VIII.

Non era dunque un sogno! La vita aveva ancora sorrisi, l'amore

aveva ancora promesse, la felicità esisteva! Ma nel momento che era

cominciata, ella aveva detto ad Enrico:

— Senti, sei tu che mi togli alla solitudine a cui m'ero rassegnata!...

Se credi ora di potermi lasciare!... Tu non mi sfuggirai più,

comprendi? Io ti strapperò il cuore con queste mani, se tu tenterai di

sfuggirmi!...

— Sarà difficile. Non me l'hai già tolto?...

Non era un sogno; però ella aveva un continuo, insaziato bisogno di

nuove conferme, tanto era incredibile.

— Ed è vero?... Tu mi vuoi tanto bene?... Hai pianto per me?...

— Credevo di morire!

— Ed è vero?... Oh, perdonami, non è diffidenza... è meraviglia, è

stupore... se tu sapessi!... È come se da un carcere eterno, buio

e freddo, io fossi passata all'aria libera e pura. Grazie! grazie!

grazie! Come ti son grata! Come ti amo!...

Tentava di metterglisi in ginocchio dinanzi; egli la rialzava,

protestando, affermando che era sua la meraviglia, la gratitudine,

ripetendole che aveva pensato sempre a lei, che l'aveva amata sempre,

che la speranza di incontrarla qualche volta gli aveva sempre sorriso.

Ella scrollava il capo, indulgentemente.

— Sarebbe troppo bello!... Questo capisco che non è possibile...

Allora, perchè non cercasti mai di me?

— Perchè... perchè tu eri d'altri...

Chinati gli occhi, in atto di riconoscere la propria colpa, ella taceva

un poco; poi gli gettava le braccia al collo, mormorando:

— Ora bisogna che tu mi ascolti... che io ti narri la storia della mia

vita, che ti faccia una confessione completa!...

E gli narrava tutto, tranne l'avventura del principe, pensando che

a giudizio degli uomini quella sua vendetta le faceva torto. Per

legittimare la caduta con Arconti, ella attestava la prepotenza della

passione, diceva di lui:

— Pochi uomini sono stati amati altrettanto...

Poi, temendo che questo ferisse l'amor proprio di Enrico, si correggeva:

— Ma non come te!.. L'amai, è vero, sulle prime, quando credetti

al suo sentimento... ma la benda mi cadde subito dagli occhi; egli

non amava che sè stesso!... non credeva a niente, era impastato di

scetticismo, inbevuto di vanità!... Non come te; tu sei buono, gentile,

sei sempre quello che m'innamorasti fanciulla!... Anch'io ho pensato

a te, quand'eri lontano; ma le vicende della vita... le fatalità del

destino....

Però conveniva di essere stata molto sciocca a resistergli tanto a

lungo, a fuggirlo, a rischiare di perdere quella felicità, la prima,

l'unica che aveva mai provata!

— O dunque? — chiedeva egli.

— Ah! tu non sai di quale amarezza fui abbeverata! come disperavo di

tutto!...

E gli narrava l'immenso disinganno sofferto, il naufragio della sua

fede, la morte del cuore. Come credere in qualche cosa, quando l'uomo

pel quale ella aveva tutto sacrificato si era ridotto a deriderla,

a maltrattarla? Ella esagerava i torti di Arconti, col bisogno di

sentirsi dare ragione, di vedersi compianta; e come le esclamazioni di

Enrico la sollevavano, ella soggiungeva:

— Vedi? avevo ragione di dubitare? Ho ragione se talvolta voglio

sentirti ripetere che mi ami, che non mi abbandonerai, che non farai

come gli altri?

Ma, nel ripetergli queste domande, ella s'interrompeva dicendo, con un

sorriso, per farsi tollerare:

— Come sono, noiosa? Non mi dar retta!

Egli non aveva l'eloquenza dell'altro, non sapeva trovare di quelle

espressioni poetiche che l'avevano un tempo sedotta; non scriveva di

quelle lettere che l'avevano ubbriacata; ma ella pensava che fosse

meglio così. Aveva troppo provato la falsità vuota di quella rettorica

per apprezzarla ancora; la prosa umile ma schietta del linguaggio

ordinario non era la più conveniente espressione della verità? Senza

declamazioni, egli le provava d'amarla, faceva tutto ciò che ella

voleva, non le rimproverava mai il suo passato. Ella però temeva che

il pensiero dell'altro dovesse funestarlo; per questo, gli propose di

andar via da Roma.

— Qui tu sei esposto ad incontrarlo ogni giorno; capisco che non deve

farti piacere! Per quanto grande possa essere la tua fiducia in me,

egli ti deve dar ombra...

— Io non t'ho dato motivo di sospettarlo!

— Lo so!... lo so!... E te ne ringrazio... Ma se tu sei pieno di fede,

io ho sempre paura. Credi a me, sarà meglio andar via...

Però egli non volle. In fondo, l'idea di buttar giù la sua casa, di

trovarsi fra gente sconosciuta, non le sorrideva molto; ella vi si

rassegnava come ad un vero sacrifizio, ad una prova d'amore, e dinanzi

al rifiuto di Enrico, si sentì vinta da un nuovo impeto di gratitudine.

— Come sei generoso!... Se sapessi come questa tua fiducia mi fa bene,

come ingigantisce la mia devozione... Tu mi hai redenta!... I miei

errori, tutte le mie tristezze sono cancellate; tu mi ridai i miei

vent'anni, torno ad essere per opera tua come quando t'amai la prima

volta... E una risurrezione di tutto l'essere mio...

E come Enrico protestava, ella affermava, ripetutamente:

— Sì, sì, redenta!... senza l'amor tuo, chissà che cosa sarebbe

accaduto di me!...

Ed aveva fatta una scoperta:

— Io ti debbo tutto, tu mi hai tratto da un abisso di miseria, hai

impedito che finissi di perdermi; ed io non ho fatto nulla per te...

— Proprio? Nulla?

— Nulla!... Ti ho data tutta me stessa... gran che!... valgo così

poco!... e poi, se ti amavo!... Ma di noi due, chi è in debito verso

l'altro son io!... Non dir di no; è così, lo so!... E vedi, tu puoi

farmi quel che ti piace, maltrattarmi, tradirmi; io non mi lagnerò,

accetterò tutto da te...

Forse ella commetteva un errore dicendogli questo; ma era così fatta,

da mettersi tutta nei suoi affetti, da non calcolare mai. Del resto,

egli non le dava motivo di pentirsene. Quella vita che la serietà

e la gelosia di Arconti non le avevano consentito, adesso ella era

libera di farla. Enrico rispondeva al tipo dell'uomo di mondo che ella

aveva vagheggiato: s'era fatto ammettere al _Circolo delle Caccie_,

amava la società, andava a cavallo, giuocava, fin troppo, ma ella vi

avrebbe posto riparo. Le presentava i suoi amici, non essendo geloso,

o piuttosto sapendo di non averne motivo; l'accompagnava dovunque, era

sempre al suo fianco premuroso ed allegro. Ella dava dei pranzi, delle

cene; invitava dei giovanotti scapoli, artisti in voga, giornalisti che

parlavano delle sue serate, della grazia con cui ella faceva gli onori

di casa.

Il principe di Lucrino era fra gli assidui. Nel rivederlo la prima

volta, ella s'era sentita avvampare; a poco a poco il suo disagio

dinanzi a lui scemò. Come aveva cominciato ad alludere alla sua breve

fortuna, ella tagliò corto:

— Se tiene a venire in casa mia, non parli di questo.

Però il principe aveva di tanto in tanto delle pose romantiche; quando

pronunziava certe parole: il _passato_, le _memorie_, le sottolineava,

guardandola fiso. Per fortuna, Enrico non sapeva nulla. Una sera le

disse:

— Sai chi ho conosciuto? Arconti.

Ella chinò un momento gli occhi; poi gli chiese, gettandogli le braccia

al collo:

— Che cos'hai provato?

— Niente.

— No, non fingere!... Dimmi la verità!... dimmi che hai sofferto!...

non me ne avrò a male; è una prova d'amore!...

— Ma perchè vuoi che soffrissi? non lo vidi mai con te, non fu per lui

che ti perdetti...

— Perchè non mi hai portata via?... Dovrò incontrarlo anch'io...

Ma ella sentiva risorgere la secreta curiosità di ritrovarsi in

presenza di lui: l'ignorata emozione che doveva occuparla nel rivedere

da estraneo l'uomo col quale era stata legata dalla suprema intimità,

esercitava una irrestibile attrattiva sulla sua imaginazione.

Improvvisamente, un giorno, a Piazza Colonna, lo vide; ella sentì

come se il terreno le mancasse sotto i piedi, come se le gambe le

si piegassero. Ravvisandola tardi, egli si toccò il cappello quando

già stava per passar oltre; ed ella continuava a procedere a caso,

dimenticando la sua via, col cuore tumultuante, la mente inondata da un

mare di ricordi... Sapeva egli la sua relazione con Sartana? Ne provava

gelosia o dispetto?... Avrebbe voluto mostrarglisi a fianco di Enrico,

dimostrargli che altri l'amava meglio di lui, la faceva più felice di

lui... Poi s'indispettiva contro sè stessa per quei pensieri che gli

accordava; ma tornava sempre ad averlo presente, e adesso, come se la

gente si fosse data un'intesa, ella non udiva parlare se non di lui;

dei suoi successi politici, del bene che voleva a sua moglie, della

passione che questa gli portava, della vita nascosta, tutta intima,

nella quale essi custodivano la loro felicità. Una curiosità più acre

di vedere questa donna la pungeva assiduamente; un giorno la scorse

finalmente, appesa al braccio di lui, col capo lievemente reclinato,

tutta intenta a udire qualche cosa che egli le mormorava. Un tipo

superbo di bellezza bruna, agile e forte: ella ne conveniva; e qualche

cosa come un rancore impotente, come una gelosia umiliata nasceva in

lei, insieme con una sorda disperazione, perchè, in fondo all'anima,

inconfessata fin lì, ella aveva nutrita l'idea di rivedere quell'uomo,

di provare ancora su di lui il suo potere, e perchè adesso comprendeva

che questo era impossibile! Ma la sua fantasia ammalata la gettava

in pieno dramma: ella si vedeva apparire come lo spettro del rimorso

in mezzo a quei due, imaginava le supplicazioni della donna, pensava

al risveglio della passione nell'uomo, lo scacciava lungi da sè,

sorda, inflessibile, spietata... Sorrideva compassionevolmente di sè

stessa: non avrebbe mai dunque messo senno? non era ancora ammaestrata

abbastanza?... Però, tutt'ad un tratto, ella si sentiva scontenta del

presente; la nuova passione le pareva meschina in confronto dell'altra,

Enrico di tanto inferiore ad Arconti. Non le erano venuti da costui

tutti i dolori? Che cosa voleva dunque dire quel nuovo, più acerbo

rimpianto di un passato aborrito?...

Per soffocarlo, ella lavorava a rappresentarsi il danno che quell'uomo

le aveva fatto; ma i ricordi amari non avevano presa, la sua

imaginazione fuorviava, le metteva invece dinanzi tutte le dolcezze

d'una passione che era stata la poesia della sua vita. Il viaggio a

Parigi ed a Londra! Le sedute della Camera dov'ella riascoltava le

parole che aveva udite per la prima! Le lunghe sere d'inverno passate a

discutere intorno a ciò che v'era di più alto nella vita del pensiero!

L'inaugurazione del _Nido_ ancora tutto pieno di ricordi di lui...

Aveva egli potuto dimenticar queste cose? Ella stessa, un tempo, le

aveva dimenticate! Non s'era stancata di quell'uomo? Non aveva trovato

che egli non la contentava, che non rispondeva al tipo da lei ideato?

E adesso che tutto era finito, si sorprendeva a rimpiangerlo!...

L'amore d'Enrico non dava un pascolo al suo bisogno d'arcane esultanze.

Egli era buono, pieno di cure; ma non aveva l'intelletto, la parola

dell'altro. Ora ella s'accorgeva d'essersi ingannata nel credere che

l'amor puro della giovinezza potesse rinascere, in lei che era passata

per tante prove, nell'uomo che aveva tanto vissuto. Egli le narrava le

relazioni avute durante il matrimonio e dopo la separazione: ne parlava

come di capricci, di legami fugaci, di avventure di corta durata,

con leggerezza e con una evidente disistima delle donne. Affermava

che adesso era un'altra cosa; ma dicendo di credergli, ella sentiva

crescere invece il proprio scetticismo. Non solamente quell'uomo le

pareva leggiero, ma la stessa fede nell'amore tornava a scuotersi, ed

ella non credeva neppure a sè stessa... Tutte le parole che diceva a

costui, le aveva dette all'altro: «Non ho che te... Tu m'hai rivelata

la vita... Noi ci ameremo eternamente...» Come crederle più?

Poi si faceva una ragione: queste cose la stupivano perchè ella

non aveva ancora esperienza, ma il mondo era stato sempre così! A

guardarsi intorno, non trovava una moltitudine di creature nella sua

stessa condizione? Bisognava dunque accettarla rassegnatamente! E si

riattaccava ad Enrico, gli dava tutta sè stessa, voleva esaltarlo e

denigrare quell'altro. Era stata presa dalla tentazione di bruciare

tutte le lettere antiche; ma, avendone letta una, la prima capitata

nel fascio, non potè, non si fidò neppure di continuar la lettura,

sentendosi afferrata da quel passato... Però, all'idea che Arconti

potesse sospettare questo, pensare che ella lo rimpiangeva, il suo

sentimento diventava una specie di livore furente. Voleva scrivergli

di restituirle le sue proprie lettere, i suoi ritratti, per fargli

intendere che s'ingannava, se pensava questo... E un giorno un

fattorino lasciò da lei un pacco; ella riconobbe nell'indirizzo il

carattere di Arconti. Ruppe i suggelli con le mani, tolse febbrilmente

l'involto: v'erano tutte le sue lettere e tutti i suoi ritratti che

egli le restituiva con una semplice carta da visita. Allora, ella si

sentì così miserabile, che si mise a piangere.

Più che al tempo dell'abbandono patito, ella comprendeva che adesso

tutto era finito tra loro, radicalmente, per sempre. Fin quando quelle

lettere erano rimaste in potere di lui, aveva potuto supporre che egli

se la vedesse accanto in idea, che rammentasse almeno il posto da lei

preso nella sua vita; adesso egli le mandava indietro come cose inutili

e vili, respingeva la sua stessa memoria! E ciò che vinceva il suo

dolore, era lo sbalordimento prodotto dalle contradizioni per le quali

passava, dalla rivelazione dello spaventevole abisso che era l'anima

umana... E sapendo bene che ella non l'avrebbe mai fatto, pensava

adesso di andarlo a cercare, di dirgli: «Non mi riconosci più? Non

valgo dunque più nulla? Guardami: hai proprio tutto dimenticato?...»

La sera, Enrico vide il biglietto che ella non aveva pensato a

nascondere; le chiese:

— È venuto?

— No. M'ha restituite le mie lettere.

— Le chiedesti tu?

— Sì; mi seccava lasciargliele.

Egli le prese una mano, la guardò negli occhi.

— Che impressione hai provata?

— Nessuna.

Nello sguardo dell'uomo parve a lei di leggere un timido rimprovero,

come se egli avesse compreso il principio di molestia che le dettava

quella nuda risposta.

— Perchè non vuoi dirmelo?

— Ma te l'ho detto... Non ho provato nulla.

Egli aggrottò un poco le ciglia, scosse appena il capo; poi disse,

molto piano:

— È lo stesso... lo so... Egli t'amava meglio di me.

V'era, per la prima volta, un'umiltà così triste e rassegnata

nell'accento di lui, che ella sentì una pena acutissima morderle il

cuore. Gli s'afferrò a un tratto alle spalle, lo costrinse a guardarla.

— Perchè dici questo?... Enrico?... Rispondi!

Egli rispose, sempre molto piano:

— Perchè... perchè io non so dirti le cose che ti diceva lui, perchè

egli ti sapeva comprendere... perchè io valgo meno...

Ella proruppe:

— Oh! oh!... Amore!... Amor mio!... Povero Amore!

Si strinse, s'avvinghiò a lui, comprendendo il male immeritato che gli

aveva fatto, il pericolo di perderlo a cui s'esponeva da quella stolta

che era.

— Ma tu non sai quel che mi fece soffrire?... E tu credi che l'amore si

pesi, che le parole lo misurino?... Ognuno ama come sa... Anch'io non

ti so dire che l'amor tuo è tutta la mia vita... Guardami!... Il tuo

sguardo è sincero, le sue parole mentivano...

Ella stessa mentiva! Era vero! Dell'uomo che adesso aveva a fianco

vedeva i difetti, e di quello che aveva perduto apprezzava le

qualità!... Ma se Arconti non le aveva procurato i trionfi mondani, e

se Enrico non appagava il suo bisogno di sodisfazioni intellettuali,

non v'erano altri capaci di darle tutto ad un tempo? Quando udiva

parlare delle passioni altrui, supponeva che fossero come quelle da

lei sognate: straordinarie, eccelse, immortali! Forse era un inganno,

perchè due creature non avrebbero potuto conoscersi intimamente senza

scoprirsi dei difetti, senza andare incontro a dei malintesi...

L'amore ideale era dunque quello che si salvava dalle cadute, che

non si confessava neppure, che si nutriva secretamente ad insaputa

dell'oggetto amato?... Ma ella ne aveva provato uno così, per Morani...

e adesso s'accorgeva che questo non aveva lasciato nessuna traccia nel

suo cuore e nel suo pensiero, che lo stesso ricordo se n'era disperso,

come se non fosse sorto mai!... Ve n'era dunque qualcuno a cui si

potesse credere? Quello d'Enrico non sarebbe morto anch'esso — se pure

viveva?...

Per stordirsi, s'ingolfava sempre più nella vita mondana. La toletta,

le conversazioni, i balli, i teatri la distraevano; in società

ella ritrovava la sicurezza di valer molto ancora. A poco a poco,

il ricordo di Arconti, che ella non incontrava più, si tornò a

cancellare. Un periodo di calma cominciò, durante il quale ella fece

però una dolorosa scoperta: ingrassava. Le sue vesti non le andavano

più, il busto doveva essere continuamente slargato... Ella avrebbe

tutto preferito a questo disastro, alla deformazione del suo corpo,

al sintomo prosaico e volgare d'un vegetamento materiale. A parecchi

per volta, metteva in opera tutti gli espedienti adatti a combattere

quell'indecente grassezza: dei giorni andava in giro dalla mattina

alla sera, non beveva acqua, non toccava pane, si privava di dolci e

di gelati, si saturava d'aceto e di farmaci: ma non riusciva a nulla.

L'idea di perdere la _ligne_ la disperava: si stringeva i fianchi

fino alla soffocazione, evitava di guardarsi allo specchio che le

rivelava quella mostruosità. E un giorno che vi si mirò da presso,

contro la luce, ne scoprì un'altra: sulle tempie, sulla fronte,

aveva dei fili d'argento... Cominciò per strapparli, certa che non

avrebbe adoperata una tintura; però, col tempo, come ricrescevano

moltiplicandosi, discusse tra sè la convenienza di tingerli. Se ella

fosse stata vecchia, non avrebbe pensato a un artifizio ridicolo;

ma aveva trentott'anni, quella canizie era troppo precoce, poteva e

doveva combattersi... Il giorno che adoperò la tintura, una tristezza

mortale le chiuse il cuore, insieme con una specie di rimorso, come

se avesse fatto qualche cosa di male. Con Enrico, ella parlò della sua

vecchiezza; gli disse, passandosi una mano sulla fronte:

— Mio Dio, come posso ancora piacerti!

Avrebbe voluto che egli la rassicurasse, che affermasse ancora la

forza della sua seduzione; ma egli non diceva niente. S'intiepidiva

anche lui?... Certi giorni, sentendo che egli non era più quello di

prima, ella lo interrogava ansiosamente, volendo esser confortata,

rassicurata, sperando che ella stessa si sarebbe infiammata: egli

rispondeva che era sempre lo stesso.

— Perchè non mi dici dunque delle cose care?

— _Ognuno ama come sa!_

Egli aveva preso in mala parte quelle sue parole, le ripeteva con

una intonazione sottilmente ironica, come se contenessero un biasimo

per lui. L'amor proprio dell'uomo era rimasto offeso dalla coscienza

d'una inferiorità dinanzi ad Arconti; e tutto ciò che ella tentava

per dissipare quella persuasione, era invano. Ella si umiliava, gli

domandava perdono; poi gli proponeva di andar via, lo scongiurava di

dirle se v'era qualcosa in lei che gli dispiacesse; egli rispondeva:

— No, no.

— Ma dunque, che hai? Perchè mi rimproveri? Perchè mi accusi?

— Non t'accuso. Capisco...

— Che cosa? di' su!...

— Che non ti contento, che non sono fatto per te...

Ogni protesta era inutile: egli scrollava il capo, cedeva per poco

dinanzi all'insistenza dolente di lei; poi ricominciava. Allora, ella

esclamava:

— Ma non capisci che se tu non combatti questa triste persuasione,

l'amor tuo si scuoterà?...

— Sei tu che mi sfuggi...

— Io? Io?... Ma come?... Come debbo fare per mostrarti quanto t'amo?...

Che cosa ti dà ombra?... Sei geloso di qualcuno?...

— No...

— Non lo negare, confessalo!... Non fare come l'altro, non covare

qualche cosa nell'animo... Sarà funesto: credi a me che l'ho imparato

a mie spese... Di', sei geloso?...

— No, ma no!...

Ella finiva per credergli, poichè la sua gelosia sarebbe stata senza

ragione.

Non voleva notare nessuno fra quelli che le facevano la corte,

metteva a posto il principe di Lucrino che tornava a rappresentarle

il tormento del ricordo; ma delle ore di scoraggiamento suonavano per

lei, durante le quali sentiva che tutte le sue prove non erano per

anco superate. L'orgoglio di Enrico, che ella aveva involontariamente

offeso, non s'acquetava; ma quando pure egli non avesse avvertita la

propria inferiorità dinanzi ad Arconti, l'idea d'esser venuto dopo,

la confessione del suo passato che ella gli aveva fatta, non doveva

intiepidirlo?... Ella aveva intuito tutto questo, a Palermo; gli

ammaestramenti della vita non giovavano proprio a nulla?... Però,

dinanzi al mutato contegno dell'amante, ella riconosceva tutta la

sciocchezza delle proprie inguaribili pose sentimentali. No, il suo

passato di fanciulla non era risorto per virtù di quell'uomo: egli

aveva capito soltanto di poterne trarre profitto. No, quell'amore

non l'aveva redenta, l'aveva compromessa peggio: non l'avvertiva

nei discorsi della gente, nel contegno più libero degli uomini,

nell'ostilità crescente delle donne?... Alcuni credevano ancora che

la sua relazione con Arconti non fosse rotta, altri le davano nuovi

amanti. Ella alzava le spalle; ma la sua indifferenza cessò il giorno

in cui apprese la voce incominciata a diffondersi: che ella s'era

messa con Sartana calcolando sopra un doppio divorzio per farsi

sposare da lui e divenire duchessa!... Così, nello stesso punto in

cui ella apprezzava il nuovo danno che s'era cagionato, la malvagità

sempre desta le attribuiva l'intenzione di un indegno mercato! Era

dunque inutile aver sempre pagato del proprio, non aver ricavato che

dolori dalle sue cadute: bisognava ancora subir l'onta di quest'altro

sospetto!...

E nel ripeterle che non l'accontentava, Enrico alludeva adesso a

qualcuno di quelli che le stavano intorno. Ella esclamava:

— Senti, ho sofferto abbastanza; non mi fido più di lottare. Se

tu cerchi dei pretesti perchè non m'ami più, dimmelo francamente;

preferirò una dichiarazione leale, per dolorosa che possa essere...

Egli protestava abbracciandola fitta:

— Io non amarti più? Ma è la paura di perderti che mi fa dir questo!...

— Oh! Sarai tu che mi lascerai...

Dei buoni giorni venivano ancora. Per dissipare le paure di lui, ella

metteva in canzonatura i proprii adoratori: delle figure brutte,

dei tipi quasi comici: Respini, uno spadaccino stomachevole con la

presunzione d'un coraggio a cui ella non credeva; Forti, un letterato

che parlava in punta di forchetta, dicendo _debbe_ invece di _deve_ e

_qualsivoglia persona_ invece di _ognuno_.

— E puoi credere che io ti preferisca uno di costoro? Ma rendi un po'

di giustizia al mio buon gusto, almeno! Se io non fossi piena di te, se

volessi _flirtare_, sceglierei qualcuno che ne valesse la pena!...

— Per esempio?...

— Ma, non saprei...

Allora, egli cominciava a nominare della gente, senza indovinare. La

corte di Giacomo Spinola, il bel poeta, l'elegante romanziere di cui

tutti parlavano, l'avrebbe molto lusingata; e se uno di quei principi

reali di cui ella ammirava il coraggio e le virtù l'avesse voluta, come

avrebbe potuto resistergli?...

Nessuno le piaceva fra quelli che la circondavano; un giorno, però,

le presentarono un giovane del quale ella aveva molto sentito parlare

come d'un ingegno fuor del comune, destinato a un brillante avvenire:

Vittorio Bergati, il figliuolo dell'ex-ministro degli esteri. Di

persona era avvenente, bastarono pochi minuti di conversazione perchè

ella accertasse che la sua reputazione non era usurpata. Il martedì

seguente si presentò da lei. L'eleganza e la competenza mondana di

Enrico le parvero a un tratto mediocri dinanzi a quelle del giovane,

che aveva passato molti anni a Parigi per completarvi i suoi studii.

Era Toscano, e la sua voce aveva un timbro indefinibile, pieno di

turbamento; sapeva parlare di tutto, d'arte sopratutto; era intimo di

Alessandro Dumas; in quella prima visita le narrò l'intreccio della

commedia alla quale l'autore da lei ammirato lavorava da tempo. Restò

a lungo, fin quando tutti gli altri se ne furono andati; si alzò a un

tratto, quasi facendosi forza e dicendo:

— La sua conversazione è così piena di_ charme!_...

Ella restò seduta nell'angolo del suo divano, non udì la voce del

cameriere che annunziava:

— La signora è servita.

Perchè quella figura l'attraeva? Perchè pensava a lui?... Il domani

egli mandò delle novità francesi che le aveva promesse; erano

accompagnate da un bigliettino in cui glie ne chiedeva dei giudizii.

Quando Enrico lo lesse, non disse nulla; indugiò soltanto un poco a

rimetterlo sul tavolo.

— Lo conosci? — chiese ella.

— Sì... — rispose con un dubbio e impercettibile sorriso.

— È un giovane garbato, intelligente...

— Con questo, si può _flirtare?_

Ella sorrise più schiettamente. Rispose a lungo a Bergati riferendogli

le sue impressioni su quei libri; egli ne mandò altri dicendole: «I

suoi giudizii si potrebbero stampare con la firma del Sainte-Beuve.»

Allora, quella corrispondenza si fece più assidua. Egli veniva ogni

martedì, ma le sue parole non esprimevano altro che un'ammirazione

deferente; nelle lettere era più esplicito, in una le chiedeva di

annoverarlo fra i suoi amici, un'altra finiva dicendo: «Si rammenti

Ella qualche volta del più devoto dei suoi amici, che si ricorda sempre

di Lei.»

Ella lasciava le lettere sul tavolo; quando Enrico lesse quelle parole,

osservò:

— Questa, al mio paese, non si chiama una dichiarazione?

— Come sei sospettoso!... È un complimento di chiusura.

— Ah, si fanno così i complimenti?... Non lo sapevo... È vero che io

non so scrivere...

Era stupita della specie di divinazione ch'egli aveva del pericolo.

Le lodi di Bergati l'inebbriavano; il salotto le parve vuoto il

primo giorno che egli mancò; aspettava le sue lettere con un'ansia

secreta, le divorava — e adesso le nascondeva, poichè venivano con tale

frequenza che avrebbero accresciuti i sospetti di Enrico. Come costui

si faceva più freddo, ella gli chiedeva:

— Che hai?... Dillo una buona volta!...

— Che cosa vedi?

Restavano a lungo senza dir niente, poi ella esclamava:

— Siete tutti ad un modo!

— Sì, hai ragione...

Adesso, ella pensava che le rispondesse apposta così, perchè era stanco

di lei, per spingerla ad una rottura; e i progressi della sua simpatia

per l'altro la spaventavano. Ora, nelle parole del giovane v'erano

delle reticenze piene di turbamento, i suoi sguardi l'abbracciavano

tutta; egli l'aspettava per le vie, l'accompagnava a casa, nell'ora

dolce del crepuscolo — ed ella si chiedeva: «Ignora che io non sono

libera? Crede che io possa spartirmi fra loro?...» A questo pensiero,

si ribellava: mai sarebbe scesa tanto giù!

A certi momenti, una tristezza infinita la guadagnava; avea voglia di

chiudersi in camera a piangere tutta sola; se Enrico era con lei e le

chiedeva che avesse, rispondeva:

— Non dirmi nulla; soffro.

Egli restava un poco senza parlare, poi se ne andava. La notte ella

aveva dei sogni torbidi, in cui vedeva dei presagi di sventura. Ed a

Bergati, quando erano soli, quando la conversazione prendeva il tono

d'una confidenza, ella parlava del vuoto della sua vita — come ne

aveva parlato all'altro!... Ma se il suo amante era stanco di lei?..

E la stessa voce del doppio divorzio, del calcolo che ella avrebbe

fatto dandosi a Sartana, l'induceva a provare il suo disinteresse,

riprendendo la sua libertà.

Già Enrico parlava di partire per Napoli, dove lo chiamava una lite

di sua moglie, una storia che le pareva un pretesto. Ah! ella non

avrebbe sofferto una seconda volta l'umiliazione dell'abbandono! E

come anche Bergati minacciava d'andarsene a Parigi, dove aveva un

fratello accasato, ella scrollava il capo, pensando tra sè: «No, che

non partirai per adesso!...»

Un sabato, mentre ella leggeva accanto alla finestra, il cameriere le

recò una carta di lui, _cornée_ e con due parole scritte su a lapis:

_per congedo_. Di scatto, ella disse:

— È andato via?

— Nossignora, aspetta di sapere se la signora è in casa.

— Fatelo passare.

Il biglietto era caduto per terra; ella si strinse con le mani le

tempie, nel tardo pentimento di quel consenso che la perdeva. Ma se

partiva per sempre! Se forse partiva per lei, non reggendo al tormento

di saperla di un altro! No, no: egli non poteva partire così!...

Ella dunque voleva ricominciare un'altra volta? Non era ammaestrata

abbastanza? Non si sentiva vecchia oramai, giunta all'età della

rinunzia?... Ma fattasi allo specchio per acconciarsi i capelli, ella

trovava che no, e la secreta brama di sentirsi apprezzata da lui la

struggeva... E cadere ancora! precipitare sempre più giù... Ma non era

la ferrea legge del suo destino? A che pro ribellarsi? Ella scrollava

le spalle: oramai! oramai!... Ed Enrico? come lasciarlo?... Non era

invece egli stesso che non la voleva?...

Il cameriere annunziò:

— È di là.

Prima di schiuder l'uscio del salotto, ella si compresse forte il

cuore: le batteva come se fosse sul punto di rompersi. Aprì con un atto

di risoluzione, gli andò incontro col braccio disteso:

— Sono lieta di poterle stringere la mano, se parte...

— Al contrario, son io che la ringrazio... e le chiedo scusa di aver

forzato la consegna...

— Ma per lei non teneva! Due vecchi amici come noi non si lasciano

senza salutarsi, non è vero? Va a Parigi?

— Sì.

— Spero bene — aggiunse subito, con aria disinvolta — che non ci lascia

per sempre, che la rivedremo presto?

Egli rispose, vagamente:

— Non so.

Tacquero un poco entrambi. Ella gli chiese notizie della famiglia di

suo fratello, ma non udiva le parole di lui. Pensava: «È una prova che

vuol fare? Che cosa mi dirà?...»

— E lei, stette molto a Parigi?

— Oh, pochissimo: due mesi appena. Ma è una città che mi attira... La

saluti per me!

— Se avesse dei comandi da darmi...

— Grazie!

Egli s'alzò; stringendole la mano, continuava:

— Mi farebbe il più gradito dei regali!

— Grazie... Non so, in questo momento... Parte subito?

— Domani l'altro.

— Avrò dunque il tempo di pensarci. Grazie, comunque...

Allora, come le mani si sciolsero, come lo vide allontanarsi, sparire

dietro la cortina dell'uscio, ella si morse le labbra, stese le

braccia, e repentinamente passò di là, chiamando:

— Allora senta, Bergati....

Egli tornò, fissandola in viso.

— Volevo dirle, se può incaricarsi...

Fu costretta ad appoggiarsi alla spalliera d'una poltrona. Il giovane

buttò ad un tratto la sua mazza e il cappello, l'afferrò pel braccio

che usciva nudo dall'ampia manica della veste da camera, esclamando,

con l'espressione dell'estasi:

— Ah!... ah!... non si resiste, non è possibile!... Volevo fuggirvi, io

che v'adoro!...

Ella si velò la faccia con le mani, egli la stringeva alla vita,

tentando baciarle la guancia. Doveva dirgli: «Ma io non posso esser

vostra!...» e sentiva che la sua condotta le toglieva ogni possibilità

di resistenza. Come l'imagine di Enrico sorse nella sua memoria, si

lasciò cadere sulla poltrona, esclamando:

— Mio Dio! Mio Dio! Perchè avete fatto questo?...

Il giovane le era in ginocchio dinanzi, le sollevava il capo, e

una musica di parole or sommesse ora vibrate, dolcissime tutte, le

carezzava l'orecchio:

— Di che temete, povero cuore?... Io vi chiedo di lasciarvi adorare,

come una Madonna, dall'ombra... Se sapeste che meraviglia!... Non credo

ai miei sensi... Che gratitudine sarà la mia!... Come v'ho amata, da

lontano, prima di conoscervi ancora, comprendendo che voi sola eravate

degna d'amore! Come credetti di sognare, quando ottenni la vostra

intimità, quando compresi di non esservi indifferente, quando voi mi

confidaste le tristezze della vostra vita!... Farvele dimenticare è

tutta la mia ambizione. Che orgoglio metterò nell'obbedire tutte le

vostre volontà, tutte! tutte! Sorridete dunque, dolcezza...

E fece per baciarla sulla bocca.

— Ah!

— No, no... se non volete...

Ella lo respingeva ancora automaticamente, scongiurando:

— Lasciatemi, per pietà...

— Ebbene... non v'è felicità eguale a questa di starvi vicino, ma se

voi non volete... guardate: obbedirò...

Allora ella disse:

— Non partirete?

— Ma no! Credevate che fosse possibile?... Resterò vicino a voi, vi

scriverò, tutti i giorni! consentirete che venga talvolta?...

— I martedì solamente?

— Solamente!... Sarete contenta di me!... Mi date adesso quel fiore?

Ella aveva una rosa appuntata alla cintura, una povera rosa mezzo

sfogliata da quella tempesta: la portò alle labbra, glie la porse. Egli

ne bevve il profumo, baciandola.

— Adesso, lasciatemi...

Egli le baciò la mano, dall'uscio le mandò ancora un bacio sulla punta

delle dita. Ella s'alzò, scuotendosi per tutta la persona, coi pugni

chiusi, le braccia distese, mormorando in un sibilo: «È fatto!...»

Non le era permesso nessun dubbio; sapeva che cosa sarebbe stata

l'obbedienza di quell'uomo. Ed era stata lei! E non aveva trovata una

parola di protesta, neppure per fingere! E qualche ora dopo, mentre era

ancora tutta piena di lui, Enrico appariva!

— Ho una notizia da darti, — egli disse.

— Che c'è'?

— Debbo andare a Napoli, per la lite di mia moglie.

Un senso infinito di sollievo la penetrò ad un tratto. Ella aveva del

tempo dinanzi a sè, qualche cosa sarebbe accaduto. Enrico era molto

freddo, parlava unicamente di quella seccatura capitatagli addosso;

andò via prima dell'ora consueta.

— Tornerai presto?

— Appena potrò.

La menzogna, la doppiezza orribile, il rimorso atroce le erano

risparmiati! E le lettere di Vittorio cominciarono a piovere: vibranti

di passione, traboccanti di poesia, più belle, più inebbrianti di

quelle di Arconti. Ella gli rispondeva, scongiurandolo di esser più

calmo, di rammentarsi la promessa obbedienza. Il martedì seguente venne

a trovarla; per fortuna, il suo salotto era sempre pieno di gente.

Egli scriveva ancora, ed Enrico, da Napoli, non le mandava neppure

un rigo. Vittorio veniva a trovarla a teatro, l'aspettava per via,

sollecitava in premio della sua saggezza dei convegni dinanzi alla

gente, che ella non poteva negargli. Ma lottava ancora, aspettando

sempre che l'altro si ricordasse di lei, la sorreggesse con una buona

parola, con un richiamo alle passate dolcezze. Non veniva nulla. Ella

resisteva sempre, ma cominciando a capitolare tra sè, dicendosi: «Se

oggi non scriverà, se domani non scriverà...» I giorni passavano, le

lettere di Vittorio le creavano intorno una calda, struggente atmosfera

di passione. Erano due mesi appena che l'aveva conosciuto; il giorno

in cui si compirono, egli le mandò un libriccino in forma di piccolo

album, rilegato in rosso. Aveva per titolo: _Le livre des Pensées_;

su ciascun foglio di cartoncino erano appiccicate delle _pensées_

variopinte, screziate come grandi ale di farfalle, e scritti dei

pensieri d'amore, in francese: «Lorsque vous vous réveillez, et que le

premier rayon de lumière frappe vos yeux, dites-vous: Il m'aime et ce

rayon m'apporte son salut... Lorsque vous lisez dans les livres des

mots d'amour, songez que les plus beaux, les plus tendres, les plus

suaves vous viennent de moi.... Lorsque vous êtes gaie, songez que

votre sourire est ma raison de vivre... Lorsque vous voyez des fleurs,

songez que je voudrais les faucher toutes, en faire des tapis pour vos

pieds, des parures pour vos cheveux, des couches pour votre corps...»

Ella rimase come stordita da quella lettura. Il domani, andò fuori

a piedi, girò lungamente; stanca, stava per salire in carrozzella a

piazza di Spagna per tornare a casa, quand'egli le si avvicinò. Per non

perdere la sua compagnia, rinunziò alla carrozza. In mezzo ai discorsi

indifferenti, egli metteva all'improvviso delle parole d'amore, dette

sommessamente, con voce turbatrice, quasi all'orecchio. La stanchezza

di lei cresceva; la via era lunga, l'aria scura, le prime fiammelle di

gas brillavano nelle mostre dei magazzini. Le gambe le si piegavano:

avrebbe voluto appoggiarsi al suo braccio, cadere con lui su qualche

cosa di soffice. Continuò ancora ad avanzarsi, a trascinarsi fino a

casa. Quando furono presso al portone, egli disse, piano:

— Mi permettete di salire un istante?

— No... no...

— Perchè? che c'è di male?... Un istante, volete?

Ella pensò: «Se il portiere mi desse una lettera di Enrico!» Il

portiere non aveva nulla.

Enrico arrivò il domani. Ella lo ricevette nel salotto, respinse

l'abbraccio che tentava di darle con un'aria gioconda.

— Che hai?... Mi accogli così?

Ella disse, con voce gelata:

— Credo che v'inganniate. Non v'è fra noi più nulla di comune.

— Teresa!... Che accade?... Perchè?... Sei tu che dici questo?

— Siete stato voi che m'avete lasciata come si lascia una cameriera.

Per quindici giorni, non m'avete scritto un rigo, non m'avete degnata

d'un pensiero. Adesso, vorreste ricominciare quel che vi torna comodo:

vi ripeto che v'ingannate.

Egli si passò una mano sulla fronte; disse, smarrito:

— Tu mi scacci?... Ma è un sogno?... Ma non ti ho scritto, perchè

ero in collera con te... perchè tu mi lasciasti andar via, senza una

parola, senza un rammarico... — Le afferrò a un tratto una mano, la

strinse malgrado la resistenza di lei. — Teresa!... guardami!... son

io!...

— Lasciatemi...

— Il tuo Enrico... quello che ti vuol tanto bene... E che anche tu vuoi

bene... quello a cui hai dette tante parole care, a cui hai giurato

tanto amore!... — Le si appressò ancora di più, ella tremava come

per febbre. — Teresa!... Infine, non è ragionevole, per due, per tre

lettere... per un broncio da innamorati... Se io ti voglio bene ancora!

sempre!... Teresa, Teresa mia...

Come avanzò le labbra contro le sue, ella gettò la testa indietro,

chiudendo gli occhi.

— Non mi baciate.

Egli la lasciò. Si guardò intorno, fece qualche passo, le tornò vicino.

— Tu dunque... non m'ami più?... Tu ami un altro?...

Ella non rispose. Nel silenzio, s'udiva il moto cadenzato dell'orologio

dell'anticamera. Con un altro tono di voce, egli riprese:

— Perchè non volete dirlo?... Voi siete leale, la menzogna vi

ripugna... Perchè mentire?... Voi amate un altro... Bergati?...

Ella non rispose. L'altro continuò, abbassando talmente la voce che

s'udiva appena:

— V'ama anch'egli?.. Ve l'ha detto?... Siete sua?

Ella si nascose ancora il viso tra le mani.

Allora, quell'uomo che ella aveva giudicato leggiero, incapace d'un

forte sentimento, stanco di lei, scoppiò in un pianto così dirotto,

così convulso, così tempestoso, che ella si sentì straziare.

— Mio Dio!... Mio Dio!...

Non sapeva che fare, aveva paura di accostarglisi, ma non poteva

lasciarlo così. S'appressò alla poltrona su cui era caduto, contro la

cui spalliera nascondeva il capo; tentò di rialzarlo; ma il pianto

continuava impetuoso, soffocava le sillabe che egli tentava di

articolare.

— Enrico!... Mio Dio, non vi disperate così... Siate forte, fatevi

coraggio... Siete un uomo, infine!...

Egli proruppe, con labbra contorte dallo spasmo:

— E sei tu che mi dici questo! tu!... Ma non sai che mi strazii

l'anima?... Ascolta dunque: tu m'accusavi che sarei stato io a

lasciarti!... volevi strapparmi il cuore, se ti lasciavo... Te ne

ricordi, di'?...

— Ma se non v'importava più di me!

— Eri tu che mi sfuggivi...

— Se eravate così freddo, chiuso in voi stesso, senza più confidenza...

Ho pianto anch'io, sapete! ho lottato! ho sofferto!... Una vostra

lettera, una vostra parola m'avrebbe salvata...

— Oh!... Oh!... hai fatto questo! Tu!

A un tratto, le passò un braccio attorno alla vita, alzò gli occhi

supplici e lacrimosi su di lei; disse, a parole mozze, a sillabe

fischianti:

— Ebbene, senti... quell'uomo ti lascerà... lo conosco, sai!... dopo

averti ubbriacata di parole, ti lascerà... Ebbene, quando... t'avrà

lasciata... io sarò ancora qui... aspetterò...

Ella sentì stringersi la gola; gli fe' cenno di tacere; egli continuò:

— T'aspetterò... che importa?... Aspettai tanto!... T'ho voluta bene

fin da quando eri quasi una bambina!... Ti vorrò bene lo stesso!...

Io non so parlare, ma questo saprò dirlo, te lo dirò come si dice al

nostro paese... _amuruzzu_...

Allora scoppiò in pianto anche lei. La generosità di quell'uomo,

l'impeto insospettato di quella passione, le davano la tormentosa

coscienza della sua colpa e un rimorso acuto, lancinante, che

s'accresceva all'idea dell'irreparabile fatalità compitasi.

— Tu piangi!... Tu m'ami ancora, Teresa!...

Ella gli si strinse al petto, gli nascose il capo contro la spalla.

— Ma allora... perchè?...

— La fatalità!... l'abbandono in cui fui lasciata!... credevo che tutto

fosse finito... Ah! i miei presentimenti...

Le sue lacrime s'arrestarono, poichè ella sapeva adesso di mentire, non

dicendo a quell'uomo d'esser stata invece lei stessa.

— Allora, se m'ami ancora...

— E quell'altro?

Si alzò, tendendo le braccia al cielo:

— Dio, fatemi morire!... No, non è vero che ho forza e coraggio;

se avessi coraggio, mi ucciderei... Sono vigliacca! vigliacca!

vigliacca!... Lasciatemi, andate; sono indegna di voi!...

Anch'egli si alzò; ella girava attorno per la stanza, come fuggendolo,

come cercando un partito.

— Lasciatemi... Non posso continuare a vedervi, per ora... Non vedrò

neppur lui... Datemi tempo, lasciate che pensi, che rifletta... Anzi,

partite... vi scriverò...

Gli si fece dappresso, prendendogli una mano, fissandogli gli occhi

negli occhi.

— Sarete saggio e forte?... Mi promettete che sarete ragionevole, che

non farete nulla?... Abbiate fiducia!... sperate!... Ma andate, andate,

per pietà... Addio!... no, arrivederci...

E rimasta finalmente sola, si lasciò cadere come corpo morto, rotta

in due, senza più forza nemmeno per pensare. Stefana vegliò tutta la

notte al suo fianco, non la lasciò se non quando la vide assopirsi.

Col giorno, appena desta, ella ebbe due lettere: una di lui, l'altra

di Vittorio. Ella si gettò su quest'ultima: era un inno squillante, la

smentita dell'accusa che l'altro, nella sua gelosia, aveva lanciata.

Egli stesso, nella sua, supplicava ancora, diceva di non poter partire,

le chiedeva un nuovo convegno. Non gli rispose. Riscrisse, facendosi

più umile, più insistente; ella gli mandò un biglietto con due parole:

«Parta, Addio.»

Egli non scrisse più. Tutto era dunque finito. E come Vittorio tornava

da lei, ella gli si buttava tra le braccia con impeto pazzo, cercando

nell'amor suo il compenso di quei dolori, di quei sacrifizii. Li

sospettava egli? Non le aveva letto nel viso, negli occhi infossati,

nelle parole sconnesse, l'ambascia per la quale era passata? Aveva una

pungente curiosità di saperlo. Lasciò un giorno le lettere di Enrico

sul _buvard_; scorgendole, egli chiese:

— Di chi sono?

A capo basso, dopo un silenzio, rispose:

— Di Enrico Sartana.

Egli scosse un poco il capo.

— Leggile!

— Non ne ho bisogno... so tutto...

Ella gli si fece vicina, chiedendo ancora:

— Sapevi... anche prima?

— Anche.

— E che cosa provasti? Soffristi?

— Oh, no... capivo bene che non ci era d'ostacolo.

Fu come se una mano le strappasse la benda dagli occhi. Ella comprese

che quell'uomo l'aveva sedotta senza sentir null'altro che il

desiderio brutale, studiando le sue frasi, fingendo la sua partenza,

rappresentando la commedia del rispetto; e al ricordo del disperato

dolore di Enrico, del cuore che aveva perduto e che apprezzava

ora soltanto, ella vedeva l'abisso in cui era caduta... Ma non era

soltanto il suo nuovo amante che mentiva: era ella stessa! No! no!

no! non era stata la passione, la fisima dell'amore che l'aveva fatta

cadere: era stata la corruzione di tutto l'essere suo miserabile!

Quando la sola perversità della sua natura aveva parlato in lei, ella

aveva ipocritamente recitata la commedia del sentimento! Aveva sempre

recitato una commedia! Aveva sempre finto! Metteva una gioia morbosa

nel confessarlo, avrebbe voluto insultarsi ad alta voce, chiamare

Enrico, spartirsi fra tutti... Comprendeva che oramai era destinata

a una serie di abbassamenti continui, si vedeva ridotta come tutte

quelle che un tempo le avevano fatto sdegno e ribrezzo ma che almeno

avevano il merito della sincerità: nulla avrebbe potuto salvarla! E

come il principe di Lucrino, incontrandola, tornava ad insistere, a

rammentarle il passato, a dirle: «Ma non sapete che c'è da tirarsi una

revolverata, per sfuggire a questo tormento?...» delle sdegnose parole

le prorompevano dal cuore:

— Oh! nessuna di noi è degna di costarvi una puntura di spillo!...

L'Illusione · 第 35 / 39 题