Camminarono gli amici lungo la riva del fiume.
In lontananza le barche di Barletta cariche di sale scintillavano come
edifizi di preziosi cristalli; e da Montecorno un serenissimo albore
spandevasi nella rigidità delle aure, ripercotevasi dalla limpidità
delle acque.
Disse il Ristabilito al Ciávola, soffermandosi:
— Cumbà, ce vuléme arrubbà sstanotte lu porche?
Disse il Ciávola:
— Eccome?
Disse il Ristabilito:
— Le sacce i' come, si lu porche arremane addó l'avéme viste.
Disse Ciávola:
— Embé, facémele! Ma, dapù?
Il Ristabilito si soffermò di nuovo. I suoi piccoli occhi brillavano
come due carbuncoli schietti; la sua faccia florida e rubiconda tra le
orecchie faunesche vibrava tutta in una smorfia di gioia. Egli fece,
laconico:
— Le sacce i'.
Veniva da lungi in contro ai due Don Bergamino Camplone, nero in tra la
pioppaia ignuda e argentea. Subito che i due lo scorsero, sollecitarono
il passo verso di lui. E il prete, veduta la lor cera giuliva, dimandò
sorridendo:
— Che me dicéte de bbelle?
Comunicarono gli amici in brevi parole il lor proposito a Don
Bergamino, il quale assentì con molto rallegramento. E il Ristabilito
soggiunse, a bassa voce:
— Aqquà avéme da fa' li cose a la furbesca maniere. Vu sapete ca Peppe,
da quande s'ha pijiate chella brutta vijecchie de Donna Pelagge, s'ha
fatte avare; e lu vine je piace assa'. 'Mbè, jémele a pijà e purtémele
a la taverne d'Assaù. Vu, Don Bergamine, détece a beve a tutte e
paghéte sempre vu. Peppe bevarrà quante chiù putarrà, senza caccià
quatrine; e se pijarà 'na bona parrucche. Accuscì nu, dapù, putéme fa'
mejie l'affare nuostre.
Lodò Ciávola il consiglio del Ristabilito, e il prete s'accordò.
Andarono insieme verso la casa dell'uomo, distante due tiri di fucile;
e quando furono da presso, Ciávola diede la voce:
— Ohe, La Bravettaa! Vuo' venì a la taverne d'Assaù? Ce sta lu prévete
aqquà che ce paghe na carráfe. Oheee!
La Bravetta non pose indugio a discendere su 'l sentiero, e tutti e
quattro camminarono in fila, motteggiando, sotto il chiarore della
nuova luna. Nella serenità il miagolío de' gatti presi d'amore saliva
ad intervalli. E il Ristabilito fece:
— O Pe', nen siente Pelagge che t'archiame?
In su la sinistra riva splendevano i lumi della taverna d'Assaù
ripercossi dall'acqua. Ora, come il corso del fiume era ivi per
solito assai dolce, Assaù teneva un paliscalmo per traghettare gli
avventori. Alle voci, si mosse infatti il paliscalmo e venne per
l'acqua luminosa a prendere i sopraggiunti. Quando tutti i quattro
salirono, tra amichevoli clamori, Ciávola con le sue lunghe gambe prese
a far traballare e scricchiolare il legno per atterrire La Bravetta
che in mezzo all'umidità fluviale fu assalito da un nuovo impeto di
starnutazioni.
Ma nella taverna, in torno a un desco di quercia, gli amici
moltiplicarono le risa e i clamori. Ognuno mesceva da bere
all'insidiato, a cui quel buon vermiglio succo delle vigne spoltoresi,
brusco, quasi frizzante, ricco di sapore e di colore, scendeva
agevolmente nel gorgozzúle.
— 'N'atra carráfe! — ordinava Don Bergamino, battendo il pugno in su 'l
desco.
Assaù, un uomo tutto bestialmente villoso fin sotto gli occhi e di
gambe storto, recava le caraffe arrubinate. Ciávola canticchiava una
canzone di molta libertà bacchica, percotendo in ritmo il vetro dei
bicchieri. La Bravetta, con la lingua già impedita, con gli occhi già
natanti nella favolosa gioia del vino, balbettava non so che laudi
del suo bel porco e teneva il prete per la manica affinchè ascoltasse.
Sopra di loro pendevano dalla vôlta lunghe corone di poponelle d'acqua
verdegialle; le lucerne mal nutrite d'olio fumigavano.
Era buona ora di notte quando gli amici ripassarono il fiume, alla luna
occidua. Nel discendere su la riva Mastro Peppe fu lì lì per cadere tra
la melma, tanto egli aveva le gambe malferme e la vista torbida.
Disse il Ristabilito:
— Facéme 'n' ópera bbone. Arpurtéme a la case custù.
E il ricondussero, sorreggendolo alle ascelle, su per la pioppaia.
Balbettava l'ebro, travedendo i tronchi biancicanti nella notte:
— Uh, quanta frate duminicane!...
E Ciávola:
— Vann' a la cerche pe' sant'Antuone.
E l'ebro, dopo un poco:
— O Leprucce, Leprucce, sette rótole de sale n'abbaste. Coma facéme?
Giunti all'uscio di casa, i tre congiurati se ne andarono. Mastro Peppe
salì a grande stento la scaletta, sempre farneticando di Lepruccio e
del sale. Poi, senza rammentarsi d'aver lasciato aperto l'uscio, si
gittò in su 'l letto pesantemente tra le braccia del sonno, e inerte vi
rimase.
Ciávola e il Ristabilito, come ebbero avuto ristoro alla cena di Don
Bergamino, muniti di certi ordigni ritorti, se ne vennero cautamente
all'impresa. Era il cielo, dopo l'occaso della luna, tutto smagliante
di stelle; e un maestraletto gelido andava soffiando per la solitudine.
I due avanzarono in silenzio, tendendo l'orecchio, soffermandosi ad ora
ad ora; e tutte le virtù venatorie e le agilità di Matteo Puriello in
quell'occorrenza si esercitavano.
Quando essi giunsero alla mèta, il Ristabilito a pena potè trattenere
una esclamazione di gioia accorgendosi dell'uscio aperto. Una perfetta
quiete regnava nella casa, se non che si udiva il profondo russare del
dormiente. Ciávola salì primo le scale, seguito dall'altro. Ambedue, al
fievolissimo lume che entrava pe' vetri, scorsero subito la forma vaga
del porco in su la tavola. Con infinita cautela sollevarono il peso e
pianamente lo trassero fuori a gran forza di braccia. Stettero quindi
in ascolto. Un gallo d'improvviso cantò e altri galli risposero dalle
aie, consecutivamente.
Allora i due gai ladroni si misero pe 'l sentiero, con il porco in su
le spalle, ridendo d'un riso lungo e silenzioso; e a Ciávola pareva
d'essere giù per una bandita recando un grosso capo di selvaggina
predata. Come il porco era assai greve, essi giunsero alla casa del
prete alenanti.