I.

Di provincia, questo sì, ma una casa colossale e delle ricchezze degne

della storica nobiltà del nome; una casa come ce ne son poche ormai,

mercè la sacra e rovinosa giustizia, cui dobbiamo l'abolizione dei

privilegi di primogenitura.

E (incredibile ma vero) l'attuale capo della casa, Sua Eccellenza il

signor Principe d'Astianello, un bell'uomo sui quarantacinque anni,

vedovo, con una sola bambina, non voleva saperne di rimaritarsi.

Non già che gli fossero mancati suggerimenti in proposito. Amici,

parenti, chi aveva diritto a dar parere e chi non l'aveva, tutti

battevan quella solfa. Gli parlavano continuamente di visetti

adorabili, di doti cospicue, di educazioni finitissime, di alleanze

sovrane. Egli non diceva di no, non sfuggiva la visuale dei visetti

adorabili, non sprezzava le doti cospicue, lodava le finite

educazioni, onorava le quintessenze di sangue bleu... ma, ecco qua:

non sposava!

E però egli era severamente giudicato da un venerabile sinodo di

nonne, di mamme e di zie, cui teneva bordone un coro, più timido ma

non meno malcontento, d'interessanti vedovelle. Egli non parlava mai

della defunta Duchessa; non pareva, nè era infelice. Era quasi sempre

gioviale e di buon umore. Non era per nulla un santo padre del

deserto, godeva largamente e pacificamente dell'esistenza. Non

s'occupava di politica, ma se se ne fosse occupato sarebbe stato un

conservatore feroce e un implacabile codino. Lo era bensì per conto

proprio ed in casa sua, dove serbava gelosamente inalterate le

costumanze e le tradizioni della famiglia.

In casa d'Astianello c'eran sempre state le razze di cavalli; orbene,

egli continuava quell'abitudine, le razze ci sarebbero sempre, per

l'appunto. L'estesa dei pascoli era immensa e colà nitrivano e

sgambettavano i puledri delle cavalle ch'egli aveva ereditate puledre

dal padre suo. Le razze di casa d'Astianello erano antiche e pregiate

e costituivano una questione di dare ed avere non indifferente nonchè

una delle più apprezzate vanaglorie della famiglia. Il Principe, a

dirla qui fra noi, non se ne intendeva più che tanto, ma altri della

casa se ne intendeva per lui e qualchevolta i suoi cavalli, buscavano

il premio alle esposizioni ippiche. E allora che baldoria nella

tenuta!

Il Principe amava parlare dei suoi cavalli. Specialmente quando

qualche imprudente e zelante amico tentava intavolare, anche alla

lontana, quel benedetto argomento del matrimonio. Allora sì che

entrava in campo la scienza ippica. Il Principe prendeva a sfoderare

le sue cognizioni in fatto d'allevamento. Apriti cielo.... S'intende

piova, ma non tempesta. Ed era invece tempesta, ma così fatta, a

chicchi così grossi, così innumerevoli che il povero interlocutore

seccato a morte, stordito, assordato, non vedeva l'ora di battersela e

alla prima interruzione, se la batteva senz'altro. Il Principe rideva

e continuava... a non sposare.

Da qualche anno in qua il nerbo degli amici cospiratori aveva mutato

sistema. Avevano detto: lasciamo fare al tempo. Ma il tempo passava

senza recare sulle sue decrepite ali una seconda principessa

d'Astianello.

Eppure il Principe aveva, a modo suo, amata moltissimo la sua povera

moglie. E forse appunto per questo egli era ora così fedele alla

memoria di lei e alla propria libertà.

Oltre a queste due sante cose, il Principe amava molto la sua bambina

e il pensiero di darle una matrigna gli tornava odioso. Non già che

vivesse molto con lei o che attendesse egli stesso alla sua

educazione. Ma gli era caro veder bazzicare per l'ampio dei grandi

saloni quel nonnulla di bambina, quella cosuccia bianca, delicata,

soave, che non voleva saperne di crescere, che nello studio non faceva

grandi progressi e non era nè impertinente nè spiritosa, ma che veniva

su adagino, lentamente come uno dei fiorellini esotici della serra e

che voleva tanto bene a lui. Gli era caro, quando saliva a cassetta

per condurre il tiro a quattro, veder la ragazzina andare in estasi e

contemplarlo rapita, come avrebbe contemplato un re, seduto in trono.

Una sola cosa gli dispiaceva; che la sua Camilla (Milla per amore di

brevità) fosse così timida e paurosa. E il bello è che essa non diceva

mai: ho paura. Ma come diventava smorta quando cominciava il temporale

come tremava quando suo padre parlava di metterla in sella; che

sgomento nei suoi occhioni amorosi quando egli aveva la crudeltà di

pretendere ch'ella assistesse in giardino ad un esercizio di tiro

colla carabina Flaubert! Decisamente Camilla non aveva in sè la

stoffa di un'amazzone. E il Principe, dopo essersene un po' stizzito,

finiva collo scusarla, considerando che già.... veramente era un po'

delicatina.

Ora anzi stava meglio di prima a furia di cure e d'aria d'Astianello,

ma non era proprio il caso di tormentarla nè per l'ardire, nè per

l'amore allo studio. Tutte cose che verrebbero poi a tempo debito. E

se non verrebbero... nemmen più tardi... poco male!

Il Principe, un po' per gusto proprio, un po' per la bambina, passava

buona parte dell'anno ad Astianello. Quella gran libertà della

campagna, la sovranità assoluta ch'egli vi esercitava, si confacevano

al suo carattere di feudatario benigno. Si sa; ogni tanto una

scappatina o a Parigi o a Torino, o a Firenze per rifarsi un po' della

solitudine. Bene spesso un'invasione d'amici alla villa; qualche

grande caccia che vi riuniva delle gaie brigate, occasioni gradite

d'esercitare una ospitalità larga, franca, veramente opulenta nella

stessa sua semplicità. Nessun cerimoniale, s'intende, nessun sussiego,

tutto schietto, alla mano, un po' all'antica, abbondanza eccessiva,

una buona dose di sperperi e d'abusi, ma lieta anche questa, quasi

consacrata dall'abitudine e dalla gratitudine. Una moltitudine di

persone di servizio, per far poco o nulla, ma per scialare

allegramente alle spalle del padrone che ignorava molto e tollerava

assai, ed era oggetto, da parte di quanti se la godevano alle sue

spese, d'una specie di culto, grossolano forse, ma se non altro

sincero.

La villa era bellissima, vecchia, ma d'un'architettura già emancipata

dallo stile greve e freddamente monumentale del più delle sue

contemporanee. S'alzava in mezzo al giardino su un rialzo di terreno

che componeva una vasta spianata tutta coltivata a fiori. Di fronte

alla facciata principale, si stendeva un viale di antichi ipocastani

che facevan capo ad un'ampia cancellata e all'entrata della villa. Il

viale costeggiava a destra il vastissimo fabbricato delle scuderie, a

sinistra il giardino.

I fabbricati rustici dipendenti dalla villa, rimanevan colati dietro

un folto boschetto di cipressi e celavano alla lor volta l'immediata

vicinanza delle prime case del villaggio. Ond'è che bene spesso, un

contadino, di ritorno dai campi o che avesse premura, si metteva

francamente pel viale e passava rasente alla villa senza che nessuno

ne facesse caso. Il cancello d'entrata era sempre aperto durante il

giorno. Il giardino era, come dissi, ricchissimo di fiori. Sulla

spianata, a ridosso della facciata principale, una doppia gradinata,

bipartendosi lateralmente da una fontanina, saliva, sino alla

terrazzina del primo piano, mettendolo così in comunicazione diretta

col giardino. Quelle due scalinate avevano una fisonomia gentilmente

teatrale d'idillio, colle loro barocche ringhiere ammantate da fitte

diramazioni di rosai, di serenelle, di caprifoglie; era come

un'invasione di fiori, intenti a dar la scalata alla casa.

Peccato che la finestra del terrazzino fosse sempre chiusa!

Dietro c'era una bellissima stanza da letto, tutta parata in raso

celeste. Quella era la camera matrimoniale del Principe e la Milla

v'era nata ma egli non ci metteva mai piede, nè permetteva che alcuno

l'abitasse.

Milla dimorava in un'altr'ala della casa. Aveva anch'essa uno stanzone

grande e ricco e il suo piccolo lettuccio pareva ancor più piccolo in

quella severa vastità d'ambiente. Ma, come a correggere l'esiguità di

quel lettuccio di bimba, accanto a questo s'accampava maestoso l'ampio

letto ove stendevansi pudicamente ogni sera, l'ossea carcassa e le

forme allampanate della rispettabile Miss Rhoda Spring, la governante

inglese della Principessina. A dire vero, Miss _Spring_ non faceva

grande onore al suo poetico nome. La primavera di quella degna signora

era da più anni compiuta ed era difficile persino il ricordo delle

mammolette e del ritorno delle rondini davanti a quella formidabile

persona, così maestosamente, così intrepidamente brutta. Con tutto

questo Miss Spring era un angiolo insulare di zitellona, buona,

ingenua, candidissima; ma nel villagio e nella tenuta non godeva le

simpatie dell'universale. Abituati a stimare altamente le razze di

cavalli inglesi e a pregiare sovra ogni altra, le puledre venuto

dall'Irlanda, quella brava gente non poteva capacitarsi come una

compaesana, per esempio, di Lady Rowena (quella famosa morellona che

aveva portato via il premio all'Esposizione di Roma) potesse essere

così brutta, e avere dei piedi cosiffatti, e una faccia smorta, che

pareva il muso d'una cavalletta. Il male era che, per l'appunto, il

Principe aveva scritto a un suo amico a Dublino di mandargli una

cavalla così e così. Infatti avevano viaggiato, si può dire, di

conserva, ma, giungendo, non avevano incontrato per nulla lo stesso

aggradimento. Il che non vuol dire però, che non avessero entrambe

fatta, ciascuna a modo suo, eccellente riescita: Rowena era l'idolo

della scuderia, e Miss Spring era l'idolo di Camilla.

A dirla schietta, non ci voleva poi gran che per diventare l'idolo

della Milla. Il suo cuoricino di bimba aveva un grande bisogno di

voler bene.

E in quella baraonda di casa, fra quell'andirivieni di gente,

esclusivamente occupata di cavalli e dove l'elemento femminile non era

rappresentato che dalle guardarobiere o dalle mogli dei fattori e dei

palafrenieri, una donna che si occupasse della bambina, che le usasse

certe cure, doveva, senza fallo, occupare un posto importante

nell'animo suo. Milla poi aveva un benedetto carattere.... Si

affezionava presto, con un grande ardore, che durava, nutrendosi del

proprio elemento, esaltandosi, raffinandosi, facendosi sempre più

scevro d'egoismo. Oh! come aveva amata quella zoticona della sua

balia, rimastale vicino sino a che ella avesse raggiunto il settimo

anno! Che pianti, che disperazione quando dovette lasciarla! E ora,

ecco, il suo amore era Miss Spring!

Certo; Miss Spring era proprio una buona donna, e anch'essa s'era

affezionata assai alla Milla.... Credeva in piena buona fede di far

l'educazione di quella creatura.... _darling_ Milla! Ma in realtà

_darling_ Milla si educava da sè sola, colla dolcezza infinita, soave

del suo carattere, col suo ardente bisogno di voler bene. Non faceva

immensi progressi nello studio, era molto timida, e non era punto

furba; ma questo cosa importava?....

Il signor Principe aveva raccomandato di non seccarla troppo, povera

piccina, con tutte le storie in _ia_...; non si curava affatto d'aver

una bambina prodigio, e d'altronde era di parere che una donna ne sà

sempre abbastanza. Ond'è che Milla passava sole poche ore del giorno

nel salotto così detto di studio, e quando il tempo lo permetteva, lei

e Miss Spring vivevano all'aria aperta, a passeggio o in giardino.

Anche il medico aveva suggerito di far così; e realmente, nulla

poteva tornar più giovevole alla salute della bambina. Miss Spring

prediligeva l'ombra fitta e fresca degli ipocastani; a mezzo il viale,

dal lato del giardino, il Principe aveva fatta fabbricare una specie

di capanna rustica con dei banchi e qualche seggiola, e questo era il

quartier generale della governante e dell'allieva. A destra, a capo al

viale, la casa; a sinistra, in fondo al viale, il cancello sempre

aperto; dietro il giardino; davanti, il muro basso, rossiccio,

interminabile delle scuderie.

Quanta gente ci viveva su quel lusso delle scuderie! L'allevamento era

una fonte continua di prosperità e di guadagni per la popolazione di

Astianello, e quasi tutte le braccia valide vi trovavano sicuro

impiego. E come andavano superbi di appartenere alla tenuta del signor

Principe! I cavallanti, poi, in ispecie formavano quasi una

corporazione privilegiata, dove la successione si trasmetteva di padre

in figlio. Avevano la riputazione d'essere esperti, arditissimi,

anche un po' temerari, se si vuole. Li chiamavano i diavoli

d'Astianello, ed essi erano lusingatissimi della loro denominazione e

si sforzavano di farle onore, cavalcando sempre di carriera, portando

il berretto in un modo speciale e usando un certo linguaggio,

pittoresco all'estremo, che strappava degl'innumeri _shocking_! dalle

labbra smorte di Miss Spring. Ma i cavallanti, forse perchè non

capivano il pudico valore di quella parola, non ristavano

dall'infiorare i loro discorsi di quelle energiche locuzioni. Era

un'abitudine, un vezzo come un altro; probabilmente essi eran persuasi

che ciò contribuisse assai al _chic_ della professione. I più giovani

naturalmente esageravano questa pretesa; tra i ragazzi poi, i

cavallantini in erba, era una cosa terribile. Bisognava sentir

Drollino, per esempio! Era per l'appunto il ragazzo più taciturno

della tenuta; ma le poche parole che diceva eran tutte moccoli....

proprio tutte!

Che tipo curioso quel Drollino! Veramente si chiamava Pietro, ed era

figlio d'uno dei più bravi cavallanti della tenuta. Le consuetudini

del dialetto della provincia avevano alterato il suo nome,

allungandolo: ne avevan fatto, Pedrolo. Senonchè, per distinguerlo dai

molti altri Pedroli e dal padre stesso, che si chiamava pur egli così,

il nostro Pedrolo diventò Pedrollino; poi, per abbreviare, si disse

Drollino. Egli portava bene quel nome spiccio. Era un ragazzeto sui

dieci anni, magrissimo, con una faccia fina, piccola, espressiva,

abbronzata dal sole ardente dei pascoli. Sua madre era morta nel darlo

alla luce, ed egli, che non amava la matrigna, non voleva saperne di

stare in casa... era sempre a zonzo pei pascoli, col padre suo o solo.

A scuola non ci voleva andare; veniva su alla libera, ignorante come

un ciuco, di tutto ciò che non fosse cavalli. Con questi, si sa, pane

e cacio; ed egli preferiva assai trovarsi in mezzo ai puledri che coi

compagni suoi. Cavalcava già, con destrezza mirabile. Il male era che

s'affezionava tenacemente agl'individui della razza, e, se accadeva la

vendita di qualche pariglia o di qualche allievo del quale egli si

fosse personalmente occupato, considerava quella misura quasi come un

insulto personale, digrignava i denti, bestemmiando come un Turco e

per più giorni batteva la pianura come un zingaro. Poi l'amore pei

cavalli lo vinceva e la pecorella tornava all'ovile.

Ragazzo com'era aveva già una salda esperienza del suo mestiere; ne

sapeva quasi tutte le malizie; ciò che piace ai cavalli e ciò che dà

loro ai nervi. Era un po' prepotente e quando imbizzarriva, tirava

calci e mordeva.--Mi spiace a dirlo, ma temo che Drollino non avesse

sulle parole _tuo_ e _mio_ delle nozioni d'una precisione matematica.

Il frutteto riceveva spesso qualche sua visita notturna e il

giardiniere trovava sempre mancanti all'appello certi limoni acerbi

ch'egli contava spesso con una cura piena di speranze. E Drollino

amava molto i limoni acerbi... Ma non si lasciava mai cogliere sul

fatto. Con tutto ciò era un ragazzo simpatico... aveva certe qualità

indicatissime pel suo mestiere. Oltre ai cavalli adorava il suo

padrone. Gli rubava i limoni è vero, ma per lui si sarebbe fatto

ammazzare, quando occorresse. Per Drollino il possessore di tutti quei

cavalli, di quella tenuta immensa non poteva essere un uomo come gli

altri. Era maestà infinita, senza pari. E quando pensava che, se il

padrone non si rimaritava, tutta la tenuta, la villa, lo spazio

immenso delle campagne apparterrebbero un giorno a quella creaturina

vestita di bianco che giocava nel viale, la bambina assumeva ai suoi

occhi un aspetto fantastico; diventava un essere straordinario anche

lei, come una specie di deità, destinata a uno splendore incomparabile

di avvenire. In quello, al povero Pedrolo, il padre di Drollino,

accadde un brutto caso. Un puledro mal domo, ch'egli stava governando,

gli sferrò un calcio terribile nella coscia. Il poveretto ebbe a

restare coricato per quaranta giorni e quando s'alzò s'avvide con

immenso dolore d'essere ormai irrimediabilmente sciancato! Si trattava

dunque di rinunziare ai cavalli. Che colpo per il povero

cavallante.... non poteva crederci, non sapeva rassegnarsi! Ma il

Principe impietosito seppe assicurargli un posto che, da un lato

almeno, tornava consono alla vocazione del ferito e alle sue attuali

condizioni di salute. Lo fece portinaio delle scuderie coll'alloggio

accanto a queste. Pedrolo non governava più i cavalli liberi, ma

vedeva gli altri, li udiva, poteva passeggiar tutto il giorno

arrancando colla sua gamba storpia nei pressi della scuderia. Drollino

naturalmente aveva seguito il padre nella sua nuova dimora.

Ma con quanto dispiacere! Scappava laggiù ai pascoli tutte le volte

che poteva; ma pure ogni tanto gli toccava star in casa! Almeno se

avesse potuto lavorare in scuderia! Ma i palafrenieri e i cocchieri

non eran punto teneri pei cavallanti; ed i mozzi erano in continua

lite con quel ragazzotto insolente, facevano apposta a non lasciarlo

giungere sino ai cavalli, lo canzonavano quando egli pretendeva dar

pareri.

Drollino si rodeva (forte dei suoi bricioli di esperienza), del suo

acuto istinto d'osservazione. Pensava a fuggire definitivamente. Aveva

un certo progettino; voleva, un giorno o l'altro, rubare un cavallo e

poi scappare, andarsene nella pianura illimitata. Capiterebbe Dio sa

dove, ma intanto avrebbe un cavallo suo, proprio suo, tutto suo!

Cristo!... che cosa!.... avere un cavallo suo!

Quando Drollino non ardiva allontanarsi soverchiamente dalla casa

nuova gironzava pel giardino e bene spesso scavalcando un muricciuolo,

capitava nel viale. E così fu che s'imbattè varie volte colla Milla

occupata ad ammonticchiare le castagne d'India, cadute dagli alti

piantoni. Dapprima, sgomentato, fuggiva come se vedesse la versiera;

poi s'era fermato a guardare, poi un sorriso della Milla gli aveva

dato il coraggio di fare un passo avanti, poi avevano scambiata

qualche parola e avevano finito col mettersi a giocare assieme. Miss

Spring sulle prime aveva mossa qualche obiezione; poi, vedendo che il

ragazzo si conduceva bene e che le sue letture riescivano meno

interrotte dacchè Milla aveva un compagno, finì per permettere che il

_fiery boy_ giocasse colla padroncina. Essa lo chiamava così: «ragazzo

ardito»; e in fondo non le dispiaceva. D'altronde, come il più delle

sue connazionali, aveva nel sangue un po' di manìa di proselitismo e

le era balenato nell'animo che in quel ragazzo indomito ci fosse

qualche cosa di convertibile. E se Milla, come quell'angelica Evelina

della _Capanna dello zio Tom_, fosse destinata a ricondurre sulla

buona strada il _fiery boy_ e farne per lo meno un _tetotaller_?... I

_tetotaller_.... erano il sogno di Miss Spring. Essa aveva molta fede,

molta immaginazione e i moccoli di Drollino nascevano così fitti, così

smozzicati fra i denti, che la credula governante, udendoli, non li

capiva e sorrideva benevolmente osservando quanto i nostri

differenziano dai dialetti della sua nativa natura e verde Erinni.

Certo è che i moccoli di Drollino erano d'una specie affatto

particolare. Li pronunciava a mezza voce, con un tono secco,

stridente, come se masticasse dei bottoni di porcellana. La Milla però

li capiva e se Miss Spring non era vicina lo sgridava.--Ah! Drollino!

non sta bene!--diceva con un'aria patetica di rimprovero.

E Drollino a furia di sentire quella vocina dire che i moccoli non

stanno bene cominciò ad arrossire ogni volta che, per caso, gliene

sfuggiva detto uno. Non già che non fosse stato mosso qualche appunto

al suo linguaggio, anche prima; ma chi gli faceva queste osservazioni

gliele faceva a suon di ceffoni e di tirate d'orecchio ed egli trovava

più comprensibile il linguaggio di Milla.

Erano bimbi affatto e giocavano di gran cuore. Egli le usava certe

attenzioni, delle quali nessuno l'avrebbe creduto capace. Le compose

un'altalena, e le rimproverò la sua dappocaggine e la sua paura dei

cavalli. Le portava degli uccellini semivivi, dei gatti d'una magrezza

incredibile; una volta le portò persino una marmotta, ancor mezzo

addormentata. Essa serbava spesso per lui qualche dolce del desinare.

Allora Drollino, che era fiero e non voleva mangiare i dolci a ufo, le

recava delle pesche stupende rubate per lei con somma maestria e non

lieve pericolo, dal frutteto stesso della villa. La bambina, complice

innocente, mangiava con piacere le frutta proibite! Invertita, ma pur

sempre la scena eterna di Adamo ed Eva!

Il Principe aveva visto più volte sul viale i due piccoli compagni di

gioco, ma la cosa non gli fece la minima impressione. Trovò anzi che

era naturalissimo. E lo era infatti, col sistema e le abitudini quel

tempo in cui egli pure era stato bambino!

Drollino giocava molto e parlava poco. Ma ora che era proprio in

confidenza colla Milla gli veniva fatto ogni tanto di accennare alla

sua grande, indomabile passione, i cavalli. Oh come rimpiangeva

l'epoca anteriore alla disgrazia di suo padre!--Oh se sapessi,

Milla.... cos'è!...--S'animava narrando le gioie della vita libera, le

voluttà delle corse sfrenate in groppa ai puledri vellosi! Oh! se

l'avesse lui.... un cavallo! Ma lo avrebbe voluto piccolo, appena

nato, per poterlo domare, educare.... Suo! suo! suo!... gli occhi gli

scintillavano d'entusiasmo.

Un giorno capitò sul viale come un uragano.

--Oh Milla! se sapessi! è nata or ora.... lì in scuderia.... da

Rowena.

--Chi?...--chiese innocentemente la bambina.

--Una puledrina!... Se la vedessi! dicono che sarà una meraviglia. È

grande così, guarda, come Lupo, il mastino di guardia! Se fosse mia,

ah Cris....

Si fermò perchè Milla faceva un visino scandalizzato.... Alzò le

spalle, con un atto sprezzante poi, di volo, ritornò verso la

scuderia.

Ci stette tardi, sin che potè.... sinchè il mozzo di guardia non lo

mandò via minacciandolo d'una pedata. Implorò di poter passare la

notte, lì sulla paglia, accanto alla neonata. Ma invano. In scuderia,

passate le dieci, non potevano rimanere se non le persone addette al

servizio notturno.

Uscì agitatissimo, con un desiderio febbrile di tornare là dentro. Non

poteva spiccarsi dai pressi della scuderia. Ronzava continuamente

attorno all'uscio serrato, correva di qua e di là, assorto nel

pensiero che tutto lo dominava; aspettando impazientemente l'alba che

gli avrebbe agevolata l'occasione di tornare in quel paradiso perduto

e di cacciarsi in un cantuccio. Oh! non importa dove, pur che fosse

là, vicino al _box_, dove Rowena collo sguardo stanco memore del male

sofferto e fatta ancor più intelligente dalla recente maternità,

fissava la piccola bestiolina pelosa che ancora non sapeva reggersi in

piedi.

Così venne la mezzanotte.

Era un tempaccio tempestoso: una luna color di sangue acceso

battagliava con una irosa schiera di nuvoloni plumbei, che la volevano

affogare. Lontano lontano, in un denso nereggiamento dell'orizzonte,

si susseguivano, con un brontolìo cupo e prolungato, tre o quattro

voci di tuoni, intesi a soperchiarsi l'un l'altro. A un tratto, in

mezzo a una folata di vento che passava, soffocata rasente al suolo,

Drollino sentì poco lungi un certo fischio sommesso, che col vento non

aveva nulla a che fare.

--Cosa sarà?--disse il ragazzo insospettito ma senza paura. Era già

nell'ombra; vi rimase, anzi s'ingolfò meglio nel buio, passando dietro

una gran macchia di ortensie e coll'acutissimo sguardo prese a

indagare, per quanto gli riesciva, il vasto sfondo del viale. Non andò

guari che un secondo fischio, ma stavolta appena percettibile

all'udito, gli giunse da quella direzione. Poi vide confusamente un

gruppo di due o tre persone camminare lente, con somma cautela, verso

il fianco settentrionale della villa.... dove per l'appunto si

trovavano le dispense e i tinelli della servitù. Drollino indovinò che

quella silenziosa comitiva erano ladri.

Non si sgomentò, non smarrì nessuna delle sue facoltà. Senti un'acre

gioia di averli veduti, di potere sventar i loro progetti.--Ah!

birbanti!--pensò con trasporto....--or ora vi servo io!...

Svoltò l'angolo della villa, si mise pel fossatello, e, scivolando

come una serpe per l'erba agitata dal vento, fu in un lampo alla corte

rustica. Svegliò il fattore, un vecchio animoso, che alla sua volta

destò e fece armare frettolosamente cinque o sei dei più arditi

famigli. Guidata da Drollino, la piccola comitiva avviata a

sorprendere i malviventi si recò nel luogo accennato dal fanciullo.

Allorchè vi giunse, i ladri, che non si erano ancor avveduti di nulla,

erano già intenti a smovere l'inferriata d'una delle finestre a

terreno, in faccia ad un corritoio che metteva capo al tinello, dove

alla sera si rinserrava l'argenteria.

Drollino capitanò la schiera dei famigli sino al riparo d'una vicina

macchia d'oleandri; poi si spinse solo, strisciando come un rettile,

finchè giunse quasi accanto ai ladri. Allora si voltò, accennando ai

suoi di farsi avanti. Ma in quel momento volle fatalità che la luna,

liberandosi inaspettatamente dalle nubi, piovesse sul mistero muto di

quella scena una viva striscia di luce mercè la quale il viso da

zingaro di Drollino e la sua mano alzata a far cenno, riusciron

visibili ai ladri.

Questi, lasciata sul momento l'inferriata, si diedero a fuggire

precipitosamente. Allora, nel silenzio della notte, si sentì, acuta,

stridula, rapida come lo scoppio d'un razzo, la voce di Drollino che

mandava il grido d'allarme «Ai ladri!» E gridando, s'era lanciato su

quello dei malfattori che gli stava più vicino e gli si era appeso ad

un braccio facendosi, nella fuga precipitosa di colui, trascinare

come un peso morto. Il cane di guardia abbaiava a squarciagola, i

contadini inseguivano correndo; s'era alzato un baccano incredibile.

A un tratto si vide un lampo, s'udì uno sparo, cui tenne dietro un

grido acutissimo. I fuggitivi erano incalzati da vicino, ma due di

questi riescirono a porsi in salvo; il terzo, quello a cui s'era

avvinghiato Drollino, e che per isbarazzarsene gli aveva sparato

addosso un colpo di pistola, fu preso. Ma il fanciullo giaceva inerte

sul terreno.

Non morto però, nè moribondo. La palla s'era acquartierata in un

polpaccio rispettando le ossa. Gli venne estratta la notte stessa ed

egli rimase l'eroe incontrastato dell'avventura.

Il Principe venne a trovarlo nello stanzino del portinaio; s'accostò

al letto, disse un sonoro «bravo», e cacciò la mano sotto il lenzuolo

per sentire il parere del polso. C'era un po' di febbre, naturalmente,

ma nulla di grave.

L'eroe era debole assai, ma grato, superbo di aver meritato tanti

onori e sopratutto una visita del Principe. Al padre che gli chiedeva

più tardi se nel momento terribile non avesse avuto paura, rispose

coscienziosamente di no.--Cioè--corresse un momento dopo--ho avuto

paura di due cose: che mettessero fuoco alle scuderie e che destassero

la signorina Milla!

Rimase a letto per una ventina di giorni. Il Principe non s'era

accontentato dell'elogio fattogli in quella notte memorabile. Mandava

ogni giorno a prender sue notizie e volle che fosse per tutto il tempo

della malattia nutrito a spese della casa. Poi un bel mattino, quando

seppe che era proprio guarito, lo mandò a chiamare.

Drollino venne subito accompagnato da suo padre. Era ancora assai

debole; il sangue perso e quei venti giorni di letto l'avevano

infiacchito assai; era magrissimo e aveva le labbra smorte. Il cuore

gli batteva forte e le gambe gli tremavano un poco mentre attraversava

la lunga infilata delle sale a terreno. Il Principe stava ad

aspettarli nel salotto chinese e vicino a lui c'era Milla vestita di

bianco come al solito, coi begli occhioni azzurri spalancati, per

contemplar meglio l'eroe di quella misteriosa nottata.

A dir vero, siccome essa dormiva placidamente quand'era accaduto tutto

quel tramestìo, non sapeva bene cosa fosse stato; ma dai discorsi di

Miss Spring, entusiasta del _fiery boy_, s'era capacitata che Drollino

aveva fatto qualche cosa di straordinario. E perciò lo guardava

ammirata, un po' impaurita forse da quella magrezza e da quel pallore

eccessivo.

Il ragazzo non era punto vanaglorioso in quel momento; tremava e

avrebbe voluto essere altrove; il Principe gli faceva animo parlando

in tono scherzoso del fatto; chiedendo particolari. Ogni, tanto il

padre metteva bocca anche lui e Milla guardava, guardava.

--Milla--disse a un tratto il Principe, con una serietà affettata,--e

tu non dici nulla a questo tuo compagno che è stato così coraggioso?

Orsù, fagli i tuoi mirallegro.

Pare che i mirallegro non fossero il forte della bambina; stava lì

attenta, immobile, senza parlare. Poi, a un tratto, stese timidamente

una manina, che Drollino non accennava per nulla di prendere.

--Ho capito--disse il Principe, ridendo.--Tu, Drollino, vieni qua e

tu, Milla, falla finita e dagli un bacio.

Drollino, il coraggioso! non era più pallido; era rosso rosso, e non

si moveva. Fu dessa a moversi, ad andargli incontro sorridendo,

cercando, colle labbruzze strette, riunite all'insù, le labbra pallide

del fanciullo, che, vergognandosi, si schermiva. Le trine del candido

abitino di mussola si gualcivano al contatto della rude fustagnina di

Drollino.

Miss Spring, presente a quella scena, stava perplessa fra uno

_shocking_ e un _darling_; ma il Principe rideva di gran cuore. E il

bacio, un po' per amore, un po' per forza, fu ricambiato.

--Oh!--disse il Principe--così va bene. Ma ora è giusto che abbi,

oltre a questo, un compenso più duraturo. E voglio lasciarne la scelta

a te. Dì su, ragazzo, cosa vuoi?

Sulle prime Drollino parve non capire. Poi, quand'ebbe afferrato il

senso della frase, quando capì che forse potrebbe ardire, ardire

assai, si fece di bragia, gli occhi gli scintillarono in fronte, sulla

sua mobile fisonomia si dipinse l'ansia d'un supremo desiderio.

Ma non seppe parlare.

Non gli riesciva.... l'idea della sua ambizione lo atterriva.... No,

no.... era impossibile.... era impossibile.... era troppo.

Il padre, cogli sguardi, col gesto, gli faceva animo; ma egli non

guardava suo padre e respirava a stento.

--Orsù, disse il Principe impazientito--hai capito di parlare? vuoi

farmi star qui tutta la mattina?

Drollino non aveva certo una così perversa intenzione; si sforzava,

poveretto, a parlare; ma la parola strozzata dall'inquietudine, gli

moriva in gola.

--Papà--disse timida, ma pronta, la bambina, tirando la manica della

giacchetta indossata dal padre--vuoi che te lo dica io... cosa

desidera Drollino?

Il Principe si mise a ridere.

--Tu?... ma cosa vuoi sapere tu, pettegolina che sei?

Essa non si offese. Insistette, armeggiando in siffatto modo colle

manine che il Principe dovette chinarsi e ascoltare le sue sommesse

parole.

--Vuole la puledrina di Rowena, quella che era appena nata quando

successe la storia....

--Oh!--rispose forte il Principe, alzandosi e squadrando Drollino con

un fare canzonatorio...--Vuole la puledrina di Rowena, eh! questo

monello!

Drollino tremava come una foglia. Ecco che l'avevan tradito! E ora....

lo caccerebbero di casa, naturalmente, per punirlo di aver osato

tanto.

Ma il Principe non parlò di scacciarlo. Trovava quell'ambizione un po'

audace, ma giusta. Non si adirò per nulla, e, dopo essersi divertito

un momento delle visibili angoscie del ragazzo, le troncò

d'improvviso, dicendo che avrebbe dati lui stesso gli ordini necessari

perchè la puledrina gli fosse consegnata.

--Ma--soggiunse--ci hai pensato bene? Non vorrei poi che nelle tue

mani quella povera bestia....

Non finì; s'avvide che ogni raccomandazione era superflua. La faccia

di Drollino sfolgorava. Egli non seppe ringraziare nè il padrone, nè

la Milla; ma da questa a quello scoccò rapidamente uno sguardo

impetuoso, esaltato. Volle bensì parlare, ma proprio non gli venne

fatto. E il Principe rimase contento, e disse a Milla ch'era una cara

pettegolina, e che, giacchè sapeva indovinar così bene, più tardi

sarebbe riuscita a condurre suo marito pel naso.

La Milla non capiva bene la profondità di questa frase, ma non ardì

chiedere altro. Rimase contenta anch'essa, benchè le toccasse

d'avvedersi, fra non molto, di non averci punto guadagnato

personalmente, colla sua intercessione fortunata. Drollino, dacchè

aveva la puledra, trascurava Milla indegnamente, era sempre in

scuderia, e non scappava più a giocare sul viale, all'ombra degli

ipocastani.

--Che bestia!--disse, la sera dopo, un vecchio stalliere ad un

camerata.--Chiedere una puledra, mentre avrebbe potuto farsi una

sorte! Ma già, è sempre stato un disperato colui! E ora, cosa fa?

--Oh!--rispose l'altro, mutando quartiere alla sua cicca--è in

scuderia, da ier sera. Non è uscito neppur pel desinare, e seguita a

ripetere: «È mia, è mia!»

--Dovrebbe chiamarla Mia!--disse burlando lo stalliere.--Domani glielo

dico.

--Perchè no?--rispose fieramente Drollino, quando udì quella

proposta, fatta in tono di scherno.--È mia! sapete?

--È matto,--dissero ridendo i mozzi e gli stallieri.--Ma la puledrina

aveva un nome ormai.

E, prima per chiasso, poi sul serio, venne chiamata così.

La neve cominciò presto quell'anno, e Astianello prese un'aria

malinconica, nella campagna, fatta brulla dal verno. Le caccie eran

finite, le brigate disperse; i cavalli dovevano esser ferrati a

ghiaccio, il casone non era guari riparato dal freddo, e il Principe

si annoiava.

Ma, benchè si annoiasse seriamente, non gli passò neppur pel capo di

prender moglie. Bensì gli venne in mente d'andare a passar l'inverno a

Parigi.

D'altra parte, era ormai tempo di mettere la Milla in collegio. E il

collegio c'era, bell'e pronto. Un austero convento, celebre come

educandato, e dove delle monache aristocratiche insegnavano un monte

di belle cose a una falange non meno aristocratica di signorine. Il

convento era a Torino, e quella santa regina di Maria Adelaide,

quand'era viva, ci andava di frequente. La superiora era una cugina in

secondo grado del Principe. Milla non poteva esser meglio

raccomandata, nè completare, sotto auspici più favorevoli,

l'educazione iniziata dalla povera Miss Spring. Affrettiamoci a dire

che Miss Spring aveva in vista, per consolarsi del dolore di quella

separazione, l'immediato avvicinarsi d'una: _sacra alleanza_ con un

coraggioso, ma non estetico, ministro della chiesa anglicana.

L'intrepido brittanno, a 65 anni, sposava Miss Spring. Ma la Milla,

che non era provveduta di siffatte prospettive consolanti, non si

poteva dar pace di dover lasciare il padre, Astianello e il suo amore

irlandese. Di tutto le rincresceva, persino di Drollino. Era proprio

sconsolata, quando ci pensava. E ci pensava spesso... così bambina

com'era....

E in paese, che dispiacere per tutti... I padroni andavano via...

davvero?... Il Principe sarebbe tornato a primavera, ma la bimba no;

andava in un convento lontano, e non sarebbe tornata che dopo varii

anni. La fattora lagrimava, la giardiniera anche lei, la guardarobiera

aveva gli occhi rossi... tutti dicevano: «Va via la _nostra_

signorina,» con un'aria triste, sinceramente triste....

Bisognava vedere quanta gente s'era riunita in corte, sotto il

portico, appiè dello scalone, la mattina della partenza, mentre in

scuderia si rivestivano dei finimenti i cavalli che stavan per essere

attaccati al _landau_. E la piccina, avvolta nel suo mantellone

foderato di pelliccia, col visino mezzo smarrito nella felpa bianca

della cappottina da viaggio, coll'aria confusa, cogli occhi rossi,

riceveva con affettuosa gratitudine quei saluti, quegli omaggi, e

andava ripetendo: «Addio, arrivederci, grazie,» colla voce proprio

commossa. A un tratto le si fece davanti il suo compagno di gioco,

Drollino!

Anch'egli aveva la faccia malinconica. Sulle prime pareva che volesse

dir tante cose; ma poi si morse le labbra, e disse solamente: «Buon

viaggio.»

--Addio,--disse affettuosamente la Milla. E togliendo dal guantino una

manina, microscopica nel suo guanto di flanella bianca, gliela porse.

Egli non la baciò; la prese un momento fra le sue; poi non si ricordò

neppure che avrebbe potuto stringerla, e la lasciò andare.

I due bambini si guardarono un momento in silenzio, con una certa

voglia di piangere; soli, avrebbero pianto... forse...

--Ricordati!--disse subitamente Milla.

Egli si fece rosso, e scosse energicamente il capo. No, non le avrebbe

dette più quelle brutte parole.

Si compresero, e sorrisero.

--Salutami Mia...--continuò gravemente la bimba.

--Vieni Milla,--chiamò il Principe.--È attaccato.

Drollino si mise a correre disperatamente lungo il viale. Giunse al

cancello, trafelato, ma in tempo per vedere a passar la carrozza...

per gettare nell'interno di questa uno sguardo profondo. Dietro il

cristallo alzato, si vide per un secondo una manina bianca che

salutava. L'agente, che era anch'esso venuto sin lì, prese per sè quel

saluto, e scappellò profondamente. Era molto lusingato, e Drollino,

accanto a lui, teneva dietro collo sguardo alla carrozza, che si

faceva già piccina piccina sulla neve della strada.

Stavolta gli onori e i rimpianti della partenza erano stati tutti

quanti per Milla, che non sarebbe tornata più per tanti anni. Il

Principe aveva detto gaiamente: «Arrivederci questa primavera,» e

nessuno s'era creduto in obbligo di commuoversi per lui. Pure

l'assenza sua doveva essere ben più lunga di quella di Milla, doveva

prolungarsi sinchè i mesi diventassero anni, gli anni secoli, e i

secoli eternità. I suoi agenti, i suoi cocchieri, i suoi cavallanti

l'avevano veduto per l'ultima volta. Morì a Parigi, sul finire

dell'inverno, d'un malore acutissimo, mentre la Milla, nel suo

grandioso e signorile convento, cominciava ad abituarsi a quella vita

di reclusa, a farsi adorare dalle sue compagne, e a innamorarsi

perdutamente della superiora, di sette suore, di due converse e di

quattordici compagne, e parlava di farsi monaca per star sempre con

loro.

E così avvenne che, per otto anni seguiti, la grandiosa villa rimase

chiusa. Invano, nel giardino ridente, i fiori olezzarono instancabili;

invano nella serra maturarono gli ananassi; invano l'allevamento

equino diede lietissimi risultati. Nessuno venne ad abitare quelle

camere, sempre chiuse, coll'atmosfera greve d'un odore di muffa e di

tarlo. Gli agenti soltanto andavano e venivano per conto dell'attuale

proprietaria di tutte quelle immense ricchezze; e questa era

un'educanda umile ed affettuosa, che non sapeva nulla del mondo e

della vita, e aveva un cuore grande grande, grande, e una statura

piccina, piccina, piccina....

Mia: Romanzo · 第 8 / 18 题