Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido e chiarissimamente sereno,
avendo La Bravetta fatto correre la voce, se ne vennero all'invito i
coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano alti mucchi
di paglia, che percossi dal sole ornavansi d'un glorioso colore d'oro;
quivi una torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta, con
larghi becchi aranciati, chiedendo di nuotare; gli odori dello stabbio
giungevano ad intervalli. E tutti quelli uomini rusticani, aspettando
di bere, motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco difformate
dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e rossastri come vecchi
pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga
malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini di gioventù, con
nelle vesti rinnovate una manifesta cura d'amore.
Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in
una mano la scatola delle confetture, il Ristabilito ordinò che tutti
si mettessero in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece una breve
concione, non senza una certa gravità di voce e di gesti.
— Bon'uómmene! — disse — nisciune de vu, certe, sa pecche propie Mastre
Peppe De Siere v'ha chiamate a qua...
Un moto di stupore, a questo strano preambolo, si propagò in tutte le
bocche degli ascoltanti; e la letizia pe 'l promesso vino si mutò in
una inquietudine di diversa espettazione. Continuava l'oratore:
— Ma, seccome po' succéde caccosa bbrutte e vu ve putassáte lagnà de
me, ve vojie dice de che se tratte, prima de fa' la spirienze.
Gli ascoltanti si guardavano l'un l'altro negli occhi, con un'aria
smarrita; e quindi rivolgevano lo sguardo curioso e incerto al
cofanetto che l'oratore teneva in una mano. Un d'essi, poichè il
Ristabilito faceva pausa per considerare l'effetto delle parole,
esclamò impaziente:
— Ebbè?
— Mo, mo, bell'uómmene mi'. La notta passate s'hann'arrubbate a Mastre
Peppe nu bbone porche che s'ave' da salà. Chi ha state lu latre, nen
ze sa; ma cert'è ca s'ha da truvà miezze a vu' áutre, pecchè nisciune
venéve dall'India bbasse p' arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!
Fosse un giocondo effetto di questo peregrino argomento dell'India o
fosse l'azione del tiepido sole, La Bravetta cominciò a starnutire.
I villici si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse,
sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono liberamente
nell'aria, turbando la pace rurale. L'ilarità risorse negli animi, a
quel fragore. L'adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito
continuò, sempre grave:
— Pe' scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magnà certe
bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciane viecchie che
j'ha messe mane ogge apposte. Ma pirò v'ajie da dice na cose. Lu latre,
appena se mette mmocche lu cunfette, se sente la vocche accuscì amare,
accuscì amare c'ha da sputà pe' fforze. Vulete sprementà? O pure lu
latre, pe' nen esse sbruvegnate, se vo' cunfessà a lu prévete? Bell'uó,
arspunnéte!
— Nu vuléme magna e beve — risposero quasi in coro gli adunati.
E un movimento incerto corse fra quella gente semplice. Ognuno,
guardando il compagno, aveva negli occhi una punta d'investigazione.
Ognuno, naturalmente, poneva nel ridere una tal quale ostentazione di
spontaneitá.
Disse Ciávola:
— V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze. Nisciune s'ha da puté
nnascónne.
Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri,
apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall'un de' capi, e
cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde
dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come
egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo
porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.
Mastro Peppe, che fin allora era stato con i grandissimi occhi
intenti a cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto
prestamente, quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un
tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente verso gli occhi, gli
angoli della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del
naso gli si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti
della sua faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e
una specie di brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E
subito, poichè la lingua non poteva sostenere l'amaro dell'áloe e una
resistenza invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire
l'inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare.
— Ohe, Mastre Pè, tu che ccazze fiè? — garrì Tulespre dei Passeri, un
vecchio capraro verdastro e peloso come una tartaruga di palude.
Si rivolse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva
terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi,
disse con suon di benevolenza:
— Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ecchene n'áutre. 'Nglutte,
Peppe!
E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina.
Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi gli occhi maligni
e acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l'amarezza;
non masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i
denti. Ma, come al calore dell'alito e all'umidore della saliva l'áloe
si discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero
come dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse
gli cominciarono a sgorgare dal cavo degli occhi e a rimbalzar, come
perle scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.
— Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè? — garrì di nuovo il capraro,
mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. — Ohe, e
queste mo che signifeche?
Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La Bravetta; alcuni
con risa di beffa, altri con parole irose. Le ribellioni di orgoglio
subitanee e brutali che ha l'onore della gente campestre, le severità
implacabili della superstizione scoppiarono d'improvviso in una
tempesta di contumelie.
— Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettè la cólepe a une de nu
'nghe 'na fatture fáuze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatte male li
cunde! Latre, bbuciarde, nasó, fijie de cane, fijie de puttane! A nu vu
cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate
'n cocce. Fijie de puttane! Sangue de Criste, tu!
E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le
ultime ingiurie di tra i pioppi.
Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La
Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il
palato ancora morso dalla perversità dell'áloe, non poteva profferire
parola. Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo
il terreno con la punta del piede poggiato in su' l tacco, scotendo
per ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di
dileggio:
— Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicce nu poche; quante ci
si' fatte? Diece ducate?