— Ush, ush, ush! Ush, ush, ush!
Uno dei cavalli si volse e venne a mettere la grossa testa deforme
su 'l cancello, guardando dagli occhi che rilucevano alla luna come
ripieni d'un'acqua torbida. Il labbro inferiore gli penzolava simile
a un lembo di pelle flaccida, scoprendo la genciva. Le froge ad ogni
soffio ripalpitavano nel tenerume umidiccio del muso, e si chiudevano
talvolta con la stessa mollezza d'una bolla d'aria in una massa di
lievito che fermenta, e si richiudevano.
Alla vista di quella testa senile, l'ebro si risovvenne. Perchè dunque
s'era empito di vino, egli così sobrio per consuetudine? Un momento, in
mezzo all'ebrietà obliosa, la forma di Barbarà moribondo gli ricomparve
dinanzi, la forma del camello che giaceva su 'l terreno e teneva su
la paglia il lungo collo inerte e tossiva come un uomo e si agitava
debolmente di tratto in tratto, mentre ad ogni moto il ventre gonfio
produceva il rumore d'un barile a metà pieno d'acqua.
Una gran tenerezza pietosa lo invase; e l'agonia del camello, con
quelle scosse improvvise e quegli strani singhiozzi rauchi che facevano
sussultare e vibrare sonoramente tutto l'enorme carcame semivivo, e
con quegli sfarzi affannosi del collo che si sollevava un istante per
ricadere su la paglia dando un romor sordo e grave mentre le gambe si
movevano quasi in atto di correre, e con quel tremore continuo degli
orecchi e quell'immobilità del globo oculare che pareva già spento
prima d'ogni altra parte sensibile, l'agonia del camello gli ritornò
nella memoria lucidamente in tutta la sua miseria umana. Ed egli,
appoggiato al cancello, per un moto macchinale della bocca seguitava a
fare verso il cavallo di Michelangelo:
— Ush, ush, ush! Ush, ush, ush!
Con la persistenza inconscia degli ebri, con una ebetudine crescente,
seguitava, seguitava; ed era una lamentazione monotona accorante, quasi
lugubre come il canto degli uccelli notturni.
— Ush, ush, ush!
Allora Michelangelo, che dal suo letto udiva, d'improviso si affacciò
alla finestra soprastante; e in furia si diede a caricar di contumelie
e di imprecazioni il disturbatore.
— Fijie di puttane, vatt'a jettà a la Piscare! Vatténne da ecche!
Vatténne, ca mo pijie na varre. Fijie di puttane a turmendà li
cristiani vuo' venì? 'Mbriache 'vrette! Vatténne!
Turlendana si rimise a camminare, verso il fiume, barcollando. Al
trivio dei fruttaiuoli una torma di cani stava in conciliabolo amoroso.
Come l'uomo si appressò, la torma si disperse correndo verso il Bagno.
Dal vicolo di Gesidio un'altra torma sbucò e prese la via dei Bastioni.
Tutto il paese di Pescara, nel dolce plenilunio primaverile, era pieno
di amori e di combattimenti canini. Il mastino di Madrigale, incatenato
a guardia d'un bove ucciso, di tratto in tratto faceva sentire la sua
voce profonda che dominava tutte le altre voci. Di tratto in tratto,
qualche cane sbandato passava di gran corsa, solo, dirigendosi al luogo
della mischia. Nelle case, i cani prigionieri ululavano.
Ora, un turbamento più strano prendeva il cervello dell'ebro.
Dinanzi a lui, dietro a lui, in torno a lui, la fuga imaginaria delle
cose ricominciava più rapida. Egli si avanzava, e tutte le cose si
allontanavano: le nuvole, gli alberi, le pietre, le rive del fiume,
le antenne delle barche, le case. Questa specie di repulsione e di
reprobazione universale lo empì di terrore. Si fermò. Un gorgoglio
prolungato gli moveva le viscere. Subito, nella mente scomposta, gli
balenò un pensiero. — Il lepre! Anche il lepre di Ciávola non voleva
più restar con lui! — Il terrore gli crebbe; un tremito gli prese le
gambe e le braccia. Ma, incalzato, discese fra i salici teneri e le
alte erbe su la riva.
La luna piena, radiante, spandeva per tutto il cielo una dolce
serenità nivale. Gli alberi s'inclinavano in attitudini pacifiche alla
contemplazione delle acque fuggitive. Quasi un respiro lento e solenne
emanava dal sonno del fiume sotto la luna. Le rane cantavano.
Turlendana stava quasi nascosto tra le piante. Le mani gli tremavano
su i ginocchi. D'improvviso, egli sentì sotto di sè muoversi qualche
cosa di vivo: una rana! Gittò un grido, si levò, si diede a correre
traballando, in mezzo ai salici che lo fustigavano. Pel disordine de'
suoi spiriti, egli era atterrito come da un fatto soprannaturale.
A un avvallamento del terreno cadde, bocconi, con la faccia su l'erba.
Si rialzò a gran fatica, e stette un momento a riguardare in torno gli
alberi.
Le forme argentee dei pioppi sorgevano immobili nell'aria, taciturne;
e parevano inalzarsi fino alla luna, per un prolungamento ingannevole
delle loro cime. Le rive del fiume si dileguavano indefinite,
quasi immateriali, come le imagini dei paesi nei sogni. Su la parte
destra gli estuari risplendevano d'una bianchezza abbagliante, d'una
bianchezza salina, su cui ad intervalli le ombre gittate dalle nuvole
migratrici passavano mollemente come veli azzurri. Più lungi la selva
chiudeva l'orizzonte. Il profumo della selva e il profumo del mare si
mescolavano.
— Oh Turlendana! ooooh! — gridò una voce, chiarissima.
Turlendana, stupefatto, si volse.
— Oh Turlendanaaaaa!
E Binchi-Banche apparve in compagnia di un finanziere, su 'l principio
di un sentiero praticato dai marinai tra il folto dei salci.
— Addó vai a 'st'ora? A piagne lu camelo? — chiese Binchi-Banche
avvicinandosi.
Turlendana non rispose subito. Si reggeva con le mani le brache,
teneva le ginocchia un po' piegate innanzi; e nella faccia aveva una
così strana espression di stupidezza e balbettava così miseramente che
Binchi-Banche e il finanziere scoppiarono in grasse risa.
— Va, va — disse l'omiciattolo grinzoso, prendendo l'ebro per le spalle
e incamminandola verso la marina.
Turlendana andò innanzi. Binchi-Banche ed il finanziere seguitavano a
distanza, ridendo e parlando a voce bassa.
Ora la verdura terminava e incominciavano la sabbie. Si udiva mormorare
la maretta alla foce della Pescara.
In una specie di bassura arenosa, tra le dune, Turlendana si incontrò
con la carogna di Barbarà non ancora sepolta. Il gran corpo, tutto
spellato, era sanguinolento; le masse adipose della schiena anche
erano scoperte ed apparivano d'un colore giallognolo; su le gambe e su
le cosce la pelle rimaneva con tutti i peli e i dischi callosi; nella
bocca si vedevano i due denti enormi, angolosi, ricurvi della mandibola
superiore e la lingua bianchiccia; il labbro di sotto era, chi sa
perchè, reciso; e il collo somigliava ad un tronco di serpente.
Turlendana, in conspetto di quello strazio, si mise a gridare scotendo
la testa. Faceva un verso singolare, che non pareva umano.
— Ahò! Ahò! Ahò!
Poi, volendo chinarsi su 'l camello, stramazzò; si agitò invano per
rialzarsi; e, vinto dal torpore del vino, rimase senza conoscenza.
Binchi-Banche e il finanziere, come lo videro cadere, sopraggiunsero.
Lo presero, l'uno da capo e l'altro da piedi; lo sollevarono, e
lo adagiarono lungo su 'l corpo di Barbarà, atteggiandolo a un
abbracciamento d'amore. Sghignazzavano i due operando.
E così Turlendana giacque co 'l camello, sino all'aurora.