Stava su 'l letto maritale il vecchio, immerso nel sonno, respirante
con una specie di sibilo fioco a traverso le gengive senza denti, a
traverso il naso umido e dilatato dal tabacco. La testa calva posava di
sbieco sopra un guanciale di cotone rigato; su la bocca cava, simile a
un taglio fatto su una zucca infracidita, si rizzavano i baffi ispidi
e ingialliti dal tabacco; e uno degli orecchi visibile rassomigliava
all'orecchio rovesciato di un cane, essendo pieno di peli, coperto di
bolle, lucido di cerume. Un braccio usciva fuori delle coperte, nudo,
scarno, con grossi rilievi di vene simili alle gonfiezze delle varici.
La mano adunca teneva un lembo del lenzuolo, per abitudine di prendere.
Ora, questo vecchio ebete possedeva da tempo due marenghi avuti in
lascito non si sa da qual parente usuraio; e li conservava con gelosa
cura dentro una tabacchiera di corno in mezzo al tabacco, come alcuni
fanno di certi insetti muschiati. Erano due marenghi gialli e lucenti;
ed il vecchio vedendoli ad ogni momento e ad ogni momento palpandoli
nel prendere tra l'indice e il pollice l'aroma, sentiva in sè crescere
la passione dell'avarizia e la voluttà del possesso.
L'Africana si accostò pianamente, trattenendo il respiro, mentre
Passacantando la incitava con i gesti al furto. Si udì per le scale
un rumore Ambedue ristettero. La tortora spennacchiata e zoppa entrò
saltellando nella stanza; trovò il nido in una ciabatta, a piè del
letto maritale. Ma come ancora, nell'accomodarsi, faceva strepito,
l'uomo con un moto rapido la serrò nel pugno, con una stretta la
soffocò.
— Ci sta? — chiese all'Africana.
— Sì, ci sta, sott'a lu cuscine... — rispose quella mentre insinuava
sotto il guanciale la mano.
Il vecchio, nel sonno, si mosse, mettendo un gemito involontario, ed
apparve tra le sue palpebre un po' del bianco degli occhi. Poi ricadde
nell'ottusità del sopore senile.
L'Africana, per l'immensa paura, divenne audace; spinse la mano d'un
tratto, afferrò la tabacchiera, e, con un moto di fuga, si rivolse
verso le scale; discese seguita da Passacantando.
— O Die! O Die! Vide che so fatte pe' te!... — balbettava,
abbandonandosi addosso all'uomo.
Ed ambedue si misero insieme, con le mani malferme, ad aprire la
tabacchiera, a cercare fra il tabacco le monete d'oro. L'acuto aroma
saliva loro per le narici; ed ambedue, come sentivano l'eccitazione
a starnutire, furono invasi d'improvviso da un impeto d'ilarità. E,
soffocando il rumore degli starnuti, barcollavano e si sospingevano.
Al gioco, la lussuria nella pinguedine dell'Africana insorgeva. Ella
amava d'essere amorosamente morsicata e bezzicata e sballottata e qua
e là percossa da Passacantando; fremeva tutta e tutta si ribrezzava
nella sua bestiale orridezza. Ma, a un punto, prima si udì un brontolio
indistinto e poi gridi rauchi proruppero su nella stanza. E il vecchio
comparve in cima alla scala, livido alla luce rossastra della lanterna,
magro, scheletrito, con le gambe nude, con una camicia a brandelli.
Guardava in giù la coppia ladra; ed agitando le braccia gridava come
un'anima dannata:
— Li marenghe! Li marenghe! Li marenghe!