IV.

Dopo due ore, come il pomeriggio era tiepido e chiarissimamente sereno,

avendo La Bravetta fatto correre la voce, se ne vennero all'invito i

coltivatori e i massai dei dintorni. Nell'aia si levavano alti mucchi

di paglia, che percossi dal sole ornavansi d'un glorioso colore d'oro;

quivi una torma di oche andava schiamazzando, bianca, lenta, con

larghi becchi aranciati, chiedendo di nuotare; gli odori dello stabbio

giungevano ad intervalli. E tutti quelli uomini rusticani, aspettando

di bere, motteggiavano, tranquilli, su le loro gambe in arco difformate

dalle rudi fatiche: alcuni con volti rugosi e rossastri come vecchi

pomi, con occhi resi miti dalla lunga pazienza o resi vivi dalla lunga

malizia; altri con barbe nascenti, con attitudini di gioventù, con

nelle vesti rinnovate una manifesta cura d'amore.

Ciávola e il Ristabilito non si fecero molto attendere. Tenendo in

una mano la scatola delle confetture, il Ristabilito ordinò che tutti

si mettessero in cerchio; e, stando egli nel mezzo, fece una breve

concione, non senza una certa gravità di voce e di gesti.

— Bon'uómmene! — disse — nisciune de vu, certe, sa pecche propie Mastre

Peppe De Siere v'ha chiamate a qua...

Un moto di stupore, a questo strano preambolo, si propagò in tutte le

bocche degli ascoltanti; e la letizia pe 'l promesso vino si mutò in

una inquietudine di diversa espettazione. Continuava l'oratore:

— Ma, seccome po' succéde caccosa bbrutte e vu ve putassáte lagnà de

me, ve vojie dice de che se tratte, prima de fa' la spirienze.

Gli ascoltanti si guardavano l'un l'altro negli occhi, con un'aria

smarrita; e quindi rivolgevano lo sguardo curioso e incerto al

cofanetto che l'oratore teneva in una mano. Un d'essi, poichè il

Ristabilito faceva pausa per considerare l'effetto delle parole,

esclamò impaziente:

— Ebbè?

— Mo, mo, bell'uómmene mi'. La notta passate s'hann'arrubbate a Mastre

Peppe nu bbone porche che s'ave' da salà. Chi ha state lu latre, nen

ze sa; ma cert'è ca s'ha da truvà miezze a vu' áutre, pecchè nisciune

venéve dall'India bbasse p' arrubbarse lu porche a Mastre Peppe!

Fosse un giocondo effetto di questo peregrino argomento dell'India o

fosse l'azione del tiepido sole, La Bravetta cominciò a starnutire.

I villici si fecero in dietro; la tribù delle oche si disperse,

sbigottita; e sette starnutazioni consecutive risonarono liberamente

nell'aria, turbando la pace rurale. L'ilarità risorse negli animi, a

quel fragore. L'adunanza, dopo un poco, si ricompose. Il Ristabilito

continuò, sempre grave:

— Pe' scuprì lu latre Mastre Peppe ha pensate de darve a magnà certe

bbone cunfette e de darve a bere nu certe Montepulciane viecchie che

j'ha messe mane ogge apposte. Ma pirò v'ajie da dice na cose. Lu latre,

appena se mette mmocche lu cunfette, se sente la vocche accuscì amare,

accuscì amare c'ha da sputà pe' fforze. Vulete sprementà? O pure lu

latre, pe' nen esse sbruvegnate, se vo' cunfessà a lu prévete? Bell'uó,

arspunnéte!

— Nu vuléme magna e beve — risposero quasi in coro gli adunati.

E un movimento incerto corse fra quella gente semplice. Ognuno,

guardando il compagno, aveva negli occhi una punta d'investigazione.

Ognuno, naturalmente, poneva nel ridere una tal quale ostentazione di

spontaneitá.

Disse Ciávola:

— V'avete da mette tutt'a ffile, pe' la sprïenze. Nisciune s'ha da puté

nnascónne.

Ed egli, quando tutti furono disposti, prese il fiasco e i bicchieri,

apprestandosi a mescere. Il Ristabilito si fece dall'un de' capi, e

cominciò a distribuire pianamente i confetti che sotto le gagliarde

dentature dei villani scricchiolavano e sparivano in un attimo. Come

egli giunse a Mastro Peppe, prese uno dei confetti canini e glielo

porse; e seguitò oltre, senza nulla dare a divedere.

Mastro Peppe, che fin allora era stato con i grandissimi occhi

intenti a cogliere in fallo qualcuno, si gittò in bocca il confetto

prestamente, quasi con cupidigia di goloso, e prese a masticare. D'un

tratto i pomelli delle gote gli salirono vivamente verso gli occhi, gli

angoli della bocca e le tempie gli si empirono di crespe, la pelle del

naso gli si arricciò, il mento gli si torse un poco, tutti i lineamenti

della sua faccia ebbero una comune mimica involontaria di orrore; e

una specie di brivido visibile gli corse dalla nuca per le spalle. E

subito, poichè la lingua non poteva sostenere l'amaro dell'áloe e una

resistenza invincibile saliva dallo stomaco per la gola ad impedire

l'inghiottimento, il malcapitato fu costretto a sputare.

— Ohe, Mastre Pè, tu che ccazze fiè? — garrì Tulespre dei Passeri, un

vecchio capraro verdastro e peloso come una tartaruga di palude.

Si rivolse, a quella voce agra, il Ristabilito che non anche aveva

terminato di distribuire. Però, vedendo La Bravetta tutto contorcersi,

disse con suon di benevolenza:

— Mbé, quelle forse ere troppe cotte. To'! Ecchene n'áutre. 'Nglutte,

Peppe!

E con due dita gli cacciò in bocca la seconda pillola canina.

Il pover'uomo la prese; e, sentendo sopra di sè fissi gli occhi maligni

e acuti del capraro, fece un supremo sforzo per sostener l'amarezza;

non masticò, non inghiottì; stette con la lingua immobile contro i

denti. Ma, come al calore dell'alito e all'umidore della saliva l'áloe

si discioglieva, egli non poteva più reggere: le labbra gli si torsero

come dianzi; il naso gli si empì di lacrime; e certe gocciole grosse

gli cominciarono a sgorgare dal cavo degli occhi e a rimbalzar, come

perle scaramazze, giù per le gote. Alfine, sputò.

— Ohe, Mastre Pé, e mo che ccazze fiè? — garrì di nuovo il capraro,

mostrando in un suo ghigno le gencive bianchicce e vacue. — Ohe, e

queste mo che signifeche?

Tutti i villici ruppero l'ordine, e attorniarono La Bravetta; alcuni

con risa di beffa, altri con parole irose. Le ribellioni di orgoglio

subitanee e brutali che ha l'onore della gente campestre, le severità

implacabili della superstizione scoppiarono d'improvviso in una

tempesta di contumelie.

— Pecché ci si' fatte venì a qua? Pe' jettè la cólepe a une de nu

'nghe 'na fatture fáuze? Pe' cujunà a nu? Pecché? Si' fatte male li

cunde! Latre, bbuciarde, nasó, fijie de cane, fijie de puttane! A nu vu

cujunà? Pezze de fesse! Latre! Nasó! Te vuleme rompe tutte li pignate

'n cocce. Fijie de puttane! Sangue de Criste, tu!

E si dispersero, dopo aver rotto il fiasco e i bicchieri, gridando le

ultime ingiurie di tra i pioppi.

Allora rimasero nell'aia Ciávola, il Ristabilito, le oche e La

Bravetta. Questi, pieno di vergogna, di rabbia, di confusione, con il

palato ancora morso dalla perversità dell'áloe, non poteva profferire

parola. Il Ristabilito stette a considerarlo crudelmente, percotendo

il terreno con la punta del piede poggiato in su' l tacco, scotendo

per ironia il capo. Ciávola squittì, con un indescrivibile suon di

dileggio:

— Ah, ah, ah, ah! Brave! Brave La Bbravette! Dicce nu poche; quante ci

si' fatte? Diece ducate?

Le Novelle della Pescara · 第 80 / 101 题