Era stato un sogno penoso, un incubo durato lunghi giorni, in mezzo
al lusso equivoco degli alberghi, alle visioni di gente sconosciuta,
di nuovi orizzonti. Ella ne usciva con la mente stordita e il corpo
addolorato, chiedendosi ancora: «È questo?..» indietreggiando ancora
per istinto ogni volta che suo marito l'accarezzava, col ricordo
dell'altr'uomo mutamente violento che s'era rivelato in lui ad un
tratto.
Napoli, Roma, Firenze... ella non sapeva bene dove si trovasse,
cominciava appena a guardarsi intorno, a respirare più sicura. L'incubo
si dissipava a poco per volta; Guglielmo aveva molte cure per lei,
sembrava esserle grato, si studiava di contentarla in tutto. Ma
l'aria d'intelligenza della gente, negli alberghi, la irritava; tutti
mostravano di sapere che essi erano sposi novelli, a _table d'hôte_
degli sguardi indiscreti si posavano su lei, e questo l'umiliava, le
dava il desiderio di chiudersi in camera con suo marito, senza veder
nessuno, sentendogli raccontare la sua vita di scapolo, avida di sapere
le cose che gli uomini facevano, ansiosa di sentirsi ripetere che le
voleva bene, che non pensava a nessuna; di ottenere, in una parola
d'amore, il compenso di quel che gli aveva dato.
— Sai, ero gelosa... terribilmente!...
— Di chi?... — chiedeva egli, sorridendo.
— Di tutte, non sapevo!... E dimmi...
Un po' vano, egli non si faceva pregare per parlare di sè; però, a
certe domande, rispondeva:
— Che cosa t'importa?... Adesso sono tuo marito...
— E sarai sempre tutto mio?... Mi vorrai sempre bene, più delle altre,
più di tutte le altre insieme?
— Sì, sì...
Allora, gli buttava le braccia al collo, non aveva più paura di lui,
rispondeva finalmente alle sue carezze nell'improvvisa rivelazione del
mistero.
Erano a Firenze; ella pensava che la felicità presente fosse dovuta
ad un buon influsso del suo passato di bambina. Appesa al braccio
di Guglielmo, gli mostrava la casa dov'era nata, i luoghi dove s'era
trastullata; gli narrava le sue prime impressioni, le sue monellerie:
tutte quelle piccole cose non dovevano avere un gran valore per lui?
Un'emozione indefinibile, tra dolce e malinconica, l'occupava nel
ritrovarsi in quella città della quale aveva tanto sognato, nella
quale le pareva d'incontrare le ombre care e benedette della mamma e
della sorellina. Poi ripartirono, e le città succedevano alle città,
gli orizzonti agli orizzonti: Bologna, Venezia dove c'era il babbo,
Milano... certi giorni, svegliandosi, ella si chiedeva: «Adesso dove
sono?...» Aveva sete di veder tutto, di completare la sua coltura
nelle visite ai musei, alle gallerie; voleva saturarsi di spettacoli
artistici, imprimersi nella mente le scene che le si svolgevano dinanzi
agli occhi: la Firenze antica della Signoria e del Bargello, le lagune
verdastre, il Duomo milanese, grigio e roseo nel crepuscolo, come un
acquerello. Quelle visioni sarebbero state più belle se suo marito,
dinanzi ad esse, le avesse detto delle parole secrete, indimenticabili;
se egli avesse preso le cose, quegl'altri cieli, a testimonii dell'amor
suo. Egli però non aveva di queste espansioni; la conduceva dovunque,
ma lasciando scorgere, tratto tratto, una certa stanchezza. Anch'ella,
a lungo, si stancava: avrebbe voluto piuttosto conoscere l'alta
società, stringere relazioni con le grandi dame, esser presentata da
per tutto. A passeggio, a teatro, chiedeva continuamente a Guglielmo il
nome delle signore che brillavano di più; egli rispondeva, alzando le
spalle:
— Ma credi che io conosca tutta l'Italia?... Poi, questa non è la
stagione; molti sono ancora in villa....
A Firenze ella avrebbe voluto vedere la principessa Morsini, la
Tatiroff, la marchesa Ballestrengo; a Bologna conoscere la Marion
e la Petrarchi, a Milano la duchessa Nitti-Palmenghi, la contessa
Frescobaldi, tutte le dame delle quali aveva letti i nomi nei
resoconti dei balli e delle _premières_, nelle corrispondenze dalle
stazioni balneari o dai paesi di montagna. Suo marito invece evitava
gl'incontri; le aveva presentato a malincuore, non potendo farne a
meno, degli amici, dei conoscenti; tipi di eleganti, di _Crociati_,
da per tutto gli stessi; l'aveva presentata anche a qualche signora:
la marchesa Celli, la contessa Parlabene, che viceversa era moglie
d'un semplice capitano e portava quel titolo perchè la madre di lei
era figlia d'un conte. La stupiva questa facilità con cui un titolo
si estendeva a tutti i parenti di chi lo portava; allora, ella avrebbe
potuto farsi chiamare principessa di Casàura?... Guardava tutto, udiva
tutto; si formava dei criterii sugli usi, sulle mode; avrebbe voluto
comprare tutte le stoffe, tutti i gioielli, tutti i quadri che vedeva,
ordinare l'addobbo di tutta una casa, la fornitura di un nuovo corredo.
A Milano aveva avuta un'emozione: era andata a teatro in platea,
giù nelle poltrone, fra gli uomini. Ella aveva trovata bellissima la
piccola sala del Manzoni, e non voleva riconoscere che quella _Forza
del Destino_ udita al Dal Verme era molto inferiore alle altre eseguite
a Palermo. Si studiava di trovare tutto più bello, più interessante;
pensava con un senso di superiorità alla Sicilia remota, alla piccola
provincia perduta oltre i monti e oltre i mari; commiserava le
amiche rimaste laggiù in fondo. A Torino, per un Faust che si dava al
Carignano, con cantanti di prim'ordine, stava preparando la toletta di
gala, giacchè andavano in palchetto, quando suo marito esclamò:
— Ma qui si va in abito da passeggio e cappello!.. Si va in toletta al
Regio, dopo Natale...
La lezione che le era parso di leggere in quelle parole la punse un
poco; il rifiuto di Guglielmo di proseguire per Parigi, motivato
dall'avanzarsi della stagione, finì per scontentarla di quel
viaggio. Si annoiò a Genova, credette di morir d'oppressione a Pisa
rammentandosi per la prima volta di Milazzo; finchè, ripassando
per Firenze, tornarono a Roma. Vi capitarono negli ultimi giorni di
novembre, per l'apertura del Parlamento. Ella avrebbe voluto assistere
alla seduta reale, Guglielmo diceva invece che era meglio veder
l'arrivo delle rappresentanze a Montecitorio. Giusto, c'era all'albergo
di Milano Enrichetta Geremia con suo marito. Duffredi la condusse da
lei, e andò via dicendo che sarebbe tornato.
La piazza era già tenuta sgombra dalla truppa; dinanzi al portone,
sotto il baldacchino rosso-cupo, si componevano e scomponevano
continuamente dei gruppi di deputati, di giornalisti, di invitati, e le
prime carrozze cominciavano ad arrivare.
— L'ambasciatore d'Inghilterra.... — indicava l'amica — la marchesa di
Fanatica... i Giapponesi... Quelli sono cronisti di giornali... Le due
sorelle Donnino e Scalpetti...
Gli uscieri, data un'occhiata ai biglietti, mandavano la gente a destra
e a sinistra, additando le porte d'ingresso, e un ufficiale tedesco
restava fermo accanto a un pilastro, come una statua, riscuotendosi di
tratto in tratto per salutare militarmente qualcuno.
Ella guardava, contrariata; avrebbe voluto arrivare anche lei in
carrozza, senza rumore sulla sabbia sparsa lungo la via, attraversare
la piccola folla che ingrossava dinanzi al portone, esser notata,
prender parte allo spettacolo.
— Guarda, guarda: la Sermoroni...
— La dama della Principessa?.. Già tutta bianca!
— No; s'è incipriata.
E sentiva crescere la propria irritazione, con la coscienza d'una
inferiorità, della figura umiliante che faceva per la sua ignoranza,
della gran distanza che la separava da tutto quel mondo, col desiderio
impotente di prendervi il posto di cui sentivasi degna. Le carrozze
arrivavano e partivano, una dopo l'altra; delle sciabole d'ufficiali
risuonavano, sbattendo; un giovanotto senza paltò sotto il freddo
frizzante si metteva in evidenza, mostrava lo sparato della sua
camicia, e un individuo con una gran zazzera sulla nuca, trascinandosi
dietro una signora matura, passava da destra a sinistra e da sinistra
a destra, come un cane in chiesa, non trovando la via della propria
tribuna.
— Che bel mantello, Teresa, guarda!.. lì, a destra... che bellezza!
— Chi è?
— Non so... mi pare la San Germano... Se si voltasse...
Il cannone cominciò a tuonare, delle carrozze di gala arrivavano.
— Il re?
— No, il senato.
Balsamo, che stava dietro a loro, disse a sua moglie:
— Guarda Paolo Arconti.
Era un signore che passava in carrozza; vedendole le salutò
profondamente.
— Chi è? — chiese ancora lei.
— Un deputato, uno dei più giovani, intelligentissimo...
In quel punto, la musica dei carabinieri intuonò la fanfara; il comando
degli ufficiali si ripeteva di fila in fila: «Presentate le armi!» e i
corazzieri spuntarono dall'angolo di piazza Colonna.
— Adesso ci siamo... Tò, prendi l'occhialino... guarda i deputati che
si avanzano... La principessa Margherita, la vedi?... Saluta... le
baciano la mano... Che bella toletta!...
— Davvero!
Adesso ella cominciava a prendere interesse allo spettacolo, aspettava
con impazienza l'arrivo del re, ammirava i corazzieri schierati sotto
l'obelisco, sussultava al secondo _all'armi_ e quando la nuova visione
di uniformi, di pennacchi, di sciabole sguainate si fu dileguata,
restava ancora, malgrado il freddo, a guardare.
— Vedi che è meglio qui? Dentro non si vede nulla; c'è troppa
confusione...
Dopo un quarto d'ora, cominciò l'uscita, più disordinata, tra le grida
degli strilloni che vendevano il discorso della Corona, l'incrociarsi
dei comandi militari, il rotolare delle carrozze. Suo marito non veniva
ancora; ella credeva di capire che l'amica avesse da fare; e vedendosi
sola con quegli estranei, mentre la fiumana della folla rumoreggiava
sordamente per le vie, il cuore le si strinse un poco. A un tratto fu
picchiato all'uscio; Balsamo, andato ad aprire, esclamò:
— Oh, lei!... Venga avanti!... — Poi presentò: — L'onorevole Arconti,
la signora Duffredi...
Il deputato aveva stretto la mano alla Balsamo e s'inchinava dinanzi a
lei. Come gli chiedevano notizie della seduta, disse:
— Un discorso infelicissimo, una freddezza glaciale, qualche applauso
soltanto al passaggio relativo a Roma, alla politica estera...
S'impegnò una discussione: Balsamo affermava che era ben fatto, poichè
tutti si ostinavano a volere quel ministero di ciarlatani; ella disse:
— Io trovo però che non si dovrebbe esporre la persona del re.
— È verissimo... — affermò il deputato, inchinandosi un poco verso di
lei.
Era un bruno dagli occhi azzurri, dalla fronte larga, dalla voce
penetrante. La discussione si allargava; spronata dalla presenza del
deputato, ella dimenticava la sua tristezza, parlava di politica,
attaccando i provvedimenti eccezionali proposti contro la Sicilia.
Arconti, che sedeva all'opposizione, le dava pienamente ragione. Il
tempo passava, Guglielmo non veniva ancora. Enrichetta propose:
— Se vuoi tornare all'albergo... senza cerimonie, t'accompagnerò...
Allora Arconti s'alzò, congedandosi; ella gli diede a stringere la mano.
Andarono al _Roma_; Guglielmo non s'era visto. La Balsamo le offrì di
fare un giro in carrozza; al ritorno, incontrarono Duffredi che veniva
dal _Milano_.
— Dove siete state? V'ho cercate per terra e per mare!...
— Ah, la colpa è nostra? — disse lei, con un riso un poco forzato.
Non pensò più a questo, nei giorni seguenti, stordita dal movimento
della capitale, cominciando a conoscere gente per mezzo dell'amica,
facendo qualche visita e trovando al suo ritorno le carte che gli
uomini venivano a lasciarle, quella di Arconti fra gli altri. Di
giorno, suo marito l'affidava spesso ad Enrichetta, ma la sera restava
con lei, l'accompagnava in visita, la conduceva a teatro. Non era stata
ancora al Valle: per la _Visita di nozze_ Guglielmo prese un palco.
Però, dopo tavola, mancando ancora un'ora allo spettacolo, disse:
— Ci sono dei Palermitani all'albergo di Spagna; il tempo di
salutarli...
Ella restò nella sala di lettura. Sfogliò dei giornali, degli album;
una ragazza era seduta al piano, un signore la guardava ostinatamente.
Ella voleva aspettare lì il ritorno di suo marito; irritata da quegli
sguardi indiscreti, salì in camera. Preparò le sue cose, infilò i
guanti, poi si mise il cappello. Suonarono le otto e mezzo: l'ora dello
spettacolo. Cominciò ad essere inquieta. Perchè tardava ancora? Quei
Palermitani... se fossero stati un pretesto?... No, non era possibile:
guardava l'uscio, aspettando di vederlo apparire. Pure, il giorno
della seduta reale, egli l'aveva piantata... Si poteva trattare d'una
coincidenza, d'un contrattempo, come ne sorgono ad ogni momento nelle
grandi città. Suonarono le nove meno un quarto. Non avrebbe perduto
poi molto; ma era noioso aspettare... Sedette, girando uno sguardo per
la camera, esaminandola a parte a parte, pensando a tutta la gente che
era passata di lì, porgendo l'orecchio, scuotendosi a ogni squillo di
campanello... Le nove. Si alzò, di scatto. Egli era andato a trovare
qualcuna, una donna: i Palermitani erano un'invenzione, impossibile
più dubitarne! Ella si nascondeva il viso tra le mani, esclamava: «Ed
è vero?... dopo due mesi di matrimonio?... Dio mio!... Dio mio!...»
Avrebbe voluto andar fuori, cercarlo, non sapeva dove; sarebbe andata
dai Balsamo, si sarebbe fatta aiutare da loro... No, a quell'ora essi
non erano in casa... E a un tratto il sentimento angoscioso della
solitudine, dell'isolamento, la riprese, in quella camera piena di
silenzio, in quell'albergo popolato di stranieri, di gente enimmatica,
di persone raccogliticcie che si disperdevano incessantemente; in
quella gran città dove nessuno la conosceva, dove avrebbe potuto morire
senza che nessuno si accorgesse di lei... Adesso aveva paura, non
levava gli occhi dall'uscio, con l'idea che qualcuno potesse entrare,
a rubarla, a violentarla... Sciocca, sciocca! non veniva nessuno, non
veniva neppur lui, la lasciava sola, così! a palpitare d'angoscia, di
gelosia, a piangere di tristezza!... Le nove e mezzo!... Rabbiosamente,
si tolse il cappello, buttandolo sul divano, si tolse i guanti
facendone saltare i bottoni. A un tratto, l'uscio si schiuse.
— Mi son fatto aspettare... Non sei pronta?... Andiamo.
Ella disse, freddamente:
— Grazie, non vengo.
— Perchè? Sono le nove e un quarto... non sarà neppur finita la musica,
ancora... M'hanno trattenuto, cosa vuoi, c'era Sampieri che non vedevo
da anni... Andiamo, via...
Con la tentazione di cedere, ma col bisogno di sostenersi, ella rispose:
— Grazie, ti lascio libero. Va' con i tuoi amici...
Egli la guardò un poco. Aspettandosi un'altra esortazione, ella si
preparava a piegarsi. L'altro invece disse, duramente:
— Cos'è, una scena?
Un impeto di ribellione fu per sollevarla, ma si frenò. Con una voce
piena di lacrime, disse:
— Perchè una scena?... Tu vuoi che venga a teatro; io ti ringrazio; è
tardi, sono stanca... che c'è di male?
Egli non le chiese perdòno, ostentò da quella sera di non lasciarla un
momento, come sacrificandosi, fin quando ella stessa non gli restituì
la sua libertà, per non vedergli sempre quell'aria rannuvolata. Adesso,
affittava spesso due cavalli e uno _stage_, e se ne andava guidando
per la città e per la campagna. Qualche volta la prendeva con sè,
ma ordinariamente la lasciava con la Balsamo. Certi giorni riceveva
delle lettere col francobollo da cinque centesimi, delle lettere
di città, che non lasciava sul tavolo come le altre — e tornava a
piantarla! Adesso ella non poteva avere più dubbii. Abbandonata sopra
una poltrona, fermando gli occhi sopra un punto di quel tappeto rosso
e giallo il cui disegno si confondeva nell'intensità della fissazione,
ella assisteva alla rovina delle sue speranze, delle sue lusinghe, col
cuore stretto, vedendo buio dappertutto, nel presente, nell'avvenire.
Forse egli non la tradiva, sarebbe stata una mostruosità troppo grande;
ma era quello il contegno d'un marito affettuoso, in piena luna di
miele? Dopo tre mesi di matrimonio!... Che cosa sarebbe dunque stato
fra due anni?... Quali torti aveva verso quell'uomo perchè egli la
trattasse così? Il torto di avergli creduto?... A volte, ripensando
alla storia del suo fidanzamento, alle esitazioni, ai contrasti, si
diceva: «La colpa è mia! Avrei dovuto comprendere che non mi amava,
non avrei dovuto farmi abbagliare dall'invidia di cui ero oggetto!...»
Ma se egli l'aveva domandata? V'era forza che potesse costringere un
uomo a chiedere la mano d'una ragazza, a sposarla?... Perchè dunque
l'aveva sposata? Perchè le aveva detto che le voleva bene?... Egli non
era stato leale — e la slealtà era l'insopportabile, per lei. Adesso,
le cuoceva di tacere, di non chiedergli ciò che lo attirava altrove.
Ella avrebbe voluto drizzarglisi innanzi e dirgli: «Tu hai un'amante!
tu mi trascuri per un'altra!...» Avrebbe voluto gridargli, quand'egli
mendicava dei pretesti: «Non mentire! Io so dove vai!...» Però taceva,
con la speranza d'ingannarsi, con la paura d'inasprirlo, sentendo la
durezza del suo carattere dalla sua voce, dai suoi sguardi, dai suoi
stessi silenzii...
Quella vita della capitale, che le era sembrata tanto attraente,
finiva per tediarla: la gente che conosceva le pareva comune,
volgare; ma forse non era tale l'altissima società, l'aristocrazia
nera, l'_entourage_ della Corte, la colonia straniera. Avrebbe voluto
penetrare nel centro dell'_élite_, farne parte anch'ella: una figura
secondaria non le conveniva. Suo marito era superbo, non voleva
piegarsi a sollecitare delle presentazioni, dava un nome ingiurioso ai
signori romani — forse perchè li invidiava... Il ballo della contessa
Vannitelli, dove era stata invitata, dove era andata con un'ansia
secreta, aspettandosi quasi di vedervi un altro mondo, e del quale
i cronisti avevano fatto dei resoconti mirifici, le era parso una
povera cosa; a Palermo c'era di meglio! Il _Fanfulla_ aveva parlato di
lei, sbagliando il colore del suo abito e chiamandola principessa di
Casàura. Ella aveva protestato, sorridendo, con le sue conoscenze; in
fondo, l'errore le faceva piacere.
Però la sua prima disposizione a trovare tutto più bello e più degno,
era cangiata: la duchessa di Martorina le era parsa un facchino della
Kalsa, con quel suo faccione lungo color mattone; la famosa Ernestina
di Carpignano, che a detta dei giornali cantava così bene, un pavone
crocidante; l'elegante marchese di San Fiorenzo una caricatura da
_Journal amusant_: ed ella ne sentiva di belle, sul conto della
cosidetta buona società. Nel pomeriggio, traversando il Corso in
carrozza di rimessa con la Balsamo, l'amica le diceva gli scandali di
cui questa o quella delle signore con cui s'incontravano era stata od
era l'eroina, e la sua stupefazione non conosceva poi limiti quando
l'altra le additava gli uomini per cui esse si perdevano: delle figure
brutte o ridicole, certe barbe da caproni, delle esagerazioni di
toletta, delle arie buffe da irresistibili...
Suo marito, adesso, la lasciava quasi ogni giorno per un'ora o due;
la tristezza di lei cresceva, cresceva, come la tristezza del cielo
invernale, gonfio di nubi sfilanti l'una sull'altra in processione.
E come le nubi si vuotavano in pioggia lunga, interminabile, ella
quasi piangeva, pensando alla sua casa lontana, al cielo ridente
che aveva lasciato. Ma se non era sola, si faceva forza, ostentava
una serenità che non aveva; e specialmente dinanzi ad Enrichetta si
studiava di mostrarsi allegra e felice. Nella sua debolezza, l'orgoglio
la sosteneva; non voleva che nessuno s'accorgesse del suo dolore, si
ribellava all'idea di suscitare l'altrui compassione.
Però, malgrado quello studio, l'amica pareva accorgersi di qualche
cosa, le leggeva in viso la sua tristezza. Un giorno che ella aveva gli
occhi rossi di pianto contenuto, le chiese:
— Che cos'hai? Ti senti male?
— Sì, un poco... sono nervosa... questo tempo m'irrita.
L'altra scosse il capo.
— Tuo marito potrebbe lasciarti meno sola!...
Tacquero entrambe. Ella aveva la tentazione di confidarsi a lei, di
chiederle consigli, comprendendo che doveva sapere qualche cosa. Ma non
si decideva, non voleva arrendersi.
— La colpa, scusami, — riprese la Balsamo — è anche un po' tua. Perchè
resti a Roma?... Perchè non torni a Palermo?...
— Si, hai ragione.
La sera, come Guglielmo le parlò d'una lettera d'affari che aveva
ricevuta dal suo amministratore, ella disse:
— Tu vuoi restare ancora qui?...
Egli fissò un poco lo sguardo, poi rispose:
— Io non voglio nulla... faccio quel che ti piace.
— Allora torniamo a casa?
— Torniamo a casa.
Ella lasciò con un senso di sollievo e quasi di liberazione quel mondo
che da lontano le era parso così bello. Aveva fretta di assaporare le
soddisfazioni che la sua posizione le avrebbe procurate in un ambiente
propizio, in mezzo ad una società conosciuta.
A Palermo, per la sua parentela, per la sua posizione, ella
troneggiava. Erano una stazione di carrozze signorili, il martedì,
le vicinanze di casa Duffredi; era una successione di visite nel
suo salotto giallo, dalle tre alle sei: ella si sentiva avvolta
dagli sguardi di ammirazione degli uomini, dagli sguardi d'invidia
delle donne, che avevano intanto sulle labbra le frasi melliflue
dell'amicizia più affettuosa. «Come stai bene, cara!... sei un
amorino, oggi!... Già qualunque cosa tu metta, sei sempre un amore!...
Come sei felice di avere questa bella casa, dove tutti dipendono da
un tuo cenno!... Che cosa ti resta da invidiare?...» Ne conveniva
anch'ella, sorridendo di compiacenza, quando Stefana, richiamata da
Milazzo, la vestiva da capo a piedi, esclamando, con le mani giunte:
«Come sei bella! sembri una regina!» quando il cameriere in livrea
nell'anticamera s'inchinava al suo passaggio e un altro domestico
le reggeva la coda dell'abito per le scale, fino alla carrozza di
cui il lacchè spalancava lo sportello, col cappello in mano e gli
occhi a terra; quando nell'entrare in un salotto od al teatro, o
nell'attraversare le strade destava una corrente di sguardi ammiratori,
un mormorio di lodi; quando presiedeva le feste che facevano accorrere
nei suoi saloni tutta la Palermo ricca, nobile ed elegante. Erano dei
giorni sereni, felici, sempre eguali, con suo marito che tornava ad
esser buono con lei, che non le faceva mancar nulla, che pareva non
pensare se non a lei. Adesso, ella dettava legge, nel circolo delle
sue conoscenze; ciò che ella portava veniva copiato, i suoi consigli
erano sollecitati da tutte, il soggiorno di Roma le aveva costituita
un'autorità e adesso la distanza abbelliva i ricordi del suo viaggio.
Ella parlava con una specie di orgoglio di ciò che aveva visto,
delle conoscenze che aveva fatte, sentendo che esse le conferivano
importanza, non trovando più i difetti, le ridicolaggini che l'avevano
colpita nella gente di cui ora parlava con interesse, trovandoli e
mettendoli in evidenza, nell'intimità, con una schiettezza di buon
umore a cui nessuno resisteva.
— Come sei allegra!... Come sei spiritosa!... La felicità ti si legge
negli occhi!... Tu l'hai meritata...
Quelle che un tempo avevano parlato contro di lei, la Carduri,
Giovannina Leo maritata adesso con Platamone, Sara Màscali ora marchesa
di Friddi, le facevano la corte, sollecitavano degli inviti: lei
dimenticava il passato, le accoglieva come le buone amiche, come Bice
Emanuele, come Anna Sortino, come Giulia; e un giorno rimase stordita,
credendo d'aver udito male, quando, parlando appunto della Sortino,
Giulia le disse:
— Sai, non c'è molto da fidarsene... non è tanto fedel quanto
gagliarda... Di te, per esempio, ha detto certe cose...
— Che cose?
— Quelle che dicono le altre, le cattive: che sei superba... che vuoi
schiacciar tutte noi col tuo lusso... che a lungo andare rovinerai tuo
marito...
— Lei?... Lei ha detto questo?
La sua mente si smarriva, dinanzi a quella rivelazione di una perfidia
che niente giustificava. Comprendeva che le antiche nemiche parlassero
ancora contro di lei, malgrado, anzi a ragione del suo perdòno; ma che
cosa aveva fatto a colei, per esser giudicata così? Chi aveva detto
a colei di rivolgerle tante lodi melate, tante proteste di amicizia?
La sincerità era dunque una cosa molto difficile?... E nei disinganni
che cominciavano, ella acquistava una maggior coscienza di sè, della
dirittura del suo carattere, della superiorità del suo animo. Come
potevano dire che ella rovinasse suo marito, quando era egli stesso che
le aveva assegnata una specie di pensione, cinquecento lire il mese,
con le quali ella doveva pensare a quanto le occorreva, dalle scarpe
ai cappellini, dagli spilli alle gioie? Perchè non avevano, quelle
altre, la stessa abilità di lei nello spendere, nel sapersi mettere, in
modo da far figurare per dieci ciò che le costava cinque? Se Guglielmo
stesso era il primo a volere che ella non si facesse eclissare da
nessun altra?...
La vanità era una delle molle più forti del carattere di lui; ella
adesso cominciava a giudicarlo. Profondeva regalmente il suo denaro,
a cavalli, a pranzi, a ricevimenti, per fare la prima figura, non
ammettendo di esser soverchiato da nessuno. Quando parlava della sua
casa, della sua nobiltà, era inesauribile; sapeva a memoria tutto
il capitolo del _Teatro genealogico di Sicilia_ del Mugnos, dove si
discorreva della sua famiglia, Duffredi o Duffrè era una corruzione di
Umfredo; sotto gli Svevi i suoi discendenti erano stati perseguitati;
ma un Guglielmo, schieratosi con Carlo d'Angiò e pugnando per lui
a Benevento, aveva ottenuto feudi ed onori. Col Vespro, la fortuna
della famiglia fu ancora travolta; ma Federico II d'Aragona la rialzò,
creando un Roberto Duffredi barone di Marzallo; i titoli di principe di
Casàura e di marchese di Lojacomo erano più recenti, datando da Filippo
V. I nomi ricorrenti nell'albero genealogico erano quelli di Ruggero,
di Tancredi, di Roberto, di Guglielmo; egli stesso, quand'era stato in
Francia, aveva fatto stampare sulle sue carte da visita: _Guillaume
Duffré d'Hauteville_ e parlava adesso di rivendicare stabilmente e
legalmente il _d'Altavilla_ come secondo cognome.
Dal suo soggiorno di Russia, aveva portata un'ammirazione sconfinata
per lo Czarevitch, che era il suo modello; il taglio delle sue livree
era copiato su quelle dello Czarevitch, fumava i sigari che fumava
lo Czarevitch, i suoi fucili e i suoi revolver uscivano dalla stessa
fabbrica che forniva lo Czarevitch; tanto che pei suoi amici era
diventato un continuo soggetto di scherzo.
— Queste scarpe sono come quelle dello czarevitch?... Questi bottoni
chi li porta, lo czarevitch?...
Il vecchio marchese era con lei molto affezionato: le faceva sempre
dei piccoli regali, la voleva spesso con sè nel quartiere che occupava
al pian terreno, per evitare le scale. Che modi da gran signore egli
aveva! Appena la vedeva entrare, s'alzava a dispetto della gotta, le
baciava la mano, restava ostinatamente in piedi fin quando ella non era
seduta, non rimetteva il suo berretto se non dopo lunghe insistenze.
— Ma si copra, zio! prenderà un'infreddatura, altrimenti!
Il secreto di quella cavalleresca galanteria era perduto! Egli stesso
criticava l'educazione moderna, cominciando da quella del nipote; e la
sua conversazione era interessantissima, piena di ricordi del passato
regime, di aneddoti intorno ai personaggi della Corte, alle rivoluzioni
del 20 e del 48. In cuor suo, era rimasto fedele alla casa di Borbone;
e questo dava origine a liti cortesi, perchè ella esaltava la virtù
dei Savoia, l'eccellenza del governo costituzionale, la grandezza della
nuova nazione.
— E la chiamate una nazione, nipote mia? Ma è il mantello d'Arlecchino!
Com'è possibile cucire insieme il Piemonte e la Sicilia, Milano e
Napoli, gente diversa, costumi opposti, tradizioni che si pigliano a
pugni?
— Sarà l'azione del tempo! Contentiamoci per ora dell'unità politica,
verrà poi quella reale.
Egli scuoteva il capo, rimpiangendo i tempi dell'autonomia siciliana,
della monarchia nazionale.
— Non sapete dunque che siete una d'Altavilla? — aggiungeva, mezzo
serio mezzo sorridente.
— Ma fummo usurpatori anche noi! — replicava ella, sullo stesso tono.
— Venimmo di Normandia a conquistar l'isola!
Egli s'inchinava, come non potendo o non volendo opporre nulla a tale
argomento. Del resto, quella era una mania di famiglia: Guglielmo non
negava al re il diritto di conferire al figlio del principe Amedeo
il titolo di Duca di Puglia, appartenendo esso alla loro casa? Ella
sorrideva un poco di tutto questo; ma in fondo se ne compiaceva. Anche
per ischerzo, chi avrebbe potuto dire altrettanto? E trovava che suo
marito, oltre alla nobiltà regale, era d'una eleganza estrema. Ella
conosceva tutti i giovani amici di lui, che erano anche fra i più
_lancés_ di Palermo; Alfredo Basile, così allegro e pieno di spirito;
il conte di Caldarera, lo spadaccino famoso; il marchese Lauria, la cui
fronte seria era velata di tristezza; altri ancora, in mezzo ai quali
non trovava qualcuno che valesse molto più di Guglielmo.
Egli non voleva però che fosse troppo attorniata dai giovanotti,
che ballasse troppo, che parlasse a lungo con una stessa persona.
Era geloso?... Dunque l'amava! Tutta lieta della sua scoperta, ella
protestava amabilmente, cercava di fargli intendere ragione.
— Tu credi che io noti questa gente?... Ma neppure per sogno!... Tu
vali più di tutti!...
Ai balli, erano dei complimenti stupidi, sempre gli stessi: «Felice
quella camelia!... Vorrei essere al posto di quelle violette...
I vostri occhi offuscano i brillanti!...» Ella rideva di quelle
galanterie, le metteva in canzonatura con le amiche; però le
piacevano, le provocava: dietro a quegli omaggi stereotipati c'era il
riconoscimento della sua bellezza, ed ella aveva bisogno delle lodi,
delle adulazioni e del trionfo. Non distingueva nessuno in quella massa
di giovanotti, di uomini maturi, di vecchi che si alternavano al suo
fianco; però s'appoggiava con eguale abbandono al braccio di ognuno,
piegava un poco il capo di fianco con egual grazia ad ascoltare ciò che
tutti le dicevano, rivolgeva a tutti gli stessi sorrisi con uno stesso
frequente palpitare di ciglia; e quando suo marito la rimproverava,
portandole ad esempio le altre che tenevano la gente a distanza, ella
rispondeva:
— Ma che posso farci, se sono fatta così?
Una quistione grossa, la sera delle tolette di gala, era quella della
scollatura: egli la trovava sempre troppo bassa, esclamava che era
un'indecenza, pretendeva che mostrasse appena la gola.
— Allora tanto vale andare _montante_! Si transige fin qui?...
Alla luce delle candele che si struggevano con fiamme lunghe sulla
toletta e sui bracciali del grande armadio a specchio, le rose della
sua carnagione si animavano, il sangue giovane e sano si vedeva fluire
attraverso quel marmo vivente, e il seno sbocciava, fiore carnale,
dall'anfora serica del busto, e l'oro della chioma aveva fulgori matti,
e da tutta la persona esalava, incenso sottilissimo, un profumo così
inebbriante, che ella appressava la bocca all'alto del braccio, dove
il guanto finiva, e quasi addentava la polpa morbida e soave. Con le
piccole mani levate, dipanava poi lievemente i riccioli della fronte e
della nuca, assestava tutta la massa sapientemente composta dei suoi
capelli appoggiando le palme alle tempie, e si mordeva le labbra per
farle venire più vive, intanto che si svolgeva ai suoi occhi abbacinati
dalle fiamme la visione del mondo eletto e felice che l'aspettava coi
suoi sorrisi, con le sue armonie, con le sue ebbrezze... A un tratto,
le braccia le ricascavano pesantemente lungo i fianchi. Una domanda
si presentava al suo spirito: perchè quella gioia? a che pro? E fin
quando?... La vanità di tutto le si rivelava; come al tempo della
fanciullezza, pensava che le feste duravano poco: i suoni si sarebbero
dispersi, le luci si sarebbero spente, un giorno la gioventù sarebbe
anch'essa svanita e la bellezza distrutta... Irrigidita, stecchita
dinanzi all'alto specchio che la rifletteva da capo a piedi, con le
braccia pendenti come cose inerti e con gli occhi socchiusi, ella si
vedeva morta, vestita di quello stesso abito bianco col quale avrebbe
voluto esser composta nella bara, e un brivido le passava per tutto
il corpo all'idea che i becchini, che le mani orribili dei becchini
avrebbero toccato il suo corpo... La voce di Guglielmo la strappava
alla lugubre idea; ella si avvolgeva nel mantello che Stefana reggeva
pel bavero; e intanto che la carrozza correva rapidamente nella notte e
che suo marito l'annebbiava col fumo della sigaretta, ella si portava
una mano al seno abbassando nascostamente la ruche di cui il corpetto
era orlato per accrescerne ancora un poco la scollatura.