Nella grande alluvione dell'ottobre (1857) Zacchiele morì. La cascina
dov'egli abitava, nei dintorni dei Cappuccini, fuori di Porta-Giulia,
fu invasa dalle acque. Le acque inondarono tutta la campagna, dal
colle d'Orlando fino al Colle di Castellammare; e, poichè avevano
attraversato vastissimi sedimenti d'argilla, erano sanguigne come
nella favola antica. Le cime degli alberi emergevano qua e là su quel
sangue melmoso ed estuoso. Per intervalli, dinanzi al forte passavano
in precipizio tronchi enormi con tutte le radici, masserizie, materie
di forme irriconoscibili, gruppi di bestiami non ancora morti che
urlavano e sparivano e riapparivano e si perdevano in lontananza. I
branchi dei bovi, in ispecie, davano uno spettacolo mirabile: i grossi
corpi biancastri s'incalzavano l'un l'altro, le teste si ergevano
disperatamente fuori dell'acqua, furiosi intrecciamenti di corna
avvenivano nell'impeto del terrore. Come il mare era di levante, le
onde alla foce rigurgitavano. Il lago salso della Palata e gli estuarii
si riunirono col fiume. Il forte divenne un'isola perduta.
Nell'interno le vie si sommersero; la casa di Donna Cristina ebbe
la linea delle acque sino a metà della scala. Il fragore cresceva di
continuo, mentre le campane sonavano a distesa. I forzati, dentro le
carceri, urlavano.
Anna, credendo a qualche supremo castigo dell'Altissimo, ricorse
alla salvezza delle preghiere. Il secondo giorno, come salì su la
sommità della colombaia, non vide che acque e acque in torno sotto le
nuvole, e scorse poi cavalli sbigottiti che galoppavano in furia su le
troniere di San Vitale. Discese, stupida, con la mente sconvolta; e la
persistenza del fragore e l'oscurità dell'aria le fecero smarrire ogni
nozione del luogo e del tempo.
Quando l'alluvione cominciò a decrescere, la gente del contado entrò
nella città per mezzo di palischermi. Uomini, donne e fanciulli,
avevano su la faccia e negli occhi la stupefazione dolorosa. Tutti
narravano fatti tristi. E un bifolco dei Cappuccini venne alla casa
Basile per annunziare che Don Zacchiele se n'era andato _a marina_.
Il bifolco parlava semplicemente, narrando la morte. Disse che in
vicinanza dei Cappuccini certe femmine avevano legato i figliuoli
lattanti su la cima di un grande albero per salvarli dall'acqua e che
i vortici avevano sradicato l'albero trascinandosi le cinque creature.
Don Zacchiele stava sul tetto con altri cristiani in un mucchio
compatto, urlando; e il tetto stava già per sommergersi; e cadaveri
d'animali e rami rotti venivano già a urtare contro i disperati. Quando
finalmente l'albero dei lattanti passò di là sopra, la violenza fu così
terribile che dopo il suo passaggio non si vide più traccia di tetto nè
di cristiani.
Anna ascoltò senza piangere; e nella sua mente percossa il racconto di
quella morte, con quell'albero dei cinque pargoli e con quelli uomini
ammucchiati tutti sopra un tetto e con quei cadaveri di bestie che
andavano a urtar contro, suscitò una specie di meraviglia superstiziosa
simile a quella suscitatale da certe narrazioni del Vecchio Testamento.
Ella salì con lentezza alla sua stanza, e cercò di raccogliersi.
Il sole modesto splendeva sul davanzale; la testuggine in un angolo
dormiva ricoverata sotto il suo scudo; un cinguettío di passeri veniva
dagli émbrici. Tutte queste cose naturali, questa usuale tranquillità
della vita circonstante, a poco a poco la rasserenarono. Dal fondo di
quella momentanea calma alfine sorse chiaro il dolore; ed ella chinò la
testa sul petto, in un grande sconforto.
Allora le punse l'animo il rimorso d'aver serbato contro Zacchiele
quella specie di muto rancore per tanto tempo; e i ricordi a uno a uno
vennero ad assalirla; e le virtù del defunto le rifulgevano ora alla
memoria più religiosamente. Poichè l'onda del dolore cresceva, ella si
alzò, andò verso il letto, vi si distese bocconi. E i suoi singhiozzi
risonavano tra il cinguettío degli uccelli.
Dopo, quando le lacrime si arrestarono, la quiete della rassegnazione
cominciò a discenderle nell'animo; ed ella pensò che tutte le cose
della terra sono caduche, e che noi dobbiamo conformarci alla volontà
del Signore. L'unzione di questo semplice atto d'abbandono le sparse
sul cuore un'abbondanza di dolcezza. Ella si sentì libera da ogni
inquietudine, e trovò il riposo in quell'umile e ferma confidenza.
Da allora nella sua regola non fu che questa clausola: — La soprana
volontà di Dio, sempre giusta, sempre adorabile, sia fatta in tutte le
cose, sia lodata ed esaltata per tutta l'eternità.