Degli abiti neri per tutti, la casa che parea vuota dopo la partenza
degli zii di Palermo e il ritorno della zia monaca alla Badia — e le
visite degli amici e dei conoscenti che si succedevano tutto il giorno
nel salotto buio. Una volta, ella aveva udito il nonno che mormorava a
uno di questi amici, parlando delle sue nipotine: «Povere bimbe, esse
non sanno quel che hanno perduto!» Lei avrebbe voluto dirgli: «Sì che
lo so, nonno!...» Ella vedeva la sua mamma tutte le notti in sogno, che
le parlava, che le accarezzava i capelli, che se la stringeva al petto.
Svegliandosi, si diceva per un poco, col cuore allargato da una gioia
infinita: «Ma dunque non è morta!...» poi vedeva le sue vesticciole
nere, e restava muta, cogli occhi fissi in un punto, senza muoversi,
fin quando Miss o Stefana non venivano a chiamarla.
Però, a poco a poco, quei sogni si fecero più rari, non tornarono più.
Adesso si ricominciava ad andar fuori, anche per la povera Lauretta che
stava peggio dopo quel gran dolore. Andavano ancora sulla spiaggia di
San Papino, alla Tonnara, al Castello; ma passando da San Francesco di
Paola tutte facevano il segno della croce e recitavano delle preghiere,
perchè la povera mamma era sepolta lì.
La chiesa era stata fabbricata dallo stesso Santo, tante centinaia
d'anni addietro; anzi egli aveva operato un gran miracolo stirando
una trave che non era lunga abbastanza: in mezzo agli affreschi del
soffitto avevano lasciato una gran fessura dalla quale si scorgeva quel
legno miracoloso. Il pavimento era tutto ricoperto di lapidi, ma lei
girava intorno ad esse, col terrore di camminare sui morti, e arrivata
dinanzi a quella della mamma, cadeva in ginocchio, a mani giunte. Come
restava un giorno ammalata tutte le volte che vi andava, finirono per
non condurvela più.
Quella disgrazia le fece ricordare il suo babbo: la sera chiedeva
spesso a Stefana:
— Perchè non è venuto anche lui?... Gli hanno detto che la povera mamma
non c'è più?... Non ha scritto al nonno?...
— Non so...
— E adesso dov'è?
— A Palermo.
Un giorno, dalla loggia del giardino, udì il portiere e il cuoco
che discorrevano; parlavano del _conte_, il cuoco diceva: «Sua
moglie dev'essere contenta!... Se aspettavano, non c'era bisogno del
divorzio!...» Ella pensò un pezzo a questo; poi se ne dimenticò.
Il nonno era adesso più buono di prima, riversava il suo affetto sulle
nipotine, le conduceva ogni giorno con sè, in campagna, al _Gelso_,
una gran proprietà comprata da poco, nella pianura, dove piantava
un vigneto. Quando fu pronto il villino che aveva fatto costrurre
sul palmento, andarono lì invece che al Capo. Fu così allegra la
prima vendemmia: tanta gente che andava e veniva ogni giorno, i
grandi fuochi che accendevano sull'imbrunire, i canti e i balli delle
contadine! Vicino a quella loro proprietà, ce n'era una dei Giuntini,
che avevano una figliuola, Bianca. Com'era bella! Alta quanto una
signorina, coi capelli più neri dell'inchiostro, il viso pallido, gli
occhi profondi! Ella sentiva battere il suo cuore più forte al solo
vederla, le stava dinanzi con una secreta soggezione, provava per
lei lo stesso turbamento che rammentava di aver provato, a Firenze,
pel conte Rossi. In breve divenne sua amica, e l'imitava nel modo di
parlare e di muoversi. La prima volta che la baciò in viso si sentì
tutta rimescolare. Invidiava il suo pallore così distinto, le sue vesti
lunghe; e la voleva tutta per sè. Di ritorno a Milazzo, nel vederla con
altre, credeva d'esser trascurata da lei; allora le si mostrava fredda,
faceva la sostenuta; ma appena l'amica la prendeva per mano, il suo
rigore finiva.
Bianca possedeva dei piccoli monili più belli dei suoi; un giorno
che lo disse al nonno, egli le fece vedere quelli della povera mamma.
Restò abbarbagliata. Quante perle! Quanti brillanti! Ella si provava
gli anelli, faceva scattare le molle dei bracciali, versava le collane
da una mano all'altra come piccole cascate, e assediava il nonno di
domande sul nome di certe gemme che non aveva mai visto, sulle figure
dei cammei, sulla composizione degli smalti. Pensare che tutte quelle
bellezze erano metà sue e metà di Lauretta!
Però la sorellina non istava bene, non si divertiva a giuocare cogli
altri ragazzi, e malgrado le sgridate del nonno, studiava da mattina
a sera, a tavolino od al pianoforte, fino a riammalarsi. Un giorno vi
fu una gran novità; si parlava di andare a Palermo dalla zia Carlotta,
che li aveva invitati. Il nonno non voleva lasciar la casa nè mandarle
sole; ella si mise a scongiurarlo a mani giunte perchè dicesse di sì.
Alla Badia, una volta, lo udì parlare piano ma irritato con la zia
monaca, che gli diceva: «Infine, è loro padre...» Si parlava certo del
babbo.
Come il viaggio fu deciso, Miss cominciò a fare i bauli. Il nonno le
accompagnò sul vapore per raccomandarle al capitano: un uomo lungo
e magro con una barba ispida, che scese lui stesso sotto coperta per
scegliere la più bella cabina. Quando suonò la campana ed ella ebbe
finito di salutare il nonno che se ne tornava a terra, il comandante le
disse:
— Signorina, vuol salire sul ponte con me?
Diventò tutta rossa; era la prima volta che un uomo le dava del _lei_.
Che festa, quel viaggio! Il capitano lasciava ad ogni tratto il suo
da fare per venire a chiedere a Miss se aveva bisogno di nulla, per
accarezzare le ragazze, per condurle con lui nel suo camerino, dove
offriva loro dei dolci, dei liquori, e mostrava degli strumenti,
le fotografie di tanti altri piroscafi, delle scatolette di sandalo
intagliato che mandavano un odore così buono. Ogni tanto ella l'udiva
dire a Miss, parlando di lei: «Che amore di bimba!... che bellezza!...»
Ella fingeva di non udire, gettava indietro i suoi capelli, guardava da
un'altra parte e assediava di domande il timoniere, credendo di veder
da per tutto Monte Pellegrino. Quando finalmente apparve e i passeggeri
si prepararono a sbarcare, il capitano venne a salutare la governante:
regalò una scatolina di sandalo a Laura ed un'altra a lei stessa,
dicendo:
— Questa la serberà in memoria del suo viaggio... Mi dà un bacio in
ricambio?
Ella porse la guancia: sentì che quella barba ispida era invece fine
come la seta.
Gli zii facevano segnali da una barca; nella fretta di scendere, ella
lasciò cadere il suo ombrellino in mare. Miss sgridava, lo zio rideva,
la zia si stringeva al petto le nipotine chiedendo notizie della loro
salute, del nonno, di Milazzo. Allo sbarcatoio, c'erano dei curiosi
assiepati intorno alla bella carrozza che aspettava, e al palazzo tutta
la servitù schierata; le cameriere esclamavano:
— Che belle signorine!... Come sono grandi!...
Ella passava impettita, a testa alta, con un'aria di padroncina,
guardando intorno per le belle stanze, pei salotti vasti e riccamente
addobbati. Nella camera della zia c'era un letto per una sola persona,
voleva dire che suo marito non dormiva con lei.
Dai balconi, si vedeva il corso di Toledo, la sfilata delle carrozze,
la folla che ingombrava i marciapiedi e si assiepava dinanzi ai negozii
sontuosi. Com'era bella Palermo!
— Più bella di Milazzo?
— Oh, zia!... Noi, vedi, ci stiamo per adesso che il nonno vuole così;
ma poi, quando saremo grandi, non è vero, Laura? bisognerà vederla!...
Tu sei andata mai a Firenze?... Io vo' starci sempre, quando sarò
maritata...
— Thérèse!... — esclamò Miss, lasciando un momento di sistemare le robe.
— Qu'est-ce qu'il y a, mademoiselle?... — rispose lei, scuotendo il
capo e facendo sventolar la sua chioma. — Vous savez, ici il n'y a
plus grand-papa pour vous donner toujours raison! Je dis quand je serai
mariée... Est-ce que vous croyez que j'aurai toujours douze ans?...
— Petite folle! — mormorava la zia, abbracciandola. — Tu non avrai
sempre dodici anni, ma li hai adesso, non è vero?... e bisogna
ascoltare quelli che ne hanno più di te!...
— Lo so, zia; ma cosa ho detto di male?... Quando sarò maritata! Tu non
ti sei maritata? Mi mariterò anch'io!
— Va bene, però le fanciulle ammodo non parlano di questo.
— Ti fa dispiacere? Se ti dispiace, non lo dirò più.
Ma ella restava ancora tutta fremente di ribellione, girava intorno
gli occhi ingranditi, luccicanti, si mordeva un labbro, e a un tratto,
profittando della diversione prodotta dall'arrivo del cameriere che
annunziava il desinare, si buttò al collo della zia e le sussurrò, tra
risa represse:
— Sai perchè non vuole che se ne parli? Perchè lei non l'ha voluta
nessuno!...
Il domani cominciarono le visite, prima di tutto ai parenti degli zii:
la marchesa di Mistretta, il commendatore Guarino, due vecchi noiosi,
dai quali solo Laura si lasciava baciare e ribaciare in santa pace,
guadagnandosene le preferenze.
— Hai visto, grulla? — esclamava la zia. — Tutte le carezze sono state
per lei!
— Che m'importa! Se le prenda. Mi secca esser baciata dai vecchi!
L'invidia, la gelosia ed anche le zuffe scoppiarono fra loro due più
tardi, nel contendersi la felicità di passare, appena sveglie, nel
letto della zia; tanto che questa fu costretta a stabilire un giorno
per ciascuna. Nondimeno, lei pretendeva talvolta che Laura le cedesse
il suo turno, le dava all'occorrenza degli spintoni, la lasciava
piangente per terra.
— Come sei prepotente! — rimproverava la zia. — È così che tratti la
tua sorellina? Ma tu non sai che devi proteggerla, difenderla, aver
cura di lei che è più piccina, malaticcia? Tu sei la maggiore, devi
tenerle luogo di mamma!...
Chinando un poco gli sguardi, ella consentiva, ripetutamente:
— Sì, zia... hai ragione... hai ragione...
Allora, pensava di parlarle della povera mamma, del babbo, di tutto
quello che aveva confusamente capito dai discorsi di Stefana e del
nonno; ma dopo aver cominciato: «E dimmi....»; quando la zia chiedeva:
— Che cosa!... Di', figlia mia...
— Nulla, zia, nulla... — rispondeva, e restava un poco senza parlare.
Poi, riscuotendosi, cominciava a tempestarla di domande:
— Ed io com'ero, quand'ero piccina? Ti rammenti quando nacqui?... Eri
con la mamma mia? Te lo rammenti proprio bene, come fosse oggi?
— Sì, che me lo rammento. Eri tanto piccina, così!...
— E com'ero, buona?
— Più buona d'ora... Adesso non sei cattiva, non dico questo... ma
non ti sai frenare, t'imbizzisci per nulla, ti ostini troppo nelle tue
volontà... Nel mondo, bambina mia, non si può fare quel che si vuole;
bisogna rassegnarsi, aver pazienza, soffrire...
— La mamma sofferse molto, non è vero?
La zia guardava altrove, rispondendo:
— Soffriamo tutti, al mondo...
Allora ella scrollava il capo cogli occhi in alto.
— Io lo so, che la mamma sofferse molto... a causa del babbo... perchè
la lasciò... per prendersi un'altra moglie... Ti pare che non lo
sappia? A casa non parlano mai di questo con noi; ma io so bene... so
bene...
La zia non aveva tempo d'esprimere il suo stupore, che lei riprendeva:
— E dimmi una cosa, adesso... ha avuto altri figli, con questa
moglie?.. sì o no? rispondi.
— Sì.
— Ma quanti?
— Uno.
— Questo mi dispiace... — Pensò un poco, poi disse: — Del resto, che
cosa importa?... Noi siamo sempre sue figliuole, eh?
— Ma chi è che ti parla di queste cose?
— Nessuno, zia... le so io!... Vedi, al nonno di queste domande non ne
faccio, perchè so di addolorarlo... Ma tu, senti: questa moglie... è
bella?... più bella della mamma?...
— Non so.
La zia s'alzava; ella le teneva dietro, e nella stanza di toletta
rovistava in mezzo alla batteria delle bottigline, delle caraffe, delle
scatolette, delle spazzole e dei pettini, fiutando gli odori, chiedendo
il nome di una cosa e l'uso di un'altra, insistendo per profumarsi i
capelli e buttandosi addosso mezzo litro di essenza.
Quando s'andava fuori, prima di vestirsi lei stessa, stava a veder
vestire la zia, si cacciava dentro la guardaroba per tastare le stoffe,
esaminava una mantiglia o un corpetto, apriva tutte le scatole dei
cappelli e dei ventagli, estasiandosi dinanzi alle piume, ai fiori,
alle guarnizioni, ai fazzoletti di pizzo, a tutte le cose belle e
smaglianti. Poi correva a vestirsi anche lei, e in carrozza, come le
signore e i giovanotti salutavano, ella si chinava continuamente a
domandare chi erano.
Le bastava vedere una volta le persone per non dimenticarle più, e al
passeggio adesso riconosceva da lontano tutte le dame:
— Guarda, la Boscoforte... Zia, la Migliara ti sta salutando.
Ogni signora aveva il suo giorno di ricevimento: la marchesa di
Fiordivalle il giovedì, la principessa di Terranova il sabato, la
Boscoforte il lunedì; la zia restava in casa tutti i martedì; ed anche
lei passava nel salotto, come una signorina. Tutte la festeggiavano,
le sciupavano a baci le guancie; ella non udiva che lodi per la sua
bellezza. Ma fra quelle signore le sue preferite erano le più giovani
e le più eleganti: la Feràolo, che portava una veste da camera azzurra
guarnita di larghi merletti bianchi e neri; la Bianchi che voltava
il capo, che stendeva la mano, che si stringeva le braccia alla vita
con mosse così distinte — dinanzi allo specchio, tutta sola, lei si
studiava di riprodurle.
Miss pretendeva che studiassero come a casa; ella rispondeva voltandole
le spalle:
— Noi siamo qui per divertirci; punto per ammuffire a tavolino!
E un giorno la zia, lo zio e Miss si misero a confabulare; eran venute
delle ambasciate, si sentiva qualcosa per aria. All'ora del passeggio,
ella si vestì insieme con Lauretta come di consueto; ma invece di
condurle fuori, la zia annunziò:
— Bambine, sentite; a momenti sarà qui vostro padre.
Le due sorelle si guardarono e si misero ad aspettare. Miss,
più impettita del solito, era accanto a loro. Si udì il rumore
d'una carrozza, lo squillo del campanello, e comparve un signore
elegantissimo, con una bella barba bruna spartita sul mento, e una
mazza in mano. Andò difilato a salutare la zia, fece un inchino a Miss,
e si curvò su di lei dicendo:
— Figlia mia, non mi riconosci?
Era il babbo?
Ella restava a guardarlo, stupita, non ritrovando più la figura che le
era rimasta confusamente in fondo alla memoria. Non vestiva a lutto,
quella barba gli faceva un'altra fisonomia. Come diede un bacio in
fronte a Laura, la piccolina scoppiò in pianto, gli s'aggrappò al
collo, mormorando tra i singhiozzi:
— Babbo!... babbo!...
Adesso tutti le si misero attorno a calmarla; egli l'accarezzava con le
mani inguantate, senza posar da canto nè la mazza nè il cappello. Lei
seguitava a guardarlo con occhi asciutti, non comprendendo come quel
signore così compito, che non portava il lutto della mamma, potesse
essere il suo babbo. Quando Laura finì di piangere, egli domandò
notizie a Miss della salute e dell'educazione delle bambine; Miss
rispondeva a denti stretti, cogli occhi a terra;
— Oui, Monsieur... Non, Monsieur...
— Vi piace Palermo, bambine?... Verrete un giorno in carrozza con me?...
Allora Miss cominciò:
— Monsieur voudra bien m'excuser, mais j'ai des ordres...
La zia prese il babbo in disparte e si misero a parlare fra loro. Non
s'udiva quel che dicevano, ma il babbo chinava il capo lisciandosi la
barba.
— Come vorrete... — finì per dire; e, dopo un'altra carezza, andò via.
La sera, un servitore portò una bracciata di involti: dei _nécessaires_
da lavoro, dei cartocci di confetti, dei libri illustrati e rilegati.
Andò tutto diviso tra lei e Lauretta; ma il possesso di quelle cose non
le procurò nessun piacere. Ella era più contenta dei fiori artificiali,
dei nastri, dei pezzi di guarnizioni che domandava alla zia, quando
questa metteva in ordine le sue cose; e cadeva in ammirazione dinanzi
a una piuma vecchia, si provava tutte le carcasse dei cappelli smessi,
chiedeva il nome di tutte le stoffe, di tutti i tagli d'abiti, di tutte
le gradazioni di colore.
Il babbo tornava a venire, ogni due giorni; Miss era sempre presente,
faceva la sentinella. Si discorreva di Milazzo, di Palermo, di tante
cose, come nelle visite. Un giorno annunziò che stavano per aprire il
teatro Bellini. Ella si tenne dal batter le mani: finalmente sarebbe
andata a teatro!
Erano i _Puritani_ che si rappresentavano. Per farle piacere, la zia
dovè vestirsi due ore prima dello spettacolo; ella restava estatica a
contemplarla in quella toletta scollata, tutta sfolgorante di gemme.
Anche lei uscì dalle mani di Miss attillata, azzimata come una damina,
con le guancie rosse come di fuoco, sulle quali volle per forza passare
il piumino della cipria. Lauretta, che si sentiva poco bene, restò in
casa; lei le promise di raccontarle poi tutto.
Che bellezza, quel teatro! Seduta fra la zia e lo zio, ella divorava
cogli occhi le signore che avevano già preso posto e sussultavano
tratto tratto, come spinte da una molla, per accomodarsi meglio; e ad
ogni rumore d'uscio che si apriva voltava il capo per vedere entrare
le nuove venute, tutte avvolte negli accappatoi bianchi, dei quali i
cavalieri le liberavano. Sapeva che non bisognava far segno col dito,
però si chinava appena verso la zia, parlando a voce bassa, chiedendole
l'occhialetto che reggeva con tutt'e due le mani e che allungava e
accorciava un pezzo prima di trovare il punto giusto, o prendendole
il ventaglio profumato per farsi vento, per cacciar la vampa che le
saliva al viso. Dalla platea, dai palchi veniva un brusìo confuso; gli
uomini, con le spalle alla scena, appuntavano in giro i cannocchiali;
e ad un tratto ella sussultò udendo le prime battute della sinfonia.
Alzata la tela, si vide un castello con un ponte gettato fra due torri;
dei soldati cogli schioppi sulla spalla andavano di su e di giù, e
Riccardo, avvolto in un mantello nero, cogli stivali di cuoio giallo e
un gran cappello in capo, cantava, portando una mano al petto, alzando
l'altra, tendendo poi tutt'e due le braccia: «Ah, per sempre io ti
perdei, fior d'amore, o mia speranza!...» La zia spiegava il fatto,
ma non bene, quando comparve Elvira, bella e piangente; e poi la gran
sala delle bandiere, con la Regina prigioniera dei Puritani, Arturo
che voleva salvarla, Riccardo che sguainava la spada, e quella gran
confusione, dopo la fuga!
— È finito?... Ah, un atto soltanto!...
Vennero delle visite nel palco; il marchesino di Floristella mormorava
alla zia tante cose, mostrando le altre signore; ella udiva: «Una
corte spietata!... Il marito finge di non vedere... La cognata tiene il
sacco...»
Intanto la povera Elvira era ammattita: pallida pallida, scarmigliata,
scambiava Riccardo per Arturo, dicendogli: «Vieni a nozze!...» Riccardo
piangeva, ma la pazza scoppiava a ridere, cantando dalla gioia:
«Vien diletto, in ciel la luna...» fra un subisso d'applausi che si
rinnovavano quando Riccardo e l'altro Puritano, sfoderate le spade
lampeggianti, cantavano insieme: «Suoni la tromba, e intrepidi noi
pugnerem da forti!...»
Oppressa dall'emozione, cogli occhi lacrimosi e ridenti, le guancie
ancora più infiammate di prima e così turgide come se fossero sul punto
di screpolarsi, ella trasse un profondo sospiro.
— Hai sonno? — chiese la zia.
— Io?... Io starei così fino a domani!
L'ultimo atto; una campagna, con un castello illuminato, e un sedile.
C'era Arturo, tutto avvolto in un gran manto nero, che voleva rivedere
Elvira. Lei usciva dal castello, sempre pazza, cantando, e se ne
andava dall'altro lato. Arturo riprendeva quel canto, accompagnandosi:
«Press'un fonte afflitto e solo s'assideva un trovator...» Ed Elvira
tornava indietro: «Sei tu?...» Era lui! e s'abbracciavano, stretti
stretti, felici e contenti, guardando il cielo: «Vieni fra le mie
braccia!...»
— Ma sono già marito e moglie?...
Accorrevano i soldati, s'udiva uno squillo di tromba e un araldo
annunziava la grazia per tutti, intanto che la gente si alzava in
platea, e le signore anche, avvolgendosi nei mantelli e nelle fascie.
A letto, non le riuscì di dormire, con la musica nell'orecchio, coi
personaggi sempre dinanzi agli occhi; e nel sonno essi tornavano ad
apparirle, si confondevano coi principi e con le regine delle fiabe,
cogli eroi guerrieri, cogli amanti infelici che spasimavano lontani gli
uni dagli altri e che tornavano da morte a vita appena ricongiunti.
E il domani si metteva a ripetere quei motivi, canticchiava con un
tempo da tarantella: «Presso un fonte afflitto e solo...» cominciando,
interrompendo, e ripigliando cento volte la narrazione dell'opera alla
sorellina:
— .... Però Riccardo vede che Arturo sta per fuggire con la regina,
quell'altra, sai? quella vestita di nero, e lo lascia andare: «Vattene,
scappa e non ci tornare più.»
Intanto il nonno scriveva da Milazzo di pensare al ritorno. All'idea
che quelle feste stavano per finire, ella aveva quasi voglia di
piangere; allora sedeva a tavolino e riempiva un foglio di preghiere,
scongiurando il nonno di accordare una dilazione, asserendo che era
necessario per la salute di Lauretta, promettendogli tutte le sue
carezze e i suoi baci se diceva di sì. E degli altri giorni scorrevano,
tra i passeggi, gli spettacoli, gl'inviti a pranzo. Una volta, alla
Marina, la loro carrozza s'incrociò con quella del babbo: aveva
a fianco una signora bruna, un po' grassa, colle guancie bianche
di cipria e dei grossi smeraldi alle orecchie. Guardò le bambine,
sporgendosi di scatto: lei s'irrigidì, guardandola fiso, duramente,
comprendendo che era quella per cui la sua mamma aveva tanto sofferto.
Ma la sera, a teatro come rappresentavano la _Lucia di Lammermoor_,
non ci pensò più: adesso non sapeva quale delle due opere fosse la più
bella. Quella comparsa di Edgardo in mezzo alla festa di nozze! e la
sfida dei due rivali! e la scena delle tombe: «Tu che a Dio spiegasti
l'ale!...» I motivi più belli le restavano tutti impressi; nel cantare:
«Verranno a te sull'aure i miei sospiri ardenti...» delle lacrime le
scorrevano sulle guancie.
Gli ultimi giorni passarono nelle visite di congedo, nelle compre di
tanti minuti oggetti da portare a casa. Le signore volevano sapere
dalle ragazze se lasciavano Palermo con dispiacere; ella rispondeva:
— Non me ne parli!...
Ed alla cameriera della zia che le chiedeva quando sarebbe venuta
un'altra volta:
— Presto!... — rispondeva. — Vi pare che io voglia stare in quella
bicocca?
Allora, mentre la donna rassettava la camera, ella cominciò a
interrogare:
— Sentite: quanto vi dà la zia ogni mese?
— Trenta lire.
— E al cuoco?
— Settantacinque.
— E al cameriere?
— Altre sessanta.
Si mise a far dei conti a memoria, poi chiese chi fosse il miglior
tappezziere, quanto costasse un quartiere sul Corso.
— Ma che cosa le importa di questo?
— Faccio i miei conti, — esclamò — perchè debbo metter casa anch'io!...