La schiera dei suoi ammiratori si faceva numerosa: ella ne aveva sempre
qualcuno d'intorno. Imaginavano di poter trarre profitto della sua
libertà, supponevano che ella l'avesse cercata per darsi alla vita
galante! I loro elogi, sì, le piacevano, solleticavano la sua vanità
femminile; ma come s'ingannavano nel resto! Ella teneva fronte a
tutti, voltava in ridicolo le loro dichiarazioni, scherzava a parole,
li metteva a posto se passavano il segno, e quella lotta acuiva il
suo spirito, le dava la coscienza della propria forza. Il marchese di
Durazzo, uno dei più brillanti, dei più assidui e dei più insistenti,
non restava due minuti con lei senza farle delle dichiarazioni più o
meno velate; ella sosteneva imperterrita i suoi attacchi.
— Dubitate delle mie parole?
— Me ne guarderei bene!
— Allora, consentite ch'io speri?
— La speranza è l'ultima a morire.
— Siete crudele!... Non potrò far mai nulla per provarvi l'amor mio?
— Sì, una cosa semplicissima...
— Ditela!
— Parlarmi d'altro.
D'Azeglio, un capitano di cavalleria, molto brillante, molto _lancé_,
l'assediava anche lui, ma in un modo speciale, facendo il difficile,
presumendo d'interessarla, di destare la sua gelosia mostrandole
tutte le donne che se lo contendevano. Era venuto una sola volta a
farle visita, poi le aveva dichiarato che non sarebbe tornato più, non
volendo vederla dinanzi alla gente! Ogni tanto, dopo averle concesso la
grazia di guardarla, le chiedeva:
— Mi permette di venirla a trovare?
— Ma sempre!
— Quando?
— Tutti i martedì!
Con le loro pose, con le loro pretese, la facevano ridere! Ella li
giudicava tutti al loro giusto valore, sapeva quel che volevano, stava
sempre sulle difese. Ve n'erano di superiori a Paolo per ricchezza,
per avvenenza, per eleganza; l'amore che aveva per lui non l'accecava
di certo; la garantiva, però; la faceva passare immune in mezzo ai
fuochi incrociati di quegli assedii. Il principe di Lucrino le si era
presentato di nuovo, ma senza domandarle più nulla. Era fra i pochi
che non fingessero d'ignorare la sua relazione con Paolo; alludeva alla
felicità di lei, le chiedeva soltanto di esserle amico. Si rassegnava
al suo scacco; una volta, anzi, aveva fatto prova di spirito:
— La mia disgrazia è stata quella dei carabinieri d'Offenbach: sono
sempre arrivato tardi!
Ella riferiva tutto a Paolo, attenuando soltanto qualche frase, tacendo
qualche circostanza; se vedeva un'ombra velare un poco gli sguardi di
lui, gli buttava le braccia al collo:
— Ti dispiace?... Vuoi che io non li veda più? che rinunzii ad ogni
distrazione, che fugga la società?
— No!... ma no!... Chi ti ha detto questo!...
— Hai fede in me?
— Piena, cieca, assoluta.
— Grazie!... grazie!... credi pure che nessuna ne è più degna!... Che
bene mi fai!...
Avrebbe voluto mettersi in ginocchio dinanzi a lui; con dolce violenza
egli l'obbligava a rialzarsi:
— Sei tu che mi fai bene!... Perchè sospetti di me?.. Io capisco che il
mondo ti seduce, che tu hai bisogno di brillarvi, che l'atmosfera dei
salotti è l'ambiente tuo vitale.
— È vero...
— Che le galanterie degli uomini ti sono gradite, come sono graditi
a me, per esempio, gli applausi dei miei colleghi, le lodi dei
giornali...
— Sì, è così... come mi comprendi!...
— Ma che questo non t'impedisce di sorridere delle loro pretese, perchè
il tuo cuore è preso, è tutto mio...
Ella lo abbracciava fitto, esclamando:
— Amore!... Amor mio caro!... Come sei fatto per me!... Che bene, che
bene ti voglio...
La virtù di cui gli dava prova, serbandoglisi fedele in mezzo alle
seduzioni, riscattava la sua colpa antica, le faceva dimenticare
l'avventura di Palermo e l'obbligo di confessarla. Alcune volte, ella
trovava perfino eccessivi i suoi scrupoli, pensando alla leggerezza
trionfante delle altre donne; ma la sua lealtà la rimordeva, le
dimostrava il dovere di confessar l'errore a quell'uomo così diverso
dagli altri, così pieno di delicatezza e di nobiltà. Però differiva il
compimento di questo dovere, cullata dalla fiducia di Paolo, distratta
dalle esigenze della vita. Con l'inoltrarsi dell'inverno i suoi
successi mondani crescevano; ella era sempre più _entourée_, i giornali
citavano la sua presenza alle _premières_; il _Fanfulla_ aveva detto di
lei: «un fiore di leggiadria che i giardini profumati della Conca d'oro
hanno ceduto agli Orti romani.»
Al primo piano della palazzina dove ella abitava, era venuta a stare
una famiglia d'inglesi, i Watson: una madre, giovane ancora, e tre
ragazze una più graziosa dell'altra. Ella s'era legata con esse, andava
in casa loro tutti i sabati, troneggiava in mezzo al mondo cosmopolita
che vi si dava convegno. Sentiva tratto tratto gli effetti della sua
falsa posizione, nella freddezza che incontrava qua e là, ma vi si
rassegnava, senza dir nulla a Paolo. Comprendeva che non avrebbe potuto
tornare al Quirinale; però, nei giorni che precedevano i balli a Corte,
una sorda irritazione la prendeva: tutte quelle che la trattavano
freddamente parlavano a posta dei loro preparativi, vi insistevano,
quasi per farle notare che ella sarebbe rimasta fuori; e, come quando
era bambina, affrettava il corso del tempo perchè quella festa a cui
non poteva intervenire fosse una cosa passata.
In quaresima, dai Watson, si recitava la commedia, si rappresentavano i
quadri viventi: _Cinderella_, _Midsummer's night's dream_, _Cordelia_.
Nella commedia ella aveva le prime parti; ed era la sua passione e
il suo trionfo. Entrava nei panni del suo personaggio, si muoveva
sulla scena, dinanzi a un centinaio di spettatori, con la stessa
disinvoltura che se fosse stata nel proprio salotto, diceva le cose
imparate a memoria come se avesse parlato d'istinto. Fioccavano gli
applausi, i complimenti. Il piacere di lei sarebbe stato più grande
se avesse potuto recitare insieme con Paolo, ma egli era troppo serio
per chiedergli questo, e poi sarebbe stato sfidar troppo l'opinione.
Però rivolgeva a lui, intenzionalmente, le frasi d'amore, le parole
soavi, gli diceva che rappresentava unicamente per lui, che la folla
scompariva dai suoi occhi, che egli era tutto il suo pubblico. Come
Paolo scuoteva un poco il capo, ella insisteva:
— Non mi credi?... Ma tu non fai altrettanto per me? non parli per me
sola?
— Sì; ma io non sono circondato da belle signore che mi sorridono!...
io parlo solo al mio banco...
— E supponi che quegli uomini esistano per me? Che io mi accorga di
loro?... o Paolo, come t'inganni! come mi conosci male!...
— Tu non t'accorgerai di loro, sarà bene; ma son essi che si accorgono
di te...
— Se tu non vuoi, non li vedrò più!
— No, no... non mi dar retta; perdonami!
Ella gli passava una mano fra i capelli, lo costringeva a guardarla.
— Sei geloso, di'... sei geloso? — Come egli assentiva, con un moto
degli occhi, ella chiedeva ancora. — Di chi?... Dimmelo... dillo!...
— Ma di tutti e di nessuno, di quelli che ti stringono la mano, di
quelli che ti parlano, che ti guardano appena... delle tue amiche,
della gente che incontri, dei libri che leggi, di tutto ciò che mi
sottrae qualche cosa del tuo pensiero.
Ella esclamava, sommessamente, ripetutamente:
— Com'è bello... com'è bello, essere amate così!
Poi riprendeva, tenendolo stretto per una mano, guardandolo negli occhi:
— Tu, è vero? non vivi che per me... non cerchi nessun'altra?...
Perchè nessuna potrebbe amarti come me, non è vero?... E quanto mi ami?
quanto?
— Quanto non è possibile dire! Sempre più! Ogni giorno più dell'altro!
E queste ore che tu mi dài non mi bastano, sono troppo corte, volano
presto... Vorrei starti sempre vicino, a tutti gli istanti, come al
tempo del nostro viaggio; di', ti ricordi?...
— Ah!...
Tacevano un poco; egli mormorava:
— Perchè non dev'esser sempre come allora? Perchè dobbiamo rinunziare
a quella felicità?
— Perchè!.. Perchè tu hai dei doveri, perchè io non sono libera, perchè
bisogna contare sul mondo, salvare le apparenze... E poi, credimi, è
meglio che sia così: la sazietà ucciderebbe l'amore, farebbe nascere la
stanchezza.
Alle proteste di lui, ella soggiungeva:
— Oh, non lo negare!... Perchè dunque è così difficile che l'amore
resista al matrimonio?... No, non ci lagniamo. Del resto, torneranno
i giorni più belli: l'estate è vicina, andremo via, ai bagni, sui
monti... e saremo sempre insieme, quasi come allora, vedrai!...
Invece, come si diedero convegno a Livorno, lo scontento di lui crebbe;
in mezzo ad una società scioperata ed osservatrice, tra una folla di
conoscenze vecchie e nuove, essi erano costretti a prendere maggiori
precauzioni, a contenersi di più. Ella era più che mai felice di
vederselo vicino, a tutte le ore, in presenza della gente, trattandolo
come un amico, rappresentando una commedia; questo a lui non bastava.
E, prendendosela con lei, quasi fosse sua colpa, la evitava, la
lasciava sola, le mostrava il suo corruccio!
— Ma perchè fai questo? — chiedeva ella, umilmente, giungendo le mani.
— Che cosa mi rimproveri? perchè mi punisci? perchè?...
— Perchè? — prorompeva egli — perchè ho bisogno di te: perchè quando
penso che debbo restarmene lontano da te, sento la tentazione di
afferrarti pel collo, così, e di strozzarti, piuttosto...
— Sì... sì... — cogli occhi chiusi, abbandonata, ella si offeriva al
suo furore appassionato. — Uccidimi, sì; è dolce morire di tua mano!...
— Perdono!... Perdono!...
Nella stretta convulsa che seguiva quell'impeto, ella mormorava:
— Andiamo via!... nascondiamoci fuori del mondo, in campagna, in un
deserto...
— Questo non è possibile.
— Sì, purtroppo hai ragione! ma allora bisogna rassegnarsi!... Quel che
tu vorresti è anch'esso impossibile, con la vita a cui ci costringono
la nostra posizione, i nostri doveri!... Tu soffri, non è vero? nel
sentirmi maltrattata? ma che cosa sarebbe se facessimo quel che tu
vorresti?
— È vero!... hai ragione!... Ma la ragione è una triste cosa; io non la
so tollerare!...
Infatti, dovendo andare a casa sua, chiamato da affari di famiglia,
da interessi elettorali, rimandava sempre la partenza, non voleva
staccarsi da lei. Ella diceva:
— Se potessi venire anch'io con te!... Come vorrei conoscere il tuo
paese, la tua famiglia, entrare nella tua casa, rovistare sul tuo
tavolo... Vi troverei i ricordi di quelle altre che ti hanno amato
prima di me, li disperderei tutti, lascerei dovunque qualche cosa di
mio!
— Perchè non vieni?
— Io?... No, so bene che non è possibile... A qual titolo entrerei in
casa tua?... Poi, ti nuocerei...
— Non dir questo, intendi?
— Oh!... credi pure che lo capisco bene... Vedi, bisogna essere
ragionevoli!... Anche tu devi intender ragione, andare a casa, pensare
ai tuoi affari!... Che cosa è una separazione di un mese?... Se hai
fiducia in me...
— Amore!... Amor mio!... povero Amore!
E allora soltanto egli s'indusse a lasciarla. Per essergli più vicina,
ella andò a Recoaro; la tristezza della solitudine si dissipò presto
nell'animazione che le regnava d'intorno. Come da per tutto, ella era
sempre molto festeggiata, i giovanotti la corteggiavano, i mariti
lasciavano le mogli per fare i galanti con lei. Ella accoglieva i
complimenti di tutti, opponeva a tutti la stessa resistenza vivace,
agguerrita. Talvolta si sorprendeva a pensare a qualcuno di quegli
uomini: ve n'erano che le piacevano fisicamente, o per le doti dello
spirito: ella si rimproverava questi pensieri che accordava loro.
Amando un altro, essendosi data a lui, anima e corpo, per sempre, come
era possibile pensare ad altri, sia pure per un momento? La passione
non era dunque come aveva creduto, cieca, esclusiva; o era lei stessa
incapace di provarla, leggiera, volubile? No; ella amava Paolo, con
tutte le sue forze, ora molto più di prima. Prima era stato capriccio,
curiosità, attrattiva del frutto proibito, persuasione vendicatrice;
adesso ella si sentiva legata a lui, indissolubilmente, dal culto che
egli stesso le aveva votato, dalla gratitudine per la felicità che le
aveva fatto conoscere... Forse anche il bisogno di legittimare la sua
caduta esagerava la forza di quell'amore?... Perchè riconosceva ella
questo? Perchè scendeva in fondo alla sua coscienza ad esplorarne le
pieghe recondite!
Ella scopriva ora la differenza passante tra le cose imaginate e le
reali. Quella passione creduta ideale era cominciata male, non era
bastata una prima volta a salvaguardarla; adesso non le impediva di
trovare che v'erano altri uomini dai quali si sarebbe lasciata amare...
Era dunque veramente una perversa?... No. Ella riconosceva ancora che
qualche cosa di simile accadeva in tutti, che nel fondo del proprio
animo nessuno era quale appariva; che tanti istinti, tanti moventi,
tante idee, si nascondevano, si mascheravano... Non doveva accadere
lo stesso in Paolo? Nell'amore di lui non doveva entrare l'orgoglio di
averla fatta cadere, di vedersi additare come l'eroe d'un romanzo?...
Le riflessioni non duravano a lungo; la vita la riprendeva; ella
pensava che la vivacità della sua imaginazione, l'acutezza del suo
spirito erano le cause di quelle osservazioni un po' tristi. Che
importavano tutte quelle sottigliezze? Ella affermava la prepotenza
dell'amore, dell'ideale. Se pensava talvolta a qualche altro uomo,
ammetteva forse la possibilità di tradire l'assente? Avrebbe voluto
vedersi messa alla prova dalla seduzione in persona, da don Giovanni
redivivo, perchè rifulgesse la forza della propria costanza! Tradire
l'amato, adesso, le sarebbe parsa una infamia senza nessuna scusa. Egli
le scriveva delle lettere traboccanti di passione, di tenerezza, che
ella divorava, rileggeva due e tre volte, fino ad impararle a memoria,
assistendo così a tutta la sua vita, dimenticando coloro che le stavano
attorno.
Il cavaliere Augusto di Sant'Uberto, fra questi, era uno dei più
insistenti. Un elegante, un seduttore di professione, con una fama
di spadaccino, di duellista fortunato: lo spauracchio dei mariti.
Magro, alto, dagli occhi vivaci, dai mustacchi a punta, dalle mosse
eleganti; un ballerino consumato, compromettente. Le aveva mormorato
le prime frasi galanti durante una danza, tenendola stretta, facendole
sentire tutto il suo corpo, il peso d'uno sguardo divoratore. Ella
aveva evitato di guardarlo: uno scambio di sguardi, ballando a quel
modo, dopo quelle parole, poteva decidere il destino d'una donna! Le
sue qualità mondane, la sua reputazione di conquistatore lo rendevano
interessante per lei; ella non voleva però compromettersi, tanto più
che lo sapeva legato con la Rinardi, una sua nuova amicizia. Egli
tornava alla carica, e come trovava sempre la stessa resistenza, si
vendicava punzecchiandola, contraddicendola in ogni sua opinione; se
la vedeva con un romanzo in mano, se l'udiva ammirare la calma della
notte, lo stormire degli alberi, il chiaror della luna, canzonava con
insistenza il suo ideale poetico.
— Volete dirmi con questo che voi comprendete il solo reale? Vi credo!
— E voi andate dietro alle finzioni!
— Se la verità è tanto brutta...
— Che cosa ne sapete?
— Purtroppo!
Ella si dava l'aria di una scettica, come se uscisse allora da un
inganno crudele; in secreto rideva di quella commedia. Sant'Uberto,
pigliandosi beffe di lei, le diceva che uno solo poteva comprenderla
in mezzo a quella società: l'avvocato Trovisani. Glie lo avevano
presentato alla _Trink-Halle_: un uomo sulla quarantina, un po' basso,
bruno, con una barbetta corta ma folta, con delle mani ben fatte,
delle quali era molto vano. Le stava spesso vicino, rispettosamente,
prevenendo i suoi desiderii, schierandosi sempre, ad ogni costo, dalla
sua parte, ogni volta che s'impegnava qualche discussione. Come per
alcuni giorni non si vide, Sant'Uberto le disse:
— Sa che Trovisani la evita?... Ha detto: «Sento che quella donna mi
sarebbe fatale!»
— Oh, Dio!
Malgrado lo trovasse un po' comico, e quantunque Sant'Uberto fosse
capace d'avere inventato lui quel motto, ella ne provò un senso
di piacere. L'avvocato tornò ad avvicinarla, a farle la sua corte
discreta. Ella lo credeva perfettamente innocuo, quando, un giorno che
erano andati a fare un'escursione alla _Civillina_, trovandosi solo con
lei, le afferrò una mano e si mise a baciargliela.
— Trovisani, siete matto?
Tentava di liberarsi, con una voglia di ridere, tanto le pareva buffo.
Egli continuava, esclamando:
— Vi amo! Vi adoro! Dovete esser mia...
— Siete pazzo? Lasciatemi, o grido...
Riuscì finalmente a svincolarsi, raggiunse quegli altri; ma l'avventura
la fece pensare ai pericoli cui la sua posizione l'esponeva. Così,
tornò a Roma un po' prima del tempo stabilito con Paolo, scrivendogli
di venirla a raggiungere, di non lasciarla più sola... «È troppo eterna
questa separazione; non mi fido più di starmene lontano da te. Come
sono stati tristi, lunghi, interminabili, questi giorni di solitudine!
Tutto mi è parso vuoto ed inutile; trovandomi in mezzo alla gente,
ammirata, invidiata, pensavo: Che cosa sto a far qui? Per chi fo questa
toletta, per chi spendo queste cure?... Per nessuno, egli è lontano,
non può vedermi, i soli elogi suoi avrebbero un prezzo. O Paolo,
la vita senza di te è una cosa impossibile! Ritorna, affrettati, io
ti tendo le braccia, t'invoco...» Egli tardò ancora qualche giorno,
scusandosi in lunghissime lettere; ai primi di novembre finalmente fu
a Roma.
— Perchè hai anticipato? — le chiese, nella furia dei primi abbracci.
— Ti annoiavi? Mi desideravi?
— Quanto!... Quanto!... Almeno qui tutto mi parla di te; la tua figura,
il tuo ricordo è associato a tutto; ma lì... sola, in un albergo, in un
paese sconosciuto... e poi...
— Che cosa?... Perchè questa reticenza?... Dimmi tutto!... — E le
stringeva forte una mano, le figgeva, gli occhi negli occhi.
— Nulla... non t'allarmare!...
Mentre gli riferiva l'avventura di Trovisani, egli s'arricciava
i baffi, si mordicchiava le labbra, esclamando tratto tratto:
«Buffone!... Buffone!...»
— Non è vero?... Ci vuole del _toupet_ ad aggredire così una
signora!... a credere di poterla prendere come una cameriera!...
Avesse almeno avuta qualche qualità dalla sua; fosse stato piacente,
simpatico...
— E ve n'erano, di questi?
— Ma.... sì.... qualcuno.... Sant'Uberto, per esempio...
— T'ha fatta la corte anche lui?
— Sai... me la fanno un po' tutti!
— Che cosa ti ha detto?
Ella chinò il capo, diede dei buffetti alle pieghe della sua veste,
rispondendo:
— Eh!... che mi trovava bella, elegante... che eclissavo tutte le
altre... che ballavo divinamente...
— E tu, che cosa gli hai risposto?
— Nulla; cosa volevi che rispondessi? Non gli davo retta... Dicono
tutti la stessa cosa!... Con una signora come me, poi, libera o che
si suppone tale, tutti si credono in dovere di fare i galanti, di
attaccare arditamente... Oramai, ci sono avvezza!
Egli disse, tornando a guardarla:
— E ti piace, confessalo...
— No, te lo giuro!... Mio Dio, i complimenti, gli elogi, la corte
elegante, sì, mi piace, mentirei se lo negassi... piace a tutte, stanne
pur sicuro, alle più rigide, alle più scrupolose; siamo fatte per
questo!... ma l'indiscrezione, le grossolanità, le brutalità...
— Lo scopo però è tutt'uno...
— Sì, certo... anzi, puoi dire che a quell'altro modo si raggiunge più
facilmente...
Allora egli osservò, con un sorriso forzato:
— Vedo che calcoli tutto...
— Come lo dici!... Credi che io pensi a colui?... Paolo, non lo
credere!... Te lo giuro, neppur per sogno!... Non ho detto per lui...
chi lo vedrà più?... Come vuoi che io pensi ad altri, quando sono piena
di te, tutta, unicamente?
— Perchè hai detto questo, dunque?
— Ma perchè è una cosa che ho pensata sempre, fin da quando ero con mio
marito... Pensavo che il rispetto, la discrezione, la corte poetica,
erano più pericolose... E tu credevi?... O Amore! Amore!
All'abbraccio, al bacio con cui suggellava la pace, successe un breve
silenzio. Egli chiese a un tratto:
— Chi ti fece pensare a questo?
— Ma... un po' tutti... quelli che mi stavano attorno, quelli che ti
nominai...
— Ma, più specialmente?
— Che cosa t'importa? Acqua passata!...
— Non monta: lo vo' sapere...
— Ebbene... Aldobrandi.
Per la seconda volta, ella abbassò gli occhi. L'altro insisteva:
— Ti fece la corte?
— Molto.
— Discretamente?
— Sì... da principio...
Egli s'era chinato su di lei, divorandola con lo sguardo, pendendo
dalle sue labbra.
— E più tardi?... più tardi?
— No, no... — Nascondendosi il viso tra le mani, ella scongiurava: —
No... lasciami... non mi chieder nulla...
— Lo vo' sapere... te ne prego!... non debbo saper tutto di te?
possiamo avere dei segreti l'uno per l'altro?... Poi, che cosa temi?...
Non mi conoscevi, allora!... Dimmi la verità, quell'uomo...
— No, te lo giuro!...
E a mezze parole, più rispondendo alle domande di lui che non
narrando, gli aveva detta la diabolica perversione di quel seduttore,
l'oscura avventura da cui era cominciata la sua perdita. Spasimava,
tra il dovere di dir tutto, il resto, il tradimento meno scusabile,
e il terrore di perdere l'amore di lui, la sua stima; poichè già
una tristezza si dipingeva in volto all'amato, già i suoi sguardi
l'evitavano.
— Hai visto? M'hai fatto soffrire, per soffrire tu stesso... Paolo! Che
hai?... Guardami, Paolo; dimmi che mi perdoni...
— No; con qual diritto t'incolperei?
— Grazie! grazie!... Tu sei generoso; t'amo per questo, specialmente
per questo!...
Egli disse ancora, guardandosi intorno, quasi trasognato:
— Com'è accaduto stasera che abbiamo rimestate queste cose?
— Mentre doveva essere una festa serena!... il giorno della nostra
riunione, il primo d'una serie infinita...
I bei giorni infatti tornarono, con la felicità di un tempo, le
dimostrazioni d'un amore che andava sempre crescendo, la fusione
completa delle loro esistenze. La delicatezza di cui Paolo aveva dato
prova l'incoraggiava a completare la confessione; oramai non aspettava
che l'opportunità. Però, quando parlavano delle donne che cadono, dei
giudizii severi che il mondo ne dà, ella gli chiedeva, guardandolo, un
po' triste:
— Dimmi la verità: tu non mi disprezzi?
Egli le turava la bocca, esclamando:
— Tu sei il vanto mio dolce! il mio orgoglio!... Vorrei mostrare
all'universo l'amore che ti porto...
— Ma se non fossi tua? se sentissi parlar di me come d'una estranea?
— E questo è possibile imaginarlo soltanto? se sono così pieno di
te!... No, povero Amore: fuor dell'amore tu non m'ispiri che una sola
cosa; una grande pietà...
— Come sei buono!... Com'è bello, questo!
— Poveretta!... Poverina!...
Allora ella sentivasi prendere da una più grande tenerezza; gli
nascondeva il viso sul petto, mormorando:
— Sì, è dolce esser compianta da te!... Dimmi _poveretta_, se sapessi
che bene mi fa!...
Ah, nessun uomo valeva quanto lui! Egli la lasciava sempre libera, non
le chiedeva mai quel che aveva fatto in sua assenza, le dimostrava una
fiducia sempre più salda. Non la seguiva, anzi, come prima; non cercava
di vederla in presenza della gente, quando altri uomini le stavano
intorno. Questo però non le piaceva; ella lo voleva vicino, sempre,
sopratutto in cospetto del mondo.
— Tu hai l'aria di sfuggirmi...
— Ma no! ma no!
— Lo so perchè fai questo: è per delicatezza, per provarmi che hai
fiducia in me...
— Non c'è bisogno di provare ciò che non si mette in dubbio.
— Grazie! Ma io voglio che tu mi segua dovunque...
— Sarà fatto... era solo per evitare le maldicenze...
— Oramai!... Dicano quel che vogliono!... Tu farai quel che dirò io?
— Sempre!
— Che cosa faresti per provarmi che mi vuoi bene?
— Non so; morirei.
Ella sussurrava:
— Ti danneresti per me?...