Quando giunse di lontano il primo clamor confuso della ribellione,
Don Filippo Cassàura aprì subitamente le palpebre che per solito gli
pesavano su gli occhi, infiammate agli orli e arrovesciate come quelle
de' piloti che navigano per mari ventosi.
— Hai sentito? — chiese al Mazzagrogna che gli stava da presso. E il
tremito della voce tradiva lo sbigottimento interiore.
Rispose il maggiordomo, sorridendo:
— Non abbiate paura, Eccellenza. Oggi è San Pietro. Cantano i mietitori.
Il vecchio stette un poco in ascolto, poggiato sul gomito, con
lo sguardo ai balconi. Le cortine ondeggiavano ai soffi caldi del
libeccio. Le rondini a stormi passavano e ripassavano, rapide come
freccie, nell'aria ardentissima. Tutti i tetti delle case sottostanti
fiammeggiavano, quali rossastri, quali grigi. Oltre i tetti si
distendeva la campagna immensa ed opulenta, quasi tutta d'oro in tempo
di mietitura. Di nuovo chiese il vecchio:
— Ma, Giovanni, hai sentito?
Giungevano, infatti, clamori che non parevano di gioia. Il vento,
rafforzandoli a intervalli e spegnendoli o mescendoli al suo fischio,
li rendeva più singolari.
— Non ci badate, Eccellenza — rispose il Mazzagrogna. — Gli orecchi
v'ingannano. State quieto.
Ed egli si levò per andare verso uno dei balconi.
Era un uomo tarchiato, con le gambe in arco, con le mani enormi,
coperte di peli sul dorso, bestiali. Aveva gli occhi un poco obliqui,
biancastri come quelli degli albini, tutta la faccia sparsa di
lentiggini, pochi capelli rossi su le tempie, e l'occipite occupato da
certe escrescenze dure e scure in forma di castagne.
Rimase in piedi alquanto, fra le due cortine che si gonfiavano come
due vele, a investigare il piano sottoposto. Un alto polverìo levavasi
dalla strada della Fara, come per passaggio di greggi numerose; e i
folti nugoli, gonfiati dal vento, crescevano in forma di trombe. Di
tratto in tratto, anche, i nugoli balenavano come se chiudessero gente
armata.
— Ebbene? — chiese don Filippo, inquieto.
— Nulla — rispose il Mazzagrogna; ma aveva le sopracciglia corrugate
profondamente.
Di nuovo, il soffio impetuoso portò un tumulto di grida lontane. Una
cortina, sforzata dall'urto, si mise a sbattere e a garrire nell'aria
come un gonfalone spiegato. Una porta si chiuse d'improvviso, con
violenza e con fragore. I vetri ne tremarono. Le carte, accumulate
sopra una tavola, si sparpagliarono per tutta la stanza.
— Chiudi! Chiudi! — gridò il vecchio, con un moto di terrore. — Mio
figlio dov'è?
Egli ansava, sul letto, affogato dalla pinguedine, incapace di
levarsi poichè aveva tutta la inferior parte del corpo impedita dalla
paralisìa. Un continuo tremor paralitico gli agitava i muscoli del
collo, i gomiti, le ginocchia. Le sue mani posavano sul lenzuolo,
contorte e nodose come le ràdiche dei vecchi olivi. Un sudore abondante
gli stillava dalla fronte e dal cranio calvo, rigandogli la larga
faccia che era d'un color roseo disfatto, sottilissimamente venato di
vermiglio come la milza dei buoi.
— Diavolo! — mormorò fra i denti il Mazzagrogna, mentre chiudeva le
imposte a viva forza.
— Fanno davvero?
Ora si scorgeva su la strada della Fara, alle prime case, una
moltitudine d'uomini agitata e ondeggiante, come un rigurgito di
flutti, che dava indizio d'un'altra maggior moltitudine non visibile,
nascosta dalla linea dei tetti e dalle querci di San Pio. La legione
ausiliaria delle campagne veniva dunque ad ingrossar la ribellione.
A poco a poco la folla diminuiva, internandosi nelle vie del paese e
scomparendo come un popolo di formiche nei labirinti d'un formicaio. Le
grida, soffocate dalle mura o ripercosse, giungevano ora come un rombo
continuo, indistinte. A volte mancavano; e allora si udiva il grande
stormire degli elci dinanzi al palazzo che pareva più solo.
— Mio figlio dov'è? — chiese di nuovo il vecchio, con una voce che lo
sbigottimento rendeva più stridula. — Chiamalo! Lo voglio vedere.
Tremava forte, sul letto, non soltanto perchè egli era paralitico,
ma perchè aveva paura. Ai primi moti sediziosi del giorno innanzi,
agli urli d'un centinaio di giovinastri venuti a schiamazzare sotto i
balconi contro la più recente angheria del duca d'Ofena, egli era stato
preso da una così pazza paura che aveva pianto come una femminetta
ed aveva passata la notte invocando i santi del Paradiso. Il pensiero
della morte o del pericolo dava un indicibile terrore a quel vecchio
paralitico, già semispento, in cui gli ultimi guizzi della vita eran sì
dolorosi. Egli non voleva morire.
— Luigi! Luigi! — si mise a gridare, nell'ambascia, chiamando il
figliuolo.
Tutto il palazzo era pieno dell'acuto tintinnio de' vetri all'urto del
vento. Di tratto in tratto si udiva il rimbombo d'un uscio sbattuto, o
suono di passi precipitati e di voci brevi.
— Luigi!