CESARE CANTÙ

— È un lavoro nè lieve, nè facile, rifare la mia _Storia universale_;

ma tant'è; sono contento di essermivi accinto: mi spiaceva di lasciare

al mondo un libro mio, che fosse rimasto indietro del tempo.

Queste oneste parole ci rivolgeva Cesare Cantù pochi giorni sono. E

davanti a quel vecchio di 76 anni, nel quale non sai se sia più robusta

la fede o la tempra, si provava un sentimento di ammirazione per lui,

e di vergogna per noi, di tanto più giovani, e che ci abbandoniamo

sovente alla stanchezza e allo sconforto. Eppure quanti ostacoli non

pose mai la calunnia sulla sua via! Ma egli ormai non si cura più della

malignità invidiosa: «I miei nemici, dice, avrebbero voluto che mi

fossi occupato di loro, ed avessi consumato il mio tempo nella sterile

polemica; io invece lavoro.» E fu il lavoro la sua vendetta: vendetta

generosa e feconda, perchè arricchì le lettere italiane di romanzi, di

poesie, di storie, di opere educative che gli stranieri c'invidiano e

traducono in lor lingua.

In una modesta casetta poco discosta dall'Adda rapida ed azzurra che

si allarga in lago davanti a Brivio, prosperosa borgata sorrisa dal

verde dei monti e dal vivo aere brianzuolo, nacque Cesare Cantù nell'8

dicembre 1807. Sulla casetta oggi si vede un medaglione di marmo col

suo ritratto e l'iscrizione: «L'effigie di Cesare Cantù — sulla casa

dove nacque — i compatrioti posero lui vivo — il 16 settembre 1883.»

Umile era la condizione della famiglia: la sventura aggravò

quell'umiltà. Morì il padre, Celso Cantù, lasciando la vedova e dieci

figliuoli; il maggiore di tutti era Cesare che aveva ventidue anni. Il

giovane animoso sentì il grave còmpito, e lo adempì con coscienza: egli

provvedeva a tutti, essendo professore prima a Sondrio, poi a Como,

indi a Milano nel ginnasio di Sant'Alessandro. Aveva già pubblicato il

poema _Algiso_ o _La lega lombarda_, dedicato «alla lombarda gioventù

cui stringe l'amore del loco natìo,» ristampato nel 1876 quando si

festeggiò il VII centenario di Legnano. A quel libro tenne dietro la

_Storia di Como_: e nello stesso tempo in un sermone poetico flagellava

i cittadini comensi, che decretavano una lapide alla Pasta cantatrice,

mentre lasciavano senza l'onore di un ricordo il Volta, scopritore

della pila. Ma maggior fama gli venne dallo splendido commento ai

_Promessi Sposi_, intitolato _La Lombardia nel secolo XVII_, dedicato

«a voi giovani lombardi che, pieni di speranza, voi stessi le speranze

alimentate della patria.» Paride Zajotti, arnese tristissimo di

politiche inquisizioni, esclamò nel leggerlo: «Il Cantù fa due passi

verso la gloria e tre verso la galera.»

Cantù appartenne a quella corona di giovani eletti, come Cattaneo

e Giuseppe Ferrari, che stavano intorno al venerando Gian Domenico

Romagnosi, a cui l'Austria aveva persino negato il permesso d'insegnare

legge privatamente. Il maestro aveva scelto Cantù come fidatissimo

intermedio con un nucleo di generosi che cospiravano per la patria,

e che avevano pregato il filosofo di Salsomaggiore di preparare in

anticipazione gli statuti dell'Italia nuova.

La mattina dell'11 novembre 1833 gli sbirri austriaci invadono la casa

di Cantù, perquisiscono tutte le sue carte, e trascinano con loro in

prigione il giovane professore.

La carcere d'allora non somigliava alle facili d'oggi, dalle quali

si vien fuori «martiri» e deputati; ma era inasprita dai giudici

stranieri, che con torture morali cercavano di costringere i patrioti

a rivelazioni; e lasciava travedere in fondo il fosco profilo dello

Spielberg o della forca. Cantù vi stette un anno: non isvelò sillaba di

quanto sapeva; e quando uscì di là, il 14 ottobre dell'anno appresso,

ebbe la consolazione che Romagnosi l'abbracciasse dicendogli: «Non

temetti un istante della tua fermezza.»

Che fece in carcere? Gli sbirri non gli lasciavano nè carte, nè penne,

nè libri: egli trovò modo in quella solitudine di farsi dell'inchiostro

col fumo della candela, penne cogli steccadenti: e su carte stracce

scrisse il romanzo _Margherita Pusterla_ (uno dei quattro degni di

formare il ciclo del romanzo storico italiano), dedicato a chi ha

amato, ha sofferto, ha pianto.

L'Austria aveva tolto al Cantù la facoltà di insegnare, che è quanto

dire di guadagnarsi il pane. Per fortuna incontrò il Pomba, che

aveva in animo di pubblicare una _Storia Universale_. Lo scrittore lo

intese: e invece di una compilazione, sulla quale il Pomba contava,

ebbe un'opera vigorosa, potente, scritta con erudizione e con cuore,

perchè vi ha impresso il carattere proprio. L'editore vi guadagnò le

ricchezze, l'autore tanto da vivere indipendente.

Con entusiasmo Cantù descrisse la rivoluzione delle Cinque Giornate:

e fu tra i giornalisti più operosi nel periodo dal marzo all'ottobre

di quell'anno. Nella _Guardia Nazionale_ raccomandava di prepararsi

alle difese contro lo straniero: nell'_Eco della Borsa_ in un articolo

intitolato _Il Prestito_ esortava i cittadini a provvedere l'erario

esausto coll'offrire quanto era in loro potere: e un contemporaneo ci

informa che «niuno fu sordo, specialmente nelle classi meno agiate,» e

vecchi, e giovanette, e fidanzate si privavano dei vezzi d'oro e delle

memorie più care per arricchire il pubblico erario.

Di questi tempi sono le pagine del _Carlambrogio da Montevecchia_,

nelle quali, secondo l'avvertenza stampata nella prima edizione, «un

uomo estranio a influenze di governo e a turbolenze di fazioni, avrebbe

cercato di coltivare il buon senso del popolo, insinuarvi quelle idee

di ordine e di saviezza che valgono sotto qualsiasi regime, ma che sono

più importanti nella presente libertà.»

Tornati gli Austriaci, fu arrestato e proscritto, dalla Svizzera

tornò dopo l'amnistia alla sua Milano, seconda patria. Qui lavorava,

meritandosi le parole del Brofferio: «Mentre noi qui facciamo sucide

gazzette, voi continuate a far buoni libri» (lettera 18 febbrajo 1855).

Ed erano le monografie del Parini e del Beccaria, e cominciava la

_Storia degli Italiani_, cui tennero dietro tante altre numerose opere.

Son viete ormai le accuse che gli furono mosse di aver caldeggiato la

federazione italiana coll'arciduca Massimiliano; noi avemmo fra mani

rapporti della Polizia austriaca di quei tempi, firmati da uomini dei

quali oggi per pietà taciamo i nomi notissimi, che facevano proibire

i libri del Cantù, perchè «miravano a mettere in discredito ed in

disprezzo i sovrani di casa d'Austria, in favore della causa dei popoli

oppressi della penisola» (testuale). Inoltre il Cantù stesso, quando

ebbe contezza di quelle dicerie, scrisse direttamente all'arciduca

Massimiliano perchè le smentisse: e quegli gli fece rispondere non

badasse a siffatte voci che erano _fandonie_ e _calunnie_. E siccome

il Cantù insisteva, così l'arciduca gli rispose ancora di non sapere

nè poter conoscere chi fosse l'autore di quella diceria che di nuovo

qualifica per calunniosa. Questi documenti smentiscono i supposti

accordi, fan ridicole le accuse.

Ma il tempo galantuomo ha cominciato a fare un po' di giustizia

anche per lui, se il governo ricusa di adoperarlo; nel marzo 1883 una

commissione di cittadini venuti da diverse parti d'Italia, gli offerse

una medaglia d'oro, frutto d'una sottoscrizione internazionale, e si

inaugurò la sua effigie in marmo nell'Archivio di Stato di Milano e a

Brivio. Così si avverava il voto che Cantù esprimeva nel centenario

del Muratori: «Amiamo gli uomini che lavorano per la patria e per

l'umanità. Compatiamo ai difetti delle loro qualità, concediamo loro

alcune di quelle piccole compiacenze, che da vivi valgono ben più che

i monumenti da morti, lasciamo balenare ai loro occhi qualche raggio di

quella gloria che non accende la sua face se non alle tede sepolcrali.»

Novelle brianzuole · 第 5 / 27 题