La mattina vegnente, mentre Candia Marcanda teneva le braccia nella
lisciva, comparve su la soglia la guardia comunale Biagio Pesce
soprannominato _il Caporaletto_.
Egli disse alla lavatrice:
— Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sùbito.
— Che dici? — domandò Candia aggrottando le sopracciglia, ma senza
tralasciare la sua bisogna.
— Ti vuole il signor Sindaco sopra il Comune, sùbito.
— Mi vuole? E perchè? — seguitò a domandare Candia, con un modo un
po' brusco, non sapendo a che attribuire quella chiamata improvvisa,
inalberandosi come fanno le bestie caparbie dinanzi a un'ombra.
— Io non posso sapere perchè — rispose il Caporaletto. — Ho ricevuto
l'ordine.
— Che ordine?
La donna, per una ostinazione naturale in lei, non cessava dalle
domande. Ella non sapeva persuadersi della cosa.
— Mi vuole il Sindaco? E perchè? E che ho fatto io? Non ci voglio
venire. Io non ho fatto nulla.
Il Caporaletto, impazientito, disse:
— Ah, non ci vuoi venire? Bada a te!
E se ne andò, con la mano su l'elsa della vecchia daga, mormorando.
Intanto per il vico alcuni che avevano udito il dialogo uscirono su
gli usci e si misero a guardare Candia che agitava la lisciva con le
braccia. E, poichè sapevano del cucchiaio d'argento, ridevano tra loro
e dicevano motti ambigui che Candia non comprendeva. A quelle risa e a
quei motti, l'inquietudine prese l'animo della donna; e crebbe quando
ricomparve il Caporaletto accompagnato dall'altra guardia.
— Cammina! — disse il Caporaletto, risolutamente.
Candia si asciugò le braccia, in silenzio; e andò. Per la piazza la
gente si fermava. Rosa Panara, una nemica, dalla soglia della bottega
gridò con una risata feroce:
— Posa l'osso!
La lavandaia, smarrita, non imaginando la causa di quella persecuzione,
non seppe che rispondere.
Dinanzi al Comune stava un gruppo di persone curiose che la volevano
veder passare. Candia, presa dall'ira, salì le scale rapidamente;
giunse in conspetto del Sindaco, affannata; chiese:
— Ma che volete da me?
Don Silla, uomo pacifico, rimase un momento turbato dalla voce aspra
della lavandaia, e volse uno sguardo ai due fedeli custodi della
dignità sindacale. Quindi disse, prendendo il tabacco nella scatola di
corno:
— Figlia mia, sedetevi.
Candia rimase in piedi. Il suo naso ricurvo era gonfio di collera, e le
sue guance rugose tremolavano alle contratture delle mascelle mordaci.
— Dite, Don Sì.
— Voi siete stata ieri a riporta' la biancheria a Donna Cristina
Lamonica?
— Be', che c'è? che c'è? Manca qualche cosa? Tutto contato, capo per
capo... Non manca nulla. Che c'è, mo'?
— Un momento, figlia mia! C'era nella stanza l'argenteria...
Candia, indovinando, si voltò come un falchetto inviperito che stia per
ghermire. E le labbra sottili le tremavano.
— C'era nella stanza l'argenteria, e Donna Cristina trova mancante 'na
cucchiara... Capite, figlia mia? L'avete presa voi... pe' sbaglio?
Candia saltò come una locusta, a quell'accusa immeritata. Ella non
aveva preso nulla, in verità.
— Ah, io? Ah, io? Chi lo dice? Chi mi ha vista? Mi faccio meraviglia di
voi, Don Sì! Mi faccio meraviglia di voi! Io ladra? io? io?...
E la sua indignazione non aveva fine. Ella più era ferita dall'ingiusta
accusa perchè si sentiva capace dell'azione che le addebitavano.
— Dunque voi non l'avete presa? — interruppe Don Silla, ritirandosi in
fondo alla sua grande sedia curule, prudentemente.
— Mi faccio meraviglia! — garrì di nuovo la donna, agitando le lunghe
braccia come due bastoni.
— Be', andate. Si vedrà.
Candia uscì, senza salutare, urtando contro lo stipite della porta.
Ella era diventata verde: era fuori di sè. Mettendo il piede nella
via, vedendo tutta la gente assembrata, comprese che oramai l'opinione
popolare era contro di lei; che nessuno avrebbe creduto alla sua
innocenza. Nondimeno si mise a gridare le sue discolpe. La gente
rideva, dileguandosi. Ella, furibonda, tornò a casa; si disperò; si
mise a singhiozzare su la soglia.
Don Donato Brandimarte, che abitava a canto, le disse per beffa:
— Piangi forte, piangi forte, che mo' passa la gente.
Come i panni ammucchiati aspettavano il ranno, ella finalmente
si acquetò; si nudò le braccia, e si rimise all'opera. Lavorando,
pensava alla discolpa, architettava un metodo di difesa, cercava
nel suo cervello di femmina astuta un mezzo artifizioso per provare
l'innocenza; arzigogolando sottilissimamente, si giovava di tutti gli
spedienti della dialettica plebea per mettere insieme un ragionamento
che persuadesse gli increduli.
Poi, quando ebbe terminata la bisogna, uscì; volle andare prima da
Donna Cristina.
Donna Cristina non si fece vedere. Maria Bisaccia ascoltò le molte
parole di Candia scotendo il capo, senza risponder niente; e si
ritrasse con dignità.
Allora Candia fece il giro di tutte le sue clienti. Ad ognuna raccontò
il fatto, ad ognuna espose la discolpa, aggiungendo sempre un nuovo
argomento, aumentando le parole, accalorandosi, disperandosi dinanzi
alla incredulità e alla diffidenza; e inutilmente. Ella sentiva che
oramai non era più possibile la difesa. Una specie di abbattimento cupo
le prese l'animo. — Che più fare! Che più dire!