassero le esigenze del comune mestiere. Stava sempre in
mezzo ai cavalli, in scuderia e ai pascoli, errava continuamente per
tutta la vasta zona dell'allevamento. Ora non bestemmiava quasi più,
ma continuava nel suo sistema di parlar poco. Era ormai presso ai
venti anni, e, se avesse voluto, avrebbe potuto destare grandi
passioni fra le ragazze del paese; ma era così poco gentile con loro,
se ne occupava così poco, che le simpatie, scoraggiate, si smorzavano
presto. In complesso, ispirava più soggezione che simpatia. Ma nella
tenuta si faceva molto calcolo di Drollino.
Intollerante d'ogni lezione, aveva imparato solo, a furia di volontà
tenace, le più ardite prodezze del suo mestiere. Era il primo domatore
che vantasse casa d'Astianello. Ahimè! non più d'Astianello...
Lantieri! Aveva un metodo tutto suo per venire a capo delle bestie più
ribelli, un metodo ch'egli non insegnava ad altri, che aveva appreso,
si diceva, da un certo mandriano di tori, mezzo stregone, mezzo
zingaro, un pochino contrabbandiere. Può essere che non fosse tutta
arte naturale. Si dubitava d'un segreto; d'una specie di malìa. Egli,
per non essere seccato, lasciava che questa diceria si perpetuasse
nella tenuta; forse lui stesso ignorava come gli venisse fatto di
dominare a quel modo, con una specie di forza magnetica, i cavalli più
indocili. Voleva! ecco tutto.
Era sempre serio, benchè non si potesse accusarlo di tetraggine o di
malumore. E meglio che coi compagni, meglio che colle rusticane beltà
della tenuta, egli pareva trovarsi contento nelle solitudini grandiose
del piano, dove la sua compagna, quasi inseparabile, era Mia!
Mia era diventata una stupenda giumenta, celebre per la bellezza
eccezionale delle sue forme, e per le qualità dell'indole propria.
Quando Drollino attraversava i pascoli, cavalcando Mia anche a dorso
nudo, i palafrenieri ed i cavallanti interrompevano le loro faccende,
per fermarsi ad ammirare quel gruppo magnifico. La riputazione di Mia
aveva oltrepassati i limiti della tenuta e vistosissime offerte di
compra erano giunte sino a Drollino, ma il giovane rispondeva con un
no così brusco e reciso che ormai nessuno più s'attentava a intavolar
trattative. Mia era l'orgoglio, la passione di Drollino. Non aveva mai
permesso a nessuno di cavalcarla nè di governarla ed era istancabile
nell'usarle infinite e delicatissime cure.
Qualche volta le andava mormorando all'orecchio qualche parola, come
se ella potesse intenderlo... dargli retta. Si faceva ubbidire senza
mai batterla, l'aveva avvezzata ad una straordinaria sensibilità di
bocca... Il suo sogno di bambino era esaudito; quella cavalla, era
sua, sempre, veramente sua.... No! non sempre.
Un caso esisteva, solo, ma esisteva, in cui la voce di Drollino
perdeva ogni prestigio per l'orecchio di Mia. In _quel_ caso, Mia si
ribellava. Nulla poteva vincere quella ribellione, non cure, non
richiami, non castighi violenti nè scudisciate crudeli. Mia aveva
paura dello sparo di un'arme da fuoco.
Una paura insana, delirante, che determinava in lei come l'accesso
d'un pazzo orgasmo. Appena udito lo sparo essa partiva a gran
carriera, colle nari al vento, con un acuto nitrito di dolore. E per
non esser balzati di sella o dal legnetto leggero a cui Drollino
soleva talvolta attaccare la sua cavalla, bisognava proprio esser lui,
coi suoi garretti ed i suoi polsi d'acciaio. Drollino aveva fatto il
fattibile per guarire la povera bestia da quella suscettibilità
nervosa dell'udito; ma non era venuto a capo di nulla e Mia in quei
momenti, diventava anche per lui una cavalla pericolosa.
Nella tenuta si sapeva di quest'unico difetto di Mia; ma nessuno
ardiva tenerne parola a Drollino, da poi che un mozzo malaccorto, per
avergli rimproverata con scherno quella codardia della cavalla, s'era
buscata... Dio! che tempesta di pugni s'era buscata colui!
* * * * *
Davanti alla piccola stazione pochi contadini attoniti e sbalorditi
guardano lo splendido _landeau_ che un cocchiere imponente, guidando
quattro massicci cavalli meklemburghesi, fa passeggiare al passo sulla
spianata.
Un po' in disparte, un palafreniere in gran livrea frena a stento lo
scalpicciare inquieto di una superba giumenta, Mia.
Ogni tanto Drollino la lascia sbizzarrire un po', osservando con
occhio malizioso il prudente _dietro front_ del sig. Damelli, agente
della casa, ch'è venuto anch'egli ad ossequiare gli sposi e che non
pare troppo smanioso di proseguire la sua passeggiata in vicinanza
della cavalla. Ma udendo il treno rumoreggiare in lontananza Drollino
si mette in guardia e raccoglie le briglie. Il _landeau_ si ferma
proprio dirimpetto alla stazione, la locomotiva è visibile e le teste
si protendono, curiose.
Un nereggiamento rumoroso s'avvicina velocissimo, traendosi dietro un
gran pennacchio di fumo bianco. Si sente una scampanellata, si vede
sventolare una bandiera rossa. Mia s'inquieta, sbuffa, accenna ad
impennarsi, ma il suo cavaliere le stringe i fianchi come in una morsa
di acciaio, mentre colla mano guantata in pelle di daino, accarezza il
collo della cavalla, battendo leggermente sulla criniera. Mia si
rassegna ed aspetta, ma colle orecchie tese, coi garretti frementi.
Un lungo fischio risuona oltre i cancelli, il treno si ferma e riparte
un minuto dopo, ed in mezzo ad un po' di ressa, emerge dalla porta
della stazione avanzandosi verso il _landeau_, una giovane e
bellissima coppia.
Son dessi!... Gli sposi di otto ore prima.
Drollino la vede subito, la guarda, come trasognato!
Si, è lei... la signorina. Ingrandita, di certo, ma non tanto e
sempre quel visino dolcissimo. Com'è pallida!... Ma ora, con quel
sorriso sulle labbra, par tal e quale la Milla di otto anni fa!
Porta un gran cappellone, tutto velluto nero e piume nere, un abito
inglese, attillato e scuro. Gira attorno uno sguardo, ch'è a un tempo
commosso, sgomentato e felice. L'intendente si fa innanzi ad
ossequiarla. Essa s'intenerisce.--Ah! signor Damelli, nevvero!... il
mio povero Papà...--Sulle palpebre castane spunta una lagrima. Poi la
sposa si scuote, sorride, arrossisce, e presenta il signor Damelli a
Giuliano... il duca... mio marito. È la prima volta che dice così:
«mio marito.» Il qual marito è senza dubbio un bellissimo giovane, non
molto grande, grassotto, con una barba d'oro alla nazzarena. I tratti
signorili all'estremo, tondi, tendenti al floscio. È amabilissimo col
signor Damelli, d'una amabilità languida, che, se si avesse il tempo
di studiarla, parrebbe un pochino sprezzante. Ha un non so che di
seccato che consola; nel suo sorriso fisso, nell'azzurro acceso dei
suoi occhi, si legge una premura insolente d'essere a casa.
Drollino, immobile, snello sulla sua bella cavallona, lo guarda
attentamente, scrutando quella nuova faccia di padrone, che non lo
soddisfa. Però, con una riflessione degna del suo senno pratico, pensa
che per giudicare infallibilmente d'un uomo bisogna prima averlo
veduto in sella.
Mentre si caricano i bauli, Milla si guarda attorno per ritrovare quel
noto paesaggio. E in questo paesaggio vede la macchietta immobile di
un palafreniere a cavallo. Guarda, le pare, non le pare, vede due
occhi scintillanti, una faccia bruna:
--Oh!--dice sorridendo, commossa.--Drollino!
Drollino s'inchina profondamente, mentre una fiamma impetuosa arrossa
la tinta bruna del suo viso. Milla avvicinandosi, gli dice:
--Oh, Drollino! come ti sei fatto grande!
Poi si ricorda di Mia, e gli chiede di Mia.
--Eccola--dice Drollino, accennando la sua cavalcatura.
Milla stende la mano come per accarezzar Mia, ed entrambi,
palafreniere e Duchessa, sorridendo, si ricordano.
Ma i bauli sono caricati, e il Duca s'è sbarazzato del signor
Damelli.--Milla! chiama con impazienza. Essa dimentica Drollino,
dimentica Mia, li lascia sui due piedi senza salutare, e si avvicina a
sua marito, che le offre il braccio, per aiutarla a entrare in
carrozza.--Avanti,--ordina il Duca; e sulla strada polverosa, stretta,
fiancheggiata dai vasti campi del grano ancor verde, i quattro cavalli
trottano rapidi e pomposi. Drollino è rimasto dietro la carrozza,
aspettando che una maggior larghezza della via gli permetta di
oltrepassar l'attacco. Il _landeau_ è aperto; ed egli vede il
cappellone di piume nero e l'elegante berretto scozzese da viaggio
farsi vicini uno all'altro, chinandosi, come se volessero intavolare
loro la conversazione..., vede delle larghe spalle irrequiete e delle
spalluccie fine che tremano un poco.... vedo dei profili in moto,
delle labbra che parlano e sorridono. Ma, ad un tratto, il cappellone
nero, come se avvertise un pericolo, si tira in là... bruscamente.
Allora il Duca, con un movimento d'impazienza quasi brutale, si
volta.--Passa avanti,--dice ruvidamente a Drollino.
Mia si sente a figgere gli sproni nei fiacchi, si sente spinta in un
passaggio strettissimo, che corre fra la carrozza ed i campi, a
sinistra della via. Passa rapida come un lampo, e Drollino non vede la
mano del Duca correre sotto l'ala del cappellone nero e posarsi,
imperiosamente morbida, sulla spalla della Duchessa.
Il personale della tenuta era quasi tutto riunito al cancello del
viale d'ipocastani. La balia di Milla e la fattoressa piagnucolavano,
affettuosamente, parlando della loro piccina che tornava, ed era
sposa! Era un sussurrìo continuo di osservazioni, di ricordi, di
pronostici.... e il coro non faceva sosta se non quando s'udiva da
lungi sulla via il rumore d'un veicolo. Allora le parole si facevano
tronche... sommesse... Ora viene... è lei... a momenti... è qui. Ma
non era mai lei, e intanto annottava.
Finalmente s'udì un galoppo continuo, concitato... Sono loro di certo.
E tutti ritti in punta di piedi, per veder meglio e prima. Ma no...
era Drollino.
Lui a briglia sciolta, coi capelli al vento, pareva un indemoniato.
Mia era tutta bianca di schiuma. Con due sbalzi, cavalla e cavaliere
oltrepassarono il cancello fra le due ali di folla che davanti a
quell'arrivo precipitoso s'erano ritirate gridando. Drollino non si
fermò a dar spiegazioni, corse via sempre di carriera, e scomparve
quasi subito nella direzione dei pascoli.
La carrozza coi quattro cavalli non giunse che venti minuti dopo.